Numero 44, 15 febbraio 2023

uno strumento di contro-informazione per il dibattito pubblico ligure

LA VOCE DEL CIRCOLO PERTINI

Numero 44, 15 febbraio 2023

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PILLOLE

Dopo Novi Ligure in Liguria, ennesima gaffe del Toti disinformato cronico

“Oltre mille scalini ma ne vale la pena. In questo primo giorno della merla, nonostante l’aria frizzante splende il sole: domenica perfetta per una gita in Liguria”. Lo ha scritto Giovanni Toti sulla sua pagina

Il borgo ligure di Monesteroli raggiungibile solo da un'antica scalinata

Facebook per attrarre i turisti. Allegata una foto bellissima della scalinata che porta in mare a Monesteroli ai bordi delle 5 Terre. Posto stupendo. Bellezza unica in un ambiente incontaminato.

Peccato che la mitica scalinata di Monesteroli sia chiusa da un anno per rischio smottamento. Non volendo, Toti esalta l’ignavia del governo regionale e del comune della Spezia, nel quale ricade l’area di Monesteroli sul lato non del Golfo, ma sul mare aperto lato 5 Terre. Il comune ha chiuso la scalinata. La Regione ignora le interrogazioni in consiglio regionale e Toti pubblica foto mendaci.

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Deserto sanitario in Liguria

Sono ben 36 i comuni liguri, tutti nell’entroterra, che non avranno né una Casa di Comunità né un Ospedale di Comunità. Si tratta del 15% del totale dei comuni liguri. Il problema riguarda 24876 persone che abitano in questi comuni, che grazie al PNRR avrebbero potuto avere un’assistenza sanitaria di prossimità e che invece non l’avranno grazie all’ignavia della giunta regionale ligure.

Il fenomeno viene definito “desertificazione sanitaria”. Nella graduatoria nazionale occupiamo l’ultimo posto con la Val d’Aosta. La giunta Toti dimostra ancora una volta di ignorare la programmazione sanitaria e manifesta disprezzo verso gli abitanti dei piccoli comuni montani, dove la popolazione è prevalentemente anziana e più di altre avrebbe bisogno di assistenza sanitaria.

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Toti e la Santa Inquisizione ligure contro le donne

Bocciata l’ordine del giorno che prevedeva un bando per l’assunzione di nuovi ginecologi nelle strutture sanitarie liguri riservato a soli ginecologi non-obiettori.

L’alto numero di “obiettori” non certo per profonda concezione religiosa, ma per ragioni di basso opportunismo, sta creando seri problemi alle donne che devono ricorrere all’interruzione di gravidanza. Mentre in Francia non esiste il diritto all’obiezione di coscienza (se non vuoi fare aborti, non fare il ginecologo!), a oltre 50 anni dall’ingresso in vigore della legge non si dovrebbero creare situazioni vergognose come questa. In altre regioni si sono fatti bandi simili e i nuovi assunti sono vincolati a praticare l’interruzione di gravidanza. In Liguria Toti e l’inquisizione non lo vogliono.

EDITORIALI

Nell’ultima uscita del dicembre 2022 e nella prima del gennaio 2023 la Voce ha ospitato un confronto epistolare tra la nostra redazione e Alberto Diaspro, direttore di ricerca dell’Istituto Italiano di Tecnologie, sorto venti anni fa alla periferia di Genova. Una discussione sul ruolo di questo Ente, di diritto privato ma lautamente finanziato dallo Stato, e sul suo contributo promesso per una ripresa competitiva del territorio ligure. Discussione che ha lasciato irrisolte svariate perplessità su quanto avviene effettivamente sulla collina di Morego e sulla sua finalizzazione pratica. Intanto stanno arrivando notizie di tensioni e scioperi da parte dei dipendenti di Fondazione IIT per le condizioni in cui sono costretti a lavorare. Su questo tema scottante ora ospitiamo un contributo di un autorevole scienziato – l’astrofisico Francesco Sylos Labini – che già in passato aveva espresso perplessità sulla scarsa trasparenza nella governance dell’Istituto.

Francesco Sylos Labini - THE INNOVATION GROUP L’IIT vent’anni dopo

Sono passati venti anni da quando si svolse sul sito lavoce.info un dibattito tra diversi economisti sulla fondazione di un nuovo istituto di ricerca. Alberto Alesina e Francesco Giavazzi diedero a questa operazione un forte connotato ideologico: “riversare più fondi in questo sistema è come buttarli al vento…” l’unico modo per garantire “…rigore, controlli ed incentivi… è muoversi all’esterno dell’università italiana di oggi. Vittorio Grilli ci sta provando con l’IIT: è per questo che cerchiamo di aiutarlo mentre tutti i conservatori lo criticano”. L’economista Vittorio Grilli diventò il Presidente del nuovo Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) nel 2005. L’IIT è stato dunque fondato con una struttura giuridica completamente diversa rispetto agli altri enti di ricerca italiana: alcune delle caratteristiche chiave erano l’eseguo numero di posizioni a tempo indeterminato, cosa peculiare per un istituto di ricerca, e un consiglio di amministrazione caratterizzato dalla presenza di imprenditori di varia estrazione oltre ad avere una governance nominata dal Ministero dell’Economia invece che da quello dell’Università e della Ricerca.

All’epoca alcuni di noi si domandavano quale avrebbe dovuta essere la missione del nuovo istituto e in che cosa avrebbe dovuto differenziarsi dagli altri enti di ricerca già esistenti, in primis il CNR. Nel corso di questi vent’anni l’IIT è stato al centro di polemiche, basti qui ricordare gli interventi della Senatrice Elena Cattaneo sui finanziamenti, sulla trasparenza della gestione, ecc. Quello che però ancora non si capisce è quali sono i risultati tecnologici, dato che “L’IIT ha l’obiettivo di promuovere eccellenza nella ricerca di base e in quella applicata e di favorire lo sviluppo del sistema economico nazionale”. Visto che nella ricerca di base la concorrenza non manca, grazie ai diversi enti di ricerca vigilati dal Ministero dell’Università, la missione principale per un ente vigilato dal Ministero dell’Economia avrebbe dovuto essere quello di “favorire lo sviluppo del sistema economico nazionale”.

Qualche tempo fa l’ormai ex direttore scientifico Roberto Cingolani, in diverse interviste su media nazionali, affermava che uno dei progetti di punta dell’Istituto Italiano di Tecnologia era il robot iCub che “sarà un prodotto a metà strada fra l’automobile e lo smartphone e potrebbe essere l’occasione per riconvertire gran parte degli impianti dell’industria automobilistica oggi inutilizzati”. Non sembra che gli impianti dell’industria automobilistica siano stati riconvertiti. Dunque, quale è stato il risultato particolare dell’IIT? E come può funzionare un istituto di ricerca senza personale a tempo indeterminato? Per fare un paragone, in Germania la rete di istituti di ricerca della società Fraunhofer per lo sviluppo della ricerca applicata supporta in modo sistematico i collegamenti tra

scienza e industria, ed è bilanciata dalla rete degli istituti della società Max Planck per lo sviluppo della scienza, che invece è orientata verso la ricerca di base. Se il CNR dovrebbe svolgere il ruolo della società Max Planck, l’IIT quello dell’organizzazione Fraunhofer, dove lavorano circa 23.000 tra ricercatori e ingegneri, con un budget di ricerca annuo di circa 1,7 miliardi di euro, di cui solo il 30% è finanziato attraverso fondi pubblici (governo federale o governo locale), mentre il 70% proviene da contratti con industrie o da bandi per progetti di ricerca applicata, sia a livello nazionale che internazionale. Al di là delle polemiche, come si confronta l’IIT con questi numeri?

Francesco Sylos Labini

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Autonomia differenziata: la Liguria resta ai margini (ma non se ne accorge)

È stato presentato il disegno di legge sulla cosiddetta “autonomia differenziata! sulla base delle richieste, avanzate in base all’art. 116.3 della Costituzione dalle regioni Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna.

La discussione si è sinora opportunamente concentrata sul processo decisionale e in particolare sul ruolo che in quel processo deve avere il Parlamento. E questo è un bene, perché tanto nelle ipotesi costruite nel 2019 dal governo Conte I quanto nel disegno di legge Calderoli, il ruolo delle Camere è mortificato, ridotto alla formulazione di pareri consultivi e ad un’eventuale approvazione a scatola chiusa. Quasi che si voglia cambiare profondamente l’Italia senza che il Legislativo abbia tempo e modo di valutarne portata e conseguenze.

È comprensibile la preoccupazione dei rappresentanti dei territori del paese a minor reddito perché questo potrebbe determinare un ampliarsi degli scarti esistenti, già notevoli.

I poter richiesti dalle regioni sono sterminati. Vanno da scuola, università, sanità (poveretti noi liguri!), ricerca, infrastrutture, assetto del territorio, ambiente, acqua, energia, lavoro, immigrazione, paesaggio, beni culturali, previdenza complementare, ecc.

Le contraddizioni tra le forze politiche non sono poche. La stessa Meloni, oggi sostiene il presidenzialismo, quindi una forma di accentramento, e, pochi anni fa, propose addirittura la soppressione delle regioni. Oggi sostiene la legge. Il PD è contrario, ma tra i promotori delle richieste di autonomia c’è il presidente della Regione Emilia- Romagna Bonaccini, attualmente candidato alla segreteria nazionale del partito.

I commentatori l’hanno definita “la secessione dei ricchi”. Generalmente gli amministratori e i cittadini delle regioni meridionali sono molto preoccupati. Molti hanno parlato di una contrapposizione Nord contro Sud.

Ma è proprio così? Siamo così sicuri che una regione settentrionale come la Liguria abbia da guadagnarci in una forte spinta all’autonomia regionale?

Alcuni dati riguardanti la Liguria dovrebbero farci riflettere. Pensiamo alla disastrosa conduzione della sanità pubblica. Un ultimo esempio? In un solo anno abbiamo registrato un calo delle visite specialistiche del 24%. Un invito esplicito a rivolgersi al privato a pagamento. Ci salva la possibilità di utilizzare prestazioni sanitarie fuori regione, visto che il Servizio Sanitario è nazionale. Sarà sempre così con l’autonomia di ogni regione?

E che dire della formazione scolastica e professionale, delle qualifiche per determinati mestieri. Sarà valida una qualifica ligure per lavorare in Piemonte o in Puglia? Saranno valide le qualifiche della Toscana e della Campania in Liguria?

Toti attacca il centralismo e dice che il problema è la eccessiva centralizzazione dei poteri pubblici.

La Liguria è in una posizione ibrida tra flussi di risorse versate alla Stato e risorse che arrivano dallo Stato. È esattamente nella posizione di mezzo. I due flussi si equilibrano. Non fa dunque parte né delle regioni che avrebbero vantaggio, né di quelle svantaggiate. Il problema sembra derivare piuttosto dalle sue modeste dimensioni. Poche sono le regioni più piccole e con meno abitanti. Ha una popolazione anziana e ha un’economia basata sull’interscambio (porti, turismo, ecc.). L’esperienza delle gestioni regionali come la sanità, l’emergenza covid, il lavoro, la formazione professionale sono negative e non c’è nulla di buono da sperare.

NC

La redazione de “La Voce del Circolo Pertini”

Nicola Caprioni, Daniela Cassini, Angelo Ciani, Mauro Giampaoli, Michele Marchesiello, Carlo A. Martigli, Pierfranco Pellizzetti, Getto Viarengo.

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Hanno scritto per noi (tra gli altri):

Andrea Agostini, Marco Aime, Franco Astengo, Arnaldo Bagnasco, Susie Bandelli. Enzo Barnabà, Marco Bersani, Marco Baruzzo, Pieraldo Canessa, Nuccia Canevarollo, Alessandro Cavalli, Roberto Centi, Riccardo Degl’Innocenti, Alberto Diaspro, Marco Fabbri, Erminia Federico, Maura Galli, Luca Garibaldi, Antonio Gozzi, Roberto Guarino, Monica Lanfranco, Maddalena Leali, Giuseppe Pippo Marcenaro, Antonella Marras, Andrea Moizo, Paola Panzera, Enrico Pignone, Bernardo Ratti, Adrano Sansa, Ferruccio Sansa, Sandro Sanvenero, Carla Scarsi, Sergio Schintu, Mauro Solari, Orietta Sammarruco, Piera Sommovigo, Giovanni Spalla, Angelo Spanò, Francesco Sylos Labini, Rino Tortorelli, Giulio A. Tozzi, Gianmarco Veruggio

POSTA

Nello scorso numero de La Voce, davamo conto della nascita di Rete Genovese, quale embrione di un soggetto collettivo contrapposto a questa maggioranza che persegue soltanto la mercificazione di tutto quanto è monetizzabile, alla faccia dei cittadini. Riferivamo inoltre della prima azione di territorio dell’alleanza civica, che il 28 gennaio aveva organizzato presidi in tutti i quartieri cittadini per motivare il proprio legittimo dissenso. Il Sindaco Bucci non ha apprezzato questo impegno partecipativo e lo ha manifestato pubblicamente. Ospitiamo la contro-replica della Rete.

Lettera al Sindaco

Gentile Sig. Sindaco,

rispondiamo in merito al Suo pensiero espresso nell’articolo di Emanuele Rossi su Il Secolo XIX del 29 gennaio.

Noi stessi abbiamo, in ogni occasione, affermato e ribadito che la partecipazione non è fatta dai comitati bensì dai cittadini. Partecipazione infatti è l’esistenza di procedure aperte a tutti i cittadini, organizzati o singoli, che producono decisioni riconosciute legittime da tutte le parti in causa.

Una partecipazione che si rende necessaria nel momento in cui le scelte non prendono in considerazione i pericoli, esistenti o futuri, per la salute e la sicurezza dei cittadini e ancor meno si pongono l’obiettivo di migliorare la qualità di vita, in una città che ne avrebbe primaria necessità. Assistiamo infatti a progetti rispondenti ad una logica esclusivamente mercantile che non considera l’impatto ambientale, i rischi per la salute della popolazione e cerca anche di omettere quella minima garanzia offerta dalla Valutazione d’Impatto Ambientale.

Sia ben chiaro, a noi non interessa fare sterili polemiche su piccoli dettagli progettuali: siamo preoccupati per il prevalere degli interessi privati che ruotano intorno alle opere e della perdurante mancata attenzione, che dovrebbe essere prioritaria, ai diritti e ai bisogni diffusi e alla cura di una comunità che con quelle opere dovrà convivere.

Le ricordiamo che nel gennaio 2017 è stata approvata dal Consiglio Comunale una delibera di iniziativa popolare contenente un’articolata proposta di regolamento della partecipazione, regolamento peraltro previsto dallo Statuto Comunale.

Nonostante le nostre reiterate insistenze, la Giunta e Lei in persona rifiutaste di discutere l’attuazione della delibera. L’ufficio partecipazione venne soppresso e la funzionaria addetta fu trasferita ad altre mansioni.

Così facendo Lei ha scelto l’opzione zero, quella stessa scelta che rimprovera a noi, ritenendo preferibile un rapporto discrezionale e paternalistico con la popolazione, che le lascia sostanzialmente le mani libere.

La delibera del 2017 è ancora lì, che aspetta di essere finalmente attuata, adempiendo così anche a una precisa disposizione dello Statuto Comunale.

Se Lei vorrà riprendere il percorso verso una vera partecipazione dei cittadini, troverà in noi, e speriamo anche in tanti altri, interlocutori attenti ai contenuti, scevri da faziosità e preconcetti.

Da quale punto vuole dunque cominciare, visto che per noi le questioni sono ancora tutte aperte?

Con i nostri saluti.

La Rete Genovese

2 febbraio 2023

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Riceviamo da Riccardo Degl’Innocenti questa segnalazione significativa

A riscuotere?

Il presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mare ligure occidentale Paolo Emilio Signorini, in carica dalla fine del 2016 e riconfermato sino alla fine del 2024, è stato indicato dai media come probabile prossimo amministratore delegato di IREN di cui il Comune di Genova detiene la partecipazione di maggioranza relativa e il titolo per indicare l’amministratore delegato.

Stamattina in un’intervista al Secolo XIX, alla domanda del giornalista “Sono vere le voci di un suo passaggio all’IREN” ha risposto: “Su questa vicenda non commento. Nel caso, sarebbe una decisione del Sindaco e del Comune di Genova”.

Dunque, il presidente del maggiore porto italiano, nominato dal Ministro e con ancora oltre 20 mesi di mandato davanti, invece di avere riguardo del suo ruolo di funzionario dello Stato afferma in buona sostanza “nel caso” di obbedire al Sindaco. Del resto, il presidente del porto guadagna poco meno di 200mila euro all’anno, mentre l’AD di IREN sale a circa 500mila. Quali meriti Signorini avrebbe acquisito in questi anni per meritare una tale promozione economica e professionale da dirigente pubblico all’apice di un importante gruppo industriale quotato in borsa? Oltre ovviamente a quello di avere obbedito al Commissario Bucci sul trasferimento dei depositi chimici in mezzo alle banchine del porto commerciale di Sampierdarena.

9 febbraio 2023

Riccardo Degl’Innocenti

ECO DELLA STAMPA

Da Il Fatto Quotidiano dell’8 febbraio

Ritrasse la leghista Pucciarelli, entra in Cda Spezia, sindaco indagato per abuso d’ufficio

Di Alessandra Barucchi, “artista contemporanea”, fino a qualche tempo fa si sapeva solo che era una pittrice. L’autrice di un ritratto per l’amica senatrice leghista Stefania Pucciarelli, già sottosegretaria alla Difesa nel governo Draghi: un bel primo piano, sullo sfondo un galeone e il mare azzurro, in contrasto con la fluente chioma bionda della parlamentare. Dopo avere realizzato quel dipinto, Barucchi viene nominata nel consiglio d’amministrazione di Atc, l’Azienda di trasporti di La Spezia, feudo della Pucciarelli. Lo statuto della società prevede che i membri del Cda, come requisito, “abbiano maturato un’esperienza tecnica o amministrativa adeguata”. Non è chiaro quale fosse la competenza in tema di trasporti della ritrattista (come titolo di studio ha la licenza media), ma adesso ne deve rispondere chi ha messo la firma su quella nomina: il sindaco di La Spezia, Luigi Peracchini, amministratore totiano al secondo mandato, che guida una giunta di centrodestra. L’accusa nei confronti di Peracchini è di abuso d’ufficio (reato che il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha annunciato di voler cancellare): un favoritismo, in sostanza, in violazione della legge. È quanto sostiene sia accaduto chi ha presentato l’esposto, Alessandro Rosson, avvocato ed ex consigliere provinciale leghista, vicino a un altro big del Carroccio locale, Gianmarco Medusei, presidente del Consiglio regionale ligure. Rosson contesta la nomina di un altro consigliere di Atc, sempre firmata da Peracchini, in questo caso nella sua veste di presidente della Provincia spezzina. Si tratta dell’incarico affidato in un primo momento a Michele Battegazzore, e revocato nel giro di 48 ore in favore di un altro candidato, Mavi Ancillai. Il dietrofront sarebbe stato giustificato con il fatto che che la mail recante la candidatura del secondo sarebbe finita nello “s p a m”. La tesi di Rosson è che la nomina di Ancillai, di area totiana, servisse in realtà a fare spazio alla ritrattista della senatrice, e a far fuori Battegazzore, titolato ma appartenente a una corrente del partito perdente. Pochi giorni fa, il gip Mario De Bellis ha respinto la richiesta d’archiviazione avanzata dal procuratore Antonio Patrono e disposto nuove indagini, in particolare l’audizione di Medusei e dell’ex consigliera comunale leghista Lorella Cozzani, per chiedere loro “se sono a conoscenza di pressioni e minacce volte a far cambiare la nomina”.

Marco Grasso

FATTI DI LIGURIA

Ancora sul mostro Skymetro. Prima puntata

Una bella notizia: a Santa Margherita Ligure un gattino incastrato nel pluviale di un giardino è stato salvato dai Vigili del Fuoco. Che hanno fatto un lavoro di fino per non ferire l’animaletto, rimuovendo il cemento pezzetto dopo pezzetto con punta e mazzetta. La metafora sorge spontanea come diceva illo tempore il beneamato Riccardo Pazzaglia, il professore di Quelli della Notte (chi non lo ricorda lo cerchi nei video del web): perché nonostante gli artigli (che con la M e l’apostrofo più di sette secoli fa dette origine al mio cognome) e i denti affilati, mi sento un gatto che necessita di essere salvato, dalle idiozie da una parte e dal malaffare dall’altra. Idiozia e malaffare che paiono congiungersi in modo eclatante di fronte all’ennesimo orrore proposto dalla giunta genovese. Lo skymetro: una metropolitana che a un’altezza del quarto piano delle case dovrebbe percorrere il Bisagno dal centro alla periferia. Un mostro dal costo di quattrocento settantuno milioni, che poi, come al solito, diventeranno più di ottocento. Un’opera tanto faraonica quanto inutile, orribile a vedersi e distruttiva. E pure ipocrita: si parla (e giustamente) delle alternative alla sopraelevata in modo da diminuire inquinamento e ridare bellezza al lungo mare, e poi si va a replicarla su rotaie da un’altra parte. Otto chilometri che da Brignole arriverebbero a Ponte Fleming in undici minuti: perché e a quale scopo? Per favorire ulteriori insediamenti industriali? Per aumentare il valore dei terreni vicini già in mano a qualche furbo immobiliarista? Non esiste un motivo valido che giustifichi una mostruosità del genere. Il punto d’arrivo, inoltre, in mezzo al nulla e a qualche casa popolare non serve a chi lavora nelle aziende sparse nel territorio, che continuerebbero a usare l’auto. Immaginiamo il percorso: arrivo a Brignole con l’auto e non so dove parcheggiarla, ma per un colpo di fortuna trovo un buco in divieto di sosta e prego San Cristoforo che non mi facciano la multa. Prendo lo Skymetro e arrivo al Ponte Fleming. La mia azienda dista almeno un paio di chilometri e non ci sono autobus che mi portino a destinazione. Sono costretto a farmela a piedi, magari piove e fa freddo. Non sono scemo, parto da casa con l’auto e arrivo in azienda, e alla fine ci guadagno in termini di tempo e di denaro. E per almeno otto mesi all’anno ci vado in scooter. A pensare male, visti i costi di realizzazione si potrebbe pensare che ne uscirebbero mazzette a pioggia, ma noi non pensiamo male, siamo convinti dell’onestà dei proponenti. E i cittadini invece che ne pensano? Niente, perché tutto questo sta passando senza che siano sentiti gli abitanti dei quartieri interessati. Ci sono però associazioni come Opposizione Skymetro che da qualche tempo stanno cercando di contrastare l’arrivo del mostro, anche sul piano legale. Pare infatti che il progetto dello Skymetro finanziato dallo Stato non generi “i benefici perseguiti dalla legge che stanzia le risorse, cioè aumento della quota di spostamenti col trasporto pubblico e riduzione di inquinamento nelle aree urbane in procedura di infrazione europea”. No pasaràn! (a seguire nel prossimo numero)

CAM

Il Porto agli ordini del Comandante

L’analisi del movimento delle navi è un aspetto trascurato dall’Autorità di Sistema Portuale, nonostante le informazioni siano disponibili in tempo reale.

La notizia è che nel 2022, dopo solo due anni di esercizio, nel Genoa Mediterranean Gateway di Bettolo il numero delle navi MSC, le uniche sinora servite dal terminal di proprietà dello stesso gruppo ginevrino del comandante Gianluigi Aponte, hanno superato quelle MSC che nello stesso periodo hanno fatto scalo nel terminal PSA di Genova Prà. Quest’ultimo sino dagli anni 90 terminal di riferimento MSC.

Non un fatto scontato: se è logico che MSC indirizzi le sue navi nel proprio terminal, non si tratta di traffico aggiuntivo bensì sostitutivo, diversamente dagli annunci delle istituzioni portuali e politiche, cittadine e regionali. Nel 2022 sono arrivate a Bettolo 121 navi portacontenitori MSC mentre solo 108 della stessa compagnia hanno scalato Prà. Nel 2017 queste ultime erano state 252 per scendere a precipizio a 121 nel 2021. È pur vero che il numero totale delle navi lavorate a Prà è sceso anch’esso da 765 nel 2017 a 418 nel 2021, a fronte però di un aumento del numero medio di teus movimentati, che è passato da poco più di 2000 teus nel 2017 a circa 3500 nel 2022, mentre la quota di navi MSC sul totale delle navi lavorate è sceso dal 33% al 26%.

Inoltre, il traffico complessivo del terminal di Prà, che è il più grande gateway marittimo di contenitori d’Italia, è rimasto sotto i valori del 2017 e continua a ristagnare nonostante le previsioni fantamilionarie dei commissari Signorini, Bucci e Toti. Questo accade certo per motivi economici generali, ma anche a causa dei traffici che Genova perde a favore del terminal di Savona-Vado, un investimento pubblico che pure doveva aggiungere, non sostituire. Ad aggravare il quadro, anche nel porto di La Spezia il traffico container, dominato da MSC che detiene anche il 40% del terminal LSCT, è in crisi con sensibili riduzioni, verosimilmente per spostamenti di navi e merci in altri porti, a cominciare da Genova.

A questo proposito, conviene alla città e al porto, soprattutto ai suoi lavoratori che qui hanno le proprie radici (non come i capitali multinazionali che oggi spadroneggiano su una direzione pubblica sottomessa) ricordare la sentenza di del comandante Aponte: «comandiamo noi, perché comandano i volumi. Chi ha i volumi è quello che si può permettere di far vivere un terminal o di farlo morire se trasloca. Noi creiamo posti di lavoro».

Circa i posti di lavoro, se esaminiamo la situazione di Bettolo in cui risultano impiegati 65 addetti, di cui almeno un quarto a tempo determinato, e in cui si utilizza una quota di lavoratori temporanei della CULMV ben al di sotto della media di impiego degli altri terminal full container genovesi, sinora non pare che Aponte abbia mantenuto la parola data. Peraltro, è di questi giorni un’inchiesta della Procura che solleva alcuni gravi interrogativi circa la mobilità a Genova di alcuni portuali dal terminal di Gioia Tauro, sempre appartenente al Gruppo MSC; obiettivamente non giustificata dal mercato del lavoro portuale genovese che presenta una ragguardevole offerta quantitativa e professionale, soprattutto di giovani in attesa di poter lavorare in porto. Ci auguriamo che questa ombra sia al più presto dissolta dalle indagini giudiziarie. Altrimenti il tono arrogante del Comandante sulle sorti dei porti e dei lavoratori dipendenti dai suoi volumi risulterebbe intollerabile.

Riccardo Degl’Innocenti

A proposito di Carlo Castellano e del tormentone Erzelli

Genova deve rispetto e riconoscenza a Carlo Castellano: rispetto per le infinite sofferenze inflittegli dall’attentato brigatista del 1977, che gli hanno meritato la condizione di grande invalido civile. E, anche, riconoscenza per avere ‘situato’ a Genova un’attività, all’epoca innovativa, per la produzione di apparecchiature di diagnostica medica.

Ma Genova deve sempre a lui, Castellano, un vero e proprio tormentone, dal nome ormai fatale (o infausto) di Erzelli. Da decenni siamo costretti a interrogarci sulla domanda ‘che fare della collina degli Erzelli?’; tanto che si potrebbe applicare a quel sito il detto coniato dai genovesi per la Bella di Torriglia: ‘Tutti la vogliono ma nessuno se la piglia’. Ossia la spianata di 44 ettari ricavata dallo sbancamento della collina di Monte Croce, battuta dal vento e difficile da raggiungere, disabitata e, sino al 2009, utilizzata da Aldo Spinelli come deposito (inquinante) di container.

Ma nessuno sembra seriamente intenzionato a ‘pigliarsela’, trasferendovi le proprie attività, mentre fioriscono le proposte più allettanti che dovrebbero condurre a esiti positivi – a spese dello Stato – quella che sin dal principio si è proposta come un’operazione immobiliare di vasta portata, ma che allo stato attuale non ha ancora generato i profitti sperati.

E dire che l’operazione per il ‘parco scientifico e tecnologico’ era nata sotto la buona stella di Renzo Piano. Proprio agli Erzelli – sito disabitato e cava a cielo aperto – l’impresa di suo padre aveva collocato il proprio quartier generale. E proprio là, in cima a quella inospitale collina- l’archistar realizzò, nel 1969, il primo ‘studio sperimentale’. È quindi comprensibile che Piano si sia lasciato coinvolgere nel progetto della concentrazione di aziende hi-tech, collegata alla facoltà di ingegneria, che si progettava di far trasferire dalla sede della villa di Albaro. Ma proprio Renzo Piano si è tirato fuori dal progetto, non volendo apporre la propria firma a un progetto che sacrificava buona parte degli spazi verdi a favore dell’edilizia residenziale.

La facoltà di ingegneria, che da allora costituisce il boccone più appetitoso dell’operazione (oltre a fornire il più credibile alibi per il vantato ‘polo tecnologico’, ancora ben lontano dalla sua realizzazione) si dibatte da anni nel tentativo di sottrarsi a un’operazione rischiosa dal punto di vista finanziario, tecnico e logistico. Anche chi – privato o pubblico – si è adattato o accetta di adattarsi alla nuova collocazione, lo fa con molta reticenza e in misura parziale, soprattutto per la persistente mancanza di collegamenti infrastrutturali verso il famoso, ma ancora inesistente ‘polo tecnologico’. Per ora c’è solo un autobus che si inerpica per i tornanti che conducono in cima alla collina: qualcuno ha pensato a dipingerli a colori vivaci per rendere più gradevole l’ascesa. L’amministrazione comunale – da parte sua – si destreggia tra i progetti di una stazione ferroviaria, una monorotaia, una cabinovia e – da ultimo – una funicolare.

L’alternativa più recente – che, data la situazione rasenta la follia – è quella di un ospedale del Ponente, che convoglierebbe in cima all’inospitale collina battuta dai venti centinaia, se non migliaia di sanitari, utenti e visitatori.

Si vedono già le ambulanze intasare i famosi tornanti degli Erzelli, dominati da quella che qualcuno ha ormai definito ‘la collina del disonore’. Rimane allora la domanda, sospesa sulla città come una nube nera: ’Che ne sarà della collina degli Erzelli?’

MM

Proseguiamo nella raccolta comparativa di tessere poco o per nulla note della nostra storia patria

La questione carceraria dopo l’8 settembre 1943 (e ai giorni nostri)

Da diversi giorni imperversa la polemica sulle visite in carcere ai detenuti sottoposti al provvedimento del 41bis. A questo riguardo vorrei proporre una riflessione di carattere storico sullo stato delle carceri dopo l’8 settembre del 1943, cioè in pieno regime fascista repubblichino. Mi sono trovato a visitare alcuni archivi carcerari del Chiavarese per ricostruire arresti e reclusioni, sino a verificare alcune “condanne” eseguite nel corso del 1944, il tutto con dovizia di documenti attestanti i fatti richiamati. Con mia grande sorpresa e stupore, ho potuto rilevare che, in alcuni momenti di quel drammatico percorso storico, le carceri non tenevano aggiornati i registri dei detenuti. Tale aspetto l’ho rilevato in uno specifico periodo: tra il mese di luglio del 1944 e il 25 aprile del 1945; nove mesi che videro la presenza sul territorio della Divisione Monterosa e la fondazione delle Brigate Nere. Quel mese di luglio segnava uno spartiacque netto nelle attività repressive delle azioni partigiane e le popolazioni civili, in particolare nei grandi rastrellamenti attuati sul territorio della VI Zona nella Liguria di Levante. Controllando le carte verificavo azioni con notevoli numeri di fermati, le pagine di Fiamma Repubblicana, il settimanale del famigerato brigatista nero Vito Spiotta, riportavano cronache e foto di quanti erano stati condotti al carcere di Chiavari. Sulla base di questi dati, assolutamente documentati, ricercavo i loro movimenti e gli ingressi nelle celle di reclusione, i periodi di permanenza e i reati indicati per gli arresti: nulla di tutto ciò era riscontrabile, nessun registro era tenuto aggiornato. Questo dato ci richiama al funzionamento del carcere e ai più elementari diritti da applicarsi per essere condotti in stato di arresto e privato della libertà. Un vuoto normativo totale segnava quei mesi drammatici. Ecco la prima riflessione: lo stato dei detenuti e le normative della vita carceraria non possono essere aggirati, non applicati; le personalità istituzionali preposte a tali verifiche devono assolutamente controllare, verificare, intervenire. Certamente chi ha attivato la polemica gioca sul pregiudizio che il carcerato sia persona fuori dal campo dei diritti e la pena corrisponda ad un regime “duro e spietato” come ci racconta Silvio Pellico. La società civile la si misura nel grado di capacità che esprime nel garantire la legalità; norma che deve essere praticata anche in carcere. Ho verificato anche lo stato di alcune condanne; la Monterosa era tenutaria del Tribunale di Guerra competente per il chiavarese. Se verifichiamo una delle esecuzioni più spietate, la fucilazione del Parroco di Valletti Don G.B. Bobbio, possiamo ragionare sul significato di quel tribunale e l’esercizio della condanna. Ebbene, don Bobbio è arrestato durante il rastrellamento del 29/30 dicembre 1944, condotto in carcere e passato per le armi il 3 gennaio a Chiavari. Processo? Condanna? Il Tribunale di Guerra di Chiavari si riunisce per un’udienza il 27 dicembre del 1944, nessuna traccia di Don Bobbio, l’udienza successiva è in data 13 gennaio 1945, anche in questo caso le carte verificate non riportano nessun provvedimento su Don Bobbio. Per concludere, il periodo riportato rappresenta un’esperienza storica drammatica e criminale, dove era totalmente assente il concetto di legalità. Perciò è assolutamente necessario avere strumenti per verificare e controllare, perché in democrazia ogni istituzione conserva regole e diritti per tutti: anche all’interno delle carceri e per i reclusi.

GV

In Liguria la più alta percentuale di colpiti da Covid

L’allarme relativo al Covid si è allentato. Forse troppo e troppo presto. Oltre all’assuefazione e all’abitudine di convivere con il virus concorre anche il silenzio sui dati della diffusione della pandemia. Non fornendo informazioni è come se il contagio non esistesse.

Purtroppo i dati ci dicono il contrario e un dato appare particolarmente preoccupante per la Liguria, regione notoriamente alle prese con un servizio sanitario in fase di demolizione da parte delle mire privatistiche della giunta Toti.

La Liguria raggiunge così un record negativo preoccupante. E’ la regione che conta la più alta percentuale di contagi nei luoghi di lavoro. Ben 1056 contagi nei luoghi di lavoro in Liguria nel periodo ottobre/dicembre 2022. Si tratta nella maggioranza di lavoratori in settori “a rischio”, medici, infermieri, fisioterapisti, personale di servizio sanitario, ma anche impiegati in servizi aperti al pubblico, insegnanti, commessi di attività commerciali, agenti di polizia e vigili urbani.

La provincia più colpita a livello nazionale è Genova, dove ben 662 lavoratori hanno contratto il virus svolgendo le proprie attività lavorative, rappresentano il 62,7% dei contagiati sul lavoro a livello regionale, con un incremento rispetto al quadrimestre precedente del 6,4%.

Al secondo posto troviamo ancora una provincia ligure. La Spezia è la zona che ha visto la maggiore crescita percentuale dei contagi in ambiente di lavoro con un aumento del 13,5%. Ancora una ligure al terzo posto con Imperia con un incremento dell’8%.

In totale la Liguria rappresenta una percentuale doppia di contagi sul lavoro rispetto alla media di incidenza dei suoi abitanti sul totale nazionale. Fortunatamente, grazie anche alla diffusione massiccia delle vaccinazioni, non si è registrato nessun caso mortale tra i colpiti. Un dato particolare è che la maggioranza dei colpiti sono donne, in numero addirittura doppio rispetto agli uomini, forse dovuto all’alta percentuale di lavoro femminile in alcuni dei settori più colpiti (medici, infermiere, commesse, fisioterapiste, ecc.).

Secondo un parere di dirigenti INAIL il dato è da attribuire in parte alla correttezza dei datori di lavoro liguri che, nel presentare all’INAIL le denunce d’infortunio di pertinenza dell’INAIL a differenza delle denunce di malattia ordinaria che non vengono denunciate all’INAIL. Altra spiegazione, sempre da fonte INAIL, è quella della media età ligure, che è la più alta d’Italia.

Non è invece pervenuto un commento da parte dell’assessorato alla sanità della Regione Liguria, che continua a fare la “politica dello struzzo” rispetto a tutto quanto concerne la diffusione del virus e, più in generale, i dati sulla gestione sanitaria.

NC

Festival di Sanremo. Tappeti verdi e propaganda

Come ogni edizione che si rispetti, anche la 73esima kermesse del festival della canzone è stata un palcoscenico per la Città dei Fiori e per tutto il Paese, che verrà ricordata fra i tanti clamori per la presenza, seppur fugace, del Capo dello Stato. Forse è ancora presto per sapere se quella appena terminata sia l’ultima trasmessa dalla Rai, dopo che una sentenza del Tar ha stabilito l’appartenenza del marchio del festival al Comune di Sanremo, che potrebbe assegnare la manifestazione al miglior offerente, attraverso un bando ad evidenza pubblica.

Tuttavia non è presto per sapere che questo è stato certamente un anno da record per la raccolta pubblicitaria, raggiunto per Viale Mazzini il sorprendente traguardo di 50 milioni di euro.

Poco importa se sia stata offerta anche la Costituzione sull’altare dello show e al servizio della promozione. Interessa ancora meno se, come per la precedente edizione, Eni abbia sfruttato la vetrina di Sanremo per fare greenwashing e promuovere un’immagine di azienda attenta all’ambiente che non corrisponde affatto alla realtà. Così come sono stati utilizzati nelle vie intorno al teatro Ariston, “green carpet” realizzati con un mix di erba vera e sintetica, la multinazionale energetica del cane a sei zampe, ha messo in bella mostra il suo abito nuovo, la società Plenitude, che integra rinnovabili e mobilità elettrica, per lasciare in secondo piano il marchio originale e la vocazione alle energie fossili che, bilanci alla mano, garantiscono la maggiore fonte di business e rappresentano ancora i principali obiettivi di crescita nel piano strategico aziendale 2021-2024 (fonte Greenpeace).

Per non farsi mancare nulla, tra gli sponsor sono comparsi nuovamente anche Suzuki e Costa Crociere, appartenenti a due dei settori – quello dell’automotive e del trasporto marittimo – che più contribuiscono all’inquinamento e alla crisi climatica.

Alla faccia della tanto sbandierata transizione ecologica!

Il fondo è stato raggiunto con lo spazio regalato a un messaggio del Presidente ucraino Zelensky. Anche se le polemiche sono sempre servite ad alimentare gli indici d’ascolto, va detto che si è trattato di un momento di mera propaganda bellica sulla pelle delle popolazioni che vivono l’incubo del conflitto, mentre si sta sempre più alzando l’asticella dello scontro armato. Anziché inneggiare alla vittoria, si sarebbe potuto rilanciare il tema della pace, ormai uscito completamente di scena, fra l’altro nella stessa città in cui Alfred Nobel istituì il Premio e che fa parte da anni del Coordinamento Nazionale Enti Locali per la Pace.

Si è chiuso dunque il sipario su una rassegna e una città che, tra sponsor, riflettori e un turismo mordi e fuggi, si mostrano sempre più inadeguate ad offrire, nel bene e nel male, anche solo una lettura delle crisi del nostro tempo. Una città prigioniera del marketing anche nella propria rappresentazione, dai tappeti verdi dei tavoli da gioco del Casinò a quelli erbosi e sintetici, sfoggiati per la promozione ambientale. Il sollievo è stato veder finalmente salpare la maxi nave da crociera attraccata in rada. Una presenza ingombrante e sproporzionata, da 200mila tonnellate di stazza, che deturpa il fragile ecosistema marino e offende il paesaggio.

MG

Quote rosa record a Pieve

È un fatto che la conciliazione fra la vita e il lavoro sia al centro delle politiche a livello europeo, nazionale e locale. Pare che non ci sia altro modo per promuovere le pari opportunità tra donne e uomini che farlo per legge, come avevano già accertato i Paesi scandinavi negli anni ’80 e ’90, per sostenere la partecipazione femminile al mondo del lavoro e all’interno dei Consigli di Amministrazione.

I sistemi del welfare e quelli del lavoro sono (quasi) sempre strutturati secondo un modello tradizionale, che fa perno su una presunta disponibilità delle donne di più tempo libero (o di un giratempo di Hermione Granger): il 72% delle ore di lavoro di cura della coppia dove sono presenti figli è sulla schiena dalle madri. La copertura scolastica (pubblica o privata) per la prima infanzia, a fine 2018 era del 24,7% (ISTAT 2019), ben lontano dall’Obiettivo di Barcellona che avrebbe dovuto essere raggiunto già dal 2010 e che era fissato al 33%. (Fra parentesi, è interessante e deprimente leggere che la percentuale dei servizi pubblici in questo settore è scesa dal 56% del 2014 al 51%. Meditiamoci su).

È un fatto anche che le “quote rosa” non abbiano avuto grande riscontro negli Enti locali, in particolare nei piccoli Comuni sotto ai 5000 abitanti. Il Centro Studi Enti Locali aveva realizzato per Adnkronos nel 2021 una ricerca da cui emergeva come solo un Comune su due avesse raggiunto in quella tornata elettorale di 351 Comuni l’obiettivo “quote rosa”. Addirittura i candidati uomini erano il 75% in 176 casi e in 63 casi anche più dell’80%. Le candidate donne avevano superato gli uomini solo in un centinaio di Comuni. In tutti gli altri casi, cioè nel 93% di quelli andati al voto due anni fa, le donne (4955 su 10.099) erano decisamente al di sotto della metà. E le candidate “Sindache”? La percentuale risultava ancora peggiore: su 1539 Comuni che sono andati al voto nell’ultima tornata elettorale, le donne erano solo 255 su 1.539, cioè circa il 16%. Fra i Sindaci le donne rappresentano solo il 13,7%, leggermente più alta la percentuale di donne tra i vicesindaci (24,3%).

Accade però che a Pieve Ligure il Capogruppo di minoranza Enrico Montobbio abbia rassegnato le sue dimissioni, che sono state accolte nello scorso Consiglio Comunale del 31 gennaio, e che quindi sia stato dato il benvenuto alla nuova Consigliera, l’Avvocata Chiara Medinelli, che prende il terzo posto rimasto vacante in minoranza (e che ha sottolineato subito “AvvocatA, per favore!”).

A questo punto il Consiglio Comunale del paesino rivierasco (circa 2500 abitanti) risulta composto da 7 donne e 4 uomini – compresa Paola Negro come Prima Cittadina.

“Nella ricerca dei candidati, non si è trattato di aver voluto applicare le “quote rosa”, ma del riconoscere che esistono alcune competenze e abilità che le donne hanno nella governance e che sarebbero state utili per andare incontro alle Cittadine e ai Cittadini”, ha detto la Sindaca. Ad esempio? La disponibilità all’ascolto, al dialogo, il saper fare gruppo, la maggior attitudine a prendere decisioni condivise. La capacità femminile di fare squadra è di fatto un valore imprescindibile, così come quella di creare reti.

Ma cosa prevede la Legge? Nei Comuni sotto ai 5mila abitanti – il 70% dei Comuni italiani – la Legge 215 del 2012 prevede semplicemente che “nelle liste dei candidati sia assicurata la rappresentanza di entrambi i sessi”. Ci troviamo – forse per la prima volta in Italia – di fronte a un Consiglio Comunale che se Pieve Ligure fosse di qualche centinaio di anime in più, (più di 3000 abitanti anziché i suoi 2500), dovrebbe occuparsi di rispettare le “quote azzurre”. Meditiamoci su.

Carla Scarsi

“Girovagando per le nostre città d’arte” è una prospettiva che la Voce propone ai nostri amici e amiche, soprattutto ai più giovani. Per vivere consapevolmente la nostra storia patria: chi siamo e da dove veniamo.

Rileggendo un quadro di G.B. Paggi

Uno dei più antichi gioielli del Centro Storico di Genova è la Chiesa di Santa Maria di Castello, ahimè poco conosciuta nonostante l’opera meritoria dei volontari, presenti tutti i giorni, che accolgono i visitatori e con competenza ed entusiasmo sono pronti ad illustrare la straordinaria collezione di opere contenute in questo scrigno che, come spesso accade in città, a fronte di un aspetto esterno rigoroso e non particolarmente attraente, all’interno regala emozioni e bellezza infinite.

L’attuale edificio di Santa Maria di Castello è la basilica romanica a tre navate con transetto e tre absidi edificata nel primo quarto del XII secolo ad opera di maestranze antelamiche. L’aspetto primitivo della chiesa è stato in parte alterato dalle ristrutturazioni dei secoli XV e XVI, ma le delizie sono contenute all’interno .A differenza di quanto è avvenuto nella navata destra, in cui a causa della presenza del chiostro gli altari sono stati addossati al muro, la parete della navata sinistra è stata sfondata nella seconda metà del XV secolo per la costruzione di cinque cappelle, entriamo quindi nella seconda cappella, dove ci accoglie la pala d’altare di Giovanni Battista Paggi (1554-1627) che raffigura la Guarigione di San Vincenzo. Se non vi è dubbio che il più importante committente di opere d’arte al mondo è stata la Chiesa Cattolica, altrettanto indubbio è l’uso politico e spesso propagandistico di affreschi e quadri. A partire dall’antichità l’immagine è stato il veicolo di più immediata comprensione per il popolo e la Chiesa è stata straordinariamente efficace nella comunicazione, regalando peraltro all’umanità tutta un patrimonio di infinita bellezza.

Guardando questa pala, al di là della maestria del pittore, uomo di strepitosa caratura artistica, manierista precursore del Barocco, ma al tempo stesso animo tormentato e dalla vita tumultuosa, dobbiamo fare attenzione ad una figura particolare, l’angioletto in basso al centro. Che cosa sta facendo? Sta spremendo un limone, bevanda che verrà data a San Vincenzo e che, per intercessione di Cristo, in un atteggiamento di dolcezza commovente, lo guarirà. Ovviamente la spremuta di limone rappresenta la grazia e il suo potere salvifico, ma se ci pensiamo bene, c’è anche un significato più semplice ed immediato. Infatti all’epoca una delle malattie più diffuse a Genova era proprio lo scorbuto, malattia causata da una grave e prolungata carenza di vitamina C, solitamente dovuta ad una dieta inadeguata. Con un approccio terapeutico casuale, ma efficace sin dalla fine del Cinquecento (siamo nel periodo dei grandi viaggi, ad esempio di Magellano) nelle navi per contrastare lo scorbuto si iniziò a somministrare tè al cedro e si cominciò a comprendere l’importanza di integrare la dieta con il succo degli agrumi. In questo quadro, quindi, oltre al messaggio spirituale, risulta ben chiaro l’invito ad un comportamento pratico: per salvare l’anima seguire la parola di Cristo e per contrastare lo scorbuto, usare gli agrumi.

Orietta Sammarruco

Qualità della vita dei giovani a Genova: problematica

Che Genova sia la città più anziana d’Italia – più che un luogo comune – è una verità accettata da tutti. Che non sia – di conseguenza – un paese per giovani, è altrettanto accertato.

Manca però un esame complessivo di questa realtà, tale da confermarla e – forse – suggerire qualche rimedio ai vecchi che governano la nostra città.

Tralasciando la stucchevole polemica sul numero degli abitanti (residenza anagrafica vs. ‘celle’ telefoniche?) consideriamo alcuni dati obiettivi e incontestabili. Le morti eccedono le nascite. I ‘giovani’ non vi nascono più o, se vi nascono, una volta cresciuti preferiscono andare altrove a mettere alla prova la propria giovinezza. Chi può, va a studiare fuori Genova o addirittura all’estero. Chi non può rimane a ‘godersi’ la povertà delle risorse che la città riserva loro. L’università vede diminuire il numero dei propri iscritti, mentre è sempre più ridotto il numero di chi – da fuori – sceglie la nostra Università in ragione di qualche – perduta – eccellenza.

Un recente studio del Sole 24 Ore sulla ‘Qualità della vita dei giovani’ in Italia, denuncia con spietata chiarezza la condizione genovese rispetto al Paese nel suo complesso. I dati riguardano i ragazzi tra i 18 e 35 anni (anche questi ultimi mantenuti allo stato di ragazzi), la cui condizione è stata esaminata sulla base di 12 indicatori che misurano alcuni aspetti fondamentali, destinati a influenzare la loro vita. Rispetto a questi indici, Genova rimane sempre, fatalmente relegata agli ultimi posti della classifica per province. Nella classifica generale, Genova è al 103° posto su 107. Al 99° per impianti sportivi. Al 76° per saldo migratorio (rapporto tra giovani che se ne vanno e giovani che arrivano). Al 77° posto per imprese con titolari under 35. Al 106° posto – penultima – per amministratori comunali under 40. Al 106° posto per canoni di locazione inaccessibili perché troppo cari. All’86° per età media del parto. All’87° per imprese che fanno E Commerce. Al 59° per disoccupazione giovanile.

Genova si riscatta però col numero di bar e discoteche, ottenendo l’ottavo posto mentre Savona – altra città ligure in crisi – conquista addirittura l’unico primato ligure.

Benedetti giovani, che invece di studiare, cercare un lavoro, dedicarsi allo sport, non sanno fare altro che perdersi nella movida, nell’alcool, nello stordimento delle discoteche!

E, qua, viene in soccorso il recente report dell’ASL3 Liguria, sui dati del Centro Alcoologico provinciale. Al di sotto dei 18 anni è normale consumare alcoolici con gli amici, nella modalità alla moda del ‘binge drinking’, e fumare praticamente di tutto. Coerentemente, già a 16-17 anni circa il 40% dei ragazzi non pratica più un’attività sportiva regolare.

L’indagine dell’ASL mostra un dato curioso e paradossale: proprio loro, i famosi ‘ggiovani’, non tendono ad assolversi o ad accusare gli adulti per la propria fragilità, ma chiedono – loro, i ragazzi – che siano gli adulti a essere meni infantili, meno razzisti, più responsabili verso il bene comune.

Che proprio gli anziani rimbambi(ni)ti debbano decidersi a dare ascolto alla fresca, ironica saggezza dei nostri ragazzi?

MM

Scrivono Francesca Bria ed Evgeny Morozov, grandi esploratori dell’universo informatico: «l’aggettivo “smart” è la quintessenza dell’era digitale in cui viviamo, che ha promesso così tanto ma mantenuto così poco. Tutto sembra essere “intelligente”, dallo spazzolino dei denti fino alle città; le smart cities che nell’ultimo decennio hanno conquistato l’immaginario collettivo e plasmato il lavoro di urbanisti, funzionari, politici e interi settori industriali. Sono però molte anche le critiche: lo scollegamento con i problemi reali della gente, la ricerca tecnocratica del dominio, l’ossessione per sorveglianza e controllo, l’incapacità di pensare a strategie che mettano i cittadini – non le aziende o gli urbanisti – al centro del processo di sviluppo».

La nostra collaboratrice Nuccia Canevarollo ci riferisce un’iniziativa di sensibilizzazione al tema in corso a Genova.

Al Ducale si parla di Intelligenza Artificiale

Da tempo sappiamo di vivere in una città che si presume all’ avanguardia nel panorama internazionale per quanto riguarda l’intelligenza artificiale (IA), attraverso quelle realtà che vengono indicate dai tecno-entusiasti come eccellenze nella ricerca del settore, l’IIT e Unige. D’altro canto, Genova e la Liguria hanno visto ormai numerose applicazioni di IA di natura molto pratica, come la collaborazione tra Tribunale di Genova e Scuola Superiore S. Anna per un’analisi di alcune sentenze con strumenti tecnologici per avere indicazioni giurisprudenziali. Anche AMT in collaborazione con Start 4.0 è impegnata in un progetto finalizzato a regolare i flussi di movimento tra il porto e la città ed efficientare il trasporto pubblico. Nel settore alimentare campioni di olio di olive taggiasche sono stati analizzati e sottoposti a tecniche di riconoscimento con impiego di IA per identificare le decine di composti chimici diversi che contraddistinguono l’olio extra vergine. In un precedente numero della Voce si è data notizia di come la politica locale abbia opportunisticamente annunciato il progetto del primo centro di medicina computazionale in Italia ad Erzelli. Frattanto tutti sperimentiamo gli usi globalizzati di software basati appunto su IA, come Google, o di intelligenza artificiale integrata nei nostri smartphone tramite funzioni diverse come fotocamere, assistenti vocali, riconoscimento facciale ed altro ancora. Mentre cresce il dibattito sulle potenzialità e i rischi che stiamo affrontando, con conferenze, convegni e seminari. A Palazzo Ducale è in corso una serie di incontri promossi da UnigeSenior sul tema. Certo non possiamo né vogliamo sfuggire allo sviluppo tecnologico, che è già tra noi. In un bell’articolo sull’ultimo numero di Limes ‘L’intelligenza non è artificiale’ Teresa Numerigo scrive: “È importante gestire questa trasformazione per preservare giustizia, uguaglianza e fratellanza fra gli esseri umani”. In tale prospettiva, per evitare possibili abusi, è però fondamentale comprendere i limiti attuali dell’IA, che sono ancora molti. Autorevoli ricercatori sostengono addirittura che la tecnologia non può essere definita “intelligenza” perché, essendo solo in grado di risolvere problemi per i quali è programmata, non è versatile e intuitiva come gli umani. Il filosofo informatico Judea Pearl sostiene che fino a quando gli algoritmi e le macchine non potranno ragionare su causa ed effetto (il semantico), saremo molto lontani dalla versatilità umana. Ritornando ancora dal livello filosofico alla quotidianità, si ravvisa la necessità che gli sviluppi e le applicazioni future siano governate al meglio. Infatti abbiamo infatti notizia di impieghi già operanti da ritenere pericolosi, come il servizio che il Regno Unito offre ai cittadini, attraverso l’azienda Babylon Health, con l’applicazione Symptom Checker Chatbot. La chat fornisce indicazioni sullo stato di salute in base ai sintomi comunicati, ogni commento è superfluo. È per questo che l’Ordine dei Medici italiano sta lavorando a una revisione del codice deontologico che garantisca che le applicazioni di medicina digitale siano strumenti di lavoro per un ruolo del medico sempre più specializzato, ma ancora più attivo. È quanto dovrà accadere in tutti i campi di applicazione, quello di cui la politica dovrà occuparsi, non tanto per fare dell’innovazione uno sterile strumento di propaganda, basato magari su effetti speciali, ma per perseguire quei benefici utili al benessere dell’uomo. Per garantirci, se non un futuro migliore, almeno un futuro.

Nuccia Canevarollo

Arriva alla Spezia la nave dei migranti. Grazie al volontariato

È arrivata nel porto della Spezia la nave Geo Barents delle ONG, in questo caso di “medici senza frontiere”, che ha raccolto 237 migranti, sottraendoli a il rischio di una morte in mare. Dei 237 migrante ben 87 erano minori, di cui 74 non accompagnati. I genitori alla disperazione s’indebitano, raccolgono quello che possono per offrire ai figli una possibilità di vita e di fuga da guerre, carestie, desertificazione e aumento delle temperature.

Gli ultimi decreti del governo Meloni hanno costretto la nave a compiere 1500 Km in più rispetto ai suoi approdi naturali, pari a 3 giorni navigazione, accompagnati dal maltempo, per persone stremate, bisognose di cure e assistenza.

Il sindaco della Spezia Peracchini è stato sconcertante nelle sue dichiarazioni “non è competenza dei comuni”, dicendo poi che non avevano risorse e attrezzature necessarie. La Regione Liguria ha brillato per assenza.

Fortuna vuole la presenza delle associazioni del volontariato, con la CGIL e la Caritas in prima linea; insieme alle pubbliche assistenza locali e alla Croce Rossa. Così è stata subito prestata l’assistenza medica. Molti, soprattutto donne e bambini, mostravano ustioni dal mix di benzina e acqua di mare che si raccoglie sul fondo dei gommoni.

I volontari si sono mobilitati in maniera pronta e generosa. Sono stati raccolti maglioni, vestiti, coperte, sono state allestite strutture di ricezione riscaldate e predisposti pasti caldi. Persino alcuni ristoratori di nome si sono prestati con la loro opera volontaria e con la fornitura di prodotti.

La cosa assurda è che solo una trentina di migranti rimarrà alla Spezia, la maggioranza sarà portata in altre località, tra le quali Foggia, esattamente agli antipodi della Spezia. Perché allora far fare questo inutile e lungo viaggio a quei poveretti?

La gran parte dei profughi, che scendeva dalla nave era scalza, qualcuno aveva dei poveri infradito. I vestiti erano inadeguati e leggeri. Si sono svolte le operazioni di sbarco: tamponi, visita medica, vestizione (, riconoscimento, colloquio. Due giovani donne erano incinte. Alcuni erano affetti da Covid e sono stati trasportati al reparto infettivi dell’ospedale di Sarzana.

Il primo sbarco in Liguria ha messo in luce tre aspetti. La crudele insensatezza di proporre porti così distanti dai punti di soccorso. L’inadeguatezza del Comune e della regione. La grande generosità della popolazione e delle associazioni del volontariato e la solidarietà che hanno saputo dimostrare.

Ora, secondo il decreto “Piantedosi” il comandante della nave rischia una multa pesantissima e la nave sino a due mesi di sequestro. Un assurdo giuridico che viola ogni regola nazionale e internazionale.

NC