Numero 41, 15 dicembre 2022

uno strumento di contro-informazione per il dibattito pubblico ligure

LA VOCE DEL CIRCOLO PERTINI

Numero 41, 15 dicembre 2022

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PILLOLE

Edoardo Rixi: fatti sempre riconoscere!

Davanti alla tragedia di Ischia, sepolta sotto le frane causate da un uso scriteriato del territorio e che ora piange i suoi morti, risulta in tutta evidenza l’assurdo di un’isola con 60mila abitanti e 27mila

pratiche di sanatorie edilizie. Poi si scopre che il 29 settembre il candidato Edoardo Rixi si trovava all’hotel Ramada di Napoli per un incontro elettorale – guarda un po’? – con i comitati campani anti-demolizione. Ora – vice ministro delle infrastrutture – si fa promotore di un provvedimento legislativo per il “ravvedimento operoso” quale sanatoria tombale (aggettivo perfetto) per gli edifici abusivi. È davvero raggelante come la libidine di potere di questi personaggi, incrociata nello scambio indecente con l’avidità degli speculatori, arrivi perfino a infischiarsene della vita umana.

Matteo salvini e edoardo rixi - Dago fotogallery

Rixi e Salvini: tutti al mare! Di Ischia?

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Ancora torte in faccia al sindaco/commissario del fare

Il progetto del tunnel sotto il porto di Genova, per collegare San Benigno alla Foce con investimento previsto di 700 milioni di euro, è stato sospeso dal Consiglio superiore dei lavori pubblici per carenza di documentazione: dagli impatti dell’opera sulla città ai rischi idraulici, all’analisi costi/benefici. Nel frattempo la Guardia di Finanza ha fatto un blitz nella sede della Città Metropolitana (di cui il sindaco/commissario Bucci è pure Presidente) nell’ambito dell’inchiesta della Procura sull’acquisto del Vittorino da Feltre per 8 milioni, che andrebbero all’attuale proprietario Ferdinando Menconi “ben noto all’ufficio” per lo scandalo Carige al tempo di Berneschi. Ma ora scende in campo Matteo Renzi a difesa dell’uomo del fare. Un nuovo slapstick alla Stanlio e Ollio per Marco Bucci?

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Signorini, meglio investire in propaganda o in Bugatti?

Quante cose si possono fare con tre milioni di euro di denaro pubblico? Anche comprare una Bugatti

Signorini (Ports of Genoa): “Ammoniaca e H2 sono la soluzione per  decarbonizzare i trasporti, ma ci vorranno ancora 10-15 anni” - HydroNews

Un Signorini un po’ scarmigliato…

Chiron da 1.500 cv con motore W16. Soldi buttati via? Non del tutto, perché vuoi mettere un Presidente Signorini dell’Autorità Portuale che sfreccia a oltre 400 km all’ora? Una libidine, e poi dopo averla usata si può rivendere a 2,5

Bugatti Chirone Sport Auto Grande Poster Muro Stampa Misura A4 A2 A1 A0 IN UK - Foto 1 di 4

…e la Bugatti in questione

ml. Perché allora il citato non l’ha comprata invece di farci spendere questi 3 milioni in pubblicità per il porto di Genova? Sarà stato mal consigliato dai giornali, dalla tv e dai social media manager, i soli che lucreranno su questo affare tanto idiota quanto dispendioso. Quando i compiti dell’Autorità portuale sono programmazione, manutenzione e amministrazione di tutte le aree e le attività del sistema portale. Ma un po’ di vergogna, no?

EDITORIALI

Lettera aperta ad Alberto Diaspro, Direttore di ricerca IIT

Caro Alberto,

ti scrivo perché, a differenza dell’ex boss IIT Roberto Cingolani, credo di percepire in te attenzione al bene pubblico e onesta passione civile. D’altro canto sappiamo entrambi che in passato ho molto criticato l’Istituto Italiano di Tecnologia, in totale dissintonia rispetto al coro apologetico che tuttora circonda il palazzo di Morego e i suoi ospiti, da parte dell’opinione corrente locale. Mentre l’IIT continua a essere un’occasione mancata per il territorio. Che proprio per questo andrebbe riportata alla sua vera utilità. Sicché ti elenco quelli che – a mio avviso – sono i punti critici della situazione:

  1. L’opacità dell’iniziativa già in fase statu nascenti. L’Istituto è invenzione del politico allora in carriera Giulio Tremonti e del funzionario pubblico Vittorio “er penombra” Grilli, con la dichiarata missione del trasferimento tecnologico. Ossia qualcosa di simile allo Steimbeis di Stoccarda in sedicesimo, al servizio dell’innovazione d’impresa; opera di cui non esiste traccia. In realtà una macchina di diritto privato per intercettare finanziamenti pubblici, di cui il fisico salentino in carriera Cingolani assume la direzione scientifica nel dicembre 2005 e in un quindicennio seppellisce in banca un mezzo miliardozzo di euro
  2. La location, nella solitudine inselvatichita di Morego. Scelta che contraddice ogni criterio insediativo internazionale, che indica la collocazione ideale dei milieux d’innovazione al centro di ricche reti di relazioni e scambi interpersonali. In effetti l’operazione IIT fu subito oggetto di brame speculative, già da parte del presidente della Regione Sandro Biasotti che – stando ai si dice – voleva piazzarla a Quarto per un cambio di piano regolatore che avrebbe consentito operazioni immobiliari allora interdette. Poi arriva il successore Burlando con la scelta del palazzo abbandonato su cui da tempo incombeva la scritta “Carena vende”. E l’impresa Carena era quella del sottopasso a Caricamento per cui un city-boss finì in carcere;
  3. L’operatività a effetti speciali. Se la missione dovrebbe essere la fertilizzazione del tessuto produttivo in un’area affetta da gravissimi fenomeni di de-industrializzazione, mi chiedo quanto serva a creare nuova impresa e buona occupazione perdere tempo con giochini tipo la pelle del polipo sintetica, il fantomatico grafene, il tablet per non vedenti, i robottini con faccetta buffa. Mentre il massimo dell’efficienza della passata gestione veniva destinato alle operazioni denigratorie da parte del ben foraggiato ufficio voci, per mettere a tacere i critici (penso all’hakeraggio della senatrice a vita Cattaneo e anche a me).

Comunque, stante la drammatica situazione in cui versa Genova e l’intera area, credo sia giunta l’ora di porre fine a tanta dissipazione. E la via è quanto ci siamo detti: una chiamata a raccolta di tutte le forze vive locali per mettere a fattor comune saperi ed energie, concordando scelte di nuove specializzazioni competitive di territorio. Si chiamano pianificazioni strategiche, e nelle 50 eurocities

che in questi anni le hanno promosse il catalizzatore era sempre stata l’istituzione pubblica. Ma niente impedisce che lo start sia dato da altri attori. La recente ricerca sulle imprese familiari liguri promossa da Banca Passadore, Fondazione Garrone e Studio Bonelli Erede ha evidenziato preziose disponibilità nella nostra business community. Competenze tecnico-scientifiche non mancano. Manca la volontà politica. Perché non farla emergere con il generoso impegno di donne e uomini che non vogliono più veder soffocare la città in questa atmosfera asfittica che la circonda?

PFP

File:Genova Bolzaneto Morego.jpg - Wikipedia                             

La solitudine di Morego, tra gechi e ramarri

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Un saluto di fine anno

Care amiche e cari amici de La Voce del circolo Pertini,

con questo ultimo invio giungiamo al quarantunesimo numero della nostra news, mentre la rete di chi riceve il nostro invio quindicinale continua ad allargarsi: ormai siamo arrivati a 1.600 connesse/i e speriamo di giungere l’anno prossimo al raddoppio (magari se ci darete una mano a farlo).

Ribadiamo che questo nostro impegno assolutamente volontario e totalmente gratuito di contro-informazione nasce da poche ma ferme convinzioni, che gli avvenimenti dell’ultimo anno hanno ampiamente confermato:

  1. Il servizio offerto dai mezzi d’informazione cartacei e/o radio-televisivi locali è largamente al di sotto di standard accettabili; soprattutto in quanto – nel dire e, soprattutto, non dire – lascia trapela rapporti vassallatici nei confronti di chi ha tutto l’interesse a mantenere il dibattito pubblico in uno stato di afasia (e chi ci segue ormai sa a chi ci riferiamo denunciando le pratiche “sopire e troncare” dei diroccati Palazzi liguri);
  2. L’occupazione delle massime istituzioni di territorio da parte di due corpi estranei rispetto allo spirito del luogo e a una tradizione secolare di solidarietà aperta al mondo: uno scarto del pollaio Mediaset, che sembra conoscere il prezzo di tutto e il valore di nulla, in Piazza De Ferrari; “un americano a Genova” vagamente comico all’Alberto Sordi (That’s ok american, io sò american, ok boy) in quel di Tursi, affetto dalla teatralità del fare per il fare. Entrambi strizzando l’occhio all’elettorato abbiente e ostentando fastidio verso i poveracci;
  3. La disunione tra le rappresentanze della minoranza in Consiglio Regionale, più attente alla cura dell’orticello (pensano già alle prossime elezioni?) mentre la ricerca della trovata, in un protagonismo narcisistico fine a se stesso, concorre a impedire che emerga un soggetto alternativo all’attuale maggioranza del mercificatore compulsivo (in materia sanitaria e non solo) Giovanni Toti; invece di favorire e accompagnare la partnership in una strategia condivisa tra l’opposizione politica e l’opposizione sociale;
  4. Lo stato dell’arte dell’associazionismo ligure, in cui prevale la difesa dei propri confini tematici in una logica troppo spesso personalistica (creando varchi in cui la forza finanziaria della maggioranza talvolta trova opportunità di qualche indicibile “scambio occulto”). Una mancata consapevolezza che le scelte identitarie (sanità, ambiente, lavoro e chi più ne ha…) hanno di fronte un unico avversario: i progetti affaristici degli amministratori-governanti. Proprio in una situazione che mai come ora imporrebbe il principio “l’unione fa la forza”.

Dunque, un quadro desolante, che impone di ripartire dal punto più basso: la ripresa del discorso pubblico come laboratorio di un nuovo impegno collettivo per la partecipazione e la selezione di un rinnovato personale politico, capace di rappresentare la voglia di riscatto della nostra comunità.

Questo è lo sforzo titanico a cui la nostra piccola iniziativa vorrebbe contribuire, come un seme da cui possano rinascere le piante rigogliose di un’antica grandezza,

Qui concludiamo la nostra annata, dandoci appuntamento al 15 gennaio del prossimo anno. E con questo inviamo ad amici e amiche i nostri migliori auguri di un 2023 di riscossa. Ovviamente civica.

La redazione de La Voce del circolo Pertini

La redazione de “La Voce del Circolo Pertini”

Nicola Caprioni, Daniela Cassini, Angelo Ciani, Mauro Giampaoli, Michele Marchesiello, Carlo A. Martigli, Pierfranco Pellizzetti, Getto Viarengo.

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Hanno scritto per noi (tra gli altri):

Andrea Agostini, Marco Aime, Franco Astengo, Arnaldo Bagnasco, Susie Bandelli. Enzo Barnabà, Giorgio Beretta, Marco Bersani, Sandro Bertagna, Marco Baruzzo, Pierluigi Biagioni, Pieraldo Canessa, Alessandro Cavalli, Riccardo Degl’Innocenti, Roberto Federico, Maura Galli, Luca Garibaldi, Luca Gazzano, Antonio Gozzi, Roberto Guarino, Monica Lanfranco, Maddalena Leali, Giuseppe Pippo Marcenaro, Antonella Marras, Andrea Moizo, Anna Maria Pagano, Paola Panzera, Marianna Pederzolli, Roberta Piazzi, Enrico Pignone, Bruno Piotti, Paolo Putrino, Bernardo Ratti, Adrano Sansa, Ferruccio Sansa, Carla Scarsi, Sergio Schintu, Mauro Solari, Orietta Sammarruco, Piera Sommovigo, Giovanni Spalla, Angelo Spanò, Giulio A. Tozzi, Gianmarco Veruggio.

POSTA

Il collega Nicola ci invia questa testimonianza che tocca le corde più segrete del nostro cuore redazionale

Forte risposta antifascista al Circolo ARCI del Canaletto a La Spezia

Una folla come non si vedeva da tempo, da tanto tempo. Vecchi compagni, reduci di tante battaglie insieme a giovani e giovanissimi, studenti delle scuole superiori spezzine, ragazzi impegnati nel volontariato, associazioni studentesche, la CGIL, la UIL, i partiti della sinistra, associazioni e circoli vari, antifascisti senza partito. C’era l’ANPI e i ragazzini di OSA. C’erano tutti al circolo ARCI. Tanta folla che gli spazi del circolo non riuscivano a contenere. Tantissimi gli spezzini, ma anche compagni che venivano da Lerici, da Sarzana, Santo Stefano e dalla Val di Vara. C’erano una delegazione di studentesse di Genova e del Tigullio.

21 luglio 1921, la strage di Sarzana - Gazzetta di Parma

Gli Arditi del Popolo a Sarzana          C:\Users\HP\AppData\Local\Microsoft\Windows\INetCache\Content.MSO\3E28A3B8.tmp    ….con le Ardite del Popolo                            

Giorni prima un manipolo di una dozzina di squadristi con i tristi simboli della violenza, le teste rasate, i cinturoni di cuoio, si era presentato minaccioso davanti ai cancelli del Circolo ARCI del Canaletto. Il Circolo ARCI del Canaletto non è come tanti circoli solo un luogo dove si trovano persone anziane a giocare a carte. Qui si fa cultura. Qui si presentano libri, si fanno concerti di musica di qualità, si organizzano dibattiti, si promuove lo scambio dei libri, qui è la base di gruppi di giovani e meno giovani che si occupano attivamente di ambiente, di quanti hanno lottato contro i fumi dell’ENEL o in difesa dell’isola Palmaria, chi si batte contro l’inquinamento delle navi da crociera e chi si schiera contro il fascismo.

A Spezia gli episodi di violenza fascista si vanno moltiplicando. Scritte con croci uncinate appaiono sui muri, giovani studenti vengono perseguitati all’uscita da scuola, abitazioni di antifascisti sono imbrattate da idiozie violente.

 

Tempo fa a Ceparana un ragazzino di solo 16 anni è stato duramente picchiato perché aveva un simbolo antifascista sul suo telefonino. La violenza contro il circolo del Canaletto è solo l’ultimo di una serie di episodi criminali, sui quali è bene che la magistratura e le forze dell’ordine aprono le indagini.

Clamoroso è il silenzio del sindaco Peracchini. Clamoroso è l’atteggiamento della maggioranza di destra in comune. Si respinge un ordine del giorno di condanna della violenza fascista, approvando un ipocrita ordine del giorno di condanna della violenza “da qualunque parte provenga”.

Mancava il sindaco Peracchini, mancava un qualsiasi rappresentante dell’amministrazione, mancava anche chi va a Genova a omaggiare Renzi, ma non trova il tempo per solidarizzare con dei giovani aggrediti da dei teppisti squadristi.

NO. NO, NO, questo popolo di giovani, di studenti, di lavoratori, di anziani pensionati non consentirà libertà di azione a chi pensa di poter incutere il terrore alla città, a chi pensa di spadroneggiare con la violenza, a chi ritiene sia legittimo intimidire e vessare i ragazzi in uscita da scuola, a chi, impunito, si presenta con fare violento, mostrando i cinturoni, davanti a un circolo.

Perché un circolo? Perché quel circolo? Perché in quel circolo si fa la cosa che i fascisti temono di più, si fa cultura, si aiuta la formazione di un pensiero critico, si studia la storia, si fa socialità. Si sa, i fascisti non amano la cultura. Loro amano gli ordini, la disciplina militare, la violenza sopraffattrice, sono abili con le catene, molto meno con i libri.

Ci auguriamo che le forze dell’ordine compiano indagini, che la magistratura faccia il suo dovere. Ci sono le telecamere? Ebbene si proceda al riconoscimento dei facinorosi violenti. Li si denunci per violenza, aggressione, minacce, si verifichi se hanno armi.

Ricordiamo a Peracchini e alla sua giunta che chi tace, diventa silenziosamente complice dei misfatti, soprattutto se è un amministratore pubblico che dovrebbe rappresentare e tutelare tutti i cittadini, compresi quelli che frequentano un bellissimo circolo

NC

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Riceviamo dagli amici del Movimento per la Sanità Locale

Quale destino per i nostri ospedali e la nostra salute?

C:\Users\HP\AppData\Local\Microsoft\Windows\INetCache\Content.MSO\7C07A199.tmpDispiace che la maggioranza in Consiglio comunale di Sarzana non abbia accettato la nostra collaborazione nel tavolo tecnico sui servizi sanitari, riconoscendo però, ovviamente vista la realtà, che quanto prevedevamo – e denunciavamo di fronte alle 2.000 persone della grande manifestazione dello scorso anno – si è puntualmente avverato con la conferma della chiusura di reparti e servizi del nostro ospedale San Bartolomeo.

Forti del fatto che ci vediamo abbastanza lungo e abbiamo imparato a leggere fra le righe, avremo spiegato alla maggioranza che guida Sarzana cosa potrebbe succedere in futuro se verrà approvato il nuovo Piano Socio Sanitario Regionale, che il sindaco Ponzanelli dovrà discutere, e decidere di approvare o meno, nella Conferenza dei Sindaci che dovrà essere appositamente convocata. Del pari potremmo spiegare, se mai volesse riceverci, al sindaco Peracchini cosa potrà succedere a Felettino ultimato.

 

Ebbene ci sono almeno due passaggi, nel nuovo Piano Socio Sanitario Regionale, che confermano quanto temevamo: i nostri sospetti sulla volontà di andare avanti a tutti i costi con le direttive del decreto Balduzzi (che ci risulta mai applicato nel resto del Paese se non in alcuni punti e in determinate aree territoriali) che priverebbe il nostro comprensorio di molti reparti e servizi, in parte centralizzandoli direttamente a Genova ed in parte accorpandoli con la ASL 4 in una operazione che, di fatto, dopo avere creato la superASL Alisa concentrando tutte le decisioni a Genova e togliendole ai Direttori Generali, camuffa la riduzione delle Asl da cinque a tre con la scusante della capienza dei bacini d’utenza che non vengono chiamate Asl, ma “nuove aree” di Levante, Centro e Ponente. Il peggio, però, sembrerebbe destinato al nostro ospedale san Bartolomeo che viene identificato letteralmente come “ospedale di base distrettuale a forte integrazione con il territorio per le specialità presenti”, perdendo una delle mission principali che garantiscono le prestazioni chirurgiche e che era il “riferimento aziendale per le attività elettive”; mission che, invece, viene mantenuta in almeno un ospedale di tutte le altre quattro Asl in cui, pure, si mantengono più di due ospedali attivi.

Capiremo più avanti se questa perdita non andrà a vantaggio di strutture private, come, ad esempio, l’Alma Mater a cui sono state accreditate due nuove sale operatorie e 60 nuovi posti letto. A questo aggiungiamo la subdola dicitura con cui si anticipa l’avvio del nuovo ospedale del Felettino, se mai l’avremo, inserita nel progetto di costituzione delle tre nuove aree: “A realizzazioni compiute dei nuovi ospedali si potrà valutare la possibilità di una nuova organizzazione sia a Ponente che a Levante che preveda la costituzione di due Aziende Sanitarie per ciascuna area, un’Azienda Socio Sanitaria Territoriale con funzioni di committenza e un’Azienda Ospedaliera unica per ciascuna area alla quale verranno aggregati gli attuali poli erogativi ospedalieri in funzione del fabbisogno specifico e della sostenibilità”. Ecco: ci par di capire che sarà molto difficile che il nostro ospedale San Bartolomeo rientri nel fabbisogno e nella sostenibilità della nostra Asl quando avremo i 520 posti letto del nuovo Felettino; mentre oggi i due ospedali fanno insieme 430 posti, e già il personale è gravemente carente pure per questi e il nuovo Felettino porterà in dote agli spezzini 12 milioni all’anno di debiti che andranno a vantaggio del privato che lo costruirà, togliendoli dal bilancio ASL per nuovi o migliori servizi. Del resto tutti i provvedimenti presi fino ad ora portano direttamente verso la completa destrutturazione del san Bartolomeo come ospedale pubblico e a favorire interessi economici, contrari al diritto alla salute dei cittadini.

Manifesto per la sanità locale, insieme per una sanità migliore

FATTI DI LIGURIA

Tra l’8 e il 29 novembre scorso si è tenuto a Palazzo Ducale un ciclo di incontri intitolati “Il futuro alle spalle. Alla ricerca di un tempo perduto”. L’ultimo di questi appuntamenti, introdotto da Alessandro Cavalli, si intitolava “La rivoluzione ambientalista”. La sala era colma di ragazzi e ragazze.

Greta Thunberg a Palazzo Ducale

Dove vanno politicamente i giovani? Al voto, lo abbiamo visto anche il 25 settembre, si astengono in proporzione maggiore di tutti gli altri potenziali elettori. Ma non rifiutano la politica in generale. Non hanno fiducia nei partiti e in coloro che hanno scelto la politica come se fosse una carriera qualsiasi. Non si può dar loro tutti i torti. Qualche buona ragione per tenersi alla larga dalla scena politica ce l’hanno pure. I destini degli abitanti del paese non dipendono più tanto da chi governa a Roma, ma da chi governa a Washington, Pechino e Mosca e forse, ma solo in piccola parte, a Bruxelles. Se per intenzione o per errore qualcuno tra i potenti della terra decidesse di schiacciare il bottone e scatenare la guerra nucleare questi non sta certo a Palazzo Chigi o a Montecitorio. Lo stesso se la fiammella del gas per farsi da magiare dovesse spegnersi, oppure se la benzina del motorino diventasse troppo cara, se l’aria d’estate diventasse irrespirabile o se le piogge torrenziali facessero franare le montagne. Anche il funzionamento dei cellulari, che per i giovani, e non solo per loro, è diventato un bisogno primario non dipende da chi governa a Roma, ma da un sistema remoto e complesso governato dai satelliti che ruotano intorno al pianeta e dagli interessi della finanza globalizzata. I giovani si tengono lontano dalla “politica politicante” perché avvertono, più o meno consapevolmente, che i fondamentali della loro esistenza e del loro futuro non dipendono da chi governa o da chi fa l’opposizione. Certo, da Roma, direttamente o indirettamente, dalle regioni e dai comuni, dipendono ancora molte cose che hanno un impatto notevole sulla loro vita: la scuola, la sanità, le pensioni dei nonni, i treni e gli autobus e tante altre cose. Tutte cose complicate, tutte cose che, per vederci chiaro, bisognerebbe avere una cultura civica che pochi si sono preoccupati di trasmettere.

Ma allora, se si devono impegnare, i giovani preferiscono farlo nel sociale, nel volontariato, dove almeno si possono vedere direttamente i risultati delle proprie azioni. E’ forse, proprio per questo impegno nel sociale, che molti giovani hanno incominciato a guardare lontano, al di là di Roma (e Bruxelles), a riempire le piazze sotto l’insegna di Greta Thunberg per richiamare l’attenzione dei potenti sul clima, sulla salute dell’aria, dell’acqua, sulla difesa della biodiversità, ma anche sui diritti delle donne in Iran e dei palestinesi, dei curdi, degli uiguri, ecc. Sono i primi segnali di una nascente

coscienza politica planetaria? Lo sapremo tra qualche decennio, se la specie sarà sopravvissuta.

Alessandro Cavalli

Porto di Genova, dal familismo alla colonizzazione multinazionale

Ancora nel corso degli anni Cinquanta del secolo scorso, per quanto riguardava la composizione sociale dei soggetti che operavano nel nostro scalo, era d’uso comune riferirsi a “le famiglie del porto di Genova”, in cui – come scriveva Paolo Arvati ne la Storia Illustrata di Genova del 1995 – “è fortissimo il senso di appartenenza a una comunità separata e assediata”. Indubbiamente permaneva l’obiettivo padronale di rompere la gestione monopolistica dell’avviamento al lavoro da parte delle compagnie operaie (Unica e Pietro Chiesa), ma altrettanto presente e immediata era la chiamata unitaria a fare fronte comune ogni volta che qualche soggetto estraneo alla consociazione tentasse di entrare nel gioco spartitorio di quella risorsa scarsa rappresentata dallo spazio operativo limitato. Allora e sino ad alcuni anni fa le imprese del porto si chiamavano “operatori”, anche per distinguerle dagli “utenti”. Apparteneva ai primi il terminalista che gestisce in concessione una banchina, oppure l’impresa che gestisce il rimorchio delle navi. Ai secondi appartenevano gli armatori, rappresentati dalle agenzie marittime, o gli spedizionieri incaricati dai fabbricanti della spedizione della merce. Imprese diverse e distinte, con interessi contrapposti e insieme complementari, tipici del modello competitivo di Cluster (M. Porter), che implica come esternalità positiva lo sviluppo di reti di fornitori di beni e servizi specializzati. Questo era lo scenario genovese inauguratosi negli anni 90 con la privatizzazione della gestione delle banchine. In particolare, fu un pool di agenti marittimi genovesi a ottenere la gestione del terminal di Calata Sanità, mentre nel nuovo porto di Prà si insediava una società del gruppo FIAT. Le altre banchine dedicate ai ro-ro, alle merci varie e alle rinfuse vennero assegnate a singoli operatori o società di armatori-agenti-spedizionieri per lo più genovesi. Persino i portuali della Compagnia Unica si inserirono come impresa nel nuovo business. Si intravedevano già forme di integrazione di attività lungo la filiera del trasporto, ma i ruoli e gli attori principali del porto restavano distinti.

Oggi, a distanza di circa 30 anni, si parla invece di “player”, imprese multinazionali che intendono dominare i mercati in ristretti oligopoli (limitati solo dall’Antitrust) frutto di progressive concentrazioni. Questi “global player” vanno estendendo il controllo su un’area sempre più vasta del Cluster, che va perdendo la sua essenziale pluralità di attori ai fini della creazione di valore aggiunto per i territori, inglobando i fornitori di beni e servizi sia nell’ambito del porto che lungo tutta la filiera o supply chain del trasporto della merce (provveditori, rimorchiatori, operatori ferroviari e di autotrasporto, interporti, agenzie di spedizioni). Sono quasi scomparsi gli operatori italiani e i capitali genovesi, mentre le bandiere issate sui terminal sono per il 90% straniere e per lo più non comunitarie: MSC con capitali in Svizzera e Lussemburgo e chissà dove altrove, controlla le concessioni di più del 20% della superficie commerciale, PSA da Singapore, insieme a fondi anglo-francesi ne controlla oltre il 40%, Steinweg olandese il 5%, la tedesca Hapag Lloyd è entrata nel Gruppo Spinelli. Solo il restante 30% è sotto il controllo di capitali italiani.

Riccardo Degli Innocenti

Gronda, gronda delle mie brame, chi è la più devastatrice del reame?

È di questi giorni la firma del protocollo d’intesa tra Stato, Regione, Città Metropolitana, Comune di Genova e Autostrade per l’Italia (ASPI) per la realizzazione della Gronda, come previsto dal decreto legge del 12 novembre all’art. 10, che prevede delle norme semplificate per l’attuazione di alcune opere stradali. Di Gronda se ne parla da oltre 10 anni e per la sua realizzazione sono previsti 10 anni di lavori per cui non è finanziabile col PNRR.

I costi previsti erano di 4,5 miliardi di Euro pagati da Autostrade. Quali possono essere i costi effettivi a causa dell’inflazione in atto non sono stati stimati. Ma Salvini ha dichiarato che questi extracosti non devono essere pagati dall’utenza. Escludendo che li tiri fuori di tasca sua vuol dire che ricadranno sulla fiscalità generale. Visto però che ASPI oggi è a maggioranza pubblica comunque alla fine pagano i cittadini.

Il tema è: ma la Gronda serve davvero? Possiamo dire di sì per il raddoppio della A7 da Ge-Ovest a Ge- Bolzaneto, ma non sul progetto ASPI che presenta una serie di criticità notevoli. Ma la Gronda vera e propria da Bolzaneto a Voltri, cosi come disegnata toglie il 20% del traffico dalla A10, serve pochissimo, mentre genera 6,75 milioni di metri cubi di rocce verdi amiantifere che verranno trattate in un impianto a Bolzaneto (da 600 t/h) vicino al mercato ortofrutticolo col rischio di diffondere amianto in tutta la città. Elimina 61 sorgenti con desertificazione dei versanti attraversati aumentando il rischio idrogeologico, attraversa diverse paleofrane e zone a suscettività alta per rischio di dissesto geologico, pone decine di pali (540) nel greto del Polcevera per lo slurrydotto con notevole pericolo in caso di alluvione e così via. Aggiungiamo che dieci anni di lavori nel ponente cittadino e in Valpolcevera saranno devastanti per il traffico della zona. Il sottoscritto, con altri due colleghi, ha proposto la Genovina, sostanzialmente il prolungamento della strada a mare (via Guido Rossa) in tunnel, con minori costi, minori impatti ambientali e migliore performance eliminando il 40% del traffico sulla A10. Il tutto certificato dalla analisi costi benefici fatta dal MIT e messa in un cassetto. Ma si sa, la tecnica interessa a pochi, meglio la propaganda.

Mauro Solari

La tradizione ligure del Natale

La società dei consumi non guarda in faccia a nessuno e il tema del valore economico delle scelte ne diviene il solo interesse e scopo degli affari. Se guardiamo a due temi fondamentali della cultura cristiana legata alla tradizione del Natale, possiamo verificare che lo stupore, parola scritta nei vangeli apocrifi, e l’Avvento, il periodo del cammino verso la natività, sono stati letteralmente sconfitti dai messaggi pubblicitari sui soli consumi natalizi. Uno dei luoghi più interessanti della ricerca etnografica è la tavola e l’alimentazione; questa era legata a due specifiche ben definite: la stagionalità e le festività. Il periodo dell’Avvento iniziava il 12 novembre e proseguiva sino al 2 febbraio, la ricorrenza della “Cadendelora” concludeva il lungo periodo di ritualità e liturgie. È assolutamente importante ricordare che la parola “tradizione” deve avere una collocazione cronologica, una precisa definizione nel tempo: nella cultura del nostro paese la troviamo ancora intatta e decifrabile sino al secondo conflitto Mondiale. Infatti, fino ad allora in nostro territorio era caratterizzato da una presenza contadina con precisi tratti culturali pienamente leggibili. La tavola del Natale era più legata a tempi e gestualità che non a precise portate o pietanze. La famiglia si riuniva la sera precedente attorno al desco con un pasto frugale e di magro. Questo per permettere di partecipare alla messa di mezzanotte e ricevere la comunione. In quel giorno si lavorava su due fronti: gli uomini a pulire la stalla, le donne intorno ai fornelli per il pranzo di Natale. La pulizia della stalla era un atto di quella complessa liturgia popolare legata alla cultura cristiana: quell’atto simboleggiava la preparazione del luogo dove sarebbe arrivata la Sacra Famiglia. In cucina si lavoravano le carni disponibili, il maiale era stato macellato per Santa Lucia, si tirava la sfoglia e si lievitava il pandolce, non il panettone, con l’utilizzo del crescente. Il pranzo era consumato con una caratteristica fondamentale: l’incontro di tutta la famiglia e dei parenti. Se non si poteva preparare i ravioli si poteva ricorrere ai popolarissimi “natalini”, simili ai meridionali zitti, conditi con un sugo di carne, sedano e carote. Come spesso accadeva trionfavano i lavorati della macellazione del maiale, molto spesso si pranzava con i “berodi”; poteva essere cucinata una gallina, questa ripiena, e le immancabili torte di verdura. Spostandoci nella cultura urbana e del genovesato, trionfava il “cappon magro”: un piatto dove i prodotti dell’orto si incontravano con i nostri pesci. Il cappon magro è una vera arte, la sua preparazione impegna la cucina per ore: prima le verdure, dal cavolo alla scorzonera; poi il pesce; infine la succulenta salsa verde con acciughe e capperi. Il piatto era confezionato stratificando le verdure ed il pesce con la profumata salsa: il tocco di prelibatezza era dato dalla “galletta” inumidita nell’aceto. Finito di cenare ed acceso il fuoco si passava ai presagi: “ u ziguà, i caìn”. Questa pratica concludeva la giornata del Natale: venivano buttati dei semi di grano sulla stufa e in base alla reazione si stabiliva l’andamento dell’anno nuovo. Era la ricerca del presagio, un augurio che ancora oggi caratterizza il Natale. Tutte pratiche popolari cancellate dagli interessi economici del nuovo valore del Natale!

GV

Sanità ligure: una stagione all’inferno nella Regione morosa

Vivere nella sanità ligure offre, ogni giorno di più, la sensazione provata dagli abitanti di Pompei ed Ercolano travolti dall’eruzione del Vesuvio. Tra riduzioni del personale, vendita di ospedali, svuotamento di altri, crisi dei pronto soccorso, fughe di pazienti, reparti in abbandono, mancanza di un piano sociosanitario scaduto dal 2020 e, ora, anche chiusura dei punti 118 di Imperia e Lavagna, avventurarsi nei meandri della sanità a gestione Toti è un’avventura a rischio per ogni cittadino.

Tra le numerose perle c’è quella di analisi e prestazioni professionali prestate presso strutture private convenzionate. Numerose volte ci siamo pronunciati contro questa pratica, che presenta dei rischi per i pazienti. Rischi derivanti dal fatto che per un privato è sempre necessario aver di mira il profitto di un’attività prima ancora della sua qualità ai fini della salute del paziente e per il fatto che queste operazioni, se effettuate correttamente all’interno delle strutture sanitari pubbliche porterebbero a un rafforzamento delle stesse e non alla dissipazione di risorse pubbliche verso privati. Ma ora c’è un però, che sfuggiva alla nostra più pessimistica immaginazione. Nel nostro caso il buon cittadino si reca in una farmacia per verificare la possibilità di ottenere una certa prestazione necessaria per un controllo. Il gentile farmacista gli fa osservare che non è possibile fissare un appuntamento perché questo genere di attività è al momento sospeso. Il nostro insiste. Ha bisogno di quella presentazione. Chiede se è possibile ottenerla in un’altra località della regione. È disposto anche a un piccolo spostamento, se necessario.

Il farmacista gli risponde che non si tratta del caso di un centro o di alcuni centri nella realtà più vicina, ma di tutti i centri della regione. Tutte le indagini cliniche sono sospese presso i centri privati convenzionati, in ogni angolo della Liguria.

Il nostro cittadino, sorpreso, indignato e preoccupato, chiede spiegazioni al farmacista, che replica “le prestazioni di strutture private per accertamenti diagnostici in Liguria, sono attualmente sospese, perché a fronte dei mancati pagamenti da parte della Regione, i centri hanno deciso di sospendere le prestazioni convenzionate.”

Una situazione tragica. Intanto infuria un’epidemia influenzale che non ha precedenti da anni e rispetto alla quale la regione Liguria non ha fatto alcuna comunicazione. I pronto soccorsi sono presi d’assalto, i reparti di pediatria sono al collasso, frutto anche della scarsa adesione alla campagna vaccinale antinfluenzale, visto che la comunicazione della Regione è più impegnata a fare selfie al presidente Toti, che si intesta ogni realizzazione possibile, ma dimentica di fare comunicazione utile.

La situazione è disperata. Chi può fugge verso le regioni vicine, qualcuno si rassegna a dover pagare a caro prezzo prestazione che dovrebbero essere gratuite, altri rinunciano a curarsi, visto che non hanno nessuna di queste possibilità. In compenso non ci comunicano più i dati dei contagiati da Covid. Avremo così la sensazione che il COVID sia scomparso. È la stessa tecnica comunicativa di Mussolini. I treni in orario? Basta non annunciare più i ritardi e la gente penserà di viaggiare in orario.

NC

Le Casamicciola del Ponente

Quante Casamicciola devono ancora accadere prima che si incominci a difendere il territorio?

Le devastazioni che nel 2020 avevano colpito Cenova e Rezzo nella Valle Arroscia e precedentemente nel 2000 Ceriana, sono analoghe alla tragedia di fango che ha appena flagellato Ischia. Ci troviamo in un’altra area del Paese, che ha conosciuto un bilancio di vittime meno tragico forse solo per fortunose circostanze, ma le somiglianze dei territori sono molte.

L’imperiese, diversamente dal resto della Liguria, ha avuto una storia geologica ai margini della struttura alpina, con sedimentazioni e stratificazioni anche argillose inseguito alla movimentazione della crosta terrestre, che ha determinato pianori e avvallamenti la cui mobilità continua nel tempo. Queste aree, a elevate componenti argillose, sono naturalmente più sottoposte ad erosione dagli agenti atmosferici rispetto a quelle calcaree. Il Ponente ligure è stato inoltre negli anni teatro di un’inarrestabile processo di cementificazione e speculazione edilizia, che ha coinvolto equamente i centri urbani, le coste ed in parte l’entroterra. L’ultimo rapporto ISPRA 2022 (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) sul dissesto idrogeologico, testimonia che la Liguria continua ad essere la maglia nera per rischio frane e abusi edilizi con 6 edifici su 100 irregolari e il 55% della popolazione che vive in zone pericolose.

Un territorio – quello del Ponente ligure – fragile e ferito, attaccato sempre più frequentemente da emergenze climatiche, dove ciò nonostante continuano i tagli delle alberature, aree essenziali alla termo regolazione dei ‘corpi urbani’ -a Vallecrosia vengono abbattuti oleandri e aranci piantumati circa sessant’anni fa- o i tagli indiscriminati di ettari di bosco, sulla SP75 alle spalle di Sanremo, un’attività di disboscamento autorizzato, che rischia di mettere a rischio l’assetto idrogeologico del crinale. Va detto che spesso i Piani per la manutenzione e messa in sicurezza del territorio sono ostacolati dai vincoli del Patto di Stabilità e Crescita dei Comuni, un insieme di misure per far concorrere gli Enti locali alla stabilità finanziaria del Paese. Quante volte è capitato che un Sindaco, all’indomani di una catastrofe, richieda lo Stato di Calamità, per poter affrontare l’emergenza sforando i vincoli di Bilancio. Siamo immersi in una crisi eco-climatica vicina a un punto di non ritorno e procediamo senza domandarci fino in fondo se l’attuale modello socio-economico sia in grado di proteggerci, di tutelare i diritti e di tutelare il Pianeta.

Intanto il Piano nazionale di ripresa e resilienza destina appena otto miliardi di euro in sei anni per il dissesto idrogeologico (3,5%) a cui si aggiungono sette miliardi per varie azioni di monitoraggio. Le decisioni urbanistiche continuano a essere fuori controllo, in Liguria grazie anche al Piano Casa e agli incentivi fiscali: troppa frammentazione amministrativa, troppe leggi che mancano e non vengono richieste (non abbiamo una legge contro il consumo di suolo, non abbiamo una norma per togliere le previsioni urbanizzative, etc.), troppe rendite e troppi interessi che fanno gola a proprietari e investitori disposti a tutto, spesso, pur di costruire e incassare; troppi piani urbanistici che rincorrono l’acquisizione degli oneri di urbanizzazione, per fare cassa; troppe teste che si girano dall’altra parte facendo finta di non vedere fin quando non capita il fattaccio: troppi compromessi.

MG

Orietta Sammarruco è autrice del saggio “Il museo che non c’è” (Erga edizioni, 2021), una galleria di ventotto artiste che va dal XV secolo al XX.

La lezione delle donne artiste per le donne di oggi     

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Queste donne hanno dato vita ad un immenso patrimonio di arte e di bellezza che è dimenticato e non valorizzato, ma di cui tutti dobbiamo riappropriarci, soprattutto noi donne. Con riconoscenza e rispetto, perché le artiste hanno dovuto superare ostacoli ad oggi impensabili, uno per tutti l’impossibilità di frequentare le Accademie di Belle Arti, perché vi si studiava il nudo!

Le donne artiste con caparbietà e convinzione hanno affermato la loro capacità e il loro talento; nel Quattrocento all’interno dei conventi, quindi in ambienti aristocratici o addirittura reali, fino ad un pubblico sempre più vasto raggiunto all’inizio del Novecento. Fin dall’inizio hanno firmato le loro opere, consapevoli dell’importanza di un concreto segno identitario e molte con generosità hanno cercato di trasmettere la propria maestria alle più giovani allieve, consapevoli dell’importanza dell’insegnamento e delle sue difficoltà. Ma ciò che più conta è che queste artiste non hanno mai smarrito la loro femminilità, non hanno cercato di emulare colleghi maschi, anzi spesso si sono dovute difendere da calunnie ed attacchi diretti a minarne la credibilità ed il prestigio. Le vite di queste artiste sono tutte diverse, a volte avventurose, a volte oscure, ma fanno capire la forza di cui erano dotate: madri di molti figli o suore, nobili o povere, corteggiate e bellissime o sfortunate e tristi, tutte raccontano la storia di un processo creativo che ciascuna ha declinato secondo la propria personale sensibilità. Molte di queste artiste, non trovano posto nei testi di storia dell’arte, ma hanno contribuito a scriverla, attraverso la preziosa testimonianza del loro sguardo sulla società del loro tempo e su aspetti che solo la sensibilità femminile sa cogliere. Non tanto e non solo un’arte che predilige gli affetti e l’intimo rapporto all’interno della famiglia, ma spesso un racconto lucido, a volte disincantato, a volte accorato, a volte forse inconsapevole sul mondo che le circondava e sulle sue contraddizioni. Perché dunque leggere “Il museo che non c’è”? Perché significa riscoprire un mondo artistico fatto di suggestioni intense ed emozionanti, perché il riconoscimento del valore delle donne dell’arte pre-moderna si sta affermando negli Stati Uniti ed in buona parte dell’Europa, ma è ancora limitato ai nomi più conosciuti (in Italia una per tutte, Artemisia Gentileschi), perché queste artiste che io definisco “eversive” hanno davvero cercato di innovare l’arte senza mai rinunciare ad essere se stesse, ma affermando con orgoglio il loro talento. Una lezione da non dimenticare, mai più.

Orietta Sammarruco      

Con tutto il rispetto per i cultori delle due ruote come risposta ai problemi della mobilità cittadina, qui si avanza qualche perplessità sul quanto sia praticabile tale soluzione, non in Olanda o in Padania bensì in una città “verticale” quale Genova. Anche se i nostri antenati avevano saputo renderla “orizzontale” – tra la fine 800 e l’inizio 900 – con una serie di piccole infrastrutture, dagli ascensori alle funicolari. Dove sono gli epigoni di quegli audaci innovatori urbani?

Bici e Retorica 

Sabato tre dicembre doveva svolgersi una bella manifestazione di biciclette. Ben trentasette associazioni si erano date appuntamento per percorrere sulle due ruote via XX Settembre partendo da De Ferrari e chiedere al Comune di fare qualcosa “…per una Genova a misura dei più fragili, disabili, anziani, genitori col passeggino, bimbi, pedoni e ciclisti”. Le intenzioni, come appare subito, sono più che nobili, come pure i firmatari con sigle onestamente misteriose che per mia sesquipedale ignoranza non conosco, come “tRiciclo – Bimbi a Basso Impatto” che mi fa un po’ paura pensando ai bambini a basso impatto che non incideranno quindi nelle future scelte politiche. O come “Massa Critica Genova”, che non ritengo di derivazione kantiana sulla Ragion Pura o Pratica, ma secondo l’enciclopedia Treccani, “è, in fisica nucleare, la quantità minima di materiale fissile in grado di innescare, per una data configurazione del sistema, una reazione nucleare”, e mi fa ancora più paura della prima. Ma a parte un po’ di humor, che fa sempre bene a chi scrive e a chi legge (anche se quelle due associazioni esistono davvero), il problema sollevato dalla manifestazione è serio. Nel manifesto programmatico viene chiesto ai genovesi se si vuole “che aree pedonali, strisce pedonali e marciapiedi vengano rispettati in tutta la città, che gli attraversamenti vengano rialzati e resi visibili e che vengano create sempre più aree pedonali alberate per dare spazio e far respirare le persone”. O se si vuole “l’utilizzo di dissuasori per far rispettare un limite che garantisca una maggior sicurezza di tutti a partire dai più fragili”. Domande retoriche alle quali la risposta è già quindi insita, un po’ come quando il politico di turno chiede più lavoro, più diritti e più sicurezza, e non capisci ovviamente di quale partito sia: la retorica dell’ovvio. Quindi d’accordo su tutto. Il problema però sta nel dimenticarsi che l’orografia genovese con tutti i saliscendi (centinaia sono anche le stradine denominate “salita” per un innato pessimismo, visto che potrebbero anche essere dette “discesa”) impedisce, diversamente da città pianeggianti come Ferrara, l’utilizzo della bicicletta proprio a quelli cui si rivolgono i polpacciuti organizzatori: bambini, fragili, anziani, disabili, mamme con il passeggino (che comunque non potrebbero andare in bici). Quindi tante belle parole, ma se la manifestazione fosse stata da Brignole a De Ferrari (e non viceversa) quindi in salita, i partecipanti sarebbero stati, per ragioni “fisiche”, un decimo o forse meno. Soluzione? Cambiare città, spianarla con ruspe giganti oppure, più semplicemente, magari favorire lo sviluppo di bici elettriche con sostegni economici. E comunque per ragioni di sicurezza, visto che le mucche lo hanno imparato, è opportuno imparare ad andare in bicicletta in fila indiana. Il resto, mi scusino le due ruote (per usare una sorta di metonimia), sono belle parole su cui non si può non essere d’accordo, ma piuttosto vuote di significato. Comunque tutto rimandato: pioveva, governo ladro (absit iniuria).

CAM

Da alcuni numeri la Voce riflette sui nostri centri storici, trascurati serbatoi di memoria ma anche di bellezza e fascino. Ma questo prezioso lascito del passato è anch’esso sotto minaccia da parte della speculazione. In particolare il portale Arbnb, aperto nell’ottobre 2007, che mette in contatto persone in cerca di alloggi per brevi periodi e chi dispone di spazi extra da locatare) Il vecchio girotondino Pancho Pardi ne parla come di un pericolo: “metamorfosi del centro cittadino ridotto a misura del turismo mordi e fuggi”. Lo svuotamento della città storica.

Abitare stanca

È il titolo di un libro di Sarah Gainsforth (‘Abitare stanca. La casa: un racconto politico’ EffeQ ed., 2022) ma anche l’espressione di un paradosso italiano: mentre la popolazione diminuisce a un ritmo vertiginoso, aumenta la richiesta di nuove abitazioni; antichi quartieri si svuotano cadendo nell’ abbandono, nuovi insediamenti – più o meno popolari – insidiano i lembi estremi delle nostre città divorandone i residui aspetti naturali, paesaggistici, culturali.

Subentra – nella maggior parte dei casi – un turismo famelico, frettoloso, irrispettoso di quel che significa ‘abitare’ un luogo, o addentrarvisi come si deve o si dovrebbe entrare in un luogo sacro.

In altri casi, sono i nuovi ricchi a impossessarsi del passato, pagandolo con moneta sonante. Il loro è un turismo opulento, che non bada a spese, ma ‘a spese’ di cultura e civile convivenza tra classi diverse, patrizi e plebei: la più preziosa eredità della nostra storia.

Da un lato i ‘vecchi italiani’ non amano più i loro centri ‘storici’: non amano né riconoscono più la propria storia, di cui quei centri sono testimoni. Oggi un’immagine di degrado, povertà, violenza. Preferiscono lasciarli ai ‘nuovi italiani’ quelli che vi approdano sospinti da disperazione, fame, guerre, inerzia sociale, spesso impiantandoli nel vecchio contesto ormai abbandonato da chi (non a torto, intendiamoci ) preferisce condomini, ascensori, riscaldamento centrale, parcheggi sottocasa. Strade nuove intitolate a personaggi sconosciuti.

Nel Ponente genovese leggo una targa: ‘Via Ungaretti, poeta metafisico’. Ungaretti chi?

Urge, dall’altro lato, la bestia del turismo, nelle sue due forme: quello ‘mordi e fuggi’ e quello privilegiato, residenziale, dello ZTL. Entrambi distruttivi di un prezioso tessuto urbanistico. È la ‘in-civiltà’ del b&b, con l’incontrollato pullulare di mini alloggi ricavati sin nei più sordidi e inospitali degli spazi, le cui infime caratteristiche contrastano col livello abnorme delle tariffe (spesso corrisposte in nero). Ma, accanto alla forma plebea del turismo, c’è quella boriosa dell’esclusività e del lusso in cerca di improbabili pedigree. Famelico di viste ‘mozzafiato’ e ‘imperdibili’, si arrampica su, su, verso gli ultimi piani, terrazze e altane in grado di suscitare esclamazioni di invidiosa sorpresa da parte degli amici: almeno quando il vento avrà deciso, una volta tanto, di smettere di torturare spazi tanto preziosi quanto scarsamente fruibili. Dall’alto, però, si può scorgere il posto barca alla Marina e ammirare quel profilo perfetto di una città non più esistente, di cartone, amata dai viaggiatori e dai vedutisti d’antan, le cui opere – opportunamente illuminate – decorano le pareti del nuovo alloggio ‘firmato’ da un famoso architetto.

‘Gentrification’, si usa chiamarla così, questa nuova specie di desertificazione; nuova alleanza tra turismo di massa e residenzialismo ‘d’autore’: alleati nel provocare la fuga dal centro storico di tutte quelle presenze minute, attività artigianali, scene animate di vita popolare che ne costituivano la sola anima possibile. È l’età dei ‘ristorantini’, dei ‘negozietti’ di souvenir e bigiotteria, dei famigerati déhor dove consumare l’apericena. La sera, nei falansteri delle mille via Ungaretti, salgono verso il cielo i sogni – ormai distopica realtà – di chi un centro storico lo ha perso o non lo avrà mai.

Ha ragione Renzo Piano: la città ha urgente bisogno di pazienti rammendi, ma dove trovare la rammendatrice?

MM

Una donna di Savona davanti alla mattanza di enti territoriali

Recentemente mi è capitato di riflettere su come spesso alcune decisioni politiche calate dall’alto, apparentemente finalizzate all’ottimizzazione funzionale e allo snellimento, abbiano conseguenze devastanti per il futuro di una città e/o di una provincia. In particolare le mie.

Nel 2016, in linea con il processo di autoriforma e semplificazione avviato in tutta Italia (e culminato nel fallito referendum Boschi-Renzi), le istituzioni camerali di Imperia, La Spezia e Savona sono state accorpate nella- Camera delle Riviere di Liguria; di cui attualmente la presidenza spetta alla provincia di Imperia: una vera follia organizzativa che calpesta ogni criterio di contiguità nell’assemblaggio tra gli enti. L’anno seguente – 2017 – anche le due ex Autorità Portuali di Genova e di Savona venivano fuse in un’unica Authority, per effetto di quanto disposto dal d.lgs. n. 169 del 4 agosto 2016 (la cosiddetta riforma Del Rio, dal nome del ministro proponente, di appartenenza renziana): l’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Occidentale.

Entrambe le presunte riforme ispirate dalla personale visione politica dell’allora premier Matteo Renzi, il cui modello organizzativo è quello dell’uomo solo al comando che si concretizza grazie all’eliminazione di ogni contrappeso democratico che faccia perdere tempo.

Eventi che molti miei concittadini hanno sottovalutato per mancanza di conoscenza delle funzioni a cui tali enti erano preposti; mentre molti altri apprezzavano, ritenendo ingenuamente che i dimagrimenti avrebbero fatto risparmiare pubblico denaro; come spesso ci viene promesso dalla politica demagogica: in sostanza, l’autogoverno barattato con qualche impiegato licenziato e qualche gettone di presenza negli organi consultivi in meno.

Ora però – col passare del tempo – la cittadinanza percepisce sempre di più il peso della perdita di rappresentanza, a seguito dell’abolizione dei consigli in cui erano presenti tutte le categorie economiche del territorio; di conseguenza, la marginalizzazione del savonese nel commercio, sempre meno a guida diretta, come nelle attività portuali, sempre più subalterne a Genova. Così – piano piano – si perde terreno in materia di partecipazione cittadina alle scelte che la riguardano; fino ad arrivare alle ultime notizie che annunciano un drastico ridimensionamento della sanità sul territorio savonese.

Tenendo presente che Savona aveva una vocazione industriale che è sparita e che le attività portuali garantivano flussi di croceristi oltre che lavoro. Ora cosa rimane?

Intanto la provincia sta scivolando lentamente e inesorabilmente nell’oblio. Forse è giunta l’ora di alzare la voce. E lo dovrebbero fare anche quei politici che fanno parte della maggioranza in Regione, per ricordare che Savona esiste ed è importante come il resto della Liguria! Non senza dimenticare i responsabili delle scelte che hanno smantellato un sistema di democrazia civica che funzionava (e che a partire dagli anni Novanta aveva promosso un rinascimento d’area); nonché le colpe dei tanti savonesi che si sono bevuti le false promesse dei riformatori un tanto al chilo.

Susie Bandelli

Ah, la polizia!

Abituati come siamo a vedere i poliziotti, bardati come antichi samurai, intenti a manganellare giovani studenti che protestano per le strade delle nostre città, ci stupisce leggere, nella cronaca di Genova, che un numero crescente di giovani immigrati, minorenni o sedicenti tali ma abbandonati a se stessi, si presentano in Questura in cerca di aiuto e protezione, dopo essere stati respinti dai servizi comunali per difetto di posti a disposizione. In questo senso il sindacato di polizia ha rivolto un appello accorato al Comune, che ha risposto di ‘essere a tappo’ e obiettando che, comunque, molti di quei ragazzi non sono davvero minorenni.

In Questura, invece, trovano sempre un poliziotto che, senza porre troppe domande, offre loro un panino e prende su il telefono per cercargli una sistemazione. Questo inedito ‘servizio’, svolto nei confronti di un numero crescente di ragazzi abbandonati, non rientra nei compiti ‘di istituto’ della nostra Polizia e comunque distrae molti agenti dagli ordinari servizi di ‘Pubblica Sicurezza’ (questa la denominazione originaria, sostituita da quella più inquietante, ma corrispondente alla vecchia dizione ‘Polizia di Stato’).

Il fenomeno genovese ci conferma in un’antica ostinata convinzione: essere la nostra Polizia la depositaria della migliore malattia nazionale: il senso di umanità, quello stesso della famosa poesia di Pasolini, spesso messo a repentaglio dagli ordini provenienti dalle Superiori Gerarchie.

E, accanto a questa, una convinzione ulteriore: essere spesso le amministrazioni locali affette da alcune tra le peggiori malattie nazionali: la burocrazia, la pigrizia, il pregiudizio.

‘Si fingono minorenni!’, rispondono, oppure ‘facciamo il possibile!’, quando è chiaro che sempre più di frequente le istituzioni sono chiamate a fare l’impossibile quotidiano.

Ma c’è, ci auguriamo, anche un’altra spiegazione per l’emergere di questo atteggiamento da parte della polizia nei confronti degli immigrati. Apprendiamo infatti – in base a rilevazioni condotte dall’Associazione Carta di Roma – che il grado di insicurezza generato dagli immigrati e percepito dall’opinione pubblica italiana si è negli ultimi tempi andato riducendo a meno di un terzo rispetto a prima della pandemia.

Certo, il COVID, la guerra, la crisi energetica e la recessione hanno contribuito a respingere sullo sfondo quelle paure del diverso e dell’estraneo che hanno sciaguratamente contribuito alle fortune elettorali della Lega.

Tuttavia è vero che – proprio come accade con la pandemia – anche il fenomeno migratorio è andato assumendo carattere di normalità e non spaventa più come un tempo. Anche gli immigrati, quelli più deboli e soli in particolare, appaiono oggi alle istituzioni non più come potenziali criminali o comunque soggetti da espellere e isolare, ma come persone – forse un giorno addirittura cittadini – bisognose di solidarietà e simpatia.

Anche da parte delle Polizia.

MM