Numero 30, 15 giugno 2022

                  uno strumento di contro-informazione per il dibattito pubblico ligure

LA VOCE DEL CIRCOLO PERTINI

Numero 30, 15 giugno 2022

PILLOLE

I dati taroccati di Euroflora. Biglietti acquistati da società pubbliche?

Restano misteriosi i dati economici di Euroflora 2022: il numero dei visitatori, gli incassi e, per di più,

il ricavo o la perdita della manifestazione. Circola insistente la voce di ben 27.000 biglietti acquistati da AMIU e AMT, società partecipate dal comune di Genova, e che altri siano stati “svenduti” al fine di gonfiare il numero dei partecipanti. La reazione di Bucci è, al solito, iraconda. Si limita a dire “Balle”, però continua a non fornire la documentazione, tanto che le opposizioni annunciano ricorsi a vie legali. Il consigliere 5 Stelle Pirondini dopo aver fatto richiesta di accessi agli atti ha presentato un esposto alla Corte dei Conti.La compagnia del taglio del nastro

Sansa fa rilevare come tra gli sponsor figurino molti finanziatori del centro-destra: il gruppo Spinelli, la clinica Montallegro, e altri.

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Parco del Beigua. Vinta la battaglia ambientale

Il TAR ha accolto il ricorso dei Comuni, del Parco del Beigua e delle associazioni ambientaliste contro l’autorizzazione alla ricerca mineraria di titanio sul Monte Tarinè. È lo stop – si spera definitivo – in una vicenda lunga più di vent’anni, a difesa di un’area protetta di grande pregio ambientale. Negli scorsi anni Regione Liguria aveva autorizzato ricerche minerarie nelle zone prossime al Parco del Beigua, causando la reazione del territorio, con 25mila firme raggiunte in poche settimane, proteste e ricorsi. Ora, finalmente un punto fermo. E speriamo venga messo un punto fermo anche sull’altra proposta di ricerca che coinvolge i territori della Val Graveglia e sconfina nella contigua Val di Vara. Anche in questo caso le amministrazioni locali e i cittadini stanno promuovendo ricorsi al TAR.

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Vandalismi a Nervi

Riceviamo questa informazione dal sito del Circolo Nuova Ecologia di Genova: “tre mesi fa villa Gropallo e gli altri parchi pubblici di Nervi venivano chiusi al pubblico per consentire l’allestimento di un evento privato: la kermesse di Euroflora dell’aprile e maggio scorsi.

Ora l’amministrazione comunale ha annunciato con l’abituale enfasi che i parchi saranno restituiti alla fruizione pubblica ai primi di giugno. Ma la realtà effettiva sembra ben diversa: Peggio del post evento del 2018 quando ci vollero ben due anni affinché i prati erbosi tornassero a essere tali”. Vediamo quando effettivamente riaprirà e in che stato troveremo questo prezioso ed essenziale polmone verde della città. Un tema su cui l’intera popolazione genovese dovrebbe essere impegnata a esercitare un’attenta vigilanza. Visto che siamo già arrivati alla scadenza annunciata. Proprio per la comprovata inaffidabilità di chi ci amministra.

EDITORIALI

Ragionando sul voto amministrativo del 12 giugno

Come volevasi dimostrare. Bucci ha vinto in scioltezza le elezioni amministrative genovesi 2022: già al primo turno con il 54% dei voti, a fronte del 39% dell’avversario di Centro-Sinistra Ariel dello Strologo. Va detto che solo il Marco Bucci sindaco uscente nutriva dubbi sul successo del Marco Bucci candidato, causa l’evidente attacco di candidite da cui è stato colpito: un grave disturbo psichico che affliggeOld city bosses liguri

i neofiti della politica, che vedono dietro ogni angolo oscure minacce che si frapporrebbero tra loro e l’esito agognato. Per questo il conclamato “uomo del fare” aveva attivato una sorprendente campagna acquisti grazie alle notevoli disponibilità finanziarie che questa destra è andata accumulando nel forziere della Fondazione Change, gestita con tutta la sua spregiudicatezza affaristica dal Governatore ligure Giovanni Toti, il “compare di nozze col potere” del sindaco di Genova. Difatti è balzata agli occhi la tempistica spudorata – tanto in chi ingaggiava quanto in chi si faceva ingaggiare – della presidenza di Ente Bacini del porto attribuita dalla Port Authority genovese, controllata dal duo Bucci-Toti, al capogruppo uscente del PD (la cosiddetta “frusta dell’opposizione” nel modello Westminster) Alessandro Terrile; un avvocato privo di qualsivoglia competenza in materia. A fronte del modico emolumento di 73mila euro. Cui si aggiungeva l’aver portato all’incasso i finanziamenti regionali al vertice di Legambiente per ottenerne l’espulsione del circolo “Nuova Ecologia”, troppo battagliero e contestativo nei confronti del sindaco, con la singolare motivazione – almeno per un’organizzazione che si proclama “libertaria”, non una caserma prussiana – di “indisciplina”.

A questo punto le congetture per un paradigma indiziario esplicativo di quanto accaduto possono dipanare la matassa tirando due fili. Il primo è discorsivo: l’efficacia della narrazione centrata sulla fata morgana del fare. Ossia quel “modello Genova” che pretenderebbe di risolvere qualsivoglia problema sgravando l’operatività da ogni controllo o inciampo amministrativo; e che – alla fin fine – si è limitato alla rapidizzazione del rifacimento di un ponte dopo il crollo del Morandi: bruttarello, sghimbescio e – a detta dei tecnici – di presunta durata inferiore perfino ai cinquant’anni canonici. L’altro bandolo parte dalla constatazione che la destra di un comunicatore affarista di matrice berlusconiana (Toti) e un fanatico religioso che sente le voci e scorge nel cielo scritte “vai e fai” (Bucci) vince anche nei quartieri popolari. Sicché la Liguria diventerebbe la vetrina nazionale di un fenomeno involutivo proprio di tutta la politica occidentale: la maggioranza degli elettori di destra la voterebbe non per convinzione ma per protesta. Contro questo personale di sinistra sempre più autoreferenziale e in carriera, che manifesta ormai apertamente la propria estraneità indifferente nei confronti di ampi strati di cittadinanza insoddisfatta della propria situazione economica e impauriti dal futuro. Con un corollario tutto locale, confermato anche dal voto di La Spezia: la voragine in cui precipitano i candidati del presunto schieramento progressista – dello Strologo, la spezzina Sommovigo e ieri Sansa – reca le impronte digitali di chi ha tutto l’interesse a impedire che emerga chi potrebbe insidiarne la leadership d’area. Un nome a caso: Andrea Orlando.

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Ma guarda un po’, anche in Liguria si fanno profitti sull’invasione dell’Ucraina

La componente militare dell’industria ligure è importante, particolarmente a La Spezia dove, oltre allo storico insediamento dell’Arsenale Militare ci sono imprese come Oto-Melara (Leonardo), MBDA (missili), Intermarine, Fincantieri ramo militare e molte altre imprese più piccole legate al settore armiero.

La guerra in Ucraina e le decisioni del governo italiano come di molti altri governi di aumentare il livello di spese militari portano novità per questo settore industriale. La più importante riguarda proprio Oto-Melara. L’azienda tedesca Rheimmeral sta per presentare un’offerta pubblica per acquisire una quota di partecipazione in minoranza dell’azienda spezzina. In contropartita i tedeschi offrono la possibilità di costruire negli stabilimenti della Spezia il veicolo da combattimento Lynx, destinato sia all’esercito italiano, che a molti altri acquirenti. La Reimmeral è alle prese con una cospicua richiesta di nuovi mezzi da parte di molti paesi europei e ha bisogno di una fabbrica in più per aumentare la produzione. Da qui l’offerta di accordo con Oto-Melara.

L’Italia ha contemporaneamente la necessità di sostituire i veicoli da combattimento “Dardo” e per questo il Ministero della Difesa ha già stanziato 2,14 milioni di Euro in 14 anni, questi stanziamenti verrebbero utilizzati per l’acquisto del nuovo veicolo.

Contemporaneamente rimane vivo l’interesse di Fincantieri, che di Oto-Melara è da sempre partner, per la produzione di cannoni navali, ma anche in partnership con Iveco anche la produzione dei veicoli da combattimento a ruote Centauro 2, che sono in ordine per l’esercito italiano e hanno richieste dall’estero. Il piatto più succulento però appare il nuovo modello unico di carro armato europeo. L’Italia ambisce ad entrare nell’accordo franco-tedesco tra la tedesca Krauss-Maffei Wagman e la francese Nexter per la produzione di un nuovo carro armato ad alta tecnologia. Oto-Melara potrebbe essere parte dell’accordo.

Insomma, con buona pace di chi come noi si è battuto contro la produzione di nuovi armamenti e ha propugnato la riconversione civile delle industrie militari, stiamo assistendo al contrario, a un rilancio delle produzioni militari.

Dobbiamo avere la capacità di separare il nostro impegno a sostegno della libertà dell’Ucraina con ogni mezzo, non esclusa la fornitura di armi, dalla battaglia, che abbiamo iniziato da molti anni, contro le politiche di riarmo. Sarà un processo lungo e difficile, che non può gettare sul lastrico migliaia di lavoratori e neppure può consegnarci indifesi davanti a un aggressore. Un processo che dovrà andare avanti, contemporaneamente, in tutto il Mondo, ma che noi dobbiamo perseguire con determinazione.

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La redazione de “La Voce del Circolo Pertini”

Danilo Bruno, Nicola Caprioni, Daniela Cassini, Angelo Ciani, Mauro Giampaoli, Michele Marchesiello, Carlo A. Martigli, Pierfranco Pellizzetti, Getto Viarengo.

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Hanno scritto per noi:

Andrea Agostini, Marco Aime, Franco Astengo, Enzo Barnabà, Maddalena Bartolini, Giorgio Beretta, Marco Bersani, Sandro Bertagna, Pierluigi Biagioni, Pieraldo Canessa, Alessandro Cavalli, Roberto Centi, Riccardo Degl’Innocenti, Battistina Dellepiane, Egildo Derchi, Marco De Silva, Monica Faridone, Erminia Federico, Maura Galli, Luca Garibaldi, Luca Gazzano, Valerio Gennaro, Antonio Gozzi, Santo Grammatico, Roberto Guarino, Monica Lanfranco, Giuseppe Pippo Marcenaro, Antonella Marras, Fioriana Mastrandrea, Maurizio Michelini, Anna Maria Pagano, Paola Panzera, Marianna Pederzolli, Enrico Pignone, Bruno Piotti, Paolo Putrino, Bernardo Ratti, Ferruccio Sansa, Stefano Sarti, Carla Scarsi, Sergio Schintu, Mauro Solari, Giovanni Spalla, Angelo Spanò, Gianfranco Tripodo, Gianmarco Veruggio, Moreno Veschi.

POSTA

Il nostro attuale editoriale “bellico” ha dato la stura a un confronto epistolare in redazione

Dalla parte della vita

Ho trovato molto interessante l’articolo, non mi ritrovo invece con la chiusa finale, ma questa ovviamente è una mia opinione. Credo che come è stato per la pandemia, che ha solo evidenziato i gravi problemi di un sistema sanitario al collasso e orientato verso la produzione di prestazioni (vedasi privatizzazioni) piuttosto che l’assicurazione di cure e salute, la guerra sta disvelando la contraddizione tra l’urgenza di pace e l’emergenza della guerra, facendo prevalere la produzione di armi e di profitti, piuttosto che di pane e di cura.

Dovremmo cominciare veramente la conversione ecologica della società partendo anche dalla conversione dell’industria bellica oltre che dalla transizione energetica. Dovremmo cominciare a decidere cosa produrre e cosa sia utile, in un mondo dove la sovra produzione e la sovra estrazione sono la cifra malata del nostro tempo. Per fermare la guerra, dovremmo cominciare a stare, tra la “Borsa” e la vita, dalla parte della vita! Cari saluti

Mauro

Dalla parte del “che fare”

Caro Mauro, come non essere d ‘accordo con i tuoi auspici? Con il piccolo particolare che si tratta di auspici. Wishful thinking, pensiero desiderante, mentre la produzione di armi raggiunge il livello di migliaia di miliardi e gli arsenali degli Stati, nessuno escluso, si riempiono di materiali bellici. Interessi enormi quanto dominanti. E allora? Allora gli auspici diventano un modo ininfluente di salvarsi l’anima. Non credi che sarebbe un po’ meno genericamente vago muoversi su altri livelli? A quello di pubblica opinione, una ben più incisiva opera di contro-informazione che scuota lo stato d’animo ad oggi dominante: il fatalismo. A livello locale, cominciare a ragionare sulle linee guida di un possibile piano di politica industriale per mobilitare la cittadinanza alla riconversione senza traumi occupazionali del sistema di imprese belliche liguri. Dunque focalizzando l’attenzione sul canonico “che fare”. Penso che tutta la redazione approverebbe l’apertura di uno spazio di riflessione al riguardo sulla Voce. Parliamone, ma accantonando qualsivoglia approccio predicatorio. Ciao.

Pierfranco

Dalla parte della riconversione

La realtà industriale spezzina, seppur fortemente ridimensionata negli ultimi anni, ha come tre componenti fondamentali, la nautica da diporto (canteri per la costruzione di grossi yacht e loro indotto), porto e relativa invasione di containers e camion e appunto armiero. Senza considerare l’arsenale militare, che è statale, e occupa attualmente circa 800 lavoratori (arrivò sino a oltre 20.000), c’è Oto-Melara (Leonardo) con 1200 operai, Fincantieri militare con 1500 addetti, e poi Intermarine a Sarzana (Cacciamine) con circa 300 3 MBDA (Missili) con altri 300. Ci sono poi alcune ditte minori sempre legate all’armiero. Non a caso la più importante fiera dell’armamento militare, Seafuture, si tiene alla Spezia.

Penso che tutti siamo contro le guerre. Penso che tutti siamo per la pace. Penso che tutti siamo per la riconversione dell’industria armiera, ma penso anche che non possiamo “porgere l’altra guancia” davanti a un’aggressione da parte di un autocrate come Putin, finanziatore di tutti i movimenti nazionalisti, fascistoidi e antieuropeisti come la Le Pen in Francia, VOX, in Spagna, SFD in Germania, Lega in Italia e via dicendo.

Il suo intento è chiaro. La sua natura antidemocratica e antieuropea anche. Sono ateo e non posso pregare per la pace. Però posso sostenere la resistenza di chi si oppone a Putin, nella speranza di fermarlo.

Nicola

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Riceviamo dal Prof. Palidda, già docente di Sociologia nella nostra Facoltà di Scienza della Formazione:

A proposito dell’articolo di Pellizzetti e della risposta data da NC (Nicola Caprioni?) sarebbe molto utile organizzare un serio dibattito o meglio un seminario su cosa è avvenuto a Genova e in Liguria dagli anni ’70 in poi. In estrema sintesi è da allora che si configura e poi trionfa quella che si può chiamare la troika genovese-ligure ossia la “santa” intesa fra Opusdei, destre e ex-sinistra che governano sia la fine della società industriale-portuale, sia la “gigantesca colata di cemento”, la sanità, le grandi opere … una santa intesa che oggi continua e promette di durare a lungo godendosi anche la gestione dei 2,7 miliardi assegnati ai commissari Toti e Bucci … beh se volete discutiamone. Fraterni saluti

Salvatore Palidda

Caro Turi,

per quanto riguarda la deriva oligarchica nel nostro DNA civico, la conoscenza dell’argomento consiglierebbe di retrodatare l’indagine ben oltre il tuo 1970. Magari alla formalizzazione costituzionale promossa nel 1528 da Andrea Doria e magistralmente descritta da Edoardo Grendi nel suo “La repubblica aristocratica dei genovesi”. Circa l’ombra inquietante dell’Opus Dei sulla politica cittadina, scomparso Lorenzelli oggi non ne vedo traccia; a parte qualche numerario noto immobiliarista. Ciao.

Pierfranco

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FATTI DI LIGURIA

Il mare si divora le spiagge liguri: interventi in ordine sparso

Mentre infuria la polemica dei balneatori per il tentativo del governo Draghi di applicare le direttive europee di liberalizzazione, note come Bolkestein, le spiagge liguri sono sottoposte a un continuo fenomeno di erosione. Il problema è noto da tempo. Non riguarda solo la Liguria, ma a causa dei cambiamenti climatici, negli ultimi anni, il fenomeno ha assunto un’accelerazione preoccupante, e se in altri contesti come nel Nord Europa c’è chi guarda lontano e si prepara a cercare rimedi a lungo termine per l’innalzamento dei livelli dei mari dovuto allo scioglimento dei ghiacci, da noi si procede – quando lo si fa – in ordine assolutamente sparso, caotico e disorganico.

In una regione dove l’80% della popolazione vive sulla costa il problema ha rilevanze particolari, ancor più se aggiungiamo che il turismo balneare è ancora una componente importante dell’economia locale.

Purtroppo sciagurate politiche di cementificazione, la realizzazione di un numero infinito di porticcioli e darsene turistiche hanno ridotto gli spazi costieri, modificando il flusso delle correnti e privando i cittadini di un loro naturale accesso al proprio mare. Se si aggiunge che le spiagge realmente fruibili in Liguria sono occupate al 75% da stabilimenti balneari, dove per poter fare un bagno in mare si devono spendere almeno 35 euro giornalieri, escludendo l’affitto di una cabina, l’eventuale parcheggio e le consumazioni. Si capisce come il mare dei liguri sia spesso più pensato per i visitatori esterni che per i lavoratori locali.

Nel PNRR sono contenuti possibili interventi per il rispetto della sostenibilità e la difesa delle coste dall’erosione. Purtroppo un’eccessiva frammentazione amministrativa tra regione, comuni, capitanerie di porto e demanio marittimo non facilitano le capacità d’interventi e soprattutto di interventi coordinati.

Le politiche dei ripascimenti sono un esempio. Con comuni attigui che scelgono strade divergenti, mentre in alcuni casi si è arrivati sino all’incriminazione di funzionari regionali per ripascimenti mal fatti. Il problema non è l’immediatezza per cercare di accontentare questo o quell’operatore turistico e assicurarsi il suo voto elettorale, ma pensare seriamente a una politica unica e unitaria che affronti il problema strategico dell’innalzamento del livello dei mari. La grande mareggiata del 2018 dovrebbe pure insegnare qualcosa.

NC

P 02

FATTI DI LIGURIA

Il presidente di Port Autority Spezia lo ammette: l’elettrificazione è un bluff

La presenza di biossido d’azoto nell’aria spezzina è salita sopra i livelli di allarme per due giorni consecutivi. Sforato in tutta la città il tetto limite fissato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità di 40 microgrammi a metro cubo, ma nell’area tra Viale Italia e l’ospedale Sant’Andrea il livello ha superato la quota di 100 milligrammi a metro cubo, con la somma dell’inquinamento da traffico automobilistico e fumi delle navi da crociera.

Purtroppo i dati allarmanti forniti dall’ARPAL sono persino “ottimistici” per la scarsità di centraline di rilevamento di inquinanti presenti e per la loro collocazione errata. La più vicina alla fonte inquinante principale, le grandi navi, è in piazza San Cipriano, quindi abbastanza distante dal luogo delle emissioni. Inoltre è collocata in una zona alberata e gli alberi in qualche modo fanno da schermo alla piena rilevazione della ricaduta di inquinanti. Studi internazionali ci dicono che una grande nave da crociera inquina quanto 1 milione di automobili.

Alla verità si oppone una capacità di fuoco comunicativo non indifferente, fatta dalle compagnie armatoriali, MSC, Royal Caribbean e Costa Crociere, inoltre va considerato che MSC è la società che controlla Contship, cioè il principale operatore mercantile del posto spezzino. In genere le compagnie vantano una presunta ricaduta in termini economici di turismo sulla città. Il dato è tutto da verificare, perché, in realtà non si tratta di turisti, ma di fruitori di passaggio per l’imbarco, che non dormono nelle strutture alberghiere locali. L’altro elemento della difesa è lo sbandieramento della panacea di tutti i mali, rappresentato dall’elettrificazione delle banchine. In realtà l’allacciamento elettrico può essere utile per le navi da carico che hanno un limitato uso di energia, ma non per le navi da crociera, che non la utilizzeranno mai, perché troppo costoso e perché le navi non sono predisposte per l’allaccio a terra.

Lo stesso presidente dell’Autorità portuale della Spezia ammette “da sola l’elettrificazione non basta”. “Quando tutti i porti italiani saranno elettrificati, gli armatori saranno incentivati a modificare le proprie navi in funzione della shore connection” Alla domanda quanto tempo ci vorrà, postagli nell’intervista de Il Secolo XIX risponde: “dirlo è impossibile”. Per chi non avesse capito, significa che per molti anni a venire, sino a che tutti i porti italiani non saranno elettrificati e gli armatori non metteranno in cantiere nuove navi, i cittadini devono ispirare quella miscela a base di biossido d’azoto che non pare proprio salutare.

NC

P 03

FATTI DI LIGURIA

L’impervio accesso agli Erzelli

Davvero lunga la via, in tutti i sensi. Comincia come sogno: una cittadella della scienza e lentamente frana in un incubo. Soldi e parole spesi a ufo, politici, costruttori, banche, università, governo. Tutti uniti in un fallimento epocale da centinaia di milioni. Un giorno qualcuno ci scriverà un libro. In questo testo mi soffermerò solo su un aspetto, ma quanto mai decisivo. Come ci si arriva agli Erzelli? Non ci sono strade e l’unica disponibile è uno stretto sentiero ex di cantiere che sale tra i palazzi del primo fallimento, quello della famiglia Piano. Quei palazzi con un’impronta architettonica che poi ritroveremo in tante edificazioni in tutto il mondo del Renzo nazionale.

Ecco un breve sommario dei tentativi di collegamento con il PST degli Erzelli negli ultimi 15 anni. Tutti i progetti hanno una particolarità, anche questo ne ha una: Nell’estasi della bellezza e nei sogni di guadagno si son dimenticati di due cose: una strada ben progettata e l’acqua. Quelle case non hanno acqua, si son dovuti pagare una pompa per portarsela in casa. E flop. Primo fallimento. Ora concentriamoci sull’accesso. Consapevole delle difficoltà il genio dell’architettura de noarti ebbe un’idea folgorante, recentemente copiata da Bucci per il Lagaccio: una funivia! Bella e leggera che porti lavoratori, studenti, pazienti dell’ospedale e magari anche turisti. Peccato che… la strada è lunga e piena di curve. La funicolare progettata da Renzo Piano, che prevedeva la nuova fermata in posizione intermedia tra Sestri e Cornigliano è stata abbandonata a causa di criticità a cui il grande architetto non ha trovato rimedio. Ma sul monte Bianco si è a Genova no? Eh… era un bel progetto a vederlo sulla carta dei giornali, tutti entusiasti. Sicché i nostri prodi dispensatori di sogni, di chiacchiere e soldi pubblici da buttare via con la carta di giornale (assolutamente nel bidone della differenziata) a ogni campagna elettorale partoriscono una nuova idea: 1 la fermata ferroviaria spostata di trecento metri a levante e la soppressione della attuale fermata di Cornigliano, che si facciano qualche metro in più a piedi che fa bene alla salute e mantiene giovani. No. A ‘sto punto ci deve essere un perché? Ma figuriamoci! 2 Funicolare interrata con stazione interrata con stazione di arrivo a 400 metri del PST. No, problemi di attraversamento della linea ferroviaria, accessibilità e costi esagerati anche per i contaballe. 3 Cabinovia di collegamento al PST e tapis roulant di collegamento con l’aeroporto. Risata al ministero: no. 4 Sistema di ascensori interrato. E se poi finisce come Sampierdarena con l’ospedale? No. 5 Sistema di tapis roulant di collegamento tra PST e aeroporto, no, troppo facile, si spende poco, l’hanno già fatto altrove. E poi, hai presente la manutenzione? 6 Funicolare a raso di collegamento a PST e all’aeroporto. Già fatto a Pisa, un bagno di sangue. No. 7 Funicolare sopraelevata di collegamento al PST e all’aeroporto. Cono di atterraggio? Interferenze con treni, Ilva, case? No, no, no. 8. Monorotaia sopraelevata di collegamento a PST e all’aeroporto, una specie di metrosky, idea già venduta per la val Bisagno, no. E adesso l’ideona: 9, la stessa della 2 ma prolungata dei 400 metri che mancavano. Ci stanno lavorando per la prossima campagna elettorale. Insomma, stai a sentire me, la strada è lunga e in salita, ma sicuramente se vai a piedi in meno di 15 anni ci arrivi, fa bene alla salute, è pure gratis e non si spende una lira di manutenzione. Vai avanti tu che ti raggiungo.

Andrea Agostini

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FATTI DI LIGURIA

La biblioteca per il rinnovamento civico. Un dibattito savonese

In questi mesi di progettazione della Savona del futuro, la Giunta Russo e l’assessora Nicoletta Negro hanno presentato il progetto di spostamento della Biblioteca Civica da Monturbano a Palazzo Santa Chiara. Opportunità progettuale colta subito dall’associazione “Il Rosso non è il Nero, partendo da una premessa: la biblioteca non è una semplice libreria dove si conservano libri e ci si reca solo per il prestito o la consultazione di testi. Infatti essa svolge la funzione determinante di luogo in cui si sensibilizza alla lettura e – soprattutto – si promuovono eventi rivolti alla città; favorendo la crescita civica attraverso lo spirito critico. Ecco – dunque – alcune proposte per contribuire al successo di una struttura finalmente collocata in centro, in un edificio di grande valore storico.

In primo luogo tale biblioteca va concepita su base territoriale creando un catalogo anche virtuale, consapevoli che la smaterializzazione del documento scritto costituirà il futuro del libro.

La definizione del catalogo significa elencare in un unico ipertesto opere disponibili nelle varie sedi cittadine; come la Società savonese di Storia Patria, il Museo Archeologico e l’Istituto Internazionale di Studi Liguri, l’Istituto Storico della Resistenza, le strutture diocesane (Seminario e Archivio storico). Tale biblioteca delle biblioteche andrà articolata anche in strutture periferiche, come era un tempo e come pare intenda tornare a essere Auser Cultura: le sedi di Villapiana (che ospita laBiblioteca delle Donne, con materiali di enorme rilevanza storica e culturale), Corso Tardy e Benech. Tutto ciò allo scopo di promuovere nei quartieri tanto la fruizione individuale come i laboratori collettivi di poesia e scrittura. Perciò vanno recuperate iniziative già sperimentate – quali le letture di Eredibibliotecadonne oil Presidio del Libro – anche per trasformare le sedi in veri e propri punti di interscambio, favorendo la trasformazione dei presenti in soggetti attivi. Altrettanto importante sarebbe diffondere la conoscenza dei poeti di Liguria – quali Sbarbaro, Montale, Caproni o Cardarelli – affinché le persone riscoprano il piacere di leggere testi oggi abbandonati negli scaffali delle librerie. Tutto ciò mantenendo un costante rapporto con i teatri e i musei cittadini, per incontri anche stagionali, incentivando attraverso l’interscambio il dialogo e la promozione delle attività rivolte alla cittadinanza. Naturalmente va consolidato il rapporto con scuole e famiglie anche mediante la creazione della sezione ragazzi e soprattutto insegnando che i classici letterari vanno letti in modo critico e attualizzato. Attenzione particolare si riserverà ai non vedenti, sia tramite l’acquisto di audio libri, sia sperimentando laboratori dedicati a questa categoria; così come corsi di lettura a bambini e bambine.

Infine, dato che la nostra è società dell’immagine e del suono, bisognerà prevedere una sala audio e video; soprattutto offrendo spazi a chi propone performances con linguaggi diversi e riferimenti culturali vari. Infine sarebbe comunque interessante riflettere sul valore della carta come supporto, coinvolgendo chi oggi opera con tale medium della parola scritta.

Il tutto ribadendo che la biblioteca può essere un grande investimento culturale per la città, proprio mentre l’ISTAT annuncia che alla fine del 2021 si erano persi nel settore culturale, uno dei più colpiti dalla crisi, ben 55 mila posti di lavoro.

DB

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FATTI DI LIGURIA

Malasanità ligure: cronaca di un’odissea

Questa la sanità ligure. Certo, c’è di peggio, ma questo episodio personale può servire per comprendere la gestione fallimentare di tutto il sistema della SSL e di Alisa della nostra regione. Verso la seconda metà di Aprile il mio medico di base mi fa una richiesta per una visita specialistica per otorinolaringoiatria, che mi viene fissata per il 20 Maggio dal CUP: destinazione Campo Ligure, pazienza, a Genova si arriverebbe a Luglio. Specialista dottor Valerio Molinari. La mattina del 19 mi chiamano da Campo Ligure e mi disdicono l’appuntamento dicendomi che proprio in via eccezionale per farmi un favore mi manderebbero a quel paese, ovvero a Borgo Fornari, una frazione di Ronco Scrivia, la settimana successiva, il 27. Chiedo cortesemente se mi passano a prendere con un pulmino o un’auto blu: celio naturalmente, ma lo prendono sul serio e i dicono che devo andarci con i miei mezzi. Chiamo allora il CUP che capiscono il mio disappunto, ma mi confermano che se voglio c’è al 18 giugno un buco all’ospedale di Celesia oppure il 14 Luglio finalmente a Genova. A me viene voglia di mandarli io a quel paese, ma una signora gentile che ha compreso mi suggerisce di parlare con l’URP (che suona tanto come ruttino, infatti nei fumetti questo viene indicato come burp o urp) del servizio sanitario. Mi dà tre numeri, uno della direzione (addirittura) e due del pubblico. Chiamo e mentre quello della direzione in almeno cinque tentativi squilla a vuoto, gli altri due numeri sono staccati: burp e urp. A questo punto richiamo il CUP prima, denuncio lo stato di “abbandono” e poi richiamo Campo Ligure, per insistere nuovamente per la visita del 20. Molto sommessamente mi giurano che il dottor Molinari non c’è proprio, e alla mia domanda se a quel punto sta proprio male o è deceduto, mi rispondono (senza comprendere l’ironia) che sta benissimo e che anzi sta visitando in quel momento in via Assarotti a Genova. Prendo la palla al balzo come i cacciatori di canguri e dico che allora vado direttamente in via Assarotti con la richiesta e la ricevuta di pagamento. Momento di panico, poi mi garantiscono una chiamata di lì a breve. E in effetti dopo pochi minuti mi richiamano e mi danno l’appuntamento proprio per la stessa mattina, basta che vada entro le 12.30. Visita fatta senza attendere nemmeno un minuto. Tutto bene, allora? Per me sì, perché sono un caterpillar e ho fatto la voce grossa, ma un’altra persona, magari di età avanzata o timida di fronte all’autorità, sarebbe stata costretta ad andare a Borgo Fornari o attendere quasi due mesi per avere diritto a una visita a Genova. Questo è il modello della sanità ligure, ovvero è un modello di vergogna, dove i diritti dei cittadini sono calpestati senza – appunto – alcuna vergogna. E non è colpa delle impiegate, perfino più che gentili, ma del sistema che non funziona, di ASL disorganizzate, di una Alisa che non si capisce a che cosa serva, e che induce a rivolgersi a strutture private, perché quello è il disegno. Vecchie colpe dei passati governi di pseudo sinistra che oggi la destra cavalca e reitera trionfante.

CAM

P 07

FATTI DI LIGURIA

Ventimiglia: la via negata ai migranti

A Ventimiglia, che è terra di frontiera dalla preistoria (come testimoniano i siti archeologici dei Balzi Rossi) fino ai giorni nostri, su quegli stessi scogli continua a venire negato il diritto di passaggio. Dalla protesta del 2015.

Ormai da sette anni la Francia mantiene i controlli ai confini interni per dichiarate “ragioni di sicurezza” con la benedizione delle istituzioni europee, nonostante il periodo massimo consentito da Schengen sia di 24 mesi. La militarizzazione della frontiera rende più complesso il transito delle persone: nel 2021 i respingimenti sono stati ben 24 mila e in aumento rispetto il 2020 (reportage di Altreconomia). In treno, in camion o a piedi sono le diverse possibilità, percorrendo strade alternative (soprattutto quando i controlli vengono distolti, per il mercato di Ventimiglia o per la partita di calcio del Nizza). E allora i passeur restano l’ultima speranza per i migranti (un passaggio in macchina per pochi chilometri arriva a costare anche 300 euro). Oppure per un sentiero che si inerpica sul crinale di Grimaldi, tristemente ribattezzato il “passo della morte”. Purtroppo i drammi umani, che avvengano in autostrada, sul pantografo di un treno o in una scarpata, si susseguono a fasi alterne, quasi fosse la normalità. La città di Ventimiglia non si è mai adattata a quello che è il transito delle persone, affrontando la migrazione sempre come fenomeno emergenziale. Si pensa che l’unico modo per affrontare la situazione sia aumentare le forze dell’ordine. Dove ai respingimenti e alle difficoltà di vita quotidiana si somma il mancato rispetto degli standard minimi igienici e sanitari, come testimonia il dossier dell’Osservatorio sui Diritti Umani, sui dimenticati della pandemia. E allora si riparla di riaprire un centro lontano dalla città, un campo o poco più di prime necessità, il più possibile nascosto agli occhi degli abitanti o dei turisti. Ma Ventimiglia è anche il luogo dove trovano spazio pratiche di umanità e mutualismo da parte di cittadini solidali e associazioni; come il Progetto 20K o Popoli in Arte, che quotidianamente assicurano un lavoro efficace, silenzioso e capillare. Non sorprende – seppure forse dovrebbe – la bella risposta di accoglienza riservata invece ai profughi ucraini, anche dal ponente. Evidentemente il trattamento dei rifugiati, che dovrebbe essere garantito per chiunque fugga da una situazione di pericolo, a prescindere delle proprie origini, viene influenzato da una valutazione selettiva: per interessi, grado di istruzione e colore della carnagione.

MG

P 08

FATTI DI LIGURIA

I muri raccontano l’afasia politica genovese (e il mutismo di genere)

In questa tornata amministrativa genovese dal risultato largamente scontato (già il sondaggio Ipsoa-Pagnoncelli ci aveva informato che il sindaco Bucci sarebbe stato riconfermato al primo turno), due appaiono i primi sconfitti della campagna elettorale: i contenuti e le donne.

Per quanto riguarda i temi del dibattito, in un confronto svolto in larga misura sui manifesti affissi negli appositi spazi murali come se fossimo rimasti alle elezioni di settant’anni fa, si può dire che i contendenti non sono stati minimamente in grado di caratterizzarsi per capacità di proposta; limitandosi a riproporre scontati stereotipi: “l’uomo del fare” Bucci, promotori di una vaga socialità buonista i suoi avversari (“nessuno resti indietro”, “restringere le distanze”, “la città di tutti” e via andare). Con un ulteriore particolare: l’afasia dei vari candidati nelle liste per i consigli, incapaci di esprimere motivazioni concrete che potevano giustificare la conquista della preferenza da parte degli elettori. Dunque, delega ai soli capilista dell’onere di esprimere quel qualcosa di insignificante di cui si diceva. Così, tanto per onorare lo stanco rito dello slogan; che – contemporaneamente – suona a riprova che i futuri eletti sono stati selezionati e scelti sulla base di un’accertata inespressività, che ne garantisca – una volta eletti – la perfetta identificazione nel ruolo di gregge yes-man agli ordini dei rispettivi leader. Mai un tema su cui impegnarsi, uno spunto di riflessione.

Semmai faceva specie in molte affissioni il riferimento non all’uomo forte Bucci, bensì all’uomo fortissimo – il presidente regionale Toti, con la sua “Lista Toti per Bucci” – che ha preteso di inserire il proprio nome (e a caratteri cubitali) negli annunci murari dei candidati suoi adepti; nonostante l’elezione non lo vedesse direttamente in campo. Certamente quale investimento strumentale di visibilità, da portare a capitale per future scadenze. Una situazione che conferma ed eleva all’ennesima potenza quanto scriveva il politologo Colin Crouch: «le elezioni diventano gare attorno a marchi, anziché opportunità per i cittadini di replicare ai politici».

E poi le donne, già di per sé sottorappresentate a partire dalla candidatura a sindaco: secondo il dato nazionale, solo un quarto dei candidati alla poltrona di primo cittadino appartiene all’altra metà del cielo. Una subalternità che si spiega anche analizzando i manifesti delle candidate genovesi, che brillano per la totale assenza di espressività; un barlume di indicazioni attinenti alla condizione di genere e i relativi problemi per una politica attenta alla vita quotidiana. Anche in questo caso troviamo soltanto un florilegio di insignificanti bisbigli. Titubanze del tipo “Genova è la mia città”: guarda un po’ che messaggio…

Davanti a un tale squallore risulta difficile pensare realizzabile la prospettiva indicata il mese scorso, sempre su questa pagina, da Monica Lanfranco: un governo civico al femminile.

Ma – ahimè – un po’ ce la siamo voluta proprio noi donne. Per il nostro mutismo conseguente all’aver accettato di assumere una funzione puramente decorativa.

Maura Galli

P 09

FATTI DI LIGURIA

I nostri giovani catapultati in QUESTA realtà

Nell’imminenza della tornata elettorale, si fa un gran parlare DEI giovani nati a cavallo tra il XX e il XXI secolo. Quasi mai si parla A o meglio CON quei giovani, cresciuti in una specie di limbo – la chiamano ‘augmented reality, realtà integrata dal virtuale – tiepida nicchia scavata nel morbido/morboso declino italiano, di cui una volta tanto Genova costituisce un’avanguardia. Di colpo, quella generazione si è trovata alle prese con catastrofi di dimensione planetaria: la pandemia, la guerra subito dietro casa, fotografata e filmata senza interruzione.

Avevano relegato la storia, e la tragedia che ne costituisce il motore, negli armadi dei nonni, quelli ‘pieni di lini e vecchie lavande’ della canzone di Paolo Conte. Poi, SBAM! L’urto con il Covid che li ha colti del tutto impreparati e sgomenti, privi di un passato reale, vissuto e sperimentato. Il passato era un vuoto pieno di immagini fumose. Uno di loro racconta di un amico che, per sottolineare l’inattualità di un filosofo, lo aveva paragonato a ‘quelle cose vintage della nostra infanzia, tipo la bomba atomica’. La guerra fredda, l’equilibrio del terrore atomico, la ‘cortina di ferro’, anche il Viet Nam, non avevano mai fatto parte della loro esperienza, non ci erano cresciuti insieme, se non come il racconto, un po’ noioso a dire il vero, di genitori e nonni. Le bombe e le guerre continuano a esistere, ma ora pretendono di entrare a forza nella loro esperienza. E la vita virtuale si dichiara finita, proprio alle soglie di una maturità che si illudevano di potere allontanare indefinitamente e ora pretende di essere affrontata.

Con la pandemia e poi con la guerra in Ucraina, è finita l’età in cui pareva che non potesse succedere niente di vero e pericoloso, tale da chiamare alla responsabilità, alla previsione, alla paura e al coraggio dell’ignoto.

Alcuni, i più forti, hanno risposto bene a questo terremoto. Hanno aperto i vecchi armadi, trovandovi risorse e speranze che vi erano rinchiuse da tempo.

Altri hanno opposto un rifiuto totale a questa chiamata alla realtà: il fenomeno degli hikikomori, dei ragazzi che si chiudono nella propria camera dandosi per intero alla cara dimensione virtuale, ne costituisce un drammatico esempio, chiamando a intervenire i servizi sociali. Si può addirittura immaginare – in una situazione tuttavia diversa, come quella degli Stati Uniti – che lo stesso impulso spinga i giovani che entrano nelle scuole armati di kalashnikov provocandovi una strage.

È una fortuna che noi non ci troviamo a questo punto. I giovani reagiscono da noi ammalandosi, nel corpo o nello spirito o in entrambi. Patologie tipiche degli anziani (malattie cardio vascolari, Alzheimer, Parkinson ) cominciano a manifestarsi con insolita frequenza nei più giovani, così come i disturbi della personalità. “Siamo diventati vecchi di colpo?” si chiedono in molti, guardandosi con mesta saggezza.

I più forti ce la fanno, gli altri appaiono, e si sentono, improvvisamente puerili.

Nel frattempo noi – i cosiddetti adulti, o anziani (‘vecchio’ è termine che è vietato usare, come ‘ne*ro) – siamo impantanati nelle ‘politiche giovanili’, intese in genere come un modo surrettizio di tornare anche noi all’agognata condizione puerile.

Quanto ai giovani, non sappiamo ascoltarli né parlargli, ma ci affrettiamo a giudicarli e imporre loro i nostri antiquati modelli: nei casi estremi – quando scendono in piazza – li manganelliamo e denunziamo per resistenza a pubblico ufficiale.

MM

P 11

FATTI DI LIGURIA

E la mostra fece WOW!

Sarebbe un grave errore considerare le dimissioni date da Piero Boccardo, soprintendente alle collezioni civiche del comune di Genova, alla stregua di una banale e lite nel modesto pollaio della politica genovese, presentate – ohibò! – nell’imminenza del voto amministrativo. La statura di Boccardo – uno tra i massimi esperti internazionali del barocco, allievo di Ezia Gavazza – non solo esclude in radice il sospetto di un gesto di stizza o di una grossolana iniziativa pre-elettorale.

Le sue dimissioni di –  e soprattutto le reazioni dell’amministrazione comunale – mettono a nudo, spietatamente, la condizione cui la cultura genovese è stata ridotta dall’amministrazione guidata dal ‘manager venuto dall’America’, Marco Bucci.

La gestione ‘manageriale’ per cui Bucci vanta ampi consensi in città si è andata traducendo di fatto nel rovinoso impoverimento culturale della città, a partire dalla sorte di Palazzo Ducale affidato a soggetti il cui compito principale sembra sia stato quella di trovare sul mercato e rivendere con profitto mostre ‘blockbuster’ capaci soprattutto di provocare l’effetto ‘WOW!’ negli sprovveduti visitatori, trasformati tuttavia in posticcia ‘élite culturale’. Il buon Bucci ha rovesciato il detto famoso per cui ‘con la cultura non si mangia’ (copyright Tremonti) nell’imperativo categorico e assoluto: ‘con la cultura si deve mangiare, a tutti i costi’.

La stagione turistica, la più proficua, incombe e chiede proposte adeguate capaci di attrarre ‘quel turismo d’élite che porta denaro e mette in moto un circuito virtuoso per l’economia cittadina’. Il sindaco manager non ha dubbi. L’imperativo è vendere la cultura, fare numeri e incassare denaro. A cosa servono del resto musei, mostre, biblioteche, parchi ‘storici’? Non si vuole sostenere una visione ‘pauperistica’ o ‘esclusiva’ della cultura. Certo è che, se l’obiettivo prioritario, l’imperativo categorico, è quello di ’far cassa’ o ‘mettere a reddito’ il nostro patrimonio culturale, questo significa che per la cultura corrono tempi oscuri.

Il sindaco ‘del fare’ è stato in questo senso – non ce ne voglia l’interessato – il sindaco ‘del disfare’. Il livello culturale della città non è mai sceso così pericolosamente. Lo stesso recente flop di ‘Euroflora’ (evento indiscutibilmente culturale, oltre che commerciale e turistico) mostra come si sia voluto sacrificare un bene per niente redditizio in uno strumento di profitto.

Non è un caso che la cultura genovese sia stata affidata dall’amministrazione uscente (e, si teme, rientrante) alla ‘Direzione attività e marketing culturale’. E non è un caso che proprio Boccardo denunci – con le sue dimissioni – l’impoverimento in termini di fondi, competenze e personale dell’intero sistema museale genovese.

A noi cittadini non resterà allora che esclamare: WOW!

La cultura finirà col divorare se stessa.

MM

P 12

FATTI DI LIGURIA

Pubblichiamo la sintesi di un interessante contributo del Presidente e AD di Duferco Italia Holding al dibattito sulla specializzazione competitiva del territorio ligure

Il Mediterraneo torna strategico: un’occasione ligure da non perdere

La mancata consapevolezza della centralità mediterranea (specie per Genovae Liguria) rischia di farci perdere una straordinaria opportunità nazionale.

L’Italia ha un ruolo insostituibile nell’area; come agente di equilibrio e pacificazione, ma anche promotore dei valori occidentali, di un approccio sociale ai bisogni della gente; a popoli e nazioni che, sia nella costa nordafricana che in quella adriatica dei Balcani, cercano la loro strada e ci guardano con estremo interesse.

Una visione atlantica e occidentale, al tempo stesso profondamente mediterranea.

Algeria, Libia, Tunisia, Grecia, Macedonia, Albania, Montenegro sono paesi nei quali il ruolo dell’Italia crescerà esponenzialmente nei prossimi anni se avremo chiarezza di visione e capacità realizzativa. L’appartenenza alla stessa storia e cultura fa sì che nei nostri confronti non vi sia la diffidenza riservata a nazioni occidentali ben più importanti. Un capitale da mettere a frutto.

Il momento economico e geopolitico è propizio. La guerra russo-ucraina fa da spartiacque tra l’era in cui s’imponevano gli imperativi della globalizzazione e quella in cui anche il commercio internazionale sarà inevitabilmente guidato da principi di sicurezza e affidabilità.

Ad esempio sull’approvvigionamento energetico la dipendenza russa di buona parte dell’Europa lascerà un segno indelebile. Ed è falso che la diversificazione delle fonti rivolgendoci a paesi instabili rischi di farci cadere dalla padella alla brace: acquisti di gas da Algeria, Libia, Egitto e Israele interfacceranno collaborazioni di crescita. Un banco di prova per l’Italia e le sue imprese. Siamo credibili in quei Paesi grazie alla nostra diplomazia e all’impegno storico di Eni e altre ditte italiane nella cooperazione. Nell’omogeneità di pensiero tra Farnesina, Forze Armate e la stessa Eni, fedele all’impostazione originaria di Enrico Mattei: l’appartenenza all’Occidente non impedisce di perseguire legittimi interessi nazionali, anche stringendo partnership fuori da schemi abituali. Dunque, visione mediterranea e collaborazione con i suoi popoli possono tradursi in primazia.

Progetti strategici come le autostrade del mare rappresentano la vera sfida dei prossimi anni per dare al porto di Genova priorità nei collegamenti con il Nord Africa. Uno specifico competitivo.

Naturalmente per accreditare nuovi traffici di merci e di persone, che senza rotture di carico passano dalla nave a gomma o ferrovia, bisogna sciogliere nodi infrastrutturali che soffocano l’area. Ma l’investimento in rapporti di cooperazione a lungo termine, la formazione di giovani classi dirigenti, di cui bisogna promuovere attraverso l’università e le imprese la permanenza a Genova e in Liguria per periodi di specializzazione, il supporto a startup provenienti da quei Paesi e che lavorano per l’economia del mare, saranno le direttrici su cui impostare il futuro.

Genova come polo cosmopolita del Mediterraneo.

La transizione energetica può diventare un altro terreno di collaborazione. In questo campo le imprese liguri dispongono di un knowhow di prim’ordine per la decarbonizzazione.

Le condizioni di insolazione a quelle latitudini assicureranno ai progetti fotovoltaici una crescita poderosa, alla quale le imprese italiane potranno partecipare come fornitrici e co-investitrici.

Visione condivisa, spirito di innovazione e la cooperazione tra imprese e istituzioni potrebbero rilanciare la presenza di Genova e Liguria nel Mediterraneo ridando loro una fortissima missione nazionale. Basta volerlo.

Antonio Gozzi

P 14

FATTI DI LIGURIA

Questa volta la nostra rubrica di Citizen Journalism si è recata a Savona, dove la logica di mercificare il patrimonio pubblico che ispira chi ci governa sta vendendo ancora una volta all’incanto un pezzo pregiato del patrimonio pubblico.

Svendere un gioiello

A Savona, tra le Fornaci e Zinola, si trova uno dei più interessanti edifici Liberty della zona: Villa Zanelli, fatta costruire dal capitano Nicolò Zanelli nel 1907 rispettando tutte le regole e le linee costruttive dello stile floreale, tanto che il proprietario si rivolse per la progettazione ad uno dei maggiori architetti dell’epoca – Gottardo Gussoni – affiancato dall’ing. Pietro Fenoglio. Nel dopoguerra la villa seguì un lento e progressivo abbandono, divenendo di proprietà regionale per essere utilizzata fino a qualche decennio fa come struttura di riabilitazione post cardiaca dell’ASL.

Vi furono molte proposte per il recupero della struttura e del giardino, ma la Regione Liguria ha praticamente deciso unilateralmente, come si evince dal sito del Comune di Savona: “Il progetto, ha l’obiettivo di trasformare un manufatto, progettato nel secolo scorso per uso residenziale “unifamiliare”, in una moderna struttura ricettiva ospitata all’interno di una dimora storica. Una delle difficoltà principali è legata al mantenimento delle caratteristiche spaziali ed architettoniche della Villa. La nuova destinazione funzionale ricettiva richiede infatti una suddivisione degli ambienti e un layout funzionale antitetici rispetto alla configurazione storica; che è necessario adeguare alla normativa da un punto di vista impiantistico, strutturale e della prevenzione incendi. Le logiche generali di approccio mirano a rendere praticamente nulli gli interventi sull’involucro esterno dell’edificio e a individuare con precisione le aree di minor pregio storico architettonico all’interno dove concentrare gli interventi di messa a norma che rendono indispensabili interventi di tipo edile.”

Purtroppo il progetto non ha funzionato poiché, dinanzi alla proposta delle minoranze e di associazioni culturali di restituire la struttura alla collettività, destinandola a funzioni espositive come museo e centro studi sul Liberty, che a Savona e Altare e in tutta la Liguria conobbe una stagione di grandi realizzazioni, la Giunta Toti, insieme a quella di destra savonese, decise invece di investire i fondi regionali in un recupero conservativo per realizzare un ristorante d’élite; un “hotel de charme” di ben 7 stanze, uno spazio espositivo che pubblicizzi il turismo savonese.

Il sottoscritto, quale socio di ICOM (International Council of Museums), ha sempre cercato di far presente che gli spazi espositivi non si creano da soli e tantomeno possono esporre “asciugamani e costumi da bagno” (perché di questo si tratterebbe parlando di turismo savonese) senza una chiara riflessione culturale su cosa e come esporre.

Ora il restauro sta procedendo, Toti e la destra cittadina si esaltano perché il bene verrà dato in concessione a un privato, che dovrà arredare e gestire la struttura (ammesso si riesca a trovarlo).

Ai savonesi resterà solo un passaggio pubblico verso la spiaggia; che ovviamente bisognerà stare attenti a percorrere perché nell’area vi sarà pure il parcheggio dell’albergo di charme.

La speranza è che tutto si fermi e si riesca rapidamente a riaprire il discorso sul Museo del Liberty in un contesto dove già, come previsto, la realizzazione della passeggiata a mare di ponente sta creando più proteste che consensi.

DB