Numero 28, 15 maggio 2022

                  uno strumento di contro-informazione per il dibattito pubblico ligure

LA VOCE DEL CIRCOLO PERTINI

Numero 28, 15 maggio 2022

Gli articoli de La Voce del Circolo Pertini possono essere letti su: https://www.vocecircolopertini.it

PILLOLE

Azioni concrete contro la povertà che cresce

Come già accennato, in questo panorama di cattive notizie che fanno audience, anche le goodnews sono contro informazione. Un plauso quindi al Comando Provinciale della Guardia di Finanza che ha donato a Don Stefano Colombelli, parroco di San Francesco di Sestri Ponente centinaia di capi d’abbigliamento sequestrati per contraffazione. Tarocchi, cui hanno prima tolto le false griffe. Mi piacerebbe di più vedere colpire la criminalità organizzata che li produce anziché chi li vende, ma questo è un altro tema. Plauso anche a Don Stefano, in prima linea nell’aiutare chi ha bisogno: tanto più che nella nostra regione la popolazione a rischio povertà sta salendo con un’accelerazione che negli ultimi anni supera il 25%.

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Antiquariato infrastrutturale a scopo elettorale

A Cicagna, nelle scorse settimane è stato presentato un progetto per il Tunnel della Val Fontana-

buona. Che servirebbe per unire la costa all’entroterra. Costo 230 milioni. Giovanni Toti si è subito impadronito del merito. Peccato che non sappia (d’altra parte è il personaggio che riteneva Novi Ligure in Liguria) che questo progetto esiste da quasi mezzo secolo, e vedrà la luce (forse) tra dieci anni. Se ne è preso il merito anche Marco Bucci quale presidente della città metropolitana. Peccato che l’opera sarà camionabile, insistendo sul trasporto a gomma anziché prevedere, nel caso, una bretella ferro-

viaria. Senza parlare degli effetti devastanti sul territorio montano, che è la vera ragione per cui il vecchissimo progetto era di fatto stato abbandonato. Sic transit gloria mundi.

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Terrile AD Ente Bacini: la tradizione degli avvocati di partito ai vertici delle imprese pubbliche.

La notizia: l’avvocato Alessandro Terrile è il nuovo amministratore delegato di Ente Bacini con un

Fan della cultura del fare (sic!)compenso intorno ai 73 mila euro lordi e una professionalità tutta da dimostrare per l’ex segretario provinciale del Pd, che oggi guida in Consiglio comunale la delegazione Dem. L’Ente Bacini S.r.l. è una società a capitale misto attiva nel Porto di Genova con funzioni di servizio alle numerose imprese operanti nel settore delle costruzioni e riparazioni navali. La cui quota di controllo è detenuta dall’Autorità

Portuale; dunque dal presidente Paolo Signorini, attualmente impegnato nella campagna amministrativa per la riconferma del sindaco Bucci. Una coincidenza temporale da non trascurare. Che lascia intuire logiche di scambio che andrebbero portate alla luce.

EDITORIALI

Se permettete, stavolta parliamo di noi

Forse i nostri lettori più attenti avranno notato significativi cambiamenti nella composizione redazionale della nostra news. Non ci sottraiamo all’impegno di trasparente franchezza cui ispiriamo il nostro lavoro di civic journalism volontario, riferendo che tali cambiamenti sono la conseguenza di valutazioni contrastanti emersi tra i redattori. Prima c’è stata una discussione tra chi riteneva molto sospetta la rottura in Legambiente ligure tra il vertice regionale e il più vivace circolo di territorio nel bel mezzo di una campagna amministrativa e che – quindi – fosse necessario approfondirne motivazioni e modalità; altri colleghi ritenevano inopportuno “fare le pulci” a un’associazione amica, nella logica pregiudizialmente assolutoria del “pas d’ennemis à gauche”.

È prevalsa la tesi che proprio in questa fase, in cui va rafforzandosi il progetto di occupazione dello spazio pubblico da parte dell’attuale maggioranza di destra attraverso pratiche collusive (leggi campagne acquisti), la vigilanza fosse il primo dovere per chi ha la pretesa di fare contro-informazione. A partire dai territori associativi a noi più vicini. Nonostante l’evidente sofferenza procurata a colleghi con cui abbiamo fatto nascere questa testata e le possibili reazioni di rigetto da parte dei lettori. Una scelta che oggi possiamo dichiarare avvalorata dal comportamento dei nostri interlocutori: come avrete modo di constatare, mentre i leader del Circolo Nuova Ecologia hanno risposto dettagliatamente ai nostri quesiti, il trio di vertice regionale di Legambiente – il presidente Grammatico, il vice Sarti e il direttore Borromeo – nonostante reiterate richieste da parte nostra e conferme verbali da parte loro, hanno preferito sottrarsi all’intervista. Arroganza di professional dell’ambiente? Coda di paglia di gestori burocratici del ruolo, limitato all’azione di routine che non disturba i veri manovratori? Che altro? Per ora ci limitiamo a commentare con la classica sentenza secondo la quale “a che serve il potere [nel loro caso di nicchia, minimale] se poi non se ne abusa?”.

A seguire, il nostro dibattito interno ha poi dovuto affrontare il nodo rovente rappresentato dall’atteggiamento da tenere nei confronti dei problemi etici sollevati dall’invasione russa dell’Ucraina. Con un particolare aggravamento locale, dovuto al fatto che vede la presenza di filo-Putin nella maggioranza politica che governa la Regione.

Sia chiaro: l’auspicio di un rapido ritorno a una situazione pacificata, da raggiungersi attraverso la filosofia del dialogo, è sempre stato principio condiviso da tutta la redazione. Semmai il dibattito riguardava il sostegno concreto al Paese aggredito, che un pacifismo “a prescindere” consegnerebbe inevitabilmente a un solo destino: la capitolazione. Mentre la via negoziale, fino a quando l’aggressore non assicura la propria certa disponibilità a imboccarla, finisce per essere soltanto wishful thinking; pio pensiero desiderante che non si confronta con le dure repliche della realtà.

Questo il motivo per cui alcuni amici hanno preferito interrompere l’impegno comune. Quell’impegno di un costante esercizio della critica, senza sconti per nessuno, che ha caratterizzato il nostro cammino. E che intendiamo proseguire con tutti gli amici che vorranno seguirci.

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I cattivi maestri della politica genovese e ligure. Invito a una discussione

Il perimetro istituzionale di osservazione de La Voce va da San Remo a Sarzana. Ossia la Liguria geografica contemporanea. Ciò non significa la rinuncia a trarre strumenti interpretativi delle dinamiche in corso dal quadro generale e/o dalle vicende storiche. Applicati per meglio mettere a fuoco vicende apparentemente incomprensibili; come la nomina da parte dei vertici dell’attuale maggioranza a una ben retribuita carica pubblica del leader dell’opposizione nel consiglio comunale genovese (il quale – nel frattempo – si dice voglia ricandidarsi a quello stesso ruolo nella prossima tornata amministrativa) o gli strani silenzi dei vertici regionali di Legambiente. Entrambi fatti di cui qui si parla (in una pillola e nell’inchiesta).

Del resto, già negli anni Settanta del secolo scorso un importante politologo bolognese – Nicola Matteucci, assumendo la direzione della rivista il Mulino – affrontava il tema delle dinamiche consociative in auge nel nostro sistema politico; quella tendenza alla collusione che vanifica i meccanismi di controllo reciproco, rappresentati dalla concorrenza tra forze politiche in competizione tra loro (gli scienziati politici parlano di “democrazia competitiva”), riscontrabile già negli anni Cinquanta: il fatto che oltre il 90% dei provvedimenti legislativi venissero decisi nelle commissioni parlamentari solo grazie all’accordo sistematico tra i due maggiori partiti, DC e PCI. Con evidenti retro-processi spartitori che ritroviamo nella Genova di quegli stessi anni: la ripartizione delle rispettive sfere di influenza tra il leader democristiano Paolo Emilio Taviani (vulgo PET) e il gruppo dirigente comunista. Al primo andava il controllo del centro cittadino e la fascia residenziale a Levante, con relativi centri direzionali e l’istituto finanziario (banca Carige), agli altri il Ponente storicamente “rosso” delle fabbriche.

Il sociologo Luciano Cavalli – già negli anni Sessanta – aveva analizzato l’operazione politica sottotraccia e i suoi effetti sociali, politici e culturali in un celebre saggio dal titolo “La città divisa”.

Dunque una sincope dei processi democratici che tendeva a imbastardire il ceto politico, su cui operava con effetti moltiplicativi pure un secondo aspetto; questa volta legato a questioni personali.

City boss localiSempre nella Genova del dopoguerra emergevano tre grandi leader con aspirazioni di ascese nazionali: il cardinale Giuseppe Siri, che studiava da papa, il solito ministro Taviani che puntava alla presidenza del consiglio (una corsa in cui si mise di traverso un personaggio ancora più potente di PET: Aldo Moro) e l’industriale Angelo Costa, unico a cui riuscì l’ascesa diventando a lungo presidente di Confindustria.

Questo trio aveva l’esigenza di coprirsi le spalle nelle loro battaglie romane con proconsoli fidati che presidiassero i domini locali. Fiduciari che non manifestassero tendenze a giocare in proprio minacciando le posizioni di potere del boss. E la dote migliore a tale riguardo era la mediocrità (al limite la ricattabilità). Ad esempio Peppino Manzitti alla direzione di Assindustria o l’industriale Massimo Risso, la cui azienda era sempre sull’orlo della chiusura, in Camera di Commercio.

Un mix che veniva da lontano e che – forse – può farci capire la natura di tanti cattivi maestri, cinici e mediocri, che continuano a popolare i nostri organigrammi. Pubblici e privati.

PFP

La redazione de “La Voce del Circolo Pertini”

Nicola Caprioni, Angelo Ciani, Mauro Giampaoli, Michele Marchesiello, Carlo A. Martigli, Pierfranco Pellizzetti, Getto Viarengo.

Hanno scritto per noi:

Andrea Agostini, Marco Aime, Franco Astengo, Enzo Barnabà, Maddalena Bartolini, Giorgio Beretta, Marco Bersani, Sandro Bertagna, Pierluigi Biagioni, Pieraldo Canessa, Daniela Cassini Alessandro Cavalli, Roberto Centi, Riccardo Degl’Innocenti, Battistina Dellepiane, Egildo Derchi, Marco De Silva, Monica Faridone, Erminia Federico, Maura Galli, Luca Garibaldi, Luca Gazzano, Valerio Gennaro, Antonio Gozzi, Santo Grammatico, Roberto Guarino, Monica Lanfranco, Giuseppe Pippo Marcenaro, Antonella Marras, Fioriana Mastrandrea, Maurizio Michelini, Anna Maria Pagano, Paola Panzera, Marianna Pederzolli, Enrico Pignone, Bruno Piotti, Paolo Putrino, Bernardo Ratti, Ferruccio Sansa, Stefano Sarti, Carla Scarsi, Sergio Schintu, Mauro Solari, Giovanni Spalla, Angelo Spanò, Gianfranco Tripodo, Gianmarco Veruggio, Moreno Veschi.

INCHIESTA

Nella loro fase matura, sui movimenti civici organizzati incombono due rischi: l’estremismo testimoniale, che impedisce le necessarie mediazioni con le istituzioni rappresentative, e la rendita burocratica, che tende alla collusività con il sistema di potere. Le recenti tensioni in Legambiente ligure hanno dato l’impressione che in seno a una delle più importanti organizzazioni di territorio si stessero manifestando tali tendenze. La voce del Circolo Pertini, nell’intento di far emergere trend di estremo rilievo per il futuro dell’associazionismo locale, ha posto ai diretti interessati (Andrea Agostini, fondatore del Circolo Nuova Ecologia, Federico Borromeo, direttore Legambiente ligure, Santo Grammatico, presidente ligure, Marco Fabbri, presidente di Nuova Ecologia, Stefano Sarti, vice-presidente) le seguenti domande:

  1. Recentemente il circolo “Nuova Ecologia” di Genova, fondato da Andrea Agostini, è stato escluso da Legambiente su decisione della direzione regionale della stessa. La decisione è stata attribuita alla mancanza di comunicazione e di rapporti tra il circolo stesso e la direzione di Legambiente, a prescindere da un giudizio di merito sulla validità o meno delle manifestazioni in sé. Qual è il vostro pensiero su questa vicenda?
  2. La piena acquisizione dell’autonomia politica è stata una grande conquista delle associazioni. Legambiente si è sempre battuta su temi di vitale importanza per l’ambiente e per la salute dei cittadini. In una fase nella quale la politica scade sempre più in comportamenti mercantilisti esiste, a vostro modo di vedere, il rischio che una spregiudicata destra al governo degli enti pubblici locali possa tentare di ottenere l’acquiescenza di grandi organizzazioni di massa con le armi del ricatto economico?
  3. La trasparenza dei bilanci sia delle amministrazioni pubbliche sia delle associazioni che partecipano a bandi pubblici, ottenendo finanziamenti rivolti a iniziative di interesse collettivo, deve essere un principio inderogabile per ogni associazione, in particolare per un’associazione come Legambiente che, giustamente, fa della trasparenza dei bilanci una delle sue battaglie caratterizzanti. Cosa ne pensate?

Queste le risposte pervenute:

Andrea Agostini, fondatore del Circolo genovese Nuova Ecologia

1) la crisi delle grandi associazioni nazionali della società civile è un fatto acclarato da anni, le ragioni sono molteplici e il risultato si evidenzia nella perdita di iscritti, nella perdita di volontari che partecipano alle iniziative e da una mancata partecipazione dal basso con il permanere al vertice di soggetti invecchiati in quel ruolo e con una cooptazione di soggetti in linea coi predetti eterni capi. In questo senso un circolo che promuove vertenze, si confronta costantemente col territorio, aumenta gli iscritti e ruota con una certa costanza i suoi vertici è in chiaro conflitto con una narrazione non veritiera e con una costante autoassoluzione dei vertici che non ammette opposizione.

2) La presenza di una destra governativa fortemente interessata agli interessi privati e per niente a quelli pubblici (oltre le apparenze e le chiacchiere) ha fortemente influenzato molte associazioni che spesso diventano lobbies a favore di interessi privati, magari accettabili, con il diffuso utilizzo del greenwashing (ovviamente retribuito) ed il crollo del numero delle vertenze sul territorio. In questo senso il circolo nuova Ecologia che si è sempre mosso in direzione ostinata e contraria e ha per anni votato contro il bilancio e le scelte delle priorità del regionale parlano da sole anche perché il circolo si e sempre sostenuto con le sue forze e con l’autofinanziamento dei soci, che tutti hanno sempre prestato la loro opera gratis sin dalla nascita (ricordo che il circolo nuova Ecologia è stato il primo circolo di Legambiente in Liguria e per anni ha dato sostegno gratuito al regionale che altrimenti non sarebbe sopravvissuto).

3) Dire che la gestione del regionale di Legambiente Liguria è da tempo opaca è un eufemismo: bilanci non pubblicati, cooptazione di dirigenti, votazioni congressuali non ottemperate sono state una costante, basta per esempio citare che all’ultimo congresso ci è stata proposta una candidatura del circolo al direttivo regionale che noi abbiamo rifiutato, proponendo come da sempre il nome del nostro presidente. Risultato è stato che nessun membro del circolo è stato eletto negli organismi dirigenti regionali e che il circolo con più tessere e con più storia della Liguria non è stato inserito negli organismi nazionali. È la democrazia ragazzi!

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Marco Fabbri, presidente del Circolo genovese Nuova Ecologia:

1) Ritengo che in seno all’organismo regionale si sia costruita una sorta di “conventio ad excludendum” nei confronti del Circolo che ha portato all’incomunicabilità dichiarata. Che alla base vi sia una carenza di coordinamento, gestionale e di visione dell’associazione è quanto avevamo già denunciato in passato e formalizzato all’ultimo Congresso del 2019, ottenendo l’estromissione dagli organismi dirigenti in palese contraddizione con una mozione su trasparenza e inclusione da noi presentata ed accolta dalla presidenza. D’altronde se vi è stato un problema di comunicazione la maggiore responsabilità è da imputare a chi rivesta un ruolo gerarchicamente sovraordinato, e il fatto che questi non abbia esercitato la propria funzione con sagacia e tempestività è indicativo dell’intenzione di costruire un dossier che portasse a questo esito, piegando (e modificando) lo Statuto ai propri desiderata.

2) Credo che la struttura regionale, basata su funzionari impegnati in massima parte a “lavorare per progetti” ovvero ad assicurarsi risorse economiche da bandi pubblici e sponsorizzazioni, sia parte di questa distorsione della mission associativa, che spiega come sia possibile ridurre il proprio ruolo a quello di “lobbisti dell’ambiente”. In questo senso si gioca il credito della propria associazione nazionale e delle sue campagne promozionali per conferire patenti di sostenibilità senza mai dare una lettura complessiva che smonti la narrazione dell’Amministrazione oramai sempre più spudoratamente votata ad agire sul piano della manipolazione comunicativa. Questa linea permette di ottenere contemporaneamente due risultati: giustificare la propria esistenza quando poi si verifichino disastri ecologici a valle di scelte politiche insufficienti senza tuttavia pregiudicare il rapporto con l’Amministrazione e l’eventualità di ottenere qualche benefit.

3) Concordo pienamente su questa idea di garantire un’effettiva trasparenza e condivisione, da cui per l’appunto hanno preso le mosse le critiche e le osservazioni espresse anche in materia di bilancio che tuttavia non hanno permesso di fugare tutte le nostre perplessità in merito.

Con l’occasione comunico l’esito scontato con cui l’Assemblea dei delegati nazionali ha ratificato all’unanimità dei presenti il ritiro della nostra affiliazione, senza accogliere la richiesta – e men che meno comunicarcene il diniego – ad essere presenti alla discussione per motivare le nostre posizioni. Ciò del resto conferma quello che a mio giudizio è la deriva che ha preso l’Associazione, per quanto meritorie possano essere le iniziative nel complesso assunte da Legambiente, la quale ha così avvallato la derubricazione a mera questione disciplinare di una diversa idea di politica associativa. A questo punto anche l’eventuale ricorso al Comitato dei Garanti diventa un inutile esercizio che non aggiungerebbe nulla ad una situazione già abbastanza desolante: è oramai tempo di provare a perseguire un nuovo progetto per una Nuova Ecologia di Comunità.

POSTA

Riceviamo dal lettore Danilo Bruno

L’immobilismo elettorale del centrosinistra genovese

Ho letto l’articolo sull’inizio di campagna elettorale nel capoluogo regionale e le differenze di approccio fra Dello Strologo e Bucci, già indicato da più fonti come possibile vincitore. Io risiedo a Savona per cui non voterò a Genova ma vorrei svolgere alcune considerazioni da cittadino.

L’articolo sull’ultimo notiziario del Circolo ben centrava l’argomento della difficoltà di come si è iniziato il processo di campagna elettorale: da una parte vi è la corazzata della destra, che è tutta assisa intorno al Sindaco decisionista e del ponte Morandi, che promette nuovi fulgori cittadini e un centrosinistra quasi immobile.

Cosa vuol dire avere visione!Non si coglie al momento che il sindaco Bucci pare diventato una sorta di “Andrea Doria”, tutto teso ad esaltare presunte glorie locali, senza invocare in alcun modo la storia della città, senza pensare alla necessità di costruire una città europea, di dialogo solidale e volta a politiche di pace su tutto il Mediterraneo. Pare che conti più un centro commerciale che una diversa narrazione della città, che riporti le attività produttive e progetti di abitazioni nel centro storico, come era negli anni settanta e ottanta del secolo scorso, punti all’integrazione dei numerosi migranti, come Genova aveva sempre storicamente fatto, tanto da conservare segni di antiche moschee e la presenza

di un capo religioso islamico (cosiddetto Papasso) quando in città e in Liguria si trovavano gli schiavi islamici.

A questa narrazione del “fare” mi pare che manchi sempre un centrosinistra con una nuova idea e una diversa narrazione della storia genovese: ad esempio perché non dire chiaramente che la città perde abitanti e sta invecchiando sempre di più anche se al Sindaco Bucci spiace sentirlo dire per cui occorre avviare una diversa articolazione sociale e un nuovo ruolo per i Municipi invece di fare le recenti riforme, che li hanno duramente colpiti. A tutto ciò al momento si oppone sicuramente l’intelligenza e la capacità di Ariel Dello Strologo ma non vorrei che accada ciò che è successo la scorsa volta contro Toti alle elezioni regionali; ovvero ogni lista fa corsa a sé per affermare la propria forza e autonomia senza preoccuparsi della vera necessità di cambiare il governo cittadino. Allo stato attuale sono ovviamente solo sensazioni ma, a parte al momento Letta, che il 28 aprile 2022 è venuto ad aprire la campagna elettorale del PD poco o nulla si è manifestato nei punti programmatici da permettere di capire come lo schieramento di centrosinistra si posizionerà.

Non posso fare paragoni con la situazione savonese, però qui si è puntato ad un profilo programmatico alto e altro, dove il sindaco con il suo laboratorio si è confrontato per anni con la città e le sue forze politiche e dove si è cercato di non disperdere voti puntando a coprire con alleanze civiche reali l’intero arco del centrosinistra.

In tale senso si è mossa la lista Sinistra per Savona a cui Europa Verde, che non aveva ritenuto di riuscire a presentarsi da sola con successo, ha aderito in quel tempo con convinzione.

A Genova infatti ad oggi mi risulterebbero nel campo del centrosinistra: PD (con Art. 1 e PSI), Lista del Sindaco con Demos ed altre forze civiche, Sinistra Italiana, Cinque Stelle, una alleanza: Europa Verde, Linea Condivisa e Lista Sansa dove l’unità non si capisce da cosa sia data e mi auguro che da ciò, come a Savona, si riesca ad esprimere un profilo civico e non una sommatoria di movimenti, che si scioglie il giorno dopo le proprie elezioni. Vedremo il seguito e spero veramente di sbagliarmi su questo ultimo punto.

Con i migliori saluti. Danilo Bruno

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Lo storico Giorgio “Getto” Viarengo, nostro redattore, ha pubblicato il suo ultimo saggio di storia patria “Il processo Spiotta. Ne pubblichiamo la presentazione dell’autore indirizzata in particolare alle giovani generazioni.

Il Valore dell’antifascismo spiegato ai più giovani

Nel presentare il mio ultimo lavoro mi rivolgo soprattutto ai più giovani e chiedo loro di riflettere su un valore forte della nostra democrazia: l’antifascismo. Per costruire un percorso chiedo di guardare con attenzione la facciata dell’ex tribunale in Piazza Mazzini. Questo riferimento ci riporta alle lettere di bronzo che componevano la scritta istituzionale di un drammatico periodo della storia italiana e chiavarese: “Casa Littoria”. Con la revisione dei Circondari Giudiziari il tribunale fu chiuso e l’intero territorio aggregato alla giurisdizione giudiziaria di Genova. L’edificio si ritrovò in disuso e venne riutilizzato come sede del Partito Nazionale Fascista. La data che segna questo passaggio fondamentale nell’opera di “fascistizzazione” di Chiavari è il 22 maggio del 1927. In tale occasione si conclude una fase avviatasi con le prime azioni dello squadrismo degli anni Venti, le elezioni dell’aprile 1924 con l’utilizzo della legge Acerbo, le dimissioni del sindaco Nicola Arata e la nomina di Benedetto Accorsi; il primo podestà di Chiavari dopo il varo dei nuovi provvedimenti sullo scioglimento dei consigli comunali e delle province. Nella primavera del 1927 si pubblicava un bilancio dei primi anni di regime, firmato dal segretario politico del P.N.F di Chiavari Salvatore Brignardello: “Chiavari è una delle poche città che conservano alla testa del movimento di ricostruzione politica i capi dei devoti soldati delle prime battaglie. Essi sono indivisibili dall’azione fascista cittadina, che altrimenti mancherebbe del consenso popolare e languirebbe nell’indifferenza. Ecco l’opera del Fascismo: la fascistizzazione di tutte le associazioni cittadine. Una breve sosta si ebbe dalla fine del 1923 a tutto il 1925, quando la direzione del Fascio era passata ad altri nomi, dopo tale periodo d’incertezza, tornava la vecchia guardia e riusciva a raccogliere 500 iscritti e la sede del Fascio si trasferiva nell’ex Palazzo di Giustizia. Sono lontani i colloqui furtivi del vecchio squadrismo, dimenticate le spedizioni punitive, gli assalti ai covi del sovversivismo social-comunista o cattolico, le azioni in grande stile per rovesciare l’idea velenosa e scioperaiola, ma lo spirito delle ore della lotta senza quartiere e senza premio aleggia saldo e duraturo nelle fortune fasciste chiavaresi”. In queste righe è riassunto il drammatico travaglio della vita democratica chiavarese: il partito fascista dilagherà in città e tutto l’associazionismo sarà commissariato, dall’assistenza solidale alla Società Economica, dalle società sportive a quelle d’arma, nessuna esperienza ne sarà indenne. Il fascismo italiano sarà la guida dei regimi totalitari del Novecento, trovando consensi in molte dittature che seguiranno quel folle pensiero. La politica di potenza, cioè l’uso della guerra per affermare il proprio potere, ne sarà la più drammatica conseguenza, e le leggi razziali seguiranno di pari passo per costruire “un nemico di massa” da annientare. Queste due specifiche caratterizzeranno il progetto d’egemonia nazi-fascista e trascineranno il continente e il mondo nel baratro del conflitto mondiale. Nella primavera del 1945 ebbero la meglio le forze che combattevano dalla parte giusta, il fascismo italiano fu sconfitto dalla Resistenza che seppe avviare la nuova legalità costruita intorno alla Costituzione. In questo processo e nella storia è contenuto il valore dell’antifascismo italiano. Non un pensiero di parte, uno slogan di propaganda, ma un vero valore culturale per affermare di quale democrazia stiamo parlando: quella italiana è antifascista.

Getto Viarengo

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FATTI DI LIGURIA

La riqualificazione urbana nei primi cinque anni dell’era Bucci

Ecco come si presenta la situazione dopo un quinquennio di “cura Bucci”, il sedicente “uomo del fare”: aree di pregio della città vendute o date in concessione per molti decenni ai privati in nome di una riqualificazione urbana che, nella maggior parte dei casi, passa attraverso la realizzazione di supermercati o di luoghi di fruizione a pagamento, come bar e ristoranti. Esempi: ex mercato di corso Sardegna, Waterfront di Levante, Rotonda di Carignano, ex mercato del pesce di piazza Cavour, ex mercato di piazza Statuto, via Piave, Esselunga a San Benigno. Una strage a base di cemento per gli interessi di pochi e danni alla città.

Sempre a proposito di balle del sindaco del non fare: nonostante le promesse d’inizio mandato sul fatto che la Valbisagno avrebbe avuto la priorità negli interventi sul trasporto pubblico urbano, sempre in questi cinque anni non è cambiato assolutamente nulla per la vallata. Solo una girandola di progetti (tram, filobus, bus elettrici…) spesso campati in aria e le prospettive di due ecomostri come la nuova rimessa di Staglieno e la skymetro (il prolungamento sopraelevato della Metropolitana che dovrebbe sorgere da Borgo Incrociati a Molassana, che il Comune è riuscito a farsi finanziare per 398 milioni di euro dal Ministero delle Infrastrutture), mentre si spetta ancora l’inizio dei lavori per prolungare la metropolitana da Brignole a piazza Martinez. Intanto stesso traffico e stesso inquinamento per tutti. Quanto invece si rivela incontrovertibile è il niente di nuovo, con le strade intasate, i bus coi passeggeri ridotti a sardine, i percorsi ciclabili bloccati dalle macchine parcheggiate e i marciapiedi pieni di buche. Tutte cose lasciate proprio come l’ineffabile “uomo del fare le aveva trovate.

Andrea Agostini

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FATTI DI LIGURIA

Lo scambio precarietà-mattone benedetto dalla Curia genovese

Il fratone francescano Marco Tasca da Sant’Angelo di Piove di Sacco, provincia di Padova, chiamato a sostituire il tenero coniglio mannaro Angelo Bagnasco alla guida dell’arcidiocesi genovese, deve aver assunto l’aria stranita di chi credeva di recarsi alla Sagra di Sant’Antonio ed è finito a un summit di narcotrafficanti colombiani, apprendendo la sentenza del Tar che condanna l’intero CDA dell’ospedale Galliera – appunto, con in testa il cinguettante Bagnasco che lo presiedeva – a risarcire danni erariali per 99.800 euro, oltre a rivalutazioni, spese e interessi legali, a seguito di gravi malversazioni, finalizzate a realizzare operazioni speculative. In particolare l’acquisto di un bene confinante con la struttura sanitaria (il bar Bruna), valutato 158.800 € e pagato 475 000 € (di cui già versati 289mila), da destinare alla demolizione.

Sicché il francescano, precipitato nel suq di Genova dal Veneto che più bianco non si può, ora si starà domandando a che razza di gente avesse accordato la propria fiducia; nonostante i ricorrenti avvertimenti che gli giungevano da più parti, questa testata compresa. Dunque, una figuraccia che se l’è andata a cercare. Soprattutto per una ragione che dovrebbe essere evidente anche per un personaggio vissuto tra le nuvole, visto che comunque è stato messo in pista proprio da papa Bergoglio; e anche un cieco dovrebbe vedere come l’operazione Galliera sia la più smaccata negazione dell’insegnamento papale, quale critica delle logiche ispirate a quanto fin dall’inizio aveva denunciato come pratica perversa: la globalizzazione dell’indifferenza tradotta in modelli economici a danno delle persone. L’infernale Neoliberismo che considera i lavoratori un costo da abbattere. Che faceva inveire a un importante sociologo francese: “il neoliberismo è un’arma di conquista. Si fa portatore di un fatalismo economico contro il quale ogni resistenza sembra vana. È simile all’Aids: distrugge il sistema immunitario delle sue vittime”.

Persino i nostri sonnacchiosi sindacati iniziano a comprendere cos’era il vero senso dell’operazione Galliera: scambiare lavoratori per mattone. Tradotto: fare i soldi destinando a uso speculativo le aree oggi destinate alla cura; mentre ci si libera della forza lavoro inquadrata e tutelata contrattualmente sostituendola con manodopera altamente ricattabile perché precarizzata. Il modello di business privatistico che produce la cosiddetta Gig Economy dei lavoretti al posto del lavoro, messa in opera come impresa 4.0 labour saving. Da Amazon ad Airbnd, da Uber a Nike.

Del resto sono queste le ricette conficcate nelle teste (capaci soltanto di concepire pensieri – al tempo – avidi ed elementari) di chi ci governa.

Si poteva presumere che l’uomo di papa Francesco non le avvallasse.

PFP

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FATTI DI LIGURIA

Che succede nella “capitale portuale del Mediterraneo”

Da Palazzo San Giorgio ancora non escono i dati aggiornati del porto di Genova, fermi a febbraio. Sul piano degli investimenti pubblici non si sono mai visti tanti miliardi e per di più nelle mani di tre amministratori, Toti, Bucci e Signorini, forti di poteri commissariali straordinari che gli permettono di spenderli come un’autentica “macchina politica”, in deroga alle normali regole di appalto.

Come li stanno spendendo?

Se i traffici aumentassero sarebbe già un buon segno, ma non è così, a prescindere da guerra o covid, perché da anni la tendenza è negativa. Ma invece di mettersi a ragionare su come modificare la strategia e la gestione, oggi piegate agli interessi di imprese multinazionali e di intriganti operatori locali, si continua a propagare la favola di Genova capitale del Mediterraneo.

In attesa di dati reali su traffici e occupazione, esaminiamo il dato che Palazzo San Giorgio evita sistematicamente: il traffico delle navi in porto.

Il numero delle navi diminuisce e la stazza complessiva aumenta, però con valori medi annui percentualmente distanti. Quanto alle merci, nello stesso periodo le tonnellate movimentate in tutto il porto scendono di -0,5% medio annuo, anche se cresce il numero dei container di +2,5% e dei passeggeri di +0,8% (al 2019, al netto del Covid). Tuttavia, un terzo delle navi in meno in 14 anni, in relazione anche alla concentrazione delle compagnie armatoriali, equivalgono a altrettante prestazioni in meno da parte dei servizi tecnico-nautici (pilotaggio, rimorchio, ormeggio), delle forniture di bordo, del bunkeraggio, delle agenzie marittime e dei broker, delle società di trasporto e di spedizione, della pubblica amministrazione impegnata nella gestione e nei controlli di legge ecc. Il porto si sta impoverendo non solo di merci e di navi, ma anche di attività che compongono il valore aggiunto, reddituale professionale e occupazionale, del cluster marittimo-portuale.

Il Presidente Signorini, d’accordo con Toti e Bucci, ha puntato tutte le sue carte sul gigantismo navale. Perciò intende spendere due miliardi di euro per una nuova diga foranea finalizzata solo a questo modello, senza altra idea progettuale di futuro del porto, a dispetto delle trasformazioni sconvolgenti che si stanno producendo nel quadro del trasporto marittimo globale; che smentiscono il riduzionismo irresponsabile di una strategia votata solo agli interessi degli oligarchi del mare che lucrano sia sulla pandemia che sulla guerra. Si stima che i 10 oligopolisti del trasporto marittimo siano passati da 17 miliardi nel 2020 e 160 miliardi nel 2021 di utili netti, anche grazie alla riduzione speculativa dell’offerta di stiva per fare crescere ad arte i noli sino alle stelle.

In attesa di conoscere i dati ufficiali, segnaliamo che nel primo trimestre del 2022 il traffico navale e di merci a Genova continua a declinare. Rispetto allo stesso periodo del 2021, cala addirittura di oltre il 10% il numero degli accosti delle navi portacontenitori e di merci varie e roro, solo in parte bilanciato dalla ripresa delle navi da crociera. Per giunta, al PSA a Prà, il maggiore terminal gateway italiano, in tre mesi gli accosti sono diminuiti del 30% rispetto al primo trimestre del 2021, calo mitigato solo in parte, entro il -4%, dalla diminuzione dei teus che tuttavia continua senza sosta.

Riccardo Degl’Innocenti

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FATTI DI LIGURIA

Ancora sulla solitudine dei nostri ragazzi. Un convegno

Per primi ne avevano parlato i giapponesi, dando un nome alla cosa: “hikikomori”, stare in disparte, isolarsi. La Voce del Circolo Pertini lo aveva scritto nel numero del 15 gennaio di quest’anno.

Il 2 maggio scorso se ne è tornati a parlare presso l’ex Provincia nel convegno “Disagio giovanile. Quale collaborazione tra famiglia e scuola?” promosso dall’associazione La luna nel mare. E i dati forniti dalle relazioni sono sconfortanti: “tremila ragazzi, solo nella provincia di Genova, che se ne stanno ritirati in casa, attaccati al PC. Un fenomeno in crescita del 16% rispetto all’anno precedente. Duemila di questi giovani si sono rivolti ai servizi psichiatrici delle Asl ma restano in lista d’attesa: tra i sei mesi e un anno per essere presi in carico”.

La perdita del controllo sull’uso razionale di Internet è un fenomeno sociale sempre più diffuso: vera e propria dipendenza che colpisce in particolare i più giovani, la cui gravità non è stata ancora ufficialmente riconosciuta. Isolamento sociale, difficoltà espressiva e relazionale, depressione e disturbi alimentari sono solo alcuni degli effetti derivanti da questo fenomeno. Un quadro preoccupante in cui l’utilizzo di internet, da mezzo, diventa un fine, che è andato ad aggravarsi in periodo pandemico complici lockdown e isolamento forzato oltre in parte alla didattica a distanza che ha costretto i giovani italiani a relazionarsi quasi esclusivamente attraverso un device.

Secondo il rapporto Unicef 2021 “La condizione dell’infanzia nel mondo”, in Europa il suicidio è la seconda causa di morte tra i giovani di età compresa tra i 15 e i 19 anni, preceduta soltanto dalle morti causate da incidenti stradali. Il rapporto mostra come il 19% dei ragazzi europei tra i 15 e i 19 anni soffra di problemi legati alla salute mentale, seguiti da oltre il 16% delle ragazze nella stessa fascia d’età. Tra i ragazzi tra i 10 e i 19 anni, 9 milioni convivono con un disturbo legato alla salute mentale: l’ansia e la depressione rappresentano oltre la metà dei casi.

Dunque, un’iniziativa, nata dall’impegno dell’avvocato Stefano Marletta, fondatore di La Luna nel Mare, giovane associazione impegnata nei temi del disagio giovanile e ritiro sociale. Che ha il merito di sollevare questioni importanti quanto sistematicamente rimosse. Mentre sarebbe apprezzabile un maggiore sforzo di comprensione del problema, che si tende a presentare come culturale. Ma qui non si tratta di analizzare modelli di rappresentazione o di esplorare reti di significati, quanto di coglierne gli aspetti socio-economici nei loro odierni effetti devastanti. L’insicurezza non nasce da generici turbamenti psicologici quanto dal percepito che la produzione di opportunità per la realizzazione dei futuri progetti di vita è un meccanismo inceppato per le contraddizioni di un modello di sviluppo giunto alla fase terminale; il ritiro degli adulti dall’esercizio del ruolo genitoriale non deriva tanto da fenomeni narcisistici deresponsabilizzanti, quanto dalla consunzione della società patriarcale e dall’azzeramento dei ruoli relativi.

Temi che andranno ripresi in futuro (e la Voce è pronta a farlo). Magari senza l’ingombrante presenza degli esponenti dell’attuale maggioranza politica, in massa alla riunione del 2 maggio, per i quali le tematiche qui proposte avrebbero effetti urticanti.

Maura Galli

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FATTI DI LIGURIA

Toteide: regalare i soldi della nostra salute ai privati (e fornire un servizio pessimo)

La giunta regionale della Liguria ha stanziato undici milioni e 700 mila euro per abbattere le liste di attesa. Se qualcuno si illudesse che questi soldi servano realmente a potenziare il servizio sanitario pubblico e a velocizzare le lunghe attese per accedere a esami e a visite specialistiche, perda subito ogni illusione Si tratta ancora di un semplice trasferimento di risorse pubbliche, quindi soldi dei cittadini, nelle tasche di privati, confermando quella linea di privatizzazione spinta della sanità pubblica, che, pur iniziata dalle precedenti amministrazioni regionali, ha conosciuto una svolta epocale con l’amministrazione Toti. In passato si privatizzavano servizi, scelta politica sbagliata, che ha aperto le porte alla privatizzazione selvaggia introdotta da Toti.

Il salto di qualità (verso il basso) è evidente e gli ultimi provvedimenti tolgono ogni dubbio.

Sul totale dei finanziamenti, nove milioni saranno destinati ad Alisa e utilizzati per aumentare le prestazioni della diagnostica per immagini con i privati accreditati e 2,7 milioni saranno destinati alla struttura ‘Alma Mater’ della Spezia per incrementare le attività chirurgiche generali, oculistiche e le attività ortopediche.

“L’obiettivo è quello di abbattere su tutto il territorio ligure, con un particolare riguardo alla Asl 5, le liste di attesa e aumentare l’offerta delle prestazioni, tenendo conto che i due anni di pandemia hanno rallentato l’erogazione dei servizi. In questo modo – spiega il presidente di Regione Liguria e assessore alla sanità Giovanni Toti – vogliamo intervenire con incisività, sia nei confronti della diagnostica, sia di quelle prestazioni di chirurgia anche in strutture non ospedaliere, al pari di quanto avviene in altre regioni, nella garanzia di elevati standard di sicurezza del paziente”.

La riprova pratica

La differenza tra il dire e il fare nella sanità di Toti in Liguria e, peggio del peggio, in provincia della Spezia – ASL 5, alla luce di un’esperienza personale.

Mia moglie Sonia ha bisogno di una visita oculistica, urgente perché preventiva rispetto a una terapia che deve iniziare al più presto. Telefona al centro prenotazioni della ASL 5. Per quasi un’ora, risponde un messaggio registrato “a causa dell’intenso traffico, siete invitati a richiamare più tardi”.

Finalmente! Risponde voce umana. Mia moglie fa presente la sua necessità. Risposta: “non le posso dare nessuna risposta. Le nostre liste d’attesa superano i 6 mesi. Quindi non accettiamo prenotazioni: riprovi tra qualche mese”.

Sonia non si perde d’animo. Ha bisogno urgente della visita e non può certo attendere sei mesi. Prova a telefonare al centro unico di prenotazione della Toscana. Risponde prontamente un operatore, al primo colpo: “signora, abbiamo un posto domani all’ospedale di Piombino”.

Sonia fa presente che Piombino è un po’ disagiato per lei. Operatore sanità Toscana: “allora mi scusi, ma per Carrara abbiamo posto solo il 6 maggio”.

L’operatore si scusava perché la visita poteva avvenire solo dopo 4 (quattro) giorni. A La Spezia nessuno si scusava e la visita non era possibile, o, forse, era possibile tra un minimo di 6 mesi. Questa è la sanità di Toti: la nostra salute considerata spazzatura.

NC

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FATTI DI LIGURIA

Trasporti locali e cambiamento climatico

Il trasporto pubblico locale (TPL) è un settore chiave nel nostro futuro. In una fase in cui, oltre alle pandemie, ci troviamo ad affrontare una crisi climatico-ambientale drammatica, la trasformazione del trasporto pubblico è una priorità cui è impossibile sottrarsi. L’incapacità di garantire, per esempio come nell’emergenza sanitaria, i trasporti scolastici o una mobilità senza rischi di affollamento, è più che sufficiente per suggerire come la gestione del TPL non sia ispirata alle logiche del mercato. Intanto, le risorse del PNRR assegnate ai trasporti liguri, dalla Missione 2 (Rivoluzione Verde e Transizione ecologica) e dalla Missione 3 (Infrastrutture per la mobilità sostenibile), risultano squilibrate nella ripartizione fra le Provincie (17 milioni) e la Città Metropolitana di Genova (51 milioni) e insufficienti, sia in termini di finanziamenti dedicati alla conversione ecologica della mobilità, sia per quanto concerne i costi d’esercizio. Per dirla tutta, non è neanche ben chiaro, con la guerra in atto, quante risorse per la transizione ecologica verranno “distratte” per le spese militari. Meglio concentrarsi allora sul “come”, piuttosto che solo sul “quanto”. La situazione del trasporto locale nell’estremo ponente continua a essere particolarmente delicata dopo anni di mala gestione, clientelismi e disastrose scelte economiche. L’affido a Riviera Trasporti SpA, seppur in via emergenziale sino al 2023, consente alla società di proseguire il servizio, mentre affronta una difficile situazione fallimentare. Da un’indagine conoscitiva sull’uso del trasporto su gomma condotta tra febbraio e marzo 2022 dalla Società della Cura imperiese, un percorso collettivo di persone e realtà locali, emerge come il TPL sia ritenuto fondamentale per la qualità ambientale e della vita, dai più ai meno giovani, per le diverse fasce della popolazione che vivono sulla costa o nell’entroterra. La ricerca ha evidenziato che l’uso del servizio è mediamente generico e occasionale (80%), a dimostrazione che, almeno in parte, non riesca ad intercettare a sufficienza le necessità di potenziali frequentatori abituali, come studenti e lavoratori. Quasi il 60% degli intervistati ritiene che il servizio sia complessivamente inefficiente, mentre circa il 90% ritiene che un servizio collettivo di trasporto possa incidere positivamente sulla qualità della vita, se eco-compatibile e omogeneo sul territorio. Per il trasporto su rotaia, il rapporto “Pendolaria 2022” di Legambiente conferma l’aumento dei passeggeri, a testimonianza di una crescente richiesta di mobilità pubblica ed esprime, per il Ponente, serie perplessità sulla soluzione dello spostamento a monte del tracciato, che ha già allontanato il servizio dai centri urbani e prodotto disaffezione al TPL. In questo quadro il ruolo degli enti locali è fondamentale per porre la priorità sul trasporto locale, quale bene comune sociale irrinunciabile, con una nuova gestione pubblica e partecipata. D’altronde, come ha ben ricordato Marco Paolini dal recente palco del 1 maggio, i beni comuni sono l’arma migliore per combattere il cambiamento climatico.

MG

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FATTI DI LIGURIA

Riceviamo da Carla Scarsi, 62 anni, giornalista, correttrice di bozze, consulente per l’allattamento. Madre.

Madri e figli. Oggi e (magari) in Liguria

Scena sera – Tavolo della cena.

Figlio: “Stasera esco”.

Genitore 1: “Ok. Cosa fai? Vuoi ancora della minestra?”

Genitore 2: “Ti serve la macchina? Passami il pane”

Figlio: “Possibile che vogliate sempre controllarmi? Fatevi i cazzi vostri! Non cambierete MAI! Inutile cercare di avere un rapporto con voi!” (si alza, sbatte la porta, prende la felpa, esce)

Genitore 1 “Ma cosa abbiamo detto? Dove abbiamo sbagliato?” (piange)

Genitore 2 “Questo è il risultato di come l’hai educato” (sospira)

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Alzi la mano chi non c’è mai passato… (e chi non c’è passato, ci passerà, parola!)

La difficoltà di comunicazione tra i genitori e i loro figli adolescenti rappresenta forse il problema più frequente in famiglia, perché i bambini si trasformano in ragazzi e poi in adulti ma questo passaggio non è per niente facile né progressivo, e avviene con degli scatti di crescita ai quali i genitori non sono preparati anche se pensano di esserlo, perché avverranno comunque in maniera diversa da quella che si sarebbero aspettati.

Da una parte famiglie che hanno secondo tradizione millenaria puntato sulle regole si trovano tutto buttato all’aria, e il famoso “rispetto” non esiste più. Non ci sono più certezze, né lo studio, né un progetto di vita, nulla. Dall’altra famiglie che hanno sinceramente rispettato i figli bambini come persone si ritrovano inspiegabilmente accomunati a genitori autoritari e senza comprensione per i bisogni dei ragazzi.

In ogni caso i figli credono di mandare segnali inequivocabili su quali siano i loro bisogni e – non sentendo comprensione dall’altra parte – si arrabbiano. 

Leggendo in rete si trovano centinaia di consigli, decaloghi, manuali per “comprendere” i propri figli, partendo dal tono di voce, dall’accoglienza, dall’analisi della propria aggressività, dall’analisi dei propri sentimenti rispetto ai successi e ai fallimenti della propria vita, dal controllo dell’ansia, dall’eliminazione del giudizio e delle pontificazioni, fino al banalissimo suggerimento “cercate di conoscere il loro mondo”.

Gli approfondimenti poi sguazzano sulla necessità di distinguere fra autorità e autorevolezza, ma viene da dire con sgomento che se una famiglia non riesce a essere autorevole fino al momento dell’adolescenza del figlio, difficilmente riuscirà a recuperare il tempo perso. Il problema è che la famiglia (genitore 1 e 2, a volte 3 e 4, se c’è stata una separazione e la famiglia si è allargata) CREDEVA di essere autorevole, perché il bambino e la bambina avevano manifestato entusiasmo, cameratismo, amicizia e amore.

La mia esperienza di sostegno alle mamme nasce circa 20 anni fa con la nascita della nostra seconda figlia, e da allora tutti i neonati che ho incontrato sono cresciuti e sono diventati dei meravigliosi e delle meravigliose ventenni. Con molte di quelle mamme sono rimasta in contatto, con alcune siamo diventate amiche, e ci siamo sostenute a vicenda nelle curve di questi momenti così complicati.

L’analisi che ne abbiamo tratto è che manchi a tutte e due le parti (genitori 1 e 2 – e spesso anche 3 e 4 – versus figli/figlie) la capacità di analizzare i propri sentimenti, una sorta di analfabetismo affettivo che porta a creare muri anziché.

Perché stare al fianco di queste persone che devono affrontare un mondo che forse sta finendo, che forse finirà, che comunque non ha più prospettive di un lavoro sicuro che permetta di pensare a quel progetto di vita cui i genitori 1-n tengono tanto… terrorizza anche noi. Come possiamo pensare di trasmettere autorevolezza se siamo tutti così spaventati?

L’unica cosa sensata che onestamente possiamo fare è tenerci metaforicamente per mano, sia fra genitori sia coi ragazzi. E se non avete ancora visto “Don’t Look Up” con Leonardo di Caprio e una strepitosa Meryl Streep, programmatelo al più presto. Magari assieme al figlio/figlia.

Carla Scarsi

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FATTI DI LIGURIA

Considerazioni di un vecchio amante di calcio ai tifosi di domani

C’è stato il grande derby Genoa Sampdoria ed è andata com’è andata, povero Genoa. Fin dalla mattina dalle parti di corso Galliera, si vedevano frotte di tifosi di entrambe le parti. Tranquilli, anche quando si incontravano tra genoani e sampdoriani tutt’al più si guatavano ridacchiando, scambiandosi epiteti divertenti e inequivocabili segni apotropaici. Insomma una situazione tranquilla quasi da festa di paese. Poi sono cominciate ad arrivare camionette della polizia, con auto messe di traverso, bloccando la strada, creando dei checkpoint. Dove potevano passare (esagero naturalmente) solo chi dimostrava di andare allo stadio dopo un’accurata perquisizione personale e non al vicino carcere di Marassi a tentare un assalto. Ma posso capire. Decine e decine di tutori dell’ordine volevano evitare una strage: il mugugno o lo sfottò sono i prodromi di una rissa a bottigliate e coltelli.  Tutto regolare. Ma mi è sorta spontanea una domanda: dato che si trattava solo di una partita di calcio tra due squadre di proprietà di fondi d’investimento esteri, società private, che c’azzeccava la polizia pagata dai cittadini? Il costo per la sicurezza degli stadi (fonte ASI) ci costa quasi 50 milioni di euro l’anno: la FIGC riceve contributi pubblici (oggi) per 30 milioni. In Germania le società di calcio pagano di tasca loro la sicurezza e se qualcosa va storto, sono loro a pagarne le conseguenze, penalmente e civilmente (tramite salatissime assicurazioni). Le attuali squadre di calcio non sono enti di beneficienza che hanno bisogno di sostegno, ma appunto società private che lucrano abbondantemente con i biglietti e le concessioni televisive per miliardi di euro. Il povero e bistrattato Renzi, durante il suo governo nel 2014, osò introdurre un misero 3% di spese a carico dei club. Insomma la domanda è la seguente: perché i cittadini devono farsi carico di un servizio d’ordine a favore di enti privati ed esteri? A mio avviso, o dovrebbero provvedere loro di dotarsi di affidabili società di sorveglianza o pagare la Polizia di Stato e l’Arma dei Carabinieri per garantire la sicurezza negli stadi. Non solo: proprio per quest’ultimo motivo, le società dovrebbero occuparsi anche della prevenzione, dotando gli stadi di tutte le misure di sicurezza dal punto di vista architettonico. La maggior parte degli stadi attuali non le garantiscono. Come lo stadio Barbera, dove la nazionale di calcio ha fatto la sua ennesima brutta figura: pericoloso, fatiscente, sporco, mezzo marcio, forse proprio l’emblema del nostro povero calcio. Comprendo che questa mia posizione cozza contro la sacra droga da calcio, ma favorire il lucro di privati a spese del cittadino non mi va giù. E per essere contraddetto o confortato per questa opinione vorrei lanciare un quesito ai nostri lettori sul fatto che in un modo o nell’altro siano le società di calcio a farsi carico delle spese per la sicurezza. Basta rispondere sì, (se si è d’accordo) o no. Il sì, ma, oppure il no, tuttavia sono risposte politichesi, che per una volta non vorrei leggere.

CAM

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FATTI DI LIGURIA

Considerazioni impietose di un alumnus genovese di Giurisprudenza

La scandalosa situazione di familismo e scambi di favori radicata nella facoltà genovese di giurisprudenza e portata alla luce dall’inchiesta della Procura, pur essendo in parte il riflesso di una situazione analoga a livello nazionale, mi dà l’occasione per alcune riflessioni specifiche.

Quando, moltissimi anni fa, di ritorno dall’esperienza di un campus universitario americano, mi ritrovai alle prese con la realtà dello studium genovese, furono due gli aspetti contrastanti che colpirono lo studente di legge. Il livello dell’insegnamento, di gran lunga superiore a quello dell’omologo statunitense, corrispondeva allo stato più che francescano, miserevole, delle strutture universitarie: aule, biblioteca, servizi allo studio, occasioni di confronto, ricerca e discussione.

Passai gli anni successivi nella speranza che questo squilibrio si aggiustasse, almeno in parte. Devo constatare oggi che, a Genova, se il livello della docenza sembra essersi abbassato, come denunciato impietosamente dall’inchiesta genovese, quello delle strutture universitarie non è cambiato quasi per nulla. La nostra facoltà ha perso i grandi maestri di una volta, i Tarello, gli Uckmar, gli Alpa, i Roppo, i Rodotà, ma non ha fatto nessun passo verso quello che rimane un sogno irrealizzato: un grande campus universitario, quale quello in cui per un anno avevo avuto il privilegio di vivere. Da un lato una facoltà dispersa, ridotta in locali vecchi e angusti, con un personale annoiato se non indifferente, professori irraggiungibili al di fuori dei 45 minuti della lezione accademica, quando non tenuta da solleciti portaborse. Dall’altro spazi, biblioteche aperte 24 ore su 24, locali comuni, professori con cui prendere un caffè o condividere il lunch: l’immagine familiare trasmessaci da molti film, che non si è mai riusciti di tradurre in una analoga realtà italiana e genovese.

Eppure, un’università libera, aperta, con abbondanti risorse, frequentata da studenti e professori dalle molteplici origini e formazioni intellettuali è la linfa vitale di un’autentica comunità cittadina. Problema nazionale? Certo, ma a Genova è la foto di un declino che sembra inarrestabile.

Lo sappiamo. Genova non ha una decente galleria d’arte moderna (siamo – confessiamolo – un po’ stufi del nostro ‘secolo d’oro’, come i tifosi del Genoa (tra i quali mi annovero) lo sono dei loro dannati nove scudetti. Il Ducale è spesso passerella delle peggiori mostre blockbuster. Non c’è una biblioteca civica degna di questo nome, il Carlo Felice è sempre in agonia, mentre i teatri dedicati alla prosa somigliano a un Fort Alamo assediato dalla TV. E non ha un campus universitario. O meglio, ce l’ha – in potenza – ma non trova un’amministrazione che voglia realizzarlo in vista di una ripresa della città, a cominciare dalla famosa ’cultura’.

Da anni l’area dell’ex ospedale psichiatrico di Quarto è al centro di mire incrociate di sfruttamento che finiscono col paralizzare ogni iniziativa che non sia quella provvisoria di chi vi prosegue una meritevolissima ma limitata attività nel campo della salute. Quello di Quarto sarebbe un campus ideale, se non fosse tenuto in stand by dalle mire speculative di un’edilizia che si ostina a ignorare o negare addirittura il declino demografico della città.

Quale migliore proposta, oggi, per un candidato che avesse veramente a cuore il futuro di Genova e della Liguria, partire dall’università e – perché no – proprio dalla disastrata facoltà di giurisprudenza? La stessa qualità dell’insegnamento ne verrebbe grandemente avvantaggiata.

MM

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La grande bonaccia della campagna elettorale a La Spezia

Dopo la furiosa tempesta delle candidature. Tuoni, fulmini e saette. Ma ora tutto tace.

La bonaccia assoluta era, un tempo, la maledizione per i naviganti che andavano a vela per i mari.

Oggi alla Spezia, dopo una combattuta fase di veti, candidature bruciate, polemiche e energie buttate al vento, si poteva aprire una fase nuova.

Finalmente, quando nessuno ci sperava più, una candidatura che offre tanti pregi: Piera Sommovigo è una donna giovane, con una importante esperienza professionale alle spalle, sempre schierata politicamente a sinistra nelle grandi battaglie per l’ambiente, ma mai iscritta a un partito. Mai coinvolta nei bassi giochini del sottogoverno o nelle pagine negative della politica che, purtroppo, ha toccato anche le amministrazioni di centrosinistra del passato presente. Ha saputo mettere insieme uno schieramento unitario importante, anche grazie al “passo di lato” fatto da Guido Melley, che, in una consultazione popolare indetta dal PD, risultava il candidato più gradito.

A differenza della volta scorsa, quando Peracchini, che aveva unificato il centro-destra, strappando anche qualche scarto del centro-sinistra, riuscì a vincere grazie alle divisioni dell’opposizione, presente con ben 6 liste tra loro concorrenti, oggi, il centro-sinistra si presenta compatto e ha allargato la maggioranza ai 5 Stelle.

Partecipano alla coalizione che sostiene Piera Sommovigo, il PD, Art. 1, SI, Le Ali, Linea Condivisa, Verdi, Rifondazione comunista, 5 Stelle, Avanti Insieme, Più Europa. Solo Italia Viva, guidata dalla Paita, coerentemente con quanto fatto a Genova, presenta una lista autonoma. Ma questo non è un male per il centro-sinistra.

Peracchini dà segni di nervosismo. Taglia nastri. Un simpatico animatore della vita culturale spezzina, Ciccio Del Santo, riferisce di essere stato insultato malamente per strada dallo stesso sindaco, un po’ troppo “nervosetto”. Questa volta tocca a lui avere un concorrente nell’area di centro-destra, con la lista dell’ex coordinatore di Forza Italia, Grazzini.

Purtroppo non si nota attività nella campagna elettorale del fronte opposto. I personaggi del PD, come Montefiori e Sassi, così attivi nella fase di selezione dei candidati, sono, di fatto, scomparsi dalla scena. Non si vede Avanti Insieme, mentre i 5 Stelle sono ricercati all’ufficio oggetti smarriti, tanto che sembra non riescano neppure a comporre una loro lista. La dolorosa scomparsa di Diego Del Prato è la perdita di un’intelligenza per l’alleanza e per la città intera. Gli unici attivi sono i gruppi di Art. 1 e Le Ali. Così non ci siamo! Non basta profondere le proprie energie nella scelta di un candidato e, quando si arriva alla presentazione di una candidatura, in questo caso ottima, eclissarsi, assentarsi dalla battaglia. La politica deve tornare cosa attiva, deve vivere nei quartieri e nelle strade cittadine, toccare le frazioni disperse, entrare nei luoghi di lavoro, nei circoli e nei momenti di aggregazione delle persone. Non c’è bisogno di grandi strateghi da tavolino.

Oggi quello che serve sono persone che consumino la suola delle scarpe e diano battaglia.

Forza, ce la possiamo fare. Ma datevi una mossa!

NC

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FATTI DI LIGURIA

Anche stavolta la nostra rubrica di Civic Jornalism rimane a Chiavari, per ricordare un nuovo caso di incuria civica.

Futuro incerto per un pezzo pregiato di storia chiavarese

Popolarmente lo indichiamo come il “Tribunale”, in realtà è l’edificio istituzionale con il maggior pregio storico della nostra città, capace di raccontare un periodo articolato in diversi secoli, in cui Chiavari definisce un ruolo centrale nel governo della Liguria di levante. Perciò la costruzione della Cittadella rappresenterà una nuova esperienza, un corso rinnovato della vita pubblica e del ruolo della comunità sul territorio, le autorità e gli atti amministrativi si spostavano da piazza San Giovanni per trasferirsi nel nuovo palazzo. La vendita dell’antico “pretorio di san Giovanni” permette di ricavare 800 genovini d’oro, cifra pagata da Antonio Sanguineti e Giovanni Conio per l’acquisto. Con atto del 31 agosto del 1403, notaio Gio. Pietro da Sarzana, sono avviati i lavori per la costruzione del nuovo edificio della Cittadella. L’edificio subirà diverse modifiche nel tempo, sino alla stesura del “Piano generale d’abbellimento della Città di Chiavari” (1826), in questa occasione diversi articoli dettano le nuove norme per il riordino della piazza antistante (art. 27), delle strade laterali (art. 10) e indicando nuovi luoghi istituzionali: il futuro municipio (art. 33) e il nuovo Palazzo del Governo ristrutturando la Cittadella (art.34). Le polemiche e un partecipato dibattito tra gli amministratori analizzano i progetti presentati, sono i disegni dell’architetto Partini, Sandri e Pontremoli ad infuocare il confronto. Prevarrà il tratto fiorentino del Partini, un progetto che cancellerà definitivamente quanto restava dell’edilizia istituzionale della Repubblica di Genova. Il tribunale è aperto nel 1882 e coprirà l’esercizio della giustizia nell’intero Circondario di Chiavari. Con l’avvento della dittatura fascista sono riformate le circoscrizioni, il decreto del 1923 sopprime il tribunale di Chiavari, nei mesi successivi al trasferimento qui si aprirà la sede del Partito Nazionale Fascista e diventerà Casa Littoria. Dopo la caduta del governo Mussolini, 25 luglio 1943, è preso d’assalto dagli antifascisti chiavaresi come simbolo della dittatura. L’8 settembre e con la riorganizzazione del Partito Fascista Repubblicano diventerà sede operativa di Vito Spiotta. Dopo la Liberazione e con l’apertura in Chiavari della Corte d’Assise Straordinaria qui si terranno i processi ai criminali fascisti: nell’agosto del 1945 la condanna a Vito Spiotta. Il tribunale riaprirà con la fine dei lavori della Corte nel maggio del 1946, un cammino che si concluderà con la riforma e la comunicazione della definitiva soppressione del 14 settembre 2013. Oggi lo splendido palazzo ha un futuro incerto, la passata amministrazione lo avrebbe ridotto ad uno spezzatino, ma la sua straordinaria destinazione dovrà essere di un unico centro culturale polifunzionale: un modo per interpretare la cultura europea.

GV