Numero 43, 31 gennaio 2023

uno strumento di contro-informazione per il dibattito pubblico ligure

LA VOCE DEL CIRCOLO PERTINI

Numero 43, 31 gennaio 2023

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PILLOLE

Zampini, chi lo capisce è bravo

Sull’house organ di Confindustria Genova, Giuseppe Zampini nella doppia veste di Delegato alla Sanità dell’associazione e vice presidente dell’ospedale Galliera magnifica il progetto di Regione

Liguria a Erzelli del “primo centro nazionale di medicina computazionale e tecnologica finalizzato al trasferimento sulla clinica dei risultati della ricerca generati dall’applicazione del calcolo computazionale ai modelli biologici e ai programmi di gestione delle tecnologie robotiche”. Detto così qualcosa di incomprensibile. Più comprensibile è la natura farlocca Medicina Computazionale Archivi - LabWorld

dei partner scientifici indicati: Unige (ma a Erzelli si trasferisce Ingegneria, non Medicina o Fisica), Liguria Digitale (cioè un buyer), IIT (non segnalato nella ricerca sulla cura). Il solito Zampini: se non rompe, strina.

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Goodnews a metà: un posto per lavorare in Comune. Ma gratis

Finalmente una buona notizia da Palazzo Tursi: la promozione dei musei del mare e della migrazione, il Mu.Ma. Impegno civico e culturale di cui rendere merito ai nostri amministratori. A tale scopo è stato lanciato un bando per personale qualificato: preferibilmente bilingue (inglese e italiano), saper usare bene excel, word ed email, avere capacità di sintesi, comunicazionali e relazionali, gestire i meccanismi dei social media. Insomma ci vuole almeno una laurea o equipollente. Stipendio? Ma che scherziamo? Gratis, ovviamente, trattasi di volontariato. Lavori per il Comune – e che cavolo! – ti basti la gloria. Una presa per il deretano. Allora perché è una goodnews? Perché fa ridere e una buona risata migliora la vita. Seppure non a chi cerca lavoro, sia chiaro.

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Perché in Liguria le autostrade costano di più?

La rete autostradale ligure è la più cara d’Italia. Lo stesso vale per i treni regionali che trasportano i pendolari. Eppure le autostrade in Liguria sono un inferno per gli utenti: cantieri continui, cambi di carreggiata, restrizioni di corsie, code e incidenti sono all’ordine del giorno. Ritardo nell’installazione dei pannelli fonoassorbenti. Dove sono stati installati sono risultati pericolosi e devono essere rimossi. Gallerie non adeguatamente illuminate, immissioni da entrate o da autogrill pericolose.

Le società autostradali sono quelle della tragedia del ponte Morandi. Eppure si concede loro un aumento dei pedaggi del 6%. Il Consiglio Regionale ha approvato all’unanimità un Odg del consigliere Luca Garibaldi (PD) che propone la sospensione per cinque anni degli aumenti. Toti tace.

EDITORIALI

Lettera aperta a Francesco Quaglia, neo Direttore Generale dell’ospedale Galliera

Caro Direttore, un comune amico descriveva la sanità genovese e ligure degli anni scorsi come “il passaggio dalla repubblica delle ASL alla monarchia Alisa”. A noi sembra che l’odierna realtà di territorio sia piuttosto quella di un’avanzata “balcanizzazione”; impressione confermata dal fatto che l’organizzazione di tale realtà sconta in Liguria la presenza di almeno quattro centri preposti al suo governo: l’assessorato regionale, oggi a guida di un professionista d’alto profilo quanto (si dice) “San-Martino-centrico”, il dipartimento relativo, la Stem (il presunto coordinamento strategico affidato a Giuseppe Profiti, anche se ormai tale manager viene segnalato stabilmente in Calabria) e – infine – l’ormai fantomatica Alisa, nata anch’essa come cento strategico sulle ceneri di Ars, ma di cui sfuggono le presenti funzioni.

È chiaro che tale frammentazione collide con i criteri del buon funzionamento della macchina, di cui tu sei uno dei massimi esperti nazionali, e lascia ampie fessure all’infiltrazione di criteri altri: dal perseguimento di interessi politici al sempre incombente rischio della speculazione affaristica. Tanto per non restare nel generico, la recente polemica sul Galliera sollevata dal Presidente di Liguria Giovanni Toti ci è parsa la ricerca del capro espiatorio su cui scaricare le responsabilità (e le colpe) di un’impasse sistemica. Non l’apertura di una seria discussione pubblica sui punti di crisi emersi da tempo in una strategia sanitaria abbacinata oltre l’accettabile dal “modello lombardo”, in cui l’ideologia pervicace del privato svalorizza il prezioso capitale rappresentato dalla sanità pubblica. L’assenza di una visione d’insieme del sistema sanitario, che parta dai bisogni e arrivi a individuare le ripartizioni dei ruoli in una logica tanto dell’efficacia nella prestazione come dell’efficienza nell’uso delle risorse.

Proprio parlando di ruoli sistemici, veniamo al tuo nuovo incarico in quell’istituto Galliera che è per tradizione e collocazione l’ospedale centrale nell’orografia oblunga di Genova; ma da tre lustri al centro di uno scontro ormai incancrenito tra i progetti della dirigenza e la perdurante ostilità della cittadinanza di quartiere. Scontro che – a nostro avviso – è stato scatenato da un disegno iniziale calato dall’alto che prevedeva scelte per fare finanza a scapito dell’ambiente e sovvertiva la vivibilità di quartiere. Dall’approccio impositivo verticistico è scaturita una contrapposizione alla Davide vs. Golia con relativo stallo, che non ha giovato minimamente all’immagine pubblica dei gestori di un bene cittadino.

Ora si è in attesa degli ultimi pronunciamenti sul contenzioso; ma – comunque vada – il dopo rimane problematico se non si bonificherà il terreno di tutto il napalm virtuale che è stato sparso. Per questo rivolgiamo a te, di recentissimo arrivo, di riconosciuta competenza e altrettanto equilibrio, la seguente domanda: non sarebbe il caso di aprire un dialogo ospedale-quartiere nelle modalità da definire, stante la tua convinzione che lo scontro è stato esacerbato da molti conflitti per errore? La ricerca di una sintesi costruttiva di cui puoi essere la risorsa principale, in quanto parte terza rispetto al passato? Sono 15 anni che assistiamo a questa guerra di religione le cui prime vittime sono i malati che stazionano per ore davanti a un pronto soccorso che non è in grado di accoglierli.

Alla precedente guerra di religione – quella dei “trent’anni” – venne posta fine con “la pace di Westfalia”. Cosa si aspetta a stipulare “la pace di Carignano”?

La Regione Liguria ai manager della sanità: “Non nominate i primari e  bloccate i progetti” - Il Secolo XIXRisponde Francesco Quaglia

Caro Pierfranco,

rispondo volentieri alle sollecitazioni mosse dalla tua lettera aperta, tuttavia mi corre l’obbligo di esprimere qualche dissenso rispetto a taluni tuoi giudizi, espressi nei primi due capoversi del tuo scritto. Non condivido le valutazioni francamente eccessive sulla “balcanizzazione” della Sanità ligure, né le considerazioni riguardanti le polemiche sul ruolo dell’Ente Ospedaliero “Ospedali Galliera”, enfatizzate oltre misura e generate da complesse dinamiche organizzative che si sono manifestate acutamente nei mesi di novembre e dicembre dello scorso anno.

Vengo al tema sul quale chiedi il mio punto di vista sul “dialogo ospedale – quartiere”, che tu auspichi quale possibile soluzione di un conflitto ormai risalente e, a mio avviso, nel nuovo ruolo di Direttore Generale appena entrato in carica, poco comprensibile, alla luce della lettura dei cospicui cartami che ha generato. Conflitto “per errore”, tu scrivi…Qualificare la natura dell’errore forse è la strada migliore per chiarire i termini della questione.

Invero, senza infingimenti, occorre essere veritieri sull’assoluta necessità che l’Ospedale possa abitare in una nuova casa, poiché l’attuale non è assolutamente in grado di fronteggiare le moderne esigenze dell’assistenza sanitaria, come la pandemia da COVID 19 ha ampiamente dimostrato: la struttura del Galliera ha reso molto più complessa la gestione dei pazienti nelle fasi più acute rispetto ad altri ospedali, determinando un’inefficiente allocazione del personale, la conseguente crescita incontrollata dei costi per indennità, condizioni di lavoro e straordinario e, soprattutto pesanti situazioni di stress lavorativo per i dipendenti e significativo disagio per i pazienti.

Se tale verità viene riconosciuta, il dialogo sarà aperto con tutti, con il quartiere, con le associazioni considerato che la struttura monumentale del Galliera deve comunque essere salvaguardata e può costituire un’opportunità per l’intera cittadinanza.

Infine, una piccola notazione sulla Pace….quella di Westafalia del 1648 sancì la nascita dell’Europa degli stati sovrani, ma non per tale circostanza i conflitti cessarono…auspico per il nuovo Galliera una comunità di intenti per il bene della Città e non una pace armata.

Con grande stima.

Francesco Quaglia

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Intrallazzi politici in salsa al basilico

Cosa sta succedendo alla politica ligure? Indizi significativi segnalerebbero il ritorno a pieno regime delle ricorrenti attitudini all’intrallazzo (o, come direbbe uno che se ne intende – Massimo D’Alema – “all’inciucio”). Attitudini ricorrenti, appunto. Difatti leggende metropolitane narrano che al tramonto della Prima Repubblica Claudio Scajola, il quale cominciava a giocare in proprio dopo essere stato a lungo il proconsole a ponente di Paolo Emilio Taviani (“un killer perfetto”, diceva PET), si incontrò con i maggiorenti dell’allora PCI locale in un ristorante genovese a fianco del Ponte Monumentale. Oggetto del summit la richiesta di appoggio alla sua riconferma quale sindaco di Imperia, accompagnata dalla celebre frase – vera captatio benevolentiae – “così battiamo quel fascista di Berlusconi”. L’accordo non andò in porto e Scajola traslocò armi e bagagli nel campo del presunto “fascista”, dove ricoprì le stesse funzioni svolte per Taviani. Altra successiva leggenda altrettanto metropolitana parla di suoi periodici incontri riservati con l’allora presidente di Regione Liguria Claudio Burlando in una villa di Albaro, per ridisegnare i confini dei reciproci potentati.

Dunque una fenomenologia della collusività bipartisan che cancella i tratti riconoscibili negli schieramenti contrapposti (con il precedente anni ‘50 della spartizione di Genova tra Taviani e i comunisti: al ras DC il centro degli affari e il levante residenziale, agli altri i quartieri operai a ponente) che ora ci viene segnalata in gestazione a San Remo, con il beneplacito dell’immarcescibile Scajola, e che è già emersa a Savona nell’accordo tra Toti e il PD per l’elezione di un totiano alla Provincia; col sindaco di centrosinistra Russo recalcitrante quanto bisognoso di finanziamenti regionali che lo renderanno inevitabilmente subalterno. Altra riprova è l’endorsement dei maggiorenti piddini liguri a favore di Stefano Bonaccini candidato alle primarie; ossia il renziano restato in sonno nel PD mentre il capocorrente Matteo Renzi andava a fondare il suo nuovo partito di scarsissimo appeal, Italia Viva. Cioè l’adesione a quel renzismo che ripropone la strategia suicida lanciata trent’anni fa da Tony Blair: puntare all’elettorato di destra dando per acquisito quello di sinistra e così perdendo sia dal tappo che dalla spina. Però con il vantaggio di essere cooptati nella corporazione trasversale del potere. Unico obiettivo riconducibile alla proposta inesistente del Bonaccini quale futuro segretario nazionale del partito, ma tale da far riemergere Claudio Burlando dal sacello e fremere di entusiasmo prezzemolina Pinotti.

Tutte ciambelle di salvataggio per un Giovanni Toti con gravi problemi all’interno della propria maggioranza. Né, se lo sguardo si volge verso La Spezia, lo spettacolo è più rassicurante, visto che sotto la sagace (?) regia di Andrea Orlando la sedicente sinistra è riuscita a far perdere una candidata degna contro un sindaco uscente abbastanza impopolare, quale Peracchini. Ma il regista re Mida alla rovescia continua a tenere ben stretti i fili del potere promettendo altri sfracelli.

Come disse anni fa Nanni Moretti, “con questi dirigenti si perderà sempre”.

La redazione de “La Voce del Circolo Pertini”

Nicola Caprioni, Daniela Cassini, Angelo Ciani, Mauro Giampaoli, Michele Marchesiello, Carlo A. Martigli, Pierfranco Pellizzetti, Getto Viarengo.

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Hanno scritto per noi (tra gli altri):

Andrea Agostini, Marco Aime, Franco Astengo, Arnaldo Bagnasco, Susie Bandelli. Enzo Barnabà, Marco Bersani, Marco Baruzzo, Pieraldo Canessa, Nuccia Canevarollo, Alessandro Cavalli, Roberto Centi, Riccardo Degl’Innocenti, Alberto Diaspro, Marco Fabbri, Erminia Federico, Maura Galli, Luca Garibaldi, Antonio Gozzi, Roberto Guarino, Monica Lanfranco, Maddalena Leali, Giuseppe Pippo Marcenaro, Antonella Marras, Andrea Moizo, Paola Panzera, Enrico Pignone, Bernardo Ratti, Adrano Sansa, Ferruccio Sansa, Sandro Sanvenero, Carla Scarsi, Sergio Schintu, Mauro Solari, Orietta Sammarruco, Piera Sommovigo, Giovanni Spalla, Angelo Spanò, Rino Tortorelli, Giulio A. Tozzi, Gianmarco Veruggio.

POSTA

Riceviamo dal Dottor Sandro Sanvenero, già presidente dell’Albo degli Odontoiatri di La Spezia

I problemi della sanità non si risolvono con gli algoritmi

Cara Voce del Circolo Pertini, ho letto gli ultimi articoli sul presente e prospettive della sanità e da medico mi preme evidenziare un aspetto fondamentale: l’allocazione non etica delle risorse economiche che, attraverso un enorme spreco denaro, porterà al collasso della sanità pubblica. Ritenere che la medicina computazionale, l’intelligenza artificiale e un algoritmo possano risolvere i problemi della sanità è un miraggio che dimostra che non viene compresa “l’essenza” della sanità e ciò, forse, è dovuto ad un grave bias cognitivo che deve essere rimosso: la medicina non è scientifica!

Ovviamente nel concetto associato alla parola “scienza”: essere l’espressione della verità e perciò in grado di dare certezze su ciò che “accadrà dopo”. Questo concetto è proprio delle “scienze esatte” che prevedono una sequenza precisa di eventi: ad esempio la matematica. L’arte medica (perché di arte si tratta) è una “scienza empirica” che basandosi sull’evidenza, utilizza il metodo sperimentale cioè il continuo controllo e rivalutazione critica del fatto che le ipotesi siano coerenti con le osservazioni sul campo; quindi il progresso delle conoscenze mediche si nutre del dibattito e confronto, di prove e di confutazioni, argomentazioni e contro argomentazioni: in una parola si nutre del “dubbio”.

Anche gli assiomi delle conoscenze mediche cambiano nel tempo, proprio perché non sono mai “verità”, a differenza di quelli delle scienze esatte (che rimangono eterni). Un esempio per capire questo fondamentale concetto. Un assioma della biologia molecolare, che ha formato medici degli ultimi decenni, si basava sulla scoperta della struttura del DNA: “un gene – una proteina”. Da anni si sa che non è così, l’assioma attuale è: “un gene – più proteine”. Di contro il teorema di Pitagora da oltre 2.500 anni è immutato ed immutabile, perché corrisponde a “verità”. Compreso questo bias, appare chiara la fallacità delle argomentazioni di chi vuole fare apparire un progresso la medicina basata sugli algoritmi e intelligenza artificiale: si tratta di un “miraggio”, della visione di una realtà inesistente, anche se appare “bella ed attraente”; le centinaia di milioni di euro che vengono spesi (e, quindi, sottratti al finanziamento della vera medicina) all’Erzelli per creare il primo centro in Italia di “medicina computazionale” saranno, nella migliore delle ipotesi, uno spreco; in realtà si tradurranno in un inferno per i pazienti (“fruitori del servizio sanitario”) che si troveranno di fronte a realtà depotenziate e definanziate e saranno, ancor più che oggi, considerati dei “numeri – codici” gestiti da un algoritmo: l’esatto contrario dell’umanizzazione delle cure. Non è possibile migliorare la sanità depotenziando i fattori umani (i sanitari) e potenziando gli aspetti tecnologici che si “autogestiscono”: la tecnologia deve essere al servizio dell’uomo, e non il contrario.

Con i migliori auguri di “buona fortuna” a fruitori del servizio del “dottor Google o Yahoo”.

Sandro Sanvenero

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Un appuntamento di vivo interesse

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Riceviamo da Andrea Agostini e Giovanni Spalla

Osservazioni al progetto di diga foranea dell’AdSP del mare ligure occidentale

1) Le pertinenti prescrizioni e istruzioni formulate dal CSLP, nel dare parere favorevole al progetto di nuova diga foranea di Genova, per il quale si è richiesto un finanziamento dal PNRR, non sono state recepite dalla AdSP MOL.

2) Le procedure, i metodi e le tecniche adottate dall’AdSP (Autorità di Sistema Portuale del mar ligure orientale) per arrivare alla proposta definitiva risultano inattendibili e immotivate tecnicamente anche perché il dibattito pubblico è stato limitato e settoriale; la messa in campo del confronto tra soluzioni alternative è risultata monca non avendo definito a priori i criteri di valutazione di pubblica utilità per determinare la soluzione ottimale. Sicché L’AdSP si è ridotta a circoscrivere la pura geometrica localizzativa in difesa e messa in sicurezza delle portacontainer giganti. È comunque inaccettabile che tale progetto sia stato circoscritto all’area del bacino di Sampierdarena; che la diga sia stata disegnata solo in funzione della difesa dalle traversie marine e per avere maggiori fondali capaci di accogliere le portacontainer di nuova generazione. Mentre il disegno della nuova diga andava determinato nel quadro di una pianificazione portuale e urbanistica estesa all’intero sistema dei bacini portuali dei due poli di Vado e Genova. Inoltre, gli obiettivi presi in considerazione per definire il progetto di nuova diga privilegiano eccessivamente attracco e movimentazione in sicurezza delle navi portacontainer di nuova generazione; scelta non del tutto giustificata nemmeno dalle previsioni dei traffici mondiali alla luce delle nuove condizioni climatiche e geopolitiche.

3) Dimensione e geometria della nuova diga foranea sono in contrasto con le attività e le movimentazioni di decollo e atterraggio dell’aeroporto, come risultava dal parere del CSLP, perché l’attuale aeroporto non è stato riprogettato tenendo soprattutto conto della nuova scala dimensionale delle navi portacontainer giganti.

4) la nuova diga foranea è stata progettata senza alcun tipo di piattaforme sul fronte terra, che invece aveva la diga del PRP 2015 (ipotesi dell’AdSP del MLO, porto di GE), prevista anche dal Contratto di Ricerca 2011 tra APGE e Unige. Tali piattaforme appaiono indispensabili perché atte a contenere in sicurezza i depositi chimici e/o petroliferi a rischio incidenti rilevanti e emissioni tossiche. Tra tali stabilimenti rientra quello della Carmagnani che il Comune intende localizzare all’interno del porto di GE, calata Somalia. Scelta incompatibile con la vita del quartiere di Sampierdarena.

5) La nuova diga è stata pensata e progettata solo nell’interesse di alcuni terminalisti e non per quello di Genova e del suo hinterland, senza alcun rispetto della sostenibilità ambientale, urbana e paesaggistica. Infatti, se la nuova diga fosse stata dotata di adeguate piattaforme avrebbe potuto contenere in sicurezza anche i nuovi hangar (oltre che i depositi chimici e petroliferi), nei quali trasferire gli attuali insediamenti delle riparazioni navali; oggi chiaramente fuori legge perché tali attività dovrebbero essere collocate distanti almeno 5 km. dai centri abitati.

6) Infine bisogna notare che le operazioni di carico e scarico delle grandi navi di nuova generazione possono già essere svolte nella nuova piastra di Vado, già attrezzata a tale scopo. Tale investimento sulla piastra di Vado, peraltro fuori centro abitato, avrebbe potuto evitare un doppione portuale, in quanto in linea con le nuove esigenze del trasporto marittimo delle merci a livello mondiale.

Giovanni Spalla e Andrea Agostini

28 gennaio, nasce la Rete Genovese

Qualcosa si muove! Non è esattamente quello che la nostra testata auspicava, ma è già qualcosa.

Cos’è che la Voce del Circolo Pertini propone dal giorno della sua nascita, due anni fa? Presto detto: l’incontro e l’avvio di una partnership permanente tra l’opposizione politica e l’opposizione sociale in Liguria, che dia vita a un soggetto collettivo in grado di scalzare questa maggioranza che persegue soltanto la mercificazione in proprio di tutto quanto è monetizzabile, alla faccia dei cittadini.

Purtroppo l’opposizione politica ad oggi è data per non pervenuta, intenta solo a presenze testimoniali o teatrali, più per fare scena che per modificare equilibri nel governo locale (pensiamo alle gag su Viagra e jeans o denunce di “tri-capodanni” strapaese, concentrate sul falso problema degli uffici regionali destinati pro tempore a camerini di antiche glorie e poco sulle fatturazioni dell’evento sminuzzate tra Mediaset e aziende sodali per tenere basso l’importo delle singole fatture. Alla faccia dell’impoverimento della nostra comunità).

Ma anche l’opposizione sociale mostra limiti evidenti, non riuscendo ad aggregarsi da Ventimiglia a Sarzana e a superare le proprie tendenze solipsistiche di ruolo, vissuto come una sorta di giardinetto personale, non di rado per pura ansia di protagonismo (per non parlare talora di un certo vassallaggio psicologico nei confronti dell’istituzione regionale e delle sue disponibilità finanziarie, che – ad esempio – l’anno scorso ci ha messo in rotta di collisione con Legambiente). Insomma, la capacità di posizionare la protesta specifica in un quadro di riferimento generale, comprendendo il senso complessivo del disegno politico contro cui si lotta.

Una situazione che più volte ci ha costretto alla funzione di voce nel deserto che predica il principio secondo cui qualunque sia l’ambito per cui l’associazionismo si batte – l’ambiente, la salute, il lavoro… – l’avversario è uno solo: la svendita pubblica dei beni comuni. Ed è per questo che quanto è avvenuto a Genova il 28 scorso ci è sembrato un buon inizio, nella speranza che cresca strada facendo. Ossia “la Rete di comitati, associazioni e movimenti di territorio”, le 22 realtà dell’associazionismo civile genovese scese simultaneamente in piazza con presidi in luoghi topici cittadini: Comitato Giardini Malinverni, Comitato Officine Sampierdarenesi, Comitato di via Vecchia e strade limitrofe, Comitato contro la cementificazione di Terralba, Opposizione Skymetro – Valbisagno sostenibile, Comitato con i piedi per terra, Comitato difesa del parco dei Forti e delle Mura di Genova, Comitato Valpolcevera Resistente San Quirico, Comitato liberi cittadini di Certosa, Comitato sotto il ponte, Comitato Cittadini Banchelle, Comitato vie Ardoino e Landi, Comitato Donne di Cornigliano, Comitato Tutela Ambiente Genova, Comitato Nuova Ecologia, Circolo San Bernardo, Associazione Amici di Ponte Carrega, Associazione Mobilità Genova, Rete Cittadina Insieme per la Salute di Tutti, Italia Nostra Onlus, ISDE Medici per l’ambiente, Medicina Democratica movimento di lotta per la salute.

Ora attendiamo l’avvio di una fase costituente su scala regionale; ossia la dimensione in cui va affrontato e contrastato l’avversario: Giovanni Toti e i suoi sodali.

PFP

In Liguria la più alta percentuale di colpiti da Covid

L’allarme relativo al Covid si è allentato. Forse troppo e troppo presto. Oltre all’assuefazione e all’abitudine di convivere con il virus concorre anche il silenzio sui dati della diffusione della pandemia. Non fornendo informazioni è come se il contagio non esistesse.

Purtroppo i dati ci dicono il contrario e un dato appare particolarmente preoccupante per la Liguria, regione notoriamente alle prese con un servizio sanitario in fase di demolizione da parte delle mire privatistiche della giunta Toti.

La Liguria raggiunge così un record negativo preoccupante. E’ la regione che conta la più alta percentuale di contagi nei luoghi di lavoro. Ben 1056 contagi nei luoghi di lavoro in Liguria nel periodo ottobre/dicembre 2022. Si tratta nella maggioranza di lavoratori in settori “a rischio”, medici, infermieri, fisioterapisti, personale di servizio sanitario, ma anche impiegati in servizi aperti al pubblico, insegnanti, commessi di attività commerciali, agenti di polizia e vigili urbani.

La provincia più colpita a livello nazionale è Genova, dove ben 662 lavoratori hanno contratto il virus svolgendo le proprie attività lavorative, rappresentano il 62,7% dei contagiati sul lavoro a livello regionale, con un incremento rispetto al quadrimestre precedente del 6,4%.

Al secondo posto troviamo ancora una provincia ligure. La Spezia è la zona che ha visto la maggiore crescita percentuale dei contagi in ambiente di lavoro con un aumento del 13,5%. Ancora una ligure al terzo posto con Imperia con un incremento dell’8%.

In totale la Liguria rappresenta una percentuale doppia di contagi sul lavoro rispetto alla media di incidenza dei suoi abitanti sul totale nazionale. Fortunatamente, grazie anche alla diffusione massiccia delle vaccinazioni, non si è registrato nessun caso mortale tra i colpiti. Un dato particolare è che la maggioranza dei colpiti sono donne, in numero addirittura doppio rispetto agli uomini, forse dovuto all’alta percentuale di lavoro femminile in alcuni dei settori più colpiti (medici, infermiere, commesse, fisioterapiste, ecc.).

Secondo un parere di dirigenti INAIL il dato è da attribuire in parte alla correttezza dei datori di lavoro liguri che, nel presentare all’INAIL le denunce d’infortunio di pertinenza dell’INAIL a differenza delle denunce di malattia ordinaria che non vengono denunciate all’INAIL. Altra spiegazione, sempre da fonte INAIL, è quella della media età ligure, che è la più alta d’Italia.

Non è invece pervenuto un commento da parte dell’assessorato alla sanità della Regione Liguria, che continua a fare la “politica dello struzzo” rispetto a tutto quanto concerne la diffusione del virus e, più in generale, i dati sulla gestione sanitaria.

NC

Un’opera attesa da tanto tempo ma con un percorso progettuale controverso, che lascia intravvedere pericoli incombenti.

Eppure Bucci, ormai preda della sindrome cronica del realizzatore selvaggio, liquida le critiche del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici (progetto da rifare) con un’alzata di spalle. Un tempo si diceva che la gatta frettolosa ha fatto gattini ciechi. Ma questo non è uno scherzo: il gatto-Bucci sta celebrando la sua io-mania sulla pelle dei concittadini

Progetto Tunnel sub-portuale: più ombre che luci, ma Bucci non si ferma

Il progetto di un tunnel che colleghi la zona della lanterna, piazza Cavour e la Foce passando sotto il porto antico non è una novità. All’inizio degli anni 2000 vi fu anzi un dibattito se preferire un ponte tra la zona di San Benigno e il quartiere del Molo oppure, appunto, preferire un tunnel. Vinse l’idea del tunnel, sicuramente meno impattante. Personalmente è un progetto che ho sempre condiviso. Un tunnel che scarichi dal traffico la sopraelevata e via Gramsci (i calcoli trasportistici danno 4500 veicoli eq. /ora in meno) ha una serie di vantaggi. Consente di pensare all’abbattimento della sopraelevata, almeno nella zona di via Gramsci, sì da liberare la palazzata del centro storico da questo pesante ingombro visivo. La soprelevata ha comunque dei limiti strutturali essendo stata pensata per il traffico degli anni ‘60: auto più piccole, impossibilità di percorrenza dei mezzi pesanti ed ha comunque 60 anni di anzianità. Una nuova via di scorrimento veloce utilizzabile anche dai mezzi

pesanti consentirebbe una serie di interventi viabilistici importanti. Inoltre il nuovo terminal di Costa Crociere previsto a calata Gadda – Boccardo implementerà notevolmente il traffico pesante in via Gramsci col rischio di una paralisi totale, considerando che le navi da crociera sono delle cittadine galleggianti che vanno rifornite regolarmente.La realizzazione del tunnel (in realtà due affiancati, uno per senso di marcia) consentirebbe una regolarizzazione del traffico in via Gramsci con lo spostamento al centro carreggiata dei mezzi AMT, in modo da aumentarne la velocità commerciale. Tutto bene? Non pare. È di questi giorni la notizia che il Consiglio Superiore dei lavori Pubblici ritiene che il progetto presentato da ASPI sia da rifare evidenziando aspetti di sicurezza legati al rischio incendi ed allo smaltimento delle terre di risulta. A questo si aggiungono le notevoli criticità già evidenziate dalla Sovrintendenza, come l’abbattimento di due palazzine tutelate, e ancora aspetti idraulici non definiti rispetto al bacino del Bisagno, una serie di interferenze con progetti già approvati all’imbocco dei tunnel in zona San Benigno, ecc. Insomma il progetto di ASPI fa acqua da tutte le parti. A questo punto mi sorge una domanda. Negli anni 2000 il Comune aveva incaricato la società D’Appolonia di fare il progetto di questo tunnel al costo di 3 milioni di Euro. Il progetto, del valore di 520 milioni di Euro, concordato con Autorità Portuale, era stato approvato dal Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici. Successivamente nel 2013 vi era stata una revisione del progetto costata un altro milione di euro. Perché quel progetto, sicuramente da aggiornare in qualche sua parte, ma costato al Comune 4 milioni di euro è stato definitivamente accantonato? Perché ASPI ha ritenuto necessario un nuovo progetto, evidentemente fatto male?

Mauro Solari

Venerdì 27 gennaio si è celebrato il Giorno della Memoria, in cui si commemorano le vittime dell’Olocausto e si ricordano gli avvenimenti; soprattutto le responsabilità, che non devono né possono essere cancellate, di quell’orrendo misfatto. La Voce intende contribuire a mantenere accesa la fiammella ricostruendo la vicenda dal nostro angolo territoriale.

L’olocausto in Liguria

Dopo l’Ordine di Polizia N°5, del novembre 1943, la situazione degli ebrei italiani muta drammaticamente, le denunce d’appartenenza alla “razza ebraica”, volute dal fascismo nel 1938, ora si trasformavano in recapiti per gli arresti e la deportazione. In ogni provincia della Liguria le prefetture repubblichine provvedevano diligentemente, da Vallecrosia a Spezia, da Savona al Campo 52 di Calvari per Genova. Anche quest’anno dedicheremo un momento di riflessione nell’area del Campo di Concentramento di Calvari, attivo per l’intera provincia di Genova; autorità, sindacati e studenti si ritroveranno nel luogo dove furono reclusi ventotto ebrei arrestati nei giorni precedenti, tutti bloccati da fascisti italiani. La mattina del 21 gennaio 1944 il maresciallo delle SS Max Ablinger controfirmò il documento di consegna di quanti furono caricati sul camion. Nelle ore precedenti si era recato presso l’Ospedale Civile di Chiavari per arrestare Vittorio De Benedetti e la moglie Ester. Ora il mezzo muove verso Milano, a San Vittore è il luogo di raccolta del convoglio N°6, la partenza sarà nella prima mattina del 30 gennaio al Binario 21 della stazione Centrale. Sul convoglio viaggeranno i ventotto di Calvari e quanti concentrati a San Vittore, un totale di seicentocinque persone. Il viaggio terminerà davanti alla Porta del campo di sterminio di Auschwitz nella mattina del 6 febbraio. I registri del campo ci indicano che solo 97 uomini, matricole dal 173394 al 173490, e 31 donne, matricole dal 75174 al 75204, supereranno la selezione, tutti gli altri saranno inviati alle camere a gas: nessuno dei reclusi di Calvari si salverà. I dati biografici ci permettono un’analisi dei deportati: i bambini nati dopo il 1931 erano 36, gli anziani nati dopo il 1885 erano 158, la più giovane del trasporto Fiorella Calò di soli sei mesi. Liliana Segre è la sola sopravvissuta a quel terribile viaggio: oggi senatrice a vita. Un segno di grande speranza e di riconoscimento istituzionale per una donna che riassume nella sua esperienza il significato della salvaguardia della memoria, un impegno forte e determinato per tutti i democratici che s’incontrano a Calvari per ricordare quel viaggio senza ritorno. Le polemiche successive all’insediamento del nuovo presidente del senato La Russa chiedono una precisa domanda: è possibile di fronte a tale situazione storica essere equidistanti? Per gli antifascisti la risposta è immediata, per chi colleziona busti del duce diventa difficile trovare le parole per giustificarsi, ma la domanda non può mutare: è la storia che lo richiede!

GV

Dall’industria 4.0 alla sanità 4.0

Dopo aver devastato coste e paesaggi del fu-Bel Paese grazie alla cementificazione selvaggia, l’italica corporazione politica (soprattutto regionale) incominciò a ricercare nuovi territorio da destinare al saccheggio. Una scelta obbligata: la sanità, ossia la prima voce nel bilancio di tutti gli Enti regionali. Operazione realizzata attraverso la svendita ai privati dei servizi più remunerativi e poi – man mano – la cessione a gruppi imprenditorial/speculativi di interi ospedali e policlinici. Il tutto favorito dal mood neoliberista, molto Scuola di Chicago della privatizzazione come panacea universale, predicata dagli invasati allievi di Milton Friedman, che qui da noi trovò terreno fertile prima di tutto nel luogo più esposto all’ideologia della semplificazione: la Lombardia; già nel 1995 con la presidenza di Roberto Formigoni, poi finito in carcere per affarismo sanitario. Ora la presa sul business salute non accenna a ridursi, soltanto va rinnovando l’apparato comunicativo con cui turlupinare la pubblica opinione. Difatti da qualche tempo assistiamo al rinnovamento lessicale del messaggio, che al solito tende ad avvalorare il ritiro dello Stato dall’area della salute come una scelta imposta dall’evoluzione tecnologica: tutto l’abracadabra illusionistico da tecno-credente (sensori, cloud computing, big data, robot con la faccetta buffa) come scorciatoia per eliminare la qualità umana nella relazione di cura. La riproposizione degli stessi marchingegni presunti risolutivi che negli anni scorsi caratterizzavano le ricette mistificatorie per sostituire il lavoro vivo con quello morto quale parodia dell’efficienza aziendale (dopo la stagione dei decentramenti produttivi nel Terzo/Quarto mondo). Il disegno labour saving e le sue decimazioni selvagge, i cui effetti si sono rivelati disastrosi (deindustrializzazione, dipendenza dai fornitori esteri perfino per le mascherine Covid, disoccupazione crescente, passaggio dallo sfruttamento all’esclusione). Il tutto sintetizzato dai numeri fatali che tanto piacevano al modernista alla vaccinara, il ministro Carlo Calenda: 4.0.

Difatti ora gli apprendisti stregoni avidi parlano di sanità 4.0, in un’apoteosi di fumisteria sotto forma di effetti speciali. Supremo tocco up-to-date, la comparsa dell’aggettivo misterico “computazionale”. Ossia l’attività rivolta al calcolo, a partire dall’uso del pallottoliere. Da quando il termine viene associato alla star presenzialista del momento – i Big Data, che hanno sostituito il “networking” nel ranking del luogo comune fanta-epocale – ci si riferisce alla capacità sintattica dell’Intelligenza Artificiale di elaborare catene di tassonomie processando informazioni. Niente di più. E uno dei massimi studiosi dell’infosfera – il docente oxfordiano Luciano Floridi – ci spiega che la strombazzata I.A. non è poi così intelligente, visto che zoppica in semantica: la comprensione del significato, cioè l’individuazione della causa. Quanto deve assicurare una buona diagnostica.

Al massimo la medicina computazionale può standardizzare gli approcci alla cura nella logica dei grandi numeri, tanto apprezzati dal business. Ma è anche un’ulteriore contributo alla disumanizzazione in atto, al tempo della mercificazione del vivente.

PFP

Gli strani movimenti della politica imperiese

Si accende la corsa alle elezioni nell’imperiese. Cogliendo il fronte di centro-destra in contropiede, è arrivato l’endorsement del presidente della Regione Giovanni Toti in appoggio a Claudio Scajola per la corsa al secondo mandato di primo cittadino ad Imperia. Nel ragionamento rientrano certamente la cessazione del commissariamento dell’Ato idrico per ridare alla provincia di Imperia le competenze sull’acqua, caldeggiate da Scajola e l’appoggio alle politiche della sanità e all’ospedale unico della provincia, nei piani di Toti. La Lega ma soprattutto Fratelli d’Italia non hanno nascosto l’irritazione per il sostegno pubblico concesso, incurante dell’unità della coalizione.

Anche gli apprezzamenti rivolti al sindaco di Sanremo, alla guida di un’alleanza con il Partito Democratico, non giungono probabilmente a caso. Nelle stesse ore Alberto Biancheri, al termine del secondo mandato, e l’ex candidato rivale Sergio Tommasini, hanno condiviso un primo incontro sul possibile progetto civico comune per il 2024.

Al ruolo di pontiere del passato, il presidente Toti sembra oggi prediligere progetti politici intorno a personalità e a liste ‘variamente’ civiche, utilizzate come serbatoi di voti, che possano concretizzare operazioni di larghe intese di democristiana memoria, offrendo salde garanzie alle lobbies locali. E nel ponente, ancora fermo al tempo dei vassalli e valvassori, ha gioco facile.

Il PD resta alla finestra in attesa del congresso, a volte si smarca o in alcuni casi, come a Savona di recente per l’elezione del Presidente provinciale Pierangelo Olivieri, appoggia candidature opposte, in un risiko di poltrone e manovre rocambolesche.

Intanto la disaffezione e l’astensionismo dilagano fra gli elettori. La discesa della partecipazione al voto non conosce punti di arresto, il movimento verso il basso è progressivo e apparentemente inarrestabile. La minore affluenza al voto amministrativo rispetto a quello politico è una costante. Quasi sfondata ormai la soglia del 50% alle comunali, fin dove si arriverà? Quanto potrà ancora essere percepito come legittimo un potere pubblico fondato su basi tanto esigue e in continuo assottigliamento?

Contemporaneamente, come ampiamente previsto, le crisi del modello capitalistico, dopo due anni di governo Draghi di unità nazionale sono sfociate nel governo più a destra dalla nascita della Repubblica. Abbiamo un governo post-fascista che mantenendo inalterata l’agenda delle politiche liberiste sta peggiorando il clima sociale, mettendo a rischio i diritti delle donne, i diritti civili, le tutele economiche per le fasce in povertà e i diritti per i migranti.

È in questo quadro che si colloca la campagna “Riprendiamoci il Comune”, ossia noi cittadini, per riappropriarci dell’organizzazione collettiva delle comunità locali e del controllo dei nostri risparmi, oggi in buona parte depositati nella Cassa Depositi e Prestiti, e utilizzati per finalità estranee ai nostri interessi. Le due proposte di legge intervengono su alcune contraddizioni generali dell’attuale situazione dei Comuni e provano a rispondere a due domande fondamentali: quali devono essere gli obiettivi e le modalità decisionali di un Comune? Attraverso quali risorse e con quali modalità un Comune si può finanziare? La campagna indica un percorso collettivo per provare a mettere in discussione l’esistente e affrontare temi che stentano a divenire centrali nel dibattito politico, ma che invece hanno forte ricadute sulla qualità delle nostre vite, come già abbiamo avuto modo di parlarne nel numero 40, del 30 novembre 2022.

Proviamo a riscrivere tutti insieme alcune delle regole della partita da disputare, altrimenti si rischia di gareggiare in una porzione di campo prestabilita, con sempre meno giocatori e sempre più spettatori disinteressati.

Molto dipenderà da noi, come sempre…

MG

Le donne di Genova

‘Le donne di Genova non ridono per niente’ recita una vecchia e leggerissima canzone di Francesco Baccini. Se si approfondisce lo sguardo sulla condizione sociale delle donne a Genova e nel resto della Liguria, dobbiamo comunque convenire che non c’è proprio nulla da ridere. Gli indicatori che misurano l’inclusione delle donne liguri, il 52% dell’intera popolazione della regione, sono sconfortanti. Il rapporto “Mai più invisibili Index 2021”, pubblicato dall’organizzazione non governativa WeWorld, esamina la condizione di donne, bambine e bambini in Italia, regione per regione, osservata da quattro prospettive: l’educazione, la salute, l’economia e la società. La Liguria scivola dalla nona posizione del 2020 all’undicesima del 2021, con un giudizio globale e sintetico di inclusione, intesa come accessibilità ai sopra citati ambiti, stimata qualitativamente come insufficiente. Gli aspetti più rilevanti dell’arretramento, dovuto anche alla recente pandemia, riguardano il tema drammatico della violenza di genere (percentuale di donne vittime di omicidio in Liguria 57,1, 25 donne uccise negli ultimi 5 anni, violenza domestica sulle donne 6,2%) ed il tema dell’occupazione femminile (per la quale il dato percentuale, inteso come numero di donne occupate per pertinente fascia di età sul totale della popolazione femminile della stessa fascia, scende al 56,5 nel 2021 dal 59,1 del 2020). I due temi sono consequenziali. La violenza sulle donne origina da retaggi culturali di disparità di genere, espressi anche in percorsi giuridici e giudiziari incerti e nella mancanza di adeguate politiche di contrasto, tali da render la società collusa con i colpevoli. Essi troverebbero un argine nel compimento di un’emancipazione sociale femminile che non può prescindere dalla realizzazione professionale e dall’autonomia economica. Le donne anche in Liguria ottengono ottimi risultati negli studi, ma sono penalizzate nell’accesso al mondo del lavoro e nei percorsi di carriera. Di fronte a offerte di lavoro precarie e mal retribuite, scelgono spesso di compensare lo scarso reddito rifugiandosi nel lavoro domestico e di cura, in mancanza di appropriate misure di sostegno alla famiglia. Tra i lavoratori nei ristoranti e nel commercio in regione più della metà sono donne, ben 53 mila, spesso precarie, part time e sottopagate. Da anziane, se matureranno una pensione, la matureranno in misura insufficiente e andranno ad affollare la moltitudine di poveri che sta assumendo dimensioni preoccupanti. Quando le donne riescono a fare carriera, lo fanno a caro prezzo, perlopiù proponendosi secondo un modello maschile, ritenuto più forte ed autorevole, e rinunciando a quelle che sono le specifiche attitudini femminili in termini di relazioni interpersonali, partecipazione e collaborazione. Così accade che la scelta della leader neozelandese Jacinda Ardern di dimettersi da premier perché non più in grado di conciliare i tempi di vita e di lavoro, abbia suscitato uno scalpore tanto grande. È davvero inusuale, purtroppo, che un leader politico esprima la preoccupazione di non poter adempiere ai suoi compiti in maniera adeguata. Siamo colpevolmente abituati a tollerare politici locali e non, che rivolgono il loro impegno per ottenere e mantenere il potere personale, a qualunque costo, e ciò accade trasversalmente da destra a sinistra e per uomini e donne, come è stato ben illustrato in un precedente articolo della Voce a proposito del debole e mascolinizzato panorama politico femminile ligure. E poiché la funzione di esempio di un personaggio pubblico è tanto vasta, possiamo trarre le risposte ad alcuni inevitabili interrogativi.

Nuccia Canevarollo

Qualità della vita dei giovani a Genova: problematica

Che Genova sia la città più anziana d’Italia – più che un luogo comune – è una verità accettata da tutti. Che non sia – di conseguenza – un paese per giovani, è altrettanto accertato.

Manca però un esame complessivo di questa realtà, tale da confermarla e – forse – suggerire qualche rimedio ai vecchi che governano la nostra città.

Tralasciando la stucchevole polemica sul numero degli abitanti (residenza anagrafica vs. ‘celle’ telefoniche?) consideriamo alcuni dati obiettivi e incontestabili. Le morti eccedono le nascite. I ‘giovani’ non vi nascono più o, se vi nascono, una volta cresciuti preferiscono andare altrove a mettere alla prova la propria giovinezza. Chi può, va a studiare fuori Genova o addirittura all’estero. Chi non può rimane a ‘godersi’ la povertà delle risorse che la città riserva loro. L’università vede diminuire il numero dei propri iscritti, mentre è sempre più ridotto il numero di chi – da fuori – sceglie la nostra Università in ragione di qualche – perduta – eccellenza.

Un recente studio del Sole 24 Ore sulla ‘Qualità della vita dei giovani’ in Italia, denuncia con spietata chiarezza la condizione genovese rispetto al Paese nel suo complesso. I dati riguardano i ragazzi tra i 18 e 35 anni (anche questi ultimi mantenuti allo stato di ragazzi), la cui condizione è stata esaminata sulla base di 12 indicatori che misurano alcuni aspetti fondamentali, destinati a influenzare la loro vita. Rispetto a questi indici, Genova rimane sempre, fatalmente relegata agli ultimi posti della classifica per province. Nella classifica generale, Genova è al 103° posto su 107. Al 99° per impianti sportivi. Al 76° per saldo migratorio (rapporto tra giovani che se ne vanno e giovani che arrivano). Al 77° posto per imprese con titolari under 35. Al 106° posto – penultima – per amministratori comunali under 40. Al 106° posto per canoni di locazione inaccessibili perché troppo cari. All’86° per età media del parto. All’87° per imprese che fanno E Commerce. Al 59° per disoccupazione giovanile.

Genova si riscatta però col numero di bar e discoteche, ottenendo l’ottavo posto mentre Savona – altra città ligure in crisi – conquista addirittura l’unico primato ligure.

Benedetti giovani, che invece di studiare, cercare un lavoro, dedicarsi allo sport, non sanno fare altro che perdersi nella movida, nell’alcool, nello stordimento delle discoteche!

E, qua, viene in soccorso il recente report dell’ASL3 Liguria, sui dati del Centro Alcoologico provinciale. Al di sotto dei 18 anni è normale consumare alcoolici con gli amici, nella modalità alla moda del ‘binge drinking’, e fumare praticamente di tutto. Coerentemente, già a 16-17 anni circa il 40% dei ragazzi non pratica più un’attività sportiva regolare.

L’indagine dell’ASL mostra un dato curioso e paradossale: proprio loro, i famosi ‘ggiovani’, non tendono ad assolversi o ad accusare gli adulti per la propria fragilità, ma chiedono – loro, i ragazzi – che siano gli adulti a essere meni infantili, meno razzisti, più responsabili verso il bene comune.

Che proprio gli anziani rimbambi(ni)ti debbano decidersi a dare ascolto alla fresca, ironica saggezza dei nostri ragazzi?

MM

Cara Destra al governo in Liguria, la sicurezza non riguarda solo la proprietà

Stupri, a Genova: quattro nell’ultimo mese. Tre ragazze e un ragazzo. Le prime nei vicoli, nei giardini di Plastica e fuori una discoteca dalle parti del Terminal traghetti. L’ultimo nella centralissima via Cairoli, di sera. Il quindicenne ha raccontato al Pronto Soccorso e ai Carabinieri che è stato aggredito da tre stranieri e abusato sessualmente. Le indagini sono ancora in corso. Il quadro che emerge da questi dati crudi, è piuttosto allarmante perché la Liguria, dopo l’Emilia-Romagna, è la regione con la più elevata incidenza di violenze sessuali in rapporto ai residenti con una percentuale dell’11,32% (fonte ANSA). Nel 2021 (ultimo dato disponibile fornito dall’ufficio economico CGIL ligure) le chiamate al centro antiviolenza 1522, sono state 636, di cui 590 donne. Solo 44 le straniere. Un dato che sarebbe opportuno approfondire, per sapere se c’è minore violenza tra la popolazione extracomunitaria o più timore di esporsi. Oppure anche se, in rapporto alla popolazione, i dati sono equivalenti. A questi numeri vanno però aggiunte tutte quelle telefonate che arrivano alle varie associazioni a tutela delle vittime di violenza (non solo donne), fenomeno che in questi anni si è acuito, anche a causa della forzata convivenza per pandemia. Altro dato pervenuto riguarda una statistica degli ultimi dieci anni, dove le denunce per violenza sessuale sono state 1.636. Di queste, 1.606 sono tutte a carico di uomini. La CGIL conclude: “sono quindi necessari un cambio culturale profondo e maggiori risorse destinate alla formazione per le donne e gli uomini di domani; sono necessari politiche attive del lavoro dedicate alle donne e risorse in favore di tutte quelle associazioni che quotidianamente raccolgono il loro grido di dolore. Non si tratta più di contrastare una emergenza, ma di una vera e propria rivoluzione culturale che metta al centro il valore e il rispetto della persona”. Giustissimo, ma la rivoluzione culturale è lenta, e fa parte di un processo di educazione che deve vedere in prima linea l’amministrazione, e da questa deve partire, con atti specifici e con esempi. Purtroppo questo sembra andare in senso contrario, tipico di una certa cultura (se così può essere chiamata) di destra che esalta ancora il machismo, che relega ancora la donna a un ruolo subalterno rispetto al maschio. E Giorgia Meloni, con il suo comportamento arrogante da “uoma” in tutti i comizi, rappresenta il peggio del sessismo, del patriarcato e dell’autoritarismo, ideologia ben sintetizzata nella formula Dio Patria Famiglia. Inoltre, sul tema sicurezza, questa amministrazione, sia a livello regionale che comunale, al potere da più di un lustro, visti i recenti risultati, o si disinteressa totalmente della violenza in genere e sulle donne in particolare, oppure è del tutto incapace ad affrontare il problema. È questione di numeri, non di opinioni. Alla faccia di tutte le campagne comunicazionali proprio sul tema sicurezza.

CAM

I vice sceriffi di Nottingham sul lungomare Canepa

Lungomare Canepa a Genova: erano destinati 40 milioni del PNRR per aiutare la popolazione di Sampierdarena contro l’impatto acustico, di inquinamento e di vibrazioni per il traffico della cosiddetta gronda a mare. Erano, perché l’amministrazione comunale ha deciso di togliere 25 milioni per darli al Waterfront. Il vice sceriffo di Nottingham, Petrus Picciocus, secondo il noto criterio di togliere ai poveri per dare ai ricchi, alle proteste del Municipio Ovest e dei consiglieri di minoranza, ha risposto con una supercazzola che puzza pure di ipocrisia. Ovvero, riporto più o meno letteralmente: “tanto i 40 milioni non sarebbero bastati”. E allora mi sembra giusto levargli anche quelli. Poi aggiunge:“se in futuro arriveremo ad una soluzione progettuale, i soldi poi li troveremo” E’ veramente una programmazione da par suo, seria, scientifica e affidabile. In italiano questo concetto potrebbe essere sintetizzato in “boh, che ne so, poi chissà”. Ma non basta: agendo alla gatto Silvestro che si arrampica sul vetro, il nostro prova a giustificare l’ingiustificabile, spiegando che il Comune di Genova starebbe sondando (chi, cosa, è un mistero) per poter realizzare un’opera di “mitigazione potente” per le case e i palazzi di Sampierdarena. Ora, mitigazione significa rendere meno gravi gli impatti dei cambiamenti climatici prevenendo o diminuendo l’emissione di gas a effetto serra (GES) nell’atmosfera. Ci vorrebbe spiegare il vice sceriffo di Nottingham/Tursi che cosa vorrebbe dire? Se però sapesse che cosa vuol dire gli suggerirei di cercare sulla Crusca o sulla Treccani il significato di ossimoro, ovvero quella figura retorica che consiste nell’accostare concetti contrastanti nella medesima locuzione. Allora, vice sceriffo, si vogliono aiutare gli abitanti di Sampierdarena a vivere in condizioni più decenti o si preferisce imbellettare gli appartamenti del Waterfront? E se, passando dall’ossimoro alla presa per i fondelli, se già si sapeva che i 40 milioni non sarebbero bastati, già era programmato farli sparire? E i 15 milioni rimasti a che cosa servono, allora? Ma forse mi sono sbagliato: il vice sceriffo sa benissimo che cosa vuol dire mitigazione, avendo studiato i testi inglesi di Bruce Fraser sulla Conversational Mitigation: roba da master universitari e mi scuso con lui. Sapeva perfettamente cosa significa mitigazione: che indica l’insieme di strategie con cui i parlanti (leggi i politici, almeno alcuni) riducono i rischi in qualche modo connessi alle loro enunciazioni. Appunto, le supercazzole che vengono insegnate per non far capire un accidente di quello che viene detto, e in questo modo essere sempre pronti a confermare e smentire tutto e il contrario di tutto. Comunque la sostanza resta: ovvero che a Sampierdarena resta puzza, inquinamento, vibrazioni e rumore. D’altra parte poco meno della metà degli abitanti ha votato il vice sceriffo e i suoi accoliti e ha dato a loro tutti una mano per fare e disfare. Magari la prossima volta ci penseranno un po’ di più.

CAM

Questa volta la rubrica citizen journalism (lo stato dell’arte del nostro patrimonio civico) riguarda il caso confortante che ci racconta un’amica savonese. Anche se non mancano nuvole nere all’orizzonte.

Good news da Savona e i suoi gioielli

Recentemente la nuova giunta comunale di Savona ha iniziato il lento e faticoso recupero di alcuni dei palazzi storici cittadini. Il primo edificio con cui la giunta si è cimentata è Il Palazzo della Rovere chiamato anche Palazzo Santa Chiara sito nel centro storico medioevale di Savona comprato dal comune di Savona dal demanio nel 2014 che dopo aver ospitato da prima il tribunale e poi la Questura di Savona è rimasto vuoto per anni.

L’Opera iniziata nel 1495 da Giuliano da Sangallo su incarico del cardinale Giuliano Della Rovere (il futuro papa Giulio II) è un pregevole esempio di architettura rinascimentale.

Appena l’attuale giunta si è insediata ha organizzato un’apertura del cortile con un percorso luminoso per dare un segnale dell’impegno a far rinascere questa struttura di pregio.

Ne è seguito nella scorsa primavera due giornate di condivisione con i cittadini su come utilizzare gli spazi per rendere Palazzo della Rovere un punto di servizio per il cittadino, vista la collocazione centrale, purtroppo i tempi tecnici e burocratici non hanno ancora fatto partire il lavoro di ristrutturazione ma la partecipazione della cittadinanza è stato un segnale importante.

Contemporaneamente è nato un volenteroso gruppo di cittadini i “Custodi del Bello” che dopo aver fatto alcuni interventi per prendersi cura dei giardini insieme all’Ente Edile e l’artista Silvia Celeste Calcagno con l’autorizzazione del comune ha riaperto per un week end nel periodo natalizio la galleria del Garbasso che collega via Paleocapa a via Famagosta ripulendola e rendendo un installazione artistica, la Galleria ha il suo ingresso tra due scalinata che la incorniciano rendendo l’ingresso scenografico e misterioso.

Questo percorso di condivisione del comunque di Savona con i cittadini per prendersi cura del patrimonio comunale nei piccoli e grandi progetti è un primo timido tentativo di far rinascere la città e la bellezza dei sui palazzi dal tessuto medioevale che parte dalla fortezza del Priamar alle realizzazioni ottocentesche di via Paleocapa. Speriamo che la burocrazia e le congiunture economiche permettano di accelerare questi progetti restituendo il ruolo che Palazzo della Rovere ed altri siti meritano quale centro della vita cittadina; e che la cittadinanza coinvolta ne sia custode.

Purtroppo fino ad oggi il recupero degli edifici è stato demandato a privati. Basti pensare a villa Zanelli, pregevole esempio di Liberty in mano all’ARTE di Genova, che con il supporto della Regione diventerà un hotel di lusso. Vanificando la possibilità di farne un’attrazione per il turismo savonese.

Susie Bandelli