Numero 37, 15 ottobre 2022

 

PILLOLE

Passata l’emergenza, la gratitudine non abita in Regione

Durante i mesi più acuti della pandemia è stato reclutato un gran numero di personale sanitario per far fronte all’emergenza sanitaria che stavamo vivendo. C’è una norma nazionale, in scadenza a fine settembre, che prevede, giustamente, la stabilizzazione del personale stesso.

Peccato che nelle strutture liguri ci siano ancora circa cinquanta unità di personale – tra OSS, infermieri e medici – in attesa della stabilizzazione; e che il tempo per farlo ormai è sempre più limitato. Le organizzazioni sindacali e l’opposizione in consiglio regionale hanno chiesto al Presidente Giovanni Toti se siano state completate le procedure burocratiche per far sì che il personale venga finalmente stabilizzato. Al momento nessuna risposta dall’ineffabile governatore.

L'ombrellaio

Lavoratori? I moderati vi fanno il gesto dell’ombrello

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Le lotte del lavoro all’Ansaldo Energia e la risposta dei nostri amministratori

La sospensione di tre commesse Enel per la riconversione delle centrali di Brindisi, La Casella (Pc) e Civitavecchia, a seguito della decisione del governo di proseguire con il carbone, mette a repentaglio il posto di lavoro dei 2.300 dipendenti genovesi di Ansaldo Energia. Da qui l’avvio di dure azioni di lotta che hanno bloccato la città e portato all’occupazione dell’aeroporto. Nel momento in cui la Voce va in distribuzione, parrebbe che Cassa Deposito e Prestiti, azionista dell’azienda, stia lavorando per sbloccare la situazione a difesa dell’industria e dell’occupazione. Ci torneremo più diffusamente in seguito. Per ora ci limitiamo a esprimere il nostro profondo disprezzo per il commento squalificante di Toti e Bucci riguardo a chi difende il proprio posto di lavoro: TEPPISTI.

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Goodnews: librerie alla riscossa.

La cultura a Genova è ormai un optional, lo dimostra l’assenza di un assessore ad hoc e pure i rumors sulla Presidenza del Ducale. Qualcuno rema contro, sapendo che leggere rende liberi e capaci di scelte consapevoli. Quindi grazie a Riccardo Botta che il 29 ottobre, riaprirà la storica libreria anti-

quaria Ceotto in Canneto il Curto. E come libreria indipendente, con saggi, romanzi, fumetti e gadget, perfino libri didattici per chi voglia imparare l’italiano. Anatema: rivolta quindi anche a chi, nonostante lo ius soli e scholae negati, vuole integrarsi nella lingua e nella cultura del paese che da ospitante deve diventare il suo. L’occasione per aprire la mente, dove da più parti si tende a rinchiuderla tra slogan e trionfalismi da una parte, geremiadi dall’altra, dove il nulla impera.

via Canneto - Foto di Via Canneto il Lungo, Genova - Tripadvisor

Via Canneto il Curto

EDITORIALI

Riceviamo dal consigliere regionale Roberto Centi

Riflessioni post-elettorali

A venti giorni dalle elezioni politiche, con risultati non certo brillanti per la formazione di Giovanni Toti, né a livello nazionale né tantomeno regionale, il preannunciato impasto rapido nel giro di due settimane resta lettera morta.

L’Assessorato alla Sanità, vera patata bollente della giunta, finora mantenuto dal Presidente tra assenze e linea politica tesa a una privatizzazione strisciante, solo ora ha visto l’assegnazione formale ad Angelo Gratarola, medico di valore del San Martino di Genova che si auspica sappia affrancarsi dalla stretta ottica aziendalista di Toti e dell’assessore ombra Profiti, per cui i pazienti liguri sono consumatori di servizi e gli ospedali e le strutture sul territorio servono a implementare la “capacità produttiva” delle aziende. Naturalmente a favore di tutta la Regione, anche e soprattutto delle sue periferie estreme della Spezia e Imperia, cenerentole assolute, e non di un accentramento già in atto su Genova – in particolare su San Martino, Gaslini ed Erzelli – peraltro di là da venire.

Per il resto, il tagliando complessivo della Giunta di cui parla spesso Toti dovrebbe portare ad uno smembramento delle deleghe di Ilaria Cavo, in partenza per Roma, per cui Formazione, Orientamenti e Programmi Comunitari andrebbe a Marco Scajola, mentre Politiche Giovanili, Scuola e Università a Simona Ferro esponente di Fratelli d’Italia, per premiare plasticamente il 24,4 del suo partito in Liguria; ma in realtà dimostrando ancora una volta quanto giovani e formazione siano gli ultimi dei problemi di Toti. Infine Giacomo Giampedone assume le deleghe alle Politiche Socio-sanitarie e Terzo Settore. In alto mare la pratica della successione a Gianni Berrino, sostituzione di peso che necessita del placet ragionato di Giorgia Meloni, ora impegnata in tutt’altre e non da poco faccende. Pertanto il cosiddetto mega-rimpasto, che avrebbe dovuto coinvolgere anche i potenziali eleggibili Alessandro Piana della Lega, Scajola di Noi moderati e la stessa Simona Ferro non avverrà a causa dei non brillanti risultati che di fatto hanno ingessato una parte consistente della giunta Toti. Va da sé che la richiesta di Forza Italia di avere un assessorato rimarrà inevasa.

Gli scricchiolii nella maggioranza consiliare, che sembravano presagire il distacco di alcuni suoi componenti, sono per ora fermi a Stefano Anzalone, passato al gruppo misto come esponente ligure di Progresso Liguria; vicino, a quanto pare, a Carlo Calenda.

La nomina di Beppe Costa, Presidente di Costa Edutainment a Presidente della Fondazione Palazzo Ducale in luogo di Luca Bizzarri, sembra un primo segno di nuovi posizionamenti ed equilibri nella galassia del potere genovese di Toti e Bucci; oltre a testimoniare as usual la visione para-aziendalistica del settore cultura di queste Destre.

Il tutto mentre associazioni di categoria varie reclamano, soprattutto da Savona e dal Ponente penalizzati dalle scelte elettorali, più peso negli organi decisionali della Regione.

L’impressione, al di là delle rassicurazioni di Toti, è che la carriera nazionale del Presidente sia stata bruscamente interrotta da una realtà elettorale senza appello, che lo induce a rimanere suo malgrado al comando della nave Liguria, proclamando di puntare al terzo mandato dopo il 2025. Peraltro nell’assordante silenzio dei suoi “fidi” scudieri.

Roberto Centi

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Toti e Bucci, ammaccati ma non domi

Le recenti elezioni hanno creato palesi crepe nella cabina di comando ligure: Giovanni Toti vede evaporare ogni velleità di poter giocare nella serie A della politica nazionale, con immediata perdita di credibilità; Marco Bucci si trova in casa una bella gatta da pelare con i ringalluzziti di Fratelli d’Italia, che pretendono di far pesare anche a Tursi la loro primazia elettorale; quindi, anche nei confronti del sindaco faso-tuto-mi.

Una situazione che suggerirebbe all’opposizione di battere il ferro finché è caldo; mettendo finalmente a profitto il manuale del giovane fighter, che al primo punto detta: “la politica è come la comicità: tutta una questione di tempi”. Staremo a vedere: l’action-start sarebbe individuare e coalizzare pezzi di società locale potenzialmente avversi alle mire dell’attuale governo locale.

La Voce, fin dal suo nascere, ha indicato come tasto da battere per aggregare consensi l’affarismo allergico a ogni forma di controllo dell’attuale maggioranza. Con il de cuius di un’altra criticità, da mettere nel mirino ai fini dell’alternativa: l’attitudine divisiva del duo Toti&Bucci, occultata sotto pratiche comunicative che andrebbero smascherate. Ossia la tendenza di sviare l’attenzione dei cittadini attraverso conflitti inventati. Una lezione che risale agli albori dell’esperimento democratico “tra le maestose sequoie del New England”. Quando i Padri Fondatori degli Stati Uniti, in larga misura plutocrati coloniali (già prima del 1776 il 5% degli abitanti di Boston, New York e Filadelfia deteneva il 49% della ricchezza cittadina), occultarono il conflitto di classe aizzando il popolo americano in lotte da penultimi contro ultimi (i proletari bianchi contro gli schiavi neri, i pionieri contro i nativi), poi scatenandolo contro le giubbe rosse del re inglese per impadronirsi dei domini dell’aristocrazia britannica nel Nuovo Mondo.

Mutatis mutandis, ora Bucci – quale presidente della Provincia (emersa dalla scriteriata riforma renziana) – mette in rotta di collisione Genova e il Genovesato, come ci racconta Antonio Gozzi, il Braveheart del nostro Ponente di cui abbiamo sovente ospitato le denunce. Ma c’è un’altra guerra tra poveri virata a diversivo che sta venendo alla luce; quella nel personale della sanità pubblica; promuovendo un antagonismo assurdo tra medici e infermieri.

Come lo evidenziano i Tafazzi alla guida del Galliera, destinando 150 euro di premio di produzione al personale sanitario (infermieri, tecnici, OSS) e neppure un centesimo ai medici (intanto loro si deliberano una prebenda di 30mila!). A ulteriore conferma della più generale politica al risparmio totiana, che persegue l’affidamento agli infermieri di ruoli un tempo spettanti ai medici. Lo chiamano task shifting, trasferimento di compiti, e il riferimento è alle malfamate politiche anti-popolari del Regno Unito, promosse dalla fanatica Thatcher e dall’opportunista Blair con la svendita del settore pubblico, a partire dalla catastrofe delle ferrovie. E ovviamente il primo banco di prova è stato l’ineffabile ospedale Galliera, dove il 25 maggio 2017 venne inaugurato con ampi strombazzamenti l’esperimento pilota denominato “area di degenza a conduzione infermieristica”. E lo slogan era: “risparmio unito a qualità delle cure”. Dove il termine “risparmio” risultava il vero e unico obiettivo: decimare i più costosi medici a scapito del servizio pubblico, per arrivare rapidamente al vero scopo: la privatizzazione.

La redazione de “La Voce del Circolo Pertini”

Nicola Caprioni, Daniela Cassini, Angelo Ciani, Mauro Giampaoli, Michele Marchesiello, Carlo A. Martigli, Pierfranco Pellizzetti, Getto Viarengo.

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Hanno scritto per noi:

Andrea Agostini, Marco Aime, Franco Astengo, Arnaldo Bagnasco, Enzo Barnabà, Giorgio Beretta, Marco Bersani, Sandro Bertagna, Pierluigi Biagioni, Pieraldo Canessa, Alessandro Cavalli, Roberto Centi, Riccardo Degl’Innocenti, Battistina Dellepiane, Egildo Derchi, Marco De Silva, Erminia Federico, Maura Galli, Luca Garibaldi, Luca Gazzano, Valerio Gennaro, Antonio Gozzi, Roberto Guarino, Monica Lanfranco, Maddalena Leali, Giuseppe Pippo Marcenaro, Antonella Marras, Fioriana Mastrandrea, Andrea Moizo, Anna Maria Pagano, Paola Panzera, Marianna Pederzolli, Roberta Piazzi, Enrico Pignone, Bruno Piotti, Paolo Putrino, Bernardo Ratti, Ferruccio Sansa, Carla Scarsi, Sergio Schintu, Mauro Solari, Piera Sommovigo, Giovanni Spalla, Angelo Spanò, Giulio A. Tozzi, Gianfranco Tripodo, Gianmarco Veruggio, Moreno Veschi.

POSTA

Mostra-Convegno a Bordighera

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La nostra Lettera aperta ai liguri sulla sanità, pubblicata il 15 settembre scorso, sta ricevendo numerosi riscontri.

Ecco alcuni commenti pervenuti:

I nostri followers sulla questione sanitaria in Liguria

  • “Ditelo a Toti e al neo-assessore alla sanità”. Michele C.
  • “Non è l’amore che è cieco, è l’avidità”. Laura F.
  • “È scandaloso e – quel che è peggio – non è circoscritto alla Liguria”. Antonella F.
  • “Non credo che questa situazione riguardi solo la sanità ligure. Aiutiamoli a fermare questo declino che dilaga”. Ilaria S.

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Riceviamo dal Professor Salvatore Turi Palidda, questo commento al dibattito su “potere e città” avviato da un nostro editoriale e che ha visto nelle precedenti uscite della news gli interventi di Alessandro Cavalli e Arnaldo Bagnasco

Qualche osservazione sull’editoriale di Alessandro Cavalli ne “La Voce del Circolo Pertini”

Non si può dire che “lo sviluppo di Genova (dopo l’Unità) sia stato prevalentemente promosso e pilotato dall’esterno più che dalle élites locali. Una parte della classe dominante di Genova è stata sempre attenta a fare alleanze e compromessi con quella nazionale, anche se spesso con una sorta di spirito di power brokers per ottenere benefici e poteri nella gestione della società locale (caratteristica tipica di quasi tutte le classi dominanti locali italiane). Del resto questo è stato lo spirito dei nobilotti genovesi dalla prima crociata sino all’Unità e dopo anche col fascismo. Nel secondo dopoguerra il grande “balzo” ha visto anche un ruolo non trascurabile dell’élite genovese (Ansaldo, armatori ecc.) ma è ovvio che le scelte del “partito-stato” (la DC che a Genova fu molto forte) per una città portuale-industriale funzionale al triangolo Torino-Milano-Genova come trainante di tutto lo sviluppo italiano hanno inglobato i dominanti locali liguri nel progetto nazionale pubblico-privato. L’aspetto più sconcertante di questo sviluppo fu il totale sprezzo per la salvaguardia del territorio e della popolazione a favore di un devastante abuso soprattutto di tutto il ponente (da Sampierdarena sino a Voltri) come peraltro avvenne a Savona e ciò anche dopo con la cementificazione a tappeto per opera di una speculazione immobiliare spaventosa (vedi Il partito del cemento di Sansa e Preve). Quanto all’IIT Cavalli manca di informazioni: è stata una creazione sciagurata perché come ora denunciano anche in massa i suoi ricercatori -tutti precari- non è affatto un’istituzione di ricerca che mira al futuro ma solo a progetti che non possono basarsi sui risultati della ricerca fondamentale proprio perché non fa che sfruttare dei precari ed è un ente privato finanziato con fondi pubblici! D’altro canto, Cavalli dovrebbe chiedersi – e se vuole potrebbe ben capire – perché dopo gli anni ’70 l’Università di Genova ha conosciuto un progressivo declino in tutti i sensi (e non a caso con anche casi di corruzione e reati penali di docenti di Giurisprudenza fra i quali la vice-rettrice responsabile della trasparenza -SIC!!!).

Le “élite locali” -come le chiama Cavalli- hanno gestito la “crisi industriale (e anche demografica) che ha colpito la città nell’ultimo mezzo secolo” … altro che assenza di “un ripensamento profondo su come si reinventa lo sviluppo della città (tralascio gli esempi secondo lui positivi di Milano e Torino che a parer di tanti sono assai discutibili perché innanzitutto il trionfo di un neo-liberismo che ha accentuato la distanza fra ricchi e poveri e il degrado grave dell’ecosistema). Ben oltre la vicenda Erzelli, dal ’70 in poi è innanzitutto emblematica la gestione della transizione all’“ultima grande trasformazione” (dopo la fine della città portuale-industriale) che di fatto ha scelto il declino (e il conseguente spopolamento) a favore del mantenimento di cerchie di potere dominanti parassitarie. Queste cerchie (di riconoscimento sociale e morale -come direbbe Simmel) hanno espresso quella che possiamo chiamare la “troika genovese e ligure” (OpusDei, massoneria delle destre e massoneria dell’ex-sinistra) hanno prodotto anche una sequela di scandali giudiziari fra i quali quello della Carige il cui presidente ladro per 30 anni era sempre sostenuto da tale troika). Ed è sempre questa “santa alleanza” (configurata sin dai tempi del cardinale Siri) che ora esprime la destra al potere alla regione e al comune con la totale intesa col PD su tutte le grandi scelte (vedi i progetti per come spendere i quasi 7 miliardi che Genova e la Liguria attendono dal PNRR).

Non è casuale che la conversione “postmoderna” della città e della regione non ha per nulla fermato il declino demografico poiché non crea futuro stabile e soddisfacente (già negli anni ’90 i giovani genovesi hanno cominciato a scappare all’estero o a Milano).

L’associazionismo come i centri sociali resta “atomizzata”, non fa rete perché questa è la conseguenza dell’erosione dell’agire pubblico provocata dallo sviluppo neo-liberista (cioè dalla profonda destrutturazione economica, sociale, culturale e politica) e perché non riesce ancora a esprimere un progetto di futuro credibile e quindi una leadership conseguente. L’esperienza Marco Doria è emblematica di questa realtà povera – ma anche quella di Pisapia lo fu … è la “discesa agli inferi” della sinistra italiana -a differenza di quella francese che ha espresso la NUPES- e senza ancora spiragli di nuova rinascita. Non è casuale che il tasso di astensionismo è altissimo (più del 58%) e abbiamo un presidente della regione e un sindaco eletti da poco più del 2°% degli aventi diritto al voto e la maggioranza degli astensionisti è nell’elettorato della sinistra storica perché disgustato appunto dall’ex-sinistra che sta nella troika.

Che i figli non solo dei dominanti vadano a studiare all’estero o fuori dalla propria città è un fenomeno che riguarda tutta l’Italia e in parte tutta l’Europa … è anche l’effetto della globalizzazione. Ma nel caso genovese e ligure è innanzitutto la conseguenza del degrado dell’Università di Genova e in particolare delle scienze umane e sociali (degrado che peraltro è generale in tutta l’Università italiana -tranne eccezioni che confermano la regola). Esatto: la “classe dirigente” genovese ha pensato innanzitutto alla sua riproduzione … ma quale doveva essere lo “slancio verso il futuro”? (che auspica Cavalli). No, non è che non si sono chieste “quali sono le grandi tendenze scientifico-tecnologiche, economiche, sociali e culturali del mondo attuale e a che ruolo può ambire la città nei decenni a venire nel quadro di queste tendenze”. Bucci e Toti, in intesa con tutte le componenti della troika e quindi anche con il PD, hanno trovato nell’archistar Piano l’uomo utile per poter spendere e spandere i miliardi del PNRR, il resto va da sé. No, non è che la città si compiace delle sue antiche glorie e della sua innegabile bellezza (i signori Toti e Bucci e i loro collaboratori sono ignoranti della storia e delle bellezze vere della città e della regione).

In altre parole, la questione di fondo è che siamo anche in pieno nel guado delle conseguenze della fine del vecchio modello di sviluppo degli anni del dopoguerra sino agli anni ’80 e non si intravede nulla se non un’ipotesi di citta eco-sostenibile, magari con ancora meno abitanti, e che mira a un programma di lunga durata di bonifiche e risanamento appunto indispensabili per un futuro sano (siamo la città col più alto tasso di mortalità -non solo e non tanto per vecchiaia- ma per malattie da contaminazioni tossiche eredità dello sviluppo industriale e della cementificazione devastanti),

Salvatore Turi Palidda

FATTI DI LIGURIA

Nello scorso numero de la Voce il nostro collaboratore Roberto Guarino aveva espresso un giudizio tutto sommato positivo sul progetto del cosiddetto Skymetro per affrontare il problema della mobilità in Valbisagno. Oggi ospitiamo il parere contrario di Andrea Agostini: la discussione prosegue.

Skymetro sì, skymetro no

Il nodo del dibattito sulla mobilità nella Valbisagno è uno solo: l’utilizzo preferenziale o meno del mezzo privato in tutte le sue declinazioni. Se consideriamo che esistono dei limiti, è evidente che aumentare le autovetture e le strade non è una strada percorribile. D’altro canto è evidente che il mezzo pubblico per essere utile deve occupare uno spazio sottraendolo ai mezzi privati. Se ci fosse una autentica volontà politica, senza nessuna spesa aggiuntiva ma solo con un po’ di vernice per le corsie gialle si poteva e si potrebbe permettere a un abitante di Prato di arrivare a Brignole in mezz’ora con i mezzi attuali. Purtroppo nessuna amministrazione genovese ha avuto il coraggio di affrontare la questione nell’interesse pubblico e siamo rimasti all’ingorgo. All’epoca della giunta Vincenzi il dibattito partecipato coi cittadini di tutta la valle si era concluso con una indicazione netta. I cittadini si espressero per il tram. Da allora tutti i sindaci – Bucci compreso – si sono dichiarati per il tram, salvo non fare nulla. Adesso che i soldi ci sono, il nostro sindaco dopo anni di studio affidato al professore Musso, docente di economia dei trasporti all’università di Genova, ha deciso, senza consultare il professore e senza piano trasportistico, di spendere oltre 400 milioni di euro per costruire un robo appeso per aria all’altezza del terzo piano delle case che – badate bene – arriverà solo a Molassana, Con tanti auguri ai residenti di Struppa e Prato, cui dedica vaghe promesse senza un euro di finanziamento e di progetto approvato. Il perché è presto detto. Appendendo il mezzo pubblico per aria lascia libera la strada per la gioia degli utenti privati che continueranno a imbottigliarsi come e più di prima. Si, perché i dati del comune sono chiari. Lo skymetro non potrà portare più persone di quelle che già si addensano sui bus e quindi non aumenterà la fetta di persone che passerà al mezzo pubblico. In più le fermate, meno della metà di quelle dei bus attuali, andranno raggiunte a piedi con attraversamento del Bisagno, a scapito di anziani, handicappati e bambini. Per poi raggiungere Brignole nello stesso tempo attuale, con in più un’enorme spesa pubblica e un grande guadagno per chi la costruirà. Inutile parlare dei costi di manutenzione della infrastruttura, delle scale mobili, degli ascensori che ogni cittadino genovese che abita sulle alture ha sperimentato da decenni. In sostanza un’opera che farà guadagnare molto il privato progettista/costruttore e lascerà le cose come stanno in Valbisagno. Io continuo a sostenere che sulla questione è mancato da sempre il coraggio agli amministratori genovesi, ma se non ce l’hai nessuno te lo può dare. Sono convinto che se si rifacesse un dibattito partecipato in valle il risultato sarebbe sempre lo stesso: tram, il mezzo che stanno implementando in tutta Europa; l’unico che garantisce la diminuzione del traffico privato sulla stessa linea del 25%, come avviene a Firenze a Nizza e a Zurigo. Ovviamente gestito da persone che – al di là dello schieramento politico – hanno ben chiara la priorità: efficienza e interesse pubblico.

Andrea Agostini

FATTI DI LIGURIA

Della crisi industriale e delle fumisterie dei nostri industriali

Il quadro a consuntivo degli andamenti industriali genovesi – tracciato sul numero 4/2022 dell’house organ di Confindustria Genova – apre una significativa finestra sullo stato dell’arte dell’intera economia ligure: i dati del primo semestre di quest’anno, nonostante le strombazzate riprese del sistema Italia, non sono andati affatto bene; soprattutto per il settore portante della manifattura, che rispetto allo stesso periodo del 2021 segna un misero +0,4, “trascinato dalla cantieristica navale e dai settori della chimica e della plastica. Tuttavia il comparto manifatturiero principale, l’impiantistica-metalmeccanica, ha fatto registrare un arretramento pari al 1,5%, a conferma di un peggioramento della capacità produttiva delle imprese” (dichiarato ufficiale dell’associazione datoriale!). Cui si aggiunge: “i margini lordi delle aziende manifatturiere genovesi si sono contratti del 6,3%”. Cause della tendenza sono indicate “nel perdurare delle tensioni sui prezzi di energia, materie prime e semilavorati”; cui si aggiunge la rituale “difficoltà a coprire le posizioni vacanti, in particolar modo quando si tratta di professioni intellettuali, scientifiche e a elevata specializzazione, tecnici informatici, tecnici dei processi produttivi, ma soprattutto operai specializzati e alcune tipologie di operai semi-qualificati”. Addebito sulle cui responsabilità l’organizzazione padronale non può dichiararsi estranea, visto che segnala la sua insoddisfacente capacità di fare sinergia con il sistema educativo locale. Comunque, se le impennate dei prezzi di energia e commodities hanno già prodotto questi esiti, figuriamoci cosa avverrà nei prossimi mesi, quando se ne annuncia l’impazzimento. Per cui in ambienti confindustriali circola di nuovo la parola “recessione”, campana a martello per una realtà in avanzata de-industrializzazione quale quella ligure. Impazzimento a fronte del quale spicca la passività del tandem Draghi-Cingolani. Ma l’editorialista dell’house organ – il vice presidente di Confindustria Genova con delega alla transizione tecnologica (sic!) Fabrizio Ferrari – dimostra di aver capito tutto, chiude il suo intervento secondo il classico adagio “industriali governativi per necessità”: “vorrei concludere ringraziando il Primo Ministro Mario Draghi per avermi regalato 516 giorni di competenza, serietà e professionalità”. E ora cosa suggerisce per rimediare in chiave locale ai successi di questi 516 giorni di assenteismo governativo (e pure delle istituzioni locali)? Una proposta in materia di specializzazione competitiva di territorio? Macché, il solito giochino alla Cingolani di puntare sulle meraviglie di robotica e intelligenza artificiale, con cui ci si balocca dal 2005 senza cavare un ragno dal buco. Il tutto confezionato nel solito linguaggio misterico per impressionare l’uomo della strada. E la nuova scatola vuota si chiama RAISE (Robotics and Al for Socio-economic Empowerment), suddivisa in hub and 4 Spoke (vulgo, il termine logistico mozzo e filiere): 1) Urban Technologies for inclusive Engagement; 2) Smart Devices and Technologies for Personal and Remote Healthcare; 3) Substainable environment caring and protection technologies; 4) Smart and sustainable port. Insomma, le solite fumisterie per non dire che siamo fregati. Del resto il vecchio presidente degli industriali liguri si chiama Giuseppe Zampini, attualmente Attila della sanità ligure all’opera nell’ospedale Galliera.

PFP

FATTI DI LIGURIA

Gli appalti nei porti di Ponente per gli amici della parrocchietta

Sono tre le cordate candidate alla redazione dei piani regolatori portuali degli scali di Genova e Savona-Vado, messa a gara alcune settimane fa dall’Autorità Portuale del Mar Ligure Occidentale; nessuna straniera (sulla gazzetta ufficiale europea è stato pubblicato solo l’avviso di gara, senza tradurre la documentazione) e tutte ben note all’ente per rapporti passati o in essere.

In ordine di presentazione delle offerte la prima è quella del raggruppamento composto dalle società d’ingegneria Modimar e Technital, accoppiata protagonista della progettazione preliminare della nuova diga foranea del porto di Genova, e dallo Studio d’architettura Capolei Cavalli. La cordata, inoltre, subappalterà in caso di vittoria gli studi economici alla società di consulenza milanese Pts Clas e ingaggerà per gli aspetti nautici lo Studio Tecnico Navale Faraci-Magrini.

Il secondo raggruppamento è formato da Rina Consulting (anch’essa impegnata nell’appalto della nuova diga in qualità di project manager, per quanto l’aggiudicazione, in attesa dell’appello, sia stata annullata dal Tar, ma, dietro placet del ricorrente, affidata comunque per le fasi preliminari alla società genovese) e dagli studi d’architettura Atelier Femia (degli architetti Alfonso Femia e Simonetta Cenci, già assessore all’urbanistica della prima giunta del sindaco di Genova Marco Bucci) e Rosario Pavia.

La terza cordata ha come mandataria Btp Infrastrutture, nuova denominazione della società d’ingegneria romana Peg (Progetti Europa&Global) Infrastrutture, che è il soggetto che ottenne ragione nel summenzionato ricorso al Tar sulla gara per la direzione lavori della nuova diga (e il cui gruppo, con un’altra controllata, vinse poi l’appalto per la verifica dei progetti definitivo ed esecutivo della diga stessa). Numerose e di varie specializzazioni le società mandanti di questo raggruppamento: One Works (studio d’architettura), Aquatecno (società d’ingegneria specializzata in opere portuali), Kpmg (società di consulenza), Ambiente Spa (impresa carrarina di ingegneria ambientale), Servizi Tecnici Srl (studio ingegneristico specializzato in opere marittime), Systematica Srl (consulenza in materia di studi trasportistici).

La prima seduta di gara non ha portato a rilievi sulla presentazione delle offerte. Ma tutte e tre le cordate hanno tenuto ad esplicitare come il coinvolgimento di almeno uno dei propri componenti in contenziosi con la pubblica amministrazione causati da risoluzioni o revoche per inadempienza non possa essere causa di esclusione dalla gara.

Nel primo caso è stata Technital a portare all’attenzione dell’Adsp la propria soccombenza (almeno per ora) nella lite con l’Adsp della Sicilia Orientale in merito alla risoluzione da parte di quest’ultima di un contratto relativo ai servizi di collaudo ai lavori di adeguamento di una banchina del porto di Augusta. Rina Consulting ha puntualizzato di non poter essere esclusa in ragione della revoca da parte di Rav Spa (società autostradale valdostana) di una gara vinta insieme a Lombardi Ingegneria Srl (peraltro socia di Technital in un appalto del Comune di Sassari), revoca impugnata ma senza successo al Tar (l’appello è pendente). Quanto all’ultima cordata, sono state segnalate la risoluzione di un contratto con Aquatecno da parte sempre dell’Adsp della Sicilia Orientale e un provvedimento preso anni fa dall’Antitrust (poi vittoriosa in giudizio) contro Kpmg (in ragione di un cartello formato con Ernst&Young, Deloitte e Pwc).

Andrea Moizo

FATTI DI LIGURIA

Per ricordare e far sapere

Nel numero scorso de La Voce il nostro GV aveva ricostruito i primi passi della vicenda partigiana di Aldo Gastaldi (Bisagno). Ora affronta il tema della sua morte – il 25 maggio 1945 – che ha dato adito a controversie, influenzate dal clima di estrema politicizzazione che accompagnava l’epilogo della lotta di Liberazione. A fronte del quale il carismatico comandante della Divisione Cichero già nel’44 aveva inviato un messaggio a tutti i giovani delle formazioni combattenti, in cui consigliava loro di “riflettere almeno quattro anni prima di definirsi politicamente”.

La morte di Bisagno

 

Le ultime ore di vita di Aldo Gastaldi, il partigiano “Bisagno”, sono sempre state utilizzate per costruire il sospetto di un presunto assassinio, operazione che da anni suscita polemiche e veleni, recentemente riavviata dal un film biografico sulla sua vita. In più occasioni mi sono trovato a dover discutere di questo drammatico fatto realizzando una specifica video-intervista con l’indimenticabile fratello Giacomo, ma trovando sempre conferma della casualità dell’incidente Bisagno, il ricordo del "santo" partigiano - La Nuova Bussola Quotidiana

Nel 2017 un nuovo lavoro è pubblicato da Sandro Antonini, per i tipi di Interrnos pubblica una biografia di Aldo Gastaldi Bisagno, ‘primo partigiano d’Italia’, comandante della divisione Cichero, individuo dai principi morali ineccepibili e di profonda religiosità, inquadrata nel tempo storico in cui si svolge, cioè tra l’8 settembre 1943, giorno dell’armistizio e il 21 maggio 1945, giorno in cui, a seguito di un tragico incidente avvenuto a Desenzano sul Garda, muore. Nei mesi a seguire, con puntualità a dir poco sospetta, un libro di Pansa riprende il tema della morte di Bisagno, il titolo del volume non lascia dubbi sulle tesi di Pansa: Uccidete il Partigiano Bianco. Antonini, con rigore di storico e preparato studioso, risponde in modo puntuale e documentato all’ennesima ricostruzione basata sul discredito della Resistenza e la sua equiparazione al “valore dei vinti”. Di seguito riprendo la testimonianza conservata presso l’Istituto Storico della Resistenza e rilasciata da Adolfo Burlando, partigiano “Barbera”: “Il mattino del 19 maggio 1945, Bisagno, Dorino, Filippazzi ed io, siamo partiti con gli alpini del Vestone ed il loro comandante Paroldo da Via Rimassa, alla Foce, dov’ era il comando della Brigata Jori. Ci fermammo a Piacenza per desinare e poi Bisagno stabilì che, per non attardarci troppo, ci saremmo divisi i compiti: Paroldo ed io, con la camionetta, avremmo preso la Val Padana per portare a destinazione quel gruppo – una decina di uomini – che abitava in quei posti, mentre lui, sul camion rimorchio – un Fiat 666 – avrebbe raggiunto direttamente il Trentino, dove il resto della formazione, una settantina di uomini, risiedeva. () Il mattino del 21 ripartimmo con Filippazzi al volante e noi tre al suo fianco; ma dopo un po’ Bisagno, nonostante le proteste di Dorino, pretese di salire sul tetto della cabina, ed io dovetti seguirlo: lui semisdraiato sulla sinistra ed io sul lato opposto. Nei pressi di Bardolino raggiungemmo una colonna di prigionieri affiancata da camion Alleati e Filippazzi, dopo un po’, volle tentare il sorpasso, improvvisamente un camion degli Alleati gli tagliò letteralmente la strada e, per non investirlo, fu costretto a sterzare bruscamente tanto che le ruote di sinistra scivolarono nella cunetta, provocando sobbalzi paurosi: così Bisagno venne sbalzato sul terrapieno e poi sotto una ruota”. Purtroppo chi vuole costruire fatti per ricondurli a sospetti non è disponibile ad un confronto per dare una verità, gli studi e le ricostruzioni non bastano a chi semina il veleno del sospetto. Tutto ciò non merita un uomo valoroso come Bisagno. Anche se rimane utile continuare a ricercare e studiare, non rinunciando mai al confronto per dare a Bisagno e alla Resistenza l’immenso valore che meritano.

GV

FATTI DI LIGURIA

La malasanità ligure finisce su “Presa diretta” di RAI 3

Riccardo Jacona su RAI 3 ha svelato ai cittadini liguri una verità che molti non conoscevano o della quale non volevano prendernee atto: la sanità ligure è una delle più scadenti in Italia.

Un tempo si pensava che certi disservizi, gestioni disastrose, mancato rispetto della dignità e dei diritti dei cittadini fossero tipici di alcune regioni dell’Italia meridionale. Mentre la Liguria esibiva le sue eccellenze: dal Gaslini, all’IST, dal CBA al centro di chirurgia della mano e molto altro.

Oggi ogni illusione è caduta. Abbiamo illustrato il disastro dell’ospedale San Martino, cuore del sistema sanitario ligure, paralizzato per tre mesi dalla mancanza di personale; il disastro speculativo nell’ospedale del Felettino alla Spezia, dove non si capisce perché Toti voglia regalare 480 milioni di Euro ai privati; i casi di ospedali nuovi, come Albenga (inaugurato nel 2008), Sarzana (inaugurato nel 2002), Rapallo (inaugurato nel 2010) svuotati per essere ceduti a privati (che bel regalo!).

Durante quella trasmissione c’è stato anche un momento grottesco: mentre venivano intervistati alcuni esponenti del Comitato per l’Ospedale di Albenga (#senzaprontosoccorsosimuore), si sono presentati alcuni potenziali acquirenti francesi, che sostenevano di avere appuntamento con il Presidente della Commissione Sanità, il leghista Brunello Brunetto (che poi ha smentito la ricostruzione). D’altra parte Toti non ha mai nascosto il suo disprezzo nei confronti delle persone più fragili, che potrebbero aver maggior bisogno dell’assistenza sanitaria, quando a fronte dei primi morti per covid, disse “muoiono degli anziani, che non sono essenziali al ciclo produttivo”.

Ma la bruciante sconfitta elettorale di Toti, la cui lista non è andata oltre un miserabile 1,5%, non solo mette fine ai sogni di grandezza a livello nazionale dell’ex pupillo di Berlusconi, ma lo costringe a nominare un assessore alla sanità, delega che aveva sempre tenuto per sé, facendola esercitare al vero ras della sanità ligure, il manager calabrese Profiti (si scrive con una T, ma va letto con due).

Toti ha nominato – dopo un casting di settimane – il nuovo Assessore alla Sanità: il Professor Angelo Gratarola. Il nuovo assessore è un professionista della sanità, e la maggioranza ci tiene a presentarlo come “tecnico”. Come a dire che tutto è già impostato; e da ora in poi il punto è quello di gestire la sanità senza mettervi mano. Ossia le decisioni sono già prese: privatizzazioni, svendita di ospedali, spoliazione della medicina di territorio, infinite liste di attesa, persino la perdita dei fondi del PNRR.

Grattarola faccia il tecnico e non si immischi nelle decisioni del “capo”!

Invece no. Le scelte da affrontare sono puramente politiche: vogliamo una sanità pubblica, di qualità e accessibile, o si continua a privatizzare ospedali e servizi? Investire sulla medicina territoriale o meno? Cosa fare delle Case della Salute e degli investimenti previsti dal PNRR? Intervenire sulle liste d’attesa rafforzando il pubblico e il personale o perseguire un modello di sanità diviso in due, tra chi può pagarsi prestazioni e servizi e chi deve subire tempi biblici?

Nel frattempo, col tipico “Mediaset Style” Toti, che manda in rovina la salute pubblica, ha dato fiato alle trombe per promuovere “Casa della salute Village”: 4 giorni di check-up gratuiti; ovviamente offerti da un privato, tipo promozioni dei supermercati.

NC

FATTI DI LIGURIA

Ventimiglia, la solidarietà diventa reato

È terminato con 14 condanne da uno a tre mesi (e 17 assoluzioni) il processo di primo grado a carico degli attivisti del “Presidio permanente no borders” di Ventimiglia, che nell’estate 2015 occuparono un’area di parcheggio sotto la pineta dei Balzi Rossi, a pochi passi dalla frontiera franco-italiana di ponte San Ludovico.

Ripercorriamo quei giorni intensi, vissuti anche in prima persona: il 12 giugno del 2015 decine di migranti si accalcarono al confine, alla frontiera bassa di Ventimiglia, bloccati dalla polizia francese. Il trattato di Shengen era stato sospeso per il G7 tenutosi tra il 6 e l’8 giugno in Germania e da allora non è più stato ripristinato. I profughi bloccati erano l’onda lunga degli sbarchi provenienti dall’Africa: erano tanti e per la prima volta non volevano tornare in dietro rivendicando il diritto di passare. Le immagini della protesta fecero il giro del mondo aprendo una ferita nel cuore della fortezza Europa. Dopo qualche giorno avvenne un primo sgombero della Polizia italiana e alcuni raggiunsero gli scogli dei Balzi Rossi attendendo la riapertura della frontiera. Su quegli stessi scogli, testimoni del passaggio umano già dal tempo della preistoria, cominciarono a sorgere le prime tende per proteggersi dal sole e trovare riparo la notte. Da lì il presidio, incontrando il sostegno di decine di solidali ‘no border’, si spostò alla vicina pinetina dando origine ad un luogo autogestito che venne definito “la bolla”, dove trovavano spazio sostegni materiali e relazionali per chi migra: informazioni legali, batteria solare per ricarica cellulari, supporto sanitario, distribuzione di vestiti e generi alimentari in aperta violazione con un’ordinanza del Sindaco PD Ioculano, che vietava di somministrare cibo ai profughi per spirito di “mera solidarietà”. Erano i giorni dell’ondata di caldo chiamata ‘Caronte’ come il traghettatore infernale e sembrava quasi un’allusione ai tanti passeur che facevano e fanno tuttora affari ai due lati del confine: un passaggio poteva e può arrivare a costare fino a 300 euro.

“We are not going back”, siamo arrivati fino a qui e non torneremo indietro, gridavano i migranti che, spesso, decidevano di rimandare il passaggio della frontiera per unirsi al movimento “no borders” che sosteneva la libertà di circolazione, il superamento delle frontiere e la loro crescente militarizzazione. Questo fino al definitivo e brutale sgombero che avvenne di lì a pochi giorni, ma che ha prodotto conseguenze giudiziarie solo a coloro che, fra centinaia di persone, si alternavano a portare aiuti in frontiera ed avevano avuto l’ardire di unire alla solidarietà rivendicazioni politiche. Equiparare un’evidente stato di necessità motivato da ragioni solidali a un’occupazione abusiva di suolo, può essere solo il tentativo di intimidire tutti coloro che nutrono ancora lo sdegno per l’indifferenza che l’Europa e gli Stati continuano a manifestare.

Oggi come allora continuano i flussi di persone disperate per raggiungere la frontiera e un domani migliore, rischiando la vita inerpicandosi al ‘passo della morte’ a Grimaldi Superiore o tentando il ‘passaggio’ di un passeur. Ma soprattutto continua sotto traccia l’attività di decine e decine di persone che non si rassegnano e non restano inermi alla sofferenza, rispondendo con lo spirito di fratellanza dei popoli alla criminalizzazione della solidarietà.

MG

FATTI DI LIGURIA

Lettera aperta alle donne di Liguria

I problemi più urgenti di oggi sono la guerra, che si tenta di osservare senza parteciparvi. Tanto, nessuno di noi può farci nulla. E il lavoro, ma al di là dei milioni di posti che negli anni sono stati promessi a destra e anche un po’ a sinistra, anche qui non abbiamo voce in capitolo. A meno di non essere imprenditori illuminati che cercano persone offrendo loro un salario o uno stipendio adeguato. Altrimenti hanno ragione quelli che preferiscono restare con il reddito di cittadinanza, fintanto che resisterà alle pressioni del nuovo governo. Ma c’è anche una cosa per cui si deve e si può ancora lottare, in cui una certa voce avrebbe la forza e l’autorità per farsi sentire. E sono le libertà civili, le conquiste pagate con anni di lotta di pensiero e a volte anche fisica: soprattutto quelle delle donne. Ed è a loro, alle donne liguri, che mi rivolgo. Perché senza una presa di coscienza su quello che in alcune parti del mondo sta già avvenendo, quel vento che si comincia a respirare anche in Italia, abbatterà quelle conquiste. Che non riguarda, sia chiaro, le donne che in qualche modo o maniera portano avanti certi discorsi di “sinistra”, ma tutte, trasversalmente. A parte forse le ricche sciure che i diritti se li sono sempre trattati in privato, lasciando i problemi e le sopportazioni alle altre. Mi riferisco, sineddoche di tutti i diritti, all’aborto: che è sempre qualcosa di terribile, di disumano per il corpo e la mente di una donna (e anche per il suo compagno, il più delle volte). Il vento ci arriva dalle Marche. E ci è voluta Chiara Ferragni per portare alla luce a livello nazionale quanto sta accadendo in quella regione. Dove la destra già impone, contro le leggi, contro la Costituzione in fin dei conti, le sue ossessioni. Come già negli Stati Uniti, con Trump e la nuova Corte Suprema, così nelle Marche il sistema sanitario sta negando questa (terribile, sia ben chiaro) possibilità. La Cgil (non solo la Ferragni): “la regione in questi anni ha sempre ostacolato la piena applicazione della legge, tant’è che a febbraio di quest’anno la Cgil, insieme ad altre organizzazioni ha diffidato formalmente la regione ad applicare le indicazioni del Ministero della Salute in merito alla somministrazione della RU486 (la c.d. pillola del giorno dopo)”. Non è un caso che in questo momento il difensore della Cristianità divorziato che vive nel peccato ma snocciola il rosario, abbia richiesto per sé il neo Ministero della Natalità. Il modello Marche per la Liguria può arrivare, grazie ai compiacenti medici obbiettori e agli anestesisti (nelle Marche rispettivamente il 73% e il 45%) che vogliono ingraziarsi i padroni delle ferriere della destra padronale, che da noi ha fatto fuori quella sociale (i Plinio, per esempio). I medici obbiettori in Liguria sono già il 52%, gli anestesisti il 32,8, percentuale purtroppo salita in questi ultimi cinque anni. Vorrei sentire allora forte la voce delle nostre donne, prima che questo, come altri diritti, sia cancellato.

CAM

FATTI DI LIGURIA

Il sindaco di Portofino: un modello per avere successo in società?

Esistono due modi per ingraziarsi i ricchi e i potenti: o inginocchiarsi al loro posteriore baciando le terga o dimostrandosi talmente ignari e ignavi da essere considerati dei minus habentes, e quindi così innocui da non destare in loro alcuna preoccupazione. Questa alta riflessione sui massimi sistemi dell’antropologia e dell’analisi sociale, censuaria e intellettuale (dell’intelletto, intendo), mi è arrivata come una folata di vento tanto inaspettata quanto bizzarra quando ho letto il recente provvedimento dell’augusto sindaco di Portofino. Minuscolo comune, famoso in tutto il mondo per la bellezza del borgo ma anche per le ville miliardarie e i bilocali a ventimila euro al metro quadro, ammesso di trovarli. In sostanza, emulo dello Sceriffo di Nottingham, famoso per prendere ai poveri per dare ai ricchi, il principe sindaco Matteo Viacava ha stabilito, insieme alla sua corte-giunta, di regalare a tutti e quattrocentosedici residenti un bonus di quattrocento euro, per un totale di 166.400 euro, per affrontare il prossimo e inevitabile caro bollette. Un gesto in apparenza nobile. Peccato che, nella sua prodigalità, non abbia messo alcun paletto relativo a eventuali posizioni di indigenza o a un minimo di controllo ISEE (indicatore della situazione economica equivalente). In sostanza avranno questo bonus per luce e gas anche i plurimilionari, che immagino li devolveranno a qualche istituto di carità, o si faranno piuttosto una (minima) scorpacciata di aragosta per due alla salute del loro sindaco. Sembra una notizia falsa, ma è purtroppo vera. Ora, o i residenti di Portofino sono tutti di censo elevato, compresi pescatori e contadini (quelli che ancora resistono), e allora questi 166.400 euro potevano essere spesi per rifare i sentieri, mettere in sicurezza le strade e altro ancora di interesse davvero collettivo. Oppure, con un minimo di controllo sul reddito, potevano essere dati a quelli che ne hanno realmente bisogno e, di conseguenza, diritto, secondo il principio che le istituzioni sono al servizio dei cittadini, soprattutto i più indigenti. Un principio affermato dalla Costituzione Europea, un Trattato firmato a Roma il 29 ottobre del 2004, che fa riferimento alla fondamentale lotta “contro l’esclusione sociale e la povertà”, proprio come uno dei principali scopi dell’Unione Europea. E con il caro bollette, l’iniziativa poteva davvero diventare giusta e nobile. Capisco che con i chiari di luna crescente, che ha messo la gobba a destra, le classi più disagiate, deluse dalla sinistra, hanno abboccato, e questi principi sembrano desueti. Questo del nobile Viacava sembra quindi quasi un segnale di ciò che accadrà nel futuro prossimo venturo. E quando operai, casalinghe, insegnanti elementari, piccoli commercianti, pensionati e via dicendo si accorgeranno che il populismo di destra è contro i loro interessi, dovranno ricordarsi di questo provvedimento che, mettendo tutti sullo stesso piano, ricchi e poveri in sostanza, non fa altro che aumentare il divario tra loro.

CAM

FATTI DI LIGURIA

La cultura non abita a Palazzo San Giorgio

La scoperta dei resti del Molo nuovo durante gli scavi a Parco Rugna, tra calata Sanità e calata Bettolo, crea sconcerto a Palazzo San Giorgio. Si tratta di un’opera della metà del 600 per completare la difesa del bacino portuale da venti e mareggiate, sino ad allora affidata al solo Molo vecchio. In assenza dell’attuale diga foranea, il “vecchio” difendeva principalmente dallo scirocco, il “nuovo” dal libeccio, meno frequente ma spesso devastante. Si disse che del Molo nuovo si erano perse le tracce. Non era venuto in mente che scavando le si sarebbe potuto trovare; tantomeno di valorizzare un’opera importante per la memoria storica di porto e città. Insomma, un incidente di percorso che a Palazzo San Giorgio crea preoccupazione di ritardi nei lavori più che interesse culturale. Da qui il ricorso alla Soprintendenza sperando di riseppellire tutto in fretta.

In effetti, andato in pensione il dirigente dell’archivio storico Danilo Cabona, con l’avvento del Presidente Signorini le veline dell’ufficio stampa celebrano solo le magnifiche sorti presenti e future del porto di Genova; in sintonia con Comune e Regione. Per cui, una notizia come la scoperta dell’antica struttura muraria a Parco Rugna è stata data tramite una nota del responsabile di cantiere; con la chiosa che in futuro non ne vedremo altro che una traccia superficiale tra i binari. Mentre, dedicando tempo e qualche risorse, si poteva sondarne la stratigrafia, verificarne i materiali costruttivi e le tecniche inventate nell’occasione da Ansaldo de Mari, che lo resero celebre e furono imitata dagli ingegneri inglesi nella costruzione del molo di Tangeri.

Ma non c’è tempo per la cultura, il porto deve correre, la merce deve correre. Quale merce? Visto che i treni del Parco Rugna dovranno aspettare la nuova diga foranea (chissà quando?) perché a calata Bettolo arrivino volumi di container che giustifichino gli investimenti, per cui a lungo avremo un parco ferroviario sottoutilizzato (e dall’altra parte del parco, a calata Sanità, il terminal PSA Sech vede diminuire da anni i traffici).

Intanto la città celebra il rifritto Barocco della Superba con l’ennesima esibizione di ritratti dei nobili committenti e le loro fastose dimore, propinati a turisti e crocieristi alla stregua dei Vip attuali sulle riviste patinate e i social. Anche il Molo nuovo fu un’opera del Barocco, dell’età della crisi, che si manifestò non solo nei capolavori d’arte ma anche nel rinnovamento del pensiero scientifico, di cui l’invenzione di Ansaldo de Mari fu una notevole applicazione alle strutture materiali cittadine. Riportare alla luce con un progetto culturale le tracce storiche del porto significherebbe superare la scissione tra l’attuale narrazione oleografica della città e la sua realtà storica. Per cui la retorica del “secolo d’oro dei Genovesi” omette di riferire le condizioni di vita del popolo su cui l’oligarchia dominava spietatamente; con l’incubo di sedizioni insorgenti a seguito delle continue carestie, epidemie, guerre e imposizioni di servitù e gabelle. Del resto, il Molo nuovo non doveva servire allo sviluppo commerciale e a una maggiore prosperità della Repubblica, visto che i nobili ormai si dedicavano alla speculazione finanziaria, bensì ad assicurare l’agibilità degli approvvigionamenti, in particolare grano, indispensabili per sfamare la plebe ed evitarne le rivolte. E la nuova diga a cosa servirà domani? Un’altra storia, ma il passato ci può insegnare molto.

Riccardo Degl’Innocenti

FATTI DI LIGURIA

Nelle settimane passate un intervento giornalistico del nostro redattore MM ha fatto discutere e irritare il mondo dell’editoria genovese. L’assunto che il ruolo editoriale non è fabbricare libri, bensì diventare laboratorio di sperimentazione culturale. Come i mitici esempi dell’Einaudi di Torino o il Mulino bolognese. In dimensione locale, i casi della Marietti o del Melangolo di Vittorio Bo. Ora il tema viene ripreso e allargato in una sorta di check-up cittadino.

A proposito del rapporto di Genova con la cultura

Il buon sindaco Bucci, sindaco manager, che dice ‘board’ invece dell’abusato ‘tavolo’, continua ad annaspare quando si tratta di cultura a Genova. Come del resto, e non a caso, il presidente della regione, Toti. Il fatto è che – per la destra – la cultura rappresenta sempre una brutta gatta da pelare, soprattutto nella nostra meravigliosa città. E – come sempre quando non si sa a che santo votarsi – si ricorre all’usato sicuro presentandolo come qualcosa di nuovo e originale, accuratamente ‘spalmato’ negli anni a venire.

Così, il buon sindaco del fare ha rispolverato successi garantiti: Rubens, Van Dick, i Rolli, il mitico ‘secolo dei genovesi’, prospettando un piano a lungo termine, in cui la cultura è considerata – da manager – come uno straordinario volano economico, a beneficio di chi volesse investire a Genova, dove c’è un ‘territorio culturale’ che funziona. Non è un caso che abbia deciso di sostituire alla presidenza del Palazzo Ducale un Luca Bizzarri, troppo ‘intellettuale’ e irriverente, con Beppe Costa, presidente di Costa Edutainment s.p.a., a sua volta manager esperto di intrattenimento ‘educativo’ e più indicato per il raggiungimento degli obiettivi di Sindaco e Presidente della regione. Tutto ciò in piena coerenza con la tendenza di una città – per usare le parole del commiato di Luca Bizzarri – ‘dove troppe volte con la scusa della cultura si soddisfano ambizioni personali o, peggio, si fanno affari’. In realtà, il rapporto di Genova con la cultura si è fatto sempre più difficile, in significativa sintonia col declino generale della città. È un fatto che Genova non produce più cultura perché non produce più o non sa più produrre modernità, innovazione, visioni del e sul mondo. ‘Cultura’ non è solo spettacoli teatrali di successo, passatoie rosse o blu, spettacoli pirotecnici, mostre blockbuster, festival di richiamo, ma è anche e soprattutto industria, commercio, immaginazione, cosmopolitismo, apertura al respiro del mondo: è nel ‘fare’ autentico, più che nel consumare o ‘mettere a profitto’.

Non si scopre nulla di nuovo nel segnalare gli indici di questo declino che la gestione di destra sa solo camuffare e imbellettare. I ‘circoli’ e i caffè spariscono o si rassegnano a un destino turistico e superficiale; le iniziative più originali vengono scippate (festival della scienza). Genova non ha più un giornale degno di questo nome: il glorioso ‘Decimonono’ ridotto a dépendance della ‘Stampa’. L’editoria langue, con l’eccezione di alcune coraggiose iniziative che a Milano, Torino o Bologna avrebbero ben altra risonanza. E dove sono gli autori, i musicisti, gli uomini di spettacolo, gli artisti che fanno di una città un vero centro produttore di cultura? Che ne è delle gallerie d’arte che avevano collocato Genova in una posizione di tutto rilievo nel discorso nazionale e internazionale delle arti (Rotta, Il Minotauro, La Polena…)?

Se la città delle istituzioni, per prima, non saprà riscoprire e incoraggiare adeguatamente le realtà – pur vive, anche se poco spettacolari e poco costose – che Genova nonostante tutto sa offrire, la cultura a Genova resterà un alibi, un pretesto per operazioni commerciali o – peggio – un curioso fenomeno di folklore locale, un ricordo del passato: come quando – da tifoso genoano – si cerca di consolarmi col mito dei nove scudetti.

MM

FATTI DI LIGURIA

In questo numero de La Voce la rubrica “civic journalism” (difesa del patrimonio culturale, a rischio per l’indifferenza della pubblica amministrazione e per carenza di spirito civico) viene declinata in un’altra tematica: non più ville o parchi bensì il lascito della lunga fase industriale attraversata dalla nostra regione. Nel caso imperiese, un reperto di estremo valore per il recupero – a fronte del bene – anche della memoria storica come identità collettiva.

Le ciminiere dell’ex ferriera d’Imperia: a rischio il paesaggio del Ponente

La Sezione di Italia Nostra Ponente Liguria è intervenuta presso la Soprintendenza genovese per sollevare con forza la questione della preannunciata demolizione della ciminiera centrale dell’ex Ferriere di Imperia, in via di trasformazione nell’ambito di un progetto di realizzazione di un grande centro commerciale, accanto ai tanti cittadini firmatari di una petizione a difesa di un bene storico e identitario per la comunità imperiese e l’intera Provincia.

La ciminiera in questione è parte di un corpo storico composto anche da altre due ciminiere esistenti; essa risulta essere interessata da elementi di forte insicurezza, per i quali nel tempo sono stati effettuati dall’Ente pubblico studi e progetti di risanamento e recupero, al fine di ripristinare le necessarie e doverose condizioni di sicurezza, con l’adozione di moderne e qualificate soluzioni progettuali.

A fronte della possibilità del recupero e della messa in sicurezza, che peraltro sarebbe già dovuta e potuta avvenire a tutela della incolumità pubblica, sarebbe invece intervenuta da ultimo la decisione dell’abbattimento, dopo un iter amministrativo contrastato e ritardi inspiegabili.

La ciminiera centrale risulta “reperto di archeologia industriale” risalente agli anni Trenta e soggetta a vincolo di tutela a norma del Codice dei Beni Culturali e del paesaggio (D.L. 42/2004) che ne prevede la conservazione.

Per Italia Nostra la tutela del patrimonio culturale, la sua valorizzazione conservativa, la centralità della riqualificazione ambientale e del paesaggio sono obiettivi inalienabili che impongono una riflessione sulle modalità insediative e produttive che da tempo alterano il territorio.

Verrà modificato quindi l’orizzonte urbano del capoluogo ponentino? Vi aggiorneremo!

DC