Numero 25, 31 marzo 2022

LA VOCE DEL CIRCOLO PERTINI

PILLOLE

Alla Destra ligure il sesso fa paura

Tra la destra ligure torna a serpeggiare l’incubo della fantomatica teoria gender ed è così che viene approvata una misura retrograda sull’educazione sessuale. Agitando spauracchi medievali, con il solito atteggiamento stigmatizzante nei confronti della sessualità e dell’affettività, la maggioranza di centrodestra ha approvato una mozione sulla necessità del consenso informato ai genitori per fare educazione sessuale nella scuola. Un messaggio culturale sbagliato e distante da ciò che domandano e di cui hanno bisogno i ragazzi: più del 90 per cento di loro chiede che l’affettività e l’educazione sessuale siano da trattare a scuola. Credevamo di essere nel 2022 e invece scopriamo che la giunta Toti è rimasta ai tempi dell’Inquisizione.

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Giovanni Toti punta alla Champions

Toti, Bucci e Paciocchi con le magliette del cuoreToti destina un finanziamento di 900mila euro per le tre squadre liguri di serie A – Genoa, Sampdoria e Spezia – per far indossare maglie con la scritta “lamialiguria”. Percepiamo l’entusiasmo alla notizia della nostra gente colpita a ripetizione da pandemia, crisi energetica, disastri geopolitici in corso. Ma tant’è, il sedicente Governatore continua a modellarsi sull’irraggiungibile modello del suo mentore ed ex datore di lavoro Silvio Berlusconi, patron del Milan. Colui che Montanelli definiva “il più grande piazzista ‘Italia”. Rivelando cosa consideri “marketing territoriale”: non il miglioramento della vita dei liguri o l’attrattività del territorio, solo vaga “vendita di apparenze”. Senza neppure la speranza di poter fregiarsi della Coppa dei Campioni, visto che i nostri eroi della domenica veleggiano verso la serie B. Sai che brand prestigioso!

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Contagi: Liguria fanalino di Covid

Diminuiscono in tutta Italia i nuovi contagi da Covid, calano i ricoveri nelle terapie intensive e nei reparti ordinari, diminuiscono i morti. La Liguria però è in controtendenza. Colpa di un rallentamento della campagna di vaccinazione rispetto alle altre regioni italiane. Il numero dei casi positivi era sempre leggermente maggiore rispetto alla media nazionale. Ma secondo l’ultimo report della fondazione Gimbe la situazione è ulteriormente peggiorata: la nostra regione è al penultimo posto in Italia per copertura di terze dosi, 82,4% contro l’84,9% della media italiana, ed è tra le peggiori per le somministrazioni del vaccino agli under 12. Solo il 28,5% dei giovanissimi liguri ha ricevuto almeno una dose contro la Covid, mentre la media nazionale è del 36,7%.

EDITORIALI

A partire da questo numero entra a far parte della redazione de La Voce del Circolo Pertini lo storico Giorgio Getto Viarengo, tra l’altro profondo conoscitore della realtà chiavarese. Gli diamo il benvenuto

Amministrative liguri: il punto su Chiavari

Nella regione riconfermata alla destra, quest’angolo di Liguria ha sempre avuto una forte simmetria con Genova, comune in mano alla destra, la cui storica matrice politica è democristiana; esclusa l’isola rossa di Sestri Levante. Oggi in questo territorio si contano più case per anziani che asili nido. La crisi demografica spiega drammaticamente il dato dell’ASL chiavarese come la più anziana d’Italia. Se andiamo alle sorgenti della nostra democrazia – il voto referendario repubblica-monarchia – troviamo un nitido indizio sul Tigullio: le percentuali, escluso i comuni maggiori della costa, segnano tutte una netta vittoria monarchica. Girando pagina, rileggiamo come la Resistenza qui abbia prodotto uomini determinati, capaci di sconfiggere il fascismo. Due riferimenti vicini temporalmente ma con indicazioni opposte, con germi per nulla progressisti che fioriranno nel boom economico. Da qui all’uso speculativo del territorio il passo è stato breve: nel Tigullio si coniò il termine “Rapallizzazione”, termine che riassumeva il modo per accumulare ricchezze; tali da giustificare la presenza di ventisei banche nella sola Chiavari; in competizione con Varese per il titolo di città più ricca d’Italia. Oggi gli sportelli sono drasticamente calati, lo storico presidio finanziario del Banco di Chiavari è passato di mano. All’anagrafe i dati confermato la continua diminuzione dei residenti e l’impennata media dell’età. Emerge una città che ha perduto il bandolo del futuro, delle visioni più ampie. Ultima sconfitta è l’esclusione da Capitale della Cultura: siamo giunti tra le finaliste, ma l’ultimo passaggio appariva improbo. Chiavari aveva nove teatri, ci siamo ridotti al solo Cantero, chiuso da cinque anni; può contare su un solo cinematografo con due spettacoli al giorno. In questo panorama desolante va analizzato lo stato delle scuole e dell’istruzione. Chiavari era un centro d’eccellenza, con istituti di base e superiori. Tale centro d’eccellenza non ha saputo aggiornarsi, realizzare i nuovi spazi per l’istruzione che le dinamiche scolastiche richiedono. Una causa della decrescita demografica: i giovani studenti lasciano la città per sedi più promettenti.

A un mese dalle prossime elezioni, non si conosce ancora il team del centrosinistra e tanto meno il perimetro di un’alleanza progressista. Questi ritardi e la candidatura secretata la dicono lunga sullo stato del “fare” politica a sinistra: Chiavari, dopo l’improvviso decesso del sindaco Di Capua, riprende il suo cammino con due candidati già in campo. Davide Grillo dei Cinque Stelle; Federico Messuti con l’alleanza di “Partecipattiva”. La candidatura di Grillo pregiudica una possibile alleanza a sinistra, il nome di Messuti conferma la politica di una lista civica già raccoltasi intorno al sindaco Vittorio Agostino condannato nel 2013. Ossia le incognite del centrosinistra e di ciò che resta della destra. Per entrambi si può solo constatare un’anestesia totale, si bisbiglia qualche nome, si indicano tavoli di riflessione: nulla più. Tratti di una città come Chiavari quale specchio del Paese. In cui il futuro non è all’odg. Che fare? Riprendere il cammino della politica, restituendo ai cittadini strumenti utili per affrontare i problemi collettivi. La politica è oggi intesa come vantaggio dei privilegiati che la praticano nelle istituzioni.

Il punto di distacco! L’uomo solo al comando o la ricerca del sensazionale non dovrebbero appartenerci: la nostra storia chiede partecipazione, gente che discute, un partito per fare politica!

Forse il futuro potrebbe rappresentare una meta per tutti. Anche per Chiavari.

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Amministrative liguri: il punto su La Spezia

Quando ormai si stavano spegnendo le ultime speranze che l’opposizione di centrosinistra allargata ai 5 Stelle riuscisse a trovare una candidatura unitaria, autorevole e innovativa, è emersa la candidatura di Piera Sommovigo, avvocatessa con studio a Genova e alla Spezia, indipendente, molto conosciuta nel movimento ambientalista per le sue battaglie. Citiamo le ultime, per ora vinte, su cui la nostra newsletter si è già soffermata: quella contro la cementificazione nell’uliveto storico di Salita Canata a Lerici e quella contro l’impianto di biodigestione dei rifiuti a Saliceti (Santo Stefano Magra), proprio sopra le falde acquifere che riforniscono l’intera provincia, in un sito non previsto dal piano regionale dei rifiuti. Se eletta, sarebbe la prima Sindaca nella storia della città: una novità rilevantissima.

Le trattative tra le parti non sono state facili. Sono stati fatti molti nomi di possibili candidati, che, sistematicamente, uno dopo l’altro venivano “bruciati”. Qualcuno insinuava persino il sospetto che il PD spezzino fosse eterodiretto dall’esterno, da chi dettava condizioni e calendario degli incontri. La vicenda, in ogni caso, è stata gestita interamente da forze politiche frantumate e “cetizzate”, ridotte cioè a ceto politico autoreferenziale, senza alcuna riflessione progettuale sulla città del futuro e senza alcun rapporto con la società civile.

Alla fine la candidatura di Piera Sommovigo ha ottenuto l’adesione di PD, Art. 1, Sinistra Italiana, Linea Condivisa, Le Ali-lista Sansa, M5S, Rifondazione Comunista e Verdi. Se si considera che il candidato del centrodestra unito e compatto, nel 2017, era arrivato al primo turno al 33,95%, mentre i candidati riferibili al centrosinistra, più quello del M5S, divisi in ben 6 coalizioni, avevano sommati insieme un ipotetico 57,63%, si può pensare a una partita aperta. A questo si devono aggiungere una serie di malumori nel centrodestra, che è stato più volte sul punto di spaccarsi e ha ritrovato l’unità solo in extremis, a prezzo di imporre una serie di condizioni abbastanza umilianti al sindaco uscente Peracchini, uomo di Toti, che però non potrà usare in campagna elettorale né il nome di Toti, né il simbolo di Cambiamo. Peracchini si è dimostrato un sindaco timoroso, portato a grandi proclami, regolarmente non realizzati e subalterno a Toti, tanto da non aver mai speso una voce in difesa della sanità spezzina, fortemente discriminata dalla Regione, totalmente sotto organico e con strutture che cadono a pezzi, oppure aver perso tempo, a seguire Toti, nella delicata vicenda ENEL. Nella città si percepisce una sfiducia latente nei suoi confronti.

Al momento sono fuori della coalizione una serie di forze che si autodefiniscono “area riformista”, anche se questo nobile aggettivo è usato in maniera distorta come sinonimo di moderato o centrista. Si tratta di Italia Viva, capitanata localmente dalla fedelissima renziana Raffaella Paita, di Più Europa, del PSI, di “Avanti Insieme”, formazione creata, a suo tempo, dall’ex senatore PD Forcieri, già presidente dell’Autorità portuale spezzina.

Piera Sommovigo ha dichiarato di non aver preclusioni e sta tenendo incontri con gli esponenti di questa area. La loro presenza rischierebbe di inficiare l’elemento di novità e di freschezza rappresentato dalla candidata in campo: un’autorevole personalità, fuori dai vecchi giochi di partito, scevra delle politiche di vicinanza alle lobbies, delle pratiche clientelari e dei personalismi, che hanno intaccato anche l’area del centrosinistra locale. In ogni caso queste trattative ulteriori appaiono una sorta di bolla politica distante dalle persone come dalle reali questioni in campo. Meglio chiuderle al più presto, con scelte innovativa e nette.

Deve cominciare un nuovo corso: la coalizione elettorale come momento di partecipazione collettiva, come possibilità di ritrovare rappresentanza sociale e territoriale, come occasione per far tornare a tante persone la voglia di votare.

INCHIESTA

DISCUSSIONE SULL’ASSOCIAZIONISMO

Un maestro di democrazia dell’Ottocento – Alexis de Tocqueville – scrisse che “con la scienza delle associazioni la società vive e respira”. Fermamente convinta di tale assunto, nel suo primo anno di vita la news de la Voce del Circolo Pertini ha dedicato larghissimo spazio a questo problema, nella convinzione che la scienza delle associazioni nel nostro territorio sia chiamata a fare numerosi passi avanti per poter essere all’altezza delle sfide incombenti. In particolare, le realtà che compongono il variegato scenario ligure sono chiamate a evolvere con sempre maggiore nettezza da “comunità perimetrate” (vulgo, “gli orticelli”) in vere e proprie “comunità di progetto”, capaci di cogliere le interdipendenze tra le rispettive istanze (ambientali, sanitarie, laboristiche, ecc.) e andare a costituire quelle masse critiche necessarie per far valere una più civile idea di Liguria partecipata.

Per questo iniziamo con una provocazione, rivolgendo a una delle più importanti associazioni di territorio – Legambiente – da cui ci sono giunti recentemente segnali di tensioni interne, ripresi dalla stampa locale e formalizzati sui social,

 3 DOMANDE AGLI AMICI DI LEGAMBIENTE LIGURIA

1-Recentemente il circolo “Nuova Ecologia” di Genova, fondato da Andrea Agostini, è stato escluso da Legambiente su decisione della direzione regionale della stessa.

La decisione è stata attribuita alla mancanza di comunicazione e di rapporti tra il circolo stesso e la direzione di Legambiente, a prescindere da un giudizio di merito sulla validità o meno delle manifestazioni in sé. Qual è il vostro pensiero su questa vicenda?

2- La piena acquisizione dell’autonomia politica è stata una grande conquista delle associazioni. Legambiente si è sempre battuta su temi di vitale importanza per l’ambiente e per la salute dei cittadini. In una fase nella quale la politica scade sempre più in comportamenti mercantilisti esiste, a vostro modo di vedere, il rischio che una spregiudicata destra al governo degli enti pubblici locali possa tentare di ottenere l’acquiescenza di grandi organizzazioni di massa con le armi del ricatto economico?

3-La trasparenza dei bilanci sia delle amministrazioni pubbliche sia delle associazioni che partecipano a bandi pubblici, ottenendo finanziamenti rivolti a iniziative di interesse collettivo, deve essere un principio inderogabile per ogni associazione, in particolare per un’associazione come Legambiente che, giustamente, fa della trasparenza dei bilanci una delle sue battaglie caratterizzanti. Cosa ne pensate?

La redazione de “La Voce del Circolo Pertini”

Nicola Caprioni, Daniela Cassini, Angelo Ciani, Michele Marchesiello, Carlo A. Martigli, Giorgio Pagano, Pierfranco Pellizzetti, Getto Viarengo, Franco Zunino

Hanno scritto per noi:

Andrea Agostini, Marco Aime, Franco Astengo, Enzo Barnabà, Maddalena Bartolini, Giorgio Beretta, Marco Bersani, Sandro Bertagna, Pierluigi Biagioni, Pieraldo Canessa, Alessandro Cavalli, Roberto Centi, Riccardo Degl’Innocenti, Battistina Dellepiane, Egildo Derchi, Marco De Silva, Monica Faridone, Erminia Federico, Maura Galli, Luca Garibaldi, Luca Gazzano, Valerio Gennaro, Antonio Gozzi, Santo Grammatico, Roberto Guarino, Monica Lanfranco, Giuseppe Pippo Marcenaro, Antonella Marras, Maurizio Michelini, Anna Maria Pagano, Paola Panzera, Marianna Pederzolli, Enrico Pignone, Bruno Piotti, Paolo Putrino, Bernardo Ratti, Ferruccio Sansa, Stefano Sarti, Carla Scarsi, Sergio Schintu, Mauro Solari, Giovanni Spalla, Angelo Spanò, Gianfranco Tripodo, Gianmarco Veruggio, Moreno Veschi.

POSTA

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Bucci smascherato dai numeri

Al di là delle promesse elettorali, se Bucci resta a Tursi questo è il suo programma reale, basato su alcune voci di bilancio (2022-2024). Tutela e valorizzazione dei beni e delle attività culturali da 24 a 21 ml. Politiche giovanili sport e tempo libero, da 4,5 a 1,5 ml. Turismo da 8,8 a 5 ml. Assetto del territorio da 43 a 12 ml. Difesa del suolo da 44 a 31 ml. Rifiuti da 180 a 163 ml, ben sapendo che Genova è tra le città peggiori d’Italia per raccolta differenziata, al 34%. Trasporto pubblico da 107 a 81 ml, forse ignorando che Genova è al 49° posto nel mondo (!) per il traffico caotico. Interventi per la disabilità da 1 ml a 654mila euro.

Carlo A. Martigli

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Albenga e tutto il Savonese contro la sanità di Toti

Toti in Dubai

Albenga 11 marzo, circa 7.000 cittadini hanno partecipato a una imponente manifestazione di protesta, indetta dalle principali associazioni cittadine e dall’Amministrazione comunale, per rivendicare quanto Toti aveva promesso nel 2015, rimediando all’improvvida decisione della seconda giunta Burlando, cioè la riapertura del pronto soccorso dell’ospedale ingauno. Erano presenti anche una ventina di sindaci del comprensorio e della Val Bormida, dove si è aperto un secondo fronte conflittuale con la Regione per la mancanza del punto di primo intervento, le organizzazioni sindacali, il vescovo e la comunità islamica.

Come risposta Toti intimava al Comune di Albenga, minacciando querele, di togliere dalla pagina Facebook lo slogan della manifestazione: “senza Pronto soccorso si muore”. Dopo che Gino Rapa, anima dei “Fieui di caruggi”, era stato bannato dalla pagina social della Regione, l’operazione comunicativa totiana proseguiva in puro spirito democratico (?) dal Boat Show di Dubai: “è tutta una strumentalizzazione inaccettabile e disinformazione che fanno le istituzioni e le forze politiche nei confronti dei cittadini”, “la manifestazione per chiedere la riapertura del pronto soccorso si basa su idee fuorvianti…sindaci e comitati si battono per cose irrazionali…Questo è egoismo non solidarietà…” Dopo il fronte aperto sull’ospedale San Paolo di Savona, che aspetta da troppo tempo il centro ictus, e sulla Val Bormida in attesa del riconoscimento di area disagiata, sull’ospedale di Albenga non può che acutizzarsi lo scontro del territorio savonese con la Regione.
Franco Zunino

FATTI DI LIGURIA

Bucci: come ti distruggo Nervi (P 01)

Euroflora. È primavera, svegliatevi bambine, messer aprile fa il rubacuor…

E soprattutto si avvicinano le elezioni. Quale vetrina migliore il sindaco Bucci può imbastire per preparare la sua (da lui presunta certa) rielezione? Ma certo: una grande mostra di fiori ai parchi di Nervi. E cosa ha fatto il nostro prode eroe del FARE per Nervi?

Bè, pochino. A parte che i parchi saranno out per i prossimi mesi, uno per montare la mostra, uno per smontarla e in questi mesi i nerviesi dove andranno a prendere aria insieme alle migliaia di genovesi che si affollano nei parchi contribuendo con un notevole giro di soldi al benessere economico della comunità? Care, cari, statevene a casa che il sindaco c’ha da FARE.

Ci sarebbe l’alternativa passeggiata. Ma siamo ben lontani dai fasti di quando era la meta preferita dei turisti russi: è in condizioni peggiori del lungomare di Odessa sotto le bombe, spaccata a metà dai lavori in corso, rattoppata che neanche le strade di Kiev, con un albergo bellissimo (la Marinella) ridotto da anni a rudere che neanche un bombardamento della corazzata Potemkin di fantozziana memoria ci sarebbe riuscito. Eppure il prode eroe del Fare governa la città da anni.

Vogliamo parlare del porticciolo e del canale navigabile sul Nervi promesso anni fa dal sindaco con dovizia di slidse illustrative al teatro Emiliani, in una serata trionfale di promesse mai mantenute?

Non dimentichiamoci della piscina. Il nostro uomo del FARE l’aveva promessa in quell’assemblea agli Emiliani: una bellissima piscina sul tetto di un supermercato, da 33 metri con gli spalti per gli spettatori delle gare internazionali. Finora qualcuno l’ha vista la mitica piscina?

Semmai ho visto la piscina che i nerviesi si sono battuti per difendere con manifestazioni e raccolte di firme, smantellata a colpi di trapano e sostituita da gradoni cimiteriali per habitué degli aperitivi.

Ma ne avrà fatta almeno una giusta il nostro sindaco? Certo! Aveva autorizzato un gruppo di ambientalisti a piantare (s’intende a loro spese e col loro lavoro) un bosco a Monte Moro. E il progetto per portarvi l’acqua. Peccato che in quattro anni il tubo non è arrivato e neanche una telecamera per individuare in tempo i piromani. Invece è arrivato il fuoco e i pompieri sono rimasti senza acqua, il bosco piantato dai cittadini è bruciato. Mancava giusto un km di tubo.

In realtà una cosa il Prode l’ha fatta: ha rivoluzionato la viabilità di Nervi con una Ztl di 100 metri, ha tolto il capolinea del 15 da via Franchini, così le persone per andare ai parchi devono prendere due autobus o gasare ulteriormente con l’auto via delle Palme; poi ha piazzato un semaforo in via Somma che fa arrabbiare i residenti di Bogliasco, Pieve e Sori bloccati in coda tutte le mattine che vanno in centro a lavorare, (ma tanto non votano a Genova), creando nubi di gas sui nerviesi.

E poi gli effetti speciali dal 23 aprile: Euroflora, da inaugurare con ministri e stampa schierata. Anche lì l’uomo del FARE s’è scordato le promesse. I 230 alberi abbattuti dalla tempesta mai ripiantati, i vespasiani continuano a non esserci in quattro ettari di parco…

Qualcuno che intervenga a sanzionare l’uomo de FARE per le inadempienze, il rischio salute pubblica? Ma vogliamo scherzare? Un po’ di fiori qui e là, molto deodorante e i parchi sono più belli di prima e il nostro potrà rivendicare le tante cose fatte, le tante promesse mai mantenute e proporsi per un nuovo mandato.

Andrea Agostini

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Signorini (con Bucci e Toti) inciampa sulla diga foranea (P 02)

Dicembre 2020: nel Dibattito pubblico, Signorini, presidente del porto di Genova e commissario straordinario della nuova diga, ha presentato una Analisi Costi Benefici (ACB) secondo cui Sampierdarena senza la diga sarebbe regredita in pochi anni a un porto di cabotaggio mediterraneo, mentre con la diga sarebbe diventato un porto globale capace di uno “sviluppo senza limiti”.

Febbraio 2022: Signorini ha dovuto presentare su formale richiesta del Ministero dell’Ambiente una nuova ACB, che presenta numeri molto differenti. Senza la diga Sampierdarena resterebbe un porto capace di ospitare le linee transoceaniche ma con un tasso di crescita modesto come l’attuale, mentre con la diga crescerebbe (al tasso già previsto dagli analisti per il Mediterraneo occidentale) e grazie al fatto che il terminal MSC di Calata Bettolo potrebbe ospitare le navi più grandi, ragione per cui è stato costruito e dato in concessione.

Si veda nella figura il rapporto di grandezza tra le due previsioni a distanza di solo 13 mesi. Si tenga conto che 1.000.000 teus è l’attuale movimentazione a Sampierdarena.

In altre parole, la nuova diga ha una ragione d’essere economica solo per non buttare i 250 milioni di euro spesi nel progetto di Bettolo che a forza di ritardi (quasi 20 anni) è diventato obsoleto, ricavandone i benefici di 800mila teu attesi dalla sua piena operatività. Insomma, siamo nelle mani del sig. Aponte, se vorrà utilizzare appieno il terminal o no avremo dei benefici (salvo scoprire a quali altri porti o banchine li sottrarrà, se il trend della domanda dei traffici rimarrà stagnante).

Forse Signorini pensa che Aponte, avendo detto a Genova nel 2017: «Comandiamo noi, perché comandano i volumi, chi ha i volumi è quello che si può permettere di far vivere un terminal o di farlo morire se si sposta da quel terminal», con le sue navi porterà i container a Genova, anche a costo di un altro terminal o un altro porto. Dobbiamo sperare che a scalare a Bettolo non saranno le stesse navi MSC che oggi scalano PSA a Prà. Ma questo la nuova ACB non lo dice, anzi afferma letteralmente che Prà e Vado sono “esclusi” dall’analisi. E dire che Signorini è il presidente del sistema portuale di Sampierdarena-Prà e Savona-Vado.

Inoltre, la nuova ACB non dice una parola sui benefici occupazionali della nuova diga, cancellando persino il paragrafo della precedente ACB. Ciò non sorprende visto che Signorini continua impunemente a non pubblicare il Piano Organico dei lavoratori, scaduto da oltre un anno. Forse è imbarazzato dalle negative previsioni dei terminalisti e incapace d’altro canto di governare la trasformazione del porto con programmi di sviluppo delle professionalità e dell’occupazione, ma solo con opere pubbliche milionarie a suon di appalti affidati con la disinvoltura che gli consentono il titolo di commissario e il sodalizio con Bucci e Toti.

Riccardo Degl’Innocenti

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Confindustria Genova alla prova del PNRR (P 03)

Il primo numero 2022 di Genova Impresa, house organ di Confindustria Genova, si apre con un editoriale di Sonia Sandei, vice-presidente dell’associazione con delega – nientepopodimeno che – “all’Execution del PNRR e alla Transizione ecologica del porto”. Un testo da cui traspare tutto l’entusiasmo dell’organizzazione di rappresentanza delle imprese italiane per aver finalmente ottenuto dal cosiddetto “Governo dei Migliori” la gestione diretta di buona parte dei 221 miliardi di euro messi a disposizione dal Recovery Found (inciampi del governo dei Migliori nell’ottemperare alle condizioni progettuali richieste dell’Ue e/o crisi ucraina e/o carestie energetiche permettendo), che per la sola area genovese si tradurrebbero nel malloppo di 8 miliardi. «Il nuovo Piano Marshall come ponte verso il nostro futuro perché getta le basi per un nuovo modello di sviluppo economico, sociale, occupazionale e ambientale, trasformativo e rigenerativo» si legge nel ditirambo della vice-presidente degli industriali «Un’occasione che non abbiamo mai avuto e non avremo mai più per uscire dalla crisi e accelerare la crescita e la trasformazione del Paese».

Dunque – sempre per la rappresentante dei nostri imprenditori – l’ennesima opportunità per sciorinare lo stantio repertorio delle meraviglie che ci attendono nel prossimo futuro grazie al laissez faire: Genova che diventa «un modello del nuovo sviluppo economico, fondato sulle filiere industriali (cantieristica e mobilità, per esempio) e sul recupero di competitività della città e del suo porto che, primo del Mediterraneo (ma va là, ndr), sarà protagonista della transizione ecologica con l’elettrificazione delle banchine e l’alimentazione da fonti rinnovabili, che ridurranno le emissioni di CO2 e acustiche».

In questa apoteosi del trionfalismo all’insegna dei luoghi comuni, non poteva mancare l’appello al “modello Genova” che produce ponti bruttarelli, progettati da amici degli amici, senza gare internazionali e controlli. D’altro canto un riferimento rivelatore di quale sia l’inconfessata pietra filosofale, la terapia decisiva per tutti i nostri mali civici, che ha in testa la categoria della portavoce Sandei: lasciarli fare senza impicciarli. Difatti, secondo la teatralizzazione del fare tipica della retorica confindustriale, la prima condizione per il successo dell’operazione PNRR sarebbe «compiere la madre di tutte le transizioni: quella burocratica». Assunto vanitoso che dimostra l’inconsapevolezza della vera priorità, soprattutto per un ceto che si presume leader: la progettualità, visto che sono decenni che a Genova si ripetono banalità e frasi di circostanza per occultare il dato palese che il modello di sviluppo novecentesco (basato sulla grande fabbrica partecipata dallo Stato) è collassato nella metà degli anni Ottanta. E da allora sono stati formulati solo diversivi per non ammettere che l’intelligenza civica era andata in tilt e non sapeva che pesci prendere. Una condizione dell’intera classe dirigente (dal ceto politico all’Ateneo, dalle rappresentanze di categoria al sistema mediatico/informativo), totalmente priva di visione strategica. Intanto gli industriali, visto che San Mario Draghi gli farà piovere in testa una pioggia di euro, potrebbero dare il buon esempio facendo quell’autocritica che dovrebbe competere a tutti quanti in questi decenni hanno ricoperto ruoli pubblici. Hanno avuto responsabilità civiche.

PFP

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Meno scuole, più caserme: il caso dell’ex istituto Garaventa (P 05)

Poche scelte rischiano di essere più emblematiche (specie in vista di una ri-elezione) quanto quella di trasformare una scuola ormai dismessa in una sede della polizia municipale, vale a dire in una caserma. Sembra essere – di fatto è – quello di Bucci il frutto di una autentica ossessione sicuritaria che l’attuale sindaco immagina condivisa, temo non del tutto a torto, da buona parte del proprio elettorato, disposto a spendere un milione di euro per l’adattamento della ex Garaventa, piuttosto che destinarlo alla creazione di nuovi spazi per attività culturali, sociali, ricreative rivolte ai giovani, ma non solo a loro.

Genova, l’abbiamo già detto in questa Newsletter, non è una città a misura di giovani, e anche questo episodio, apparentemente secondario, sta a dimostrarlo.

Disponendo di uno spazio vuoto, collocato strategicamente nel cuore del centro storico, in uno dei suoi angoli più suggestivi e amati, Bucci sceglie di utilizzarlo non per offrire ai giovani della zona un prezioso spazio di comunicazione, discussione, espressione di sé, ma per farne un posto di guardia, di sorveglianza quasi militare su quello che viene considerato un pericoloso focolaio di disordine, disturbo della quiete pubblica, diffusione dei peggiori vizi. Ignora, il sindaco, o preferisce ignorare la paurosa assenza – non solo nel centro storico – di spazi dedicati ai ragazzi e in generale ai giovani. Gli stessi che dichiariamo di amare visceralmente ma la cui libertà e voglia di vivere sacrifichiamo sempre alla nostra tranquillità o, piuttosto, alle nostre paure.

Francesco Devoti – coordinatore metropolitano della rete degli Studenti di Genova – ha giustamente osservato: “Proprio ora che in Europa soffiano venti di guerra, il sindaco Bucci trasforma una scuola, luogo del sapere e della crescita di cittadini e cittadine, in una caserma”.

Già la pandemia ha pesantemente condizionato la crescita serena dei nostri giovani. Si decide ora di sottoporli a una ancora più occhiuta e poliziesca, quasi benthamiana osservazione, in nome di una visione retriva e grettamente conservatrice: quella stessa che ha caratterizzato negli ultimi anni il governo della città.

Anche di questo non irrilevante episodio è bene tengano conto gli elettori: quelli almeno cui stia davvero a cuore la libera crescita della nostra sparuta gioventù. Più scuole e spazi dedicati ai giovani, dunque, e non caserme e strutture poliziesche per il loro controllo.

MM

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Albenga: senza pronto soccorso si muore. E intanto Toti censura (P06)

Nei giorni scorsi diversi cittadini dell’albenganese avevano manifestato la loro protesta contro la soppressione del pronto soccorso dell’ospedale di Albenga, scrivendo direttamente nella chat ufficiale della Regione Liguria. Con grande prontezza, degna della censura di regime, tanto cara ad alcune componenti della maggioranza totiana, ogni scritto critico è stato immediatamente rimosso. A meno di una settimana dalla grande marcia di protesta per l’ospedale Santa Maria della Misericordia, la tensione nell’albenganese sta salendo vertiginosamente.

Il primo bloccato è stato Gino Rapa dei “Fieui di Caruggi”, poi sistematicamente è toccato a decine di cittadini. Vietato parlare dell’ospedale di Albenga sui siti della Regione Liguria, pena il rischio di essere bannati. La Regione replica “protocollo standard in caso di spam”.

Le idee di chi non si allinea alla linea politica di Toti sono poco gradite all’amministrazione regionale e le denunce di situazioni sanitarie al limite e le richieste di riapertura del pronto soccorso, hanno causato un autentico boom di rimozioni di post e di commenti con conseguente ban.

La pagina della Regione blocca tutti coloro che inseriscono commenti ai post pubblicati dallo staff del presidente della Regione.

“È veramente vergognoso, è una pagina ufficiale, pagata con i soldi dei contribuenti” protestano i Fieui di Caruggi, “certi personaggi hanno una concezione della democrazia molto egocentrica” scrive Gino Rapa sulla sua pagina social. La Regione, ovviamente, smentisce e attribuisce le cancellazioni all’intervento di un algoritmo anti-spam.

Ma la volontà di silenziare ogni critica all’operato della Regione ha conosciuto un nuovo episodio Sono stati affissi grandi striscioni “SENZA PRONTO SOCCORSO SI MUORE”. La Regione Liguria ha inviato una lettera di diffida al Comune di Albenga con l’imposizione di “eliminare immediatamente il messaggio in questione dalle pagine social dell’ente comunale, qualora il messaggio non venisse rimosso, la Regione procederà alla segnalazione alle competenti autorità”

La lettera della Direzione Generale Affari Legislativi della Regione sottolinea che il messaggio “SENZA PRONTO SOCCORSO SI MUORE” è accompagnato dall’invito ai cittadini a manifestare e riproporre tale slogan con cartelli, striscioni e manifesti, ed evidenzia che “il messaggio rappresenta falsamente, in maniera artificiosamente costruita, una situazione di allarme inesistente o comunque non realmente pericolosa per la collettività,con particolare potenzialità lesiva data dallo strumento utilizzato, ….potenzialmente in grado di incidere sulla garanzia e tutela dell’ordine pubblico”.

Che dire? Una vera lezione di democrazia, libertà di pensiero e di pluralismo da parte di Toti e della sua maggioranza.

NC

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Il punto sui diritti: appuntamenti a Ponente (P 07)

Aprile è l’occasione per fare il punto sullo stato dei “diritti” in un mondo stravolto da pandemia, guerre e un cumulo di diseguaglianze sociali, politiche, economiche, di genere… E l’occasione è data da due appuntamenti importanti, a Imperia e a Sanremo.

A Imperia l’Associazione ApertaMente presenta una proposta formativa partendo dall’assunto che i diritti umani continuano a essere violati; dalla necessità di riaffermarne le conquiste con efficacia.

Il giorno 2 presso la Biblioteca Civica Lagorio di Piazza De Amicis si terrà un convegno a più voci aperto alla cittadinanza per promuovere un atteggiamento inclusivo verso le diversità e valorizzare i Diritti Umani come linguaggio comune dei popoli in una società multiculturale; nel superamento di pregiudizi e stereotipi. Una Convers-Azione, perché con gli e le ospiti si discuterà non solo di cultura dei diritti e di inclusione, ma ci si confronterà su esempi e modalità di intervento.

Con la consigliera regionale Laura Amoretti si parlerà del mondo del lavoro e non solo: le molestie nei confronti delle donne, una piaga sociale che continua come le tragedie della violenza sessuale e dei femminicidi. L’avvocata Ersilia Ferrante, impegnata nell’assistenza ai migranti alla frontiera italo-francese, riferirà di legislazione in tema di razzismo; con qualche commento sul comune sentire degli italiani (razzisti o no?). Simone Castagno, referente dell’Associazione Famiglie Arcobaleno del Coordinamento Liguria Rainbow, affronterà i temi sessismo, omofobia, transfobia, discriminazioni, violenze e progetti per una diversa genitorialità.

Infine lo psicologo Roberto Ravera, primario di Psicologia presso ASL 1 Imperiese, racconterà il suo lungo e appassionato impegno con i bambini-soldato in Sierra Leone.

Il 5 aprile al Casinò di Sanremo si celebra la ricorrenza del 1972: qui ebbe luogo la protesta contro il “Congresso Internazionale di Sessuologia – Comportamenti devianti della sessualità umana”, organizzato dal CIS – Centro Italiano di Sessuologia. I contenuti di quell’evento presentavano un approccio alla sessualità omolesbobitransfobico: comportamenti umani indicati come devianti e patologici. Infatti si dava spazio alle cosiddette “terapie riparative”, ossia procedure psicologiche e psichiatriche presunte capaci di debellare l’omosessualità.

Fu un evento storico. Infatti quel giorno per la prima volta un gruppo di militanti del neonato Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano giunsero da diverse parti d’Europa per dire “adesso basta!”. I manifestanti del FUORI, travestiti da psichiatri, irruppero nel convegno per contestarne la visione sociale, culturale e scientifica.

A 50 anni da allora, il 5 aprile 2022 sempre al Casinò, ecco un contro-convegno contro i pregiudizi dell’epoca. Una giornata organizzata da AGEDO Nazionale e Coordinamento Liguria Rainbow, con esperte ed esperti di psicologia, sessuologia, sociologia e dell’attivismo LGBT+ per fare il punto sull’evoluzione che le diverse discipline scientifiche (psicologia, sociologia e medicina) hanno realizzato in questi anni e illustrare i cambiamenti socio-culturali che ancora stiamo attraversando.

Oltre al convegno una Mostra. 50 anni dopo un gruppo di curatori (Carlo Antonelli, Anna Daneri, Marco Fiorello, Francesco Urbano Ragazzi) rievocano la portata rivoluzionaria di quella giornata, attraverso documenti storici e opere d’arte realizzate per l’occasione.

Dal 27 maggio al 10 luglio la mostra aprirà presso Primo Piano di Palazzo Grillo, Vico alla Chiesa delle Vigne, 18 R – Genova.

DC, in collaborazione con Apertamente, AGEDO, Coordinamento Liguria Rainbow

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Una risposta politica alla solitudine delle giovani madri (P08)

A ogni campagna elettorale l’agenda della politica si riempie di promesse fantastiche per la vita delle donne, ma all’atto pratico la situazione è sempre ferma al palo – quando non peggiorata.

Il Covid ha contribuito a destrutturare alcuni presidi.

Emerge così il tema della solitudine delle giovani madri: alla purtroppo abituale situazione di relativo abbandono della ragazza partoriente, si è aggiunta durante il Covid l’assenza da parte delle istituzioni, delle famiglie e perfino degli affetti più cari, impossibilitati a relazionare causa restrizioni. Quanto hanno dovuto superare le puerpere in questi ultimi 24 mesi è ancora da valutare per l’impatto futuro sulle coppie mamme-bambini, perché la carenza di sostegno psicologico e ostetrico e dei sempre meno sopravvissuti consultori non ha consentito a queste ragazze (inesperte come tutti noi alla prima esperienza genitoriale) di vivere un post parto meno travagliato.

La ricerca ci dice che l’aumento delle patologie e delle ansie da stress è schizzato verso l’alto in tutta la popolazione, in primis queste giovani. Partendo proprio dall’esperienza del parto, spesso vissuta da sole. Per proseguire con i primi giorni in ospedale e il rientro a casa. Non pochi sono stati i casi di separazione forzata dal neonato nel caso di madre positiva al Covid. Soprattutto nei primi mesi di pandemia le linee guida erano infatti ancora incerte. Ma anche quando hanno iniziato a sostenere l’unione della coppia mamma-bambino anche in caso di positività, le strutture ospedaliere spesso hanno proseguito nel colpevole protocollo di separazione.

Alcune strutture cittadine private, pubbliche e del terzo settore hanno tentato di creare alternative on line per sostenere a distanza questi inizi di genitorialità spesso vacillante; ma non è stato certo possibile raggiungere capillarmente l’intera popolazione di neomamme. Le esperienze della cosiddetta “telemedicina” si sono moltiplicate e abbiamo assistito a tentativi più o meno artigianali, anche di grande “calore virtuale” e potenzialità di sostegno.

Ma laddove la solitudine in qualche caso può essere un vantaggio (ad esempio, avere la casa invasa di parenti è spesso micidiale per l’avvio dell’allattamento o per l’instaurarsi della nuova relazione di coppia dopo lo stravolgimento dovuto al ritorno a casa col neonato), spesso ha creato fragilità nuove o ne ha esacerbato di esistenti. Quello che il cerchio di sorellanza e amicalità creava, in termini di confronto, consiglio, sostegno, non ha certo potuto essere sostituito dall’incontro on line su zoom o meet o skype o qualsivoglia altro supporto social.

Le ripercussioni di questo isolamento sulla relazione madri-bambini, come già detto, si potranno valutare soltanto fra anni. Quanto si è immediatamente riscontrato, invece, è una diminuzione sostanziosa dei tassi di allattamento; il che ha contribuito a confermare come questa buona pratica di salute (inserita fra le prime dieci per tutto il mondo dai Ministri della Salute del G20 riuniti a Roma lo scorso settembre), dipenda della presenza di un gruppo sociale e del sostegno diretto.

In questo senso andrebbe previsto un supporto psicologico mirato alle neomamme di questi ultimi due anni per controllare il loro stato di benessere. Inoltre sarebbe auspicabile creare gruppi di confronto e sostegno che pongano e si pongano domande sull’esperienza vissuta. E tentino, se possibile, di addolcire il ricordo e il vissuto dell’esperienza.

Carla Scarsi

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Cannabis nell’Imperiese (P09)

Instagram, Tik Tok, e poi Meetup e il borderline Onlyfans, dove si può vedere di tutto, ma a pagamento, ai limiti (e oltre) del porno, con i soliti immarcescibili YouPorn, Pornhub e via dicendo, compreso l’italianissimo Lupoporno. Pappardella iniziale, senza citare quelli che per i boomer (se non sai cosa vuol dire sei vecchio) sono più famosi, come Linkedin, per trovare lavoro o relazioni di lavoro. Come Twitter, usato soprattutto da politici, giornalisti e compagnia per sparare pensieri e commenti in poche parole, e infine il primo di tutti, Facebook, che i più giovani ormai disdegnano. Salvo quando qualche gustosa notizia non viene a galla. Come, per esempio, quella di un benefattore che ha deciso di regalare piantine di cannabis (leggi marijuana) legale. Quando poi costui è un sacerdote, il caso esplode. È successo da noi, nel Ponente Ligure, a Diano Borello, un piccolo borgo, frazione di Diano Arentino, un minuscolo comune di meno di 700 abitanti. Per iniziativa del parroco don Giuseppe Scandurra (quasi 600 “amici”). È uno con la faccia simpatica, che ogni tanto pubblica qualcosa, di molto eterogeneo: dalla caricatura della famiglia Simpson, a quadri a carattere sacro, da un gruppo di ben pasciute suore alla severa foto del presidente Abramo Lincoln. Fino alla scultura “La Pudicizia”, opera del 1752 che si trova nella famosa Cappella di San Severo a Napoli. In realtà la statua della Pudicizia mostra, tra i veli, una bellissima donna, con un ventre semiscoperto e dei capezzoli a punta che farebbero la gioia dei più rinomati chirurghi plastici, oltre ad aver accompagnato gli sfoghi puberali di tanti scugnizzi napoletani dalla metà del ‘700 fino all’avvento di Internet. Naturalmente tale iniziativa del moderno parroco ha suscitato il caos: non solo tra i parrocchiani, divisi tra lo stupore, la riprovazione e il divertimento, oltre naturalmente alle numerose richieste di ritiro delle piantine. Il che, senza voler essere malevoli, significa che il don le coltiva da tempo e non in modiche quantità. Ma non l’avesse mai fatto: il vescovo di Imperia Guglielmo Borghetti è intervenuto pesantemente, non solo censurando la proposta ma anche annunciando anatemi. Il severo censore applicherà nei confronti di questo simpatico ma bizzarro parroco il diritto canonico, ma spulciando nella sua carriera si scopre che nel 1996 è nominato cappellano di Sua Santità. Che c’azzecca? Ci azzecca, tra sesso, droga e rock ‘n roll, visto che ci siamo. Perché fino al Motu Proprio di Paolo VI Pontificalis Domus del 1968, il cappellano di Sua Santità si chiamava Scopatore Segreto. Omnia munda mundis, che si può tradurre con tutto è puro per i puri. Insomma, personalmente assolverei in pieno il buon Giuseppe Scandurra, e se fossi il vescovo, non farei tanto can can, perché più rigiri quella che consideri cacca, più puzza. E in fin dei conti, regalare la cannabis legale è un’opera di bene. Come la farebbe il vescovo se volesse mettere una buona parola con il Santo Padre per far pagare l’IMU almeno alle proprietà della Chiesa non destinate al culto. Ma questa è un’altra storia.

CAM

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Venerdì 25 e sabato 26 marzo si è tenuto, alla Spezia, il convegno di studi “Il prisma spezzino. Il Sessantotto dalla dimensione locale a quella globale”, organizzato dall’Istituto Spezzino per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea e dall’Associazione Culturale Mediterraneo. Quattordici i relatori: Giorgio Pagano, Marcello Flores, Luisa Passerini, Marica Tolomelli, Chiara Dogliotti, Giovanni Gozzini, Alessandro Santagata, Alfonso Maurizio Iacono, Pasquale Serra, Massimo Cappitti, Luca Basile, Marcello Montanari, Paolo Flores d’Arcais, Guido Viale. Ne parliamo con Giorgio Pagano, nostro redattore, autore con Maria Cristina Mirabello di “Un mondo nuovo, una speranza appena nata. Gli anni Sessanta alla Spezia ed in provincia”.

Il prisma spezzino (P 11)

Perché il Sessantotto spezzino è un prisma per capire la realtà nazionale e internazionale?

Il Sessantotto fu una rivolta etica. Un movimento libertario, ma sempre con l’idea di fraternità onnipresente. La “presa di parola” da parte di soggetti prima silenziosi, la festa dell’incontro e della scoperta dell’altro nello spazio dell’assemblea, studentesca e operaia. Un movimento nonviolento, nonostante le contraddizioni. Un’esperienza creativa, che poneva la questione della riforma dei saperi, di una “economia morale”, di una nuova civiltà all’insegna della fratellanza. Le lotte degli studenti delle nostre scuole superiori e degli operai delle nostre fabbriche ebbero un rilievo nazionale. Già negli anni Sessanta, quelli in cui il Sessantotto maturò. Nel 1961 si tenne a Spezia il primo incontro in Italia tra operai e studenti. Era un Sessantotto in nuce.

Quali furono le radici della rivolta?

La crisi della scuola e la crisi della fabbrica portarono alla rivolta. La scuola era un residuo archeologico di età trascorse. La fabbrica era il luogo dello sfruttamento. Era sempre più evidente lo smottamento delle grandi strutture della vita collettiva. La situazione spezzina era davvero emblematica. E poi contò tantissimo la costellazione controculturale di massa degli anni Sessanta, che diede identità alla comunità giovanile. Nella musica, nel cinema, nel balletto, nell’arte al centro c’erano gli antieroi, i reietti. Tutto ciò fu trasfuso nel Sessantotto: ironia, gioco, irriverenza anticonformista. Anche a Spezia la creatività culturale fu impressionante: complessi musicali, riviste, gruppi teatrali, cineforum, gallerie d’arte…

Anche la coscienza dei giovani spezzini era “planetaria”?

Anche a Spezia mai si parlò così diffusamente del mondo come negli anni Sessanta e nel Sessantotto. La guerra del Vietnam infranse il mito americano, l’invasione di Praga quello sovietico. I giovani cercavano una “terza via” alternativa ai due grandi “sistemi”, considerati omogenei. Per la prima volta gli ideali del socialismo non venivano identificati con la realtà dei “Paesi socialisti”: fu una novità rilevantissima.

Quanto durò e quando finì il Sessantotto?

Fu una stagione breve: non andò oltre l’anno. Il sogno di una civiltà fraterna fu spezzato nel nome della scelta “rivoluzionaria” e violenta: il ritorno alla dottrina, alle vecchie nozioni e ai vecchi strumenti organizzativi. Certamente l’alleanza tra il Sessantotto etico e quello ideologico – della sinistra storica e nuova – andava tentata. L’alleanza fallì perché il carattere morale della rivolta urtava con la retorica marxista, come scrisse Hannah Arendt? Nel Sessantotto le due ricerche del marxismo – quella strutturalista, marxista-leninista, operaista e quella umanista –si scontrarono duramente. All’inizio al centro del pensiero c’era l’esistenza, poi l’esistenza fu bandita dal pensiero. Poteva andare diversamente? Al convegno se ne è discusso. La mia ricerca riflette sul “Sessantotto senza Gramsci”: il pensatore della “riforma intellettuale e morale” sarebbe stato prezioso sia per poter interpretare quella che fu una rivolta etica, sia per dare una forma etico-politica umanistica ai processi di modernizzazione che erano in corso nella società italiana. Prevalse invece, già negli anni Settanta, la forma neoliberista. Il Sessantotto ci è contemporaneo perché fu una grande spinta per quel nuovo umanesimo che stiamo ancora cercando.

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Il ministro Cingolani: noi lo conosciamo bene (P12)

Il nostro conterraneo Maurizio Crozza, ormai saldamente accreditato grazie alla sua comicità iper-realista quale analista politico tra i migliori su piazza, ha stabilmente inserito nel suo bestiario la figurina mercuriale e presenzialista di Roberto Cingolani, surreale ministro di un’ipotetica transizione ecologica. Impagabile la gag in cui il presunto fisico prestato alla politica, intervistato sul caro benzina, se ne esce con un accorato “è una colossale truffa”, per poi commentare: “ma non so perché”. Tanto che l’esasperato intervistatore lo rimbecca: “ma non è materia di sua competenza?”. Forse dovrebbero fischiare le orecchie a Beppe Grillo che dal suo buen retiro a Sant’Ilario (e dal suo eremo mentale di solipsista cronico autoreferenziale) dovrebbe ricordare che pose come condizione per l’appoggio dei Cinquestelle al governo Draghi proprio l’imbarco di questo personaggio certificato come “grillino”. Il quale, istallatosi sulla poltrona del neo-costituito ministero della transizione ecologica, cominciò a blaterare (e – purtroppo – a decidere) come un inveterato negazionista della questione ambientale. A conferma che magari in passato sarà stato anche uno scienziato, ma ormai è da tempo un promoter dell’affarismo di Palazzo, arruolato da Confindustria per le operazioni illusionistiche a copertura delle più devastanti speculazioni sulla mercificazione energetica. Dunque, ripresa delle trivellazioni in Adriatico, accreditamento con bollo ministeriale della vulgata di un “nucleare green” che – grazie all’indefessa opera dei lobbisti di Bruxelles – sta facendo passi da gigante anche nel mainstream in voga nei piani alti dell’Unione europea. La favoletta (per la gioia di Macron, alla ricerca dei 50 miliardi necessari per rimettere a nuovo le obsolete centrali francesi, e gli interessi dei supremi orientatori della politica italiana: Eni ed Enel) che il nucleare di quarta generazione sarebbe sicuro. Con il piccolo particolare evidenziato da Angelo Tartaglia, fisico emerito del Politecnico di Torino, secondo cui “la principale caratteristica dei reattori di quarta generazione è quella di non esistere”. Ne potremmo riparlare tra 35 anni (20 per la messa a punto e 15 per la messa in opera). Ma il Cingo imperturbabile insiste. Come ha fatto per tre lustri quale direttore dell’Istituto Italiano di Tecnologie di Morego, sopra Bolzaneto, facendo incetta di investimenti pubblici poi depositati in banca in attesa di non si sa bene quale utilizzo. Non certo la fertilizzazione di un territorio ferito da de-industrializzazione e disoccupazione. Dunque, non uno scienziato-manager ma un impresario (di se stesso). Al servizio dei potenti a scapito dell’interesse generale, che è quello di promuovere alacremente lo sviluppo delle energie rinnovabili. Per ragioni tanto climatiche come economiche: secondo le stime 2020 della banca Lazard, il costo per le infrastrutture fotovoltaiche è calato del 90% e per l’eolico del 70%.

Quello del nucleare è aumentato del 33%.

PFP

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La Voce del Circolo Pertini inizia con questo numero un viaggio negli scempi urbani liguri, inventariando casi di incuria pubblica che abbiamo quotidianamente sotto gli occhi ma di cui abbiamo smesso di indignarci. Una sorta di mitridizzazione che azzera il senso civico favorendo il degrado

Via Bertani 1 Genova. Come dissipare un patrimonio pubblico(P14)

Parliamo della vecchia sede della Facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Genova. Non perché lo stabile rivesta particolare importanza storico architettonica ma perché rappresenta l’occasione per ribadire alcuni concetti importanti, come il tenere viva l’attenzione sui beni pubblici.

L’edificio, costruito ai primi del 900, consta di 5 piani fuori terra di circa 6.000 metri quadri oltre a terrazzo e giardino carrabile con 10 posti auto; ancora di proprietà comunale, fu sede fino al 1996 dalla Facoltà di Economia e Commercio della Università di Genova, che in quell’anno traslocò in Darsena presso il Museo del Mare Galata.

Prima di proseguire occorre evidenziare il motivo per cui una proprietà pubblica resta per molti anni inutilizzata e soprattutto “invenduta”. La causa è l’insana abitudine “cosmetica” degli enti pubblici, per cui iscrivono le proprietà immobiliari in bilancio a valori assolutamente fuori mercato. Sicché le vendite diventano impossibili perché l’ente che vendesse a prezzi realistici aprirebbe una voragine nei propri conti. Meglio lasciare marcire le proprietà cosiddette pubbliche, cioè nostre.

Infatti, dal 1996 al 2004 (ben 8 anni), iniziò il degrado dello stabile; nel 2004, anche a seguito di accordi tra Pubblico e Centri Sociali, nell’edificio si stabilì il Buridda, sul cui agire si può concordare o meno ma che, almeno, tenne viva gran parte dei metri quadri, tenne chiuse le finestre per non fare piovere dentro, rappresentò una aggregazione di giovani e svolse anche azioni sociali come scuola di italiano, scuola di fotografia, scuola di arti grafiche dedicate agli immigrati.

Nel frattempo Sviluppo Genova (entità che fa capo al Comune e che si occupa per suo conto di progettazione e project management di interventi di opere civili) sviluppò numerosi progetti, alcuni decisamente interessati, per l’utilizzo dello stabile che, per altro, presentava e presenta anche alcuni vincoli da Sovraintendenza non trascurabili e quindi influenzanti i progetti stessi che, viste appunto dette limitazioni, risultarono di scarso interesse per soggetti immobiliaristi terzi.

Nel 2014 il Comune emise comunque, non senza sollevare proteste in parte giustificate, l’istanza di sgombero nei confronti del Buridda. L’azione fu giustificata dalla esigenza di fare cassa con la vendita. Per i motivi sopra esposti la vendita andò invece per le lunghe concretizzandosi solo nel maggio del 2017. E qui inizia il balletto dei numeri. A cespite pare che l’edificio fosse stato messo, anni addietro, con valore di 12 M€, c’è chi dice che la vendita sia stata conclusa a circa 3 M€, c’è chi dice a molto meno, poco più di 1 M€. In effetti hanno ragione entrambi. Infatti, il prezzo pattuito di poco più di 3 M€ venne pagato con 1 M€ cash (valuta buona) e per il resto in obbligazioni non negoziabili dell’acquirente (valuta del Monopoli). Un vero affarone. 

L’acquirente fu la INVITIM (Investimenti Immobiliari Italiani Sgr. S.p.A.) società del Ministero dell’Economia (quindi nostra) fondata nel 2013 per la gestione collettiva del risparmio attraverso le proprietà pubbliche (vedi sito INVITIM per maggiori informazioni).

Del contratto di vendita faceva parte l’impegno per INVITIM di sviluppare un progetto per le mitiche “Residenze Universitarie”, ovvero piccoli alloggi ad affitto calmierato da affidare agli studenti universitari che avrebbero dovuto precipitarsi a Genova per prepararsi al loro radioso futuro.

Purtroppo la popolazione studentesca non ebbe l’incremento sperato ed INVITIM ha fatto presto a verificare che il progetto sarebbe stato un flop, infatti il 28 novembre 2017 (solo 6 mesi dopo l’acquisto), l’edificio fu rimesso in vendita (vedi sito INVITIM) suscitando ovviamente zero manifestazioni di interesse visto i dieci anni precedenti di gare del Comune andate deserte.

L’erba sul terrazzo di via Bertani 1 è alta un metro, le finestre spalancate, le persiane cadenti, il giardino una giungla, il muro di contenimento del giardino stava crollando (sarebbe interessante sapere chi ha pagato i lavori di consolidamento: INVITIM quale proprietario o il Comune per garantire la pubblica incolumità?), cancello sprangato da catene, eccetera, in una parola massimo degrado a 100 metri da piazza Corvetto e 300 da Tursi.

Concludendo: ogni lettore metabolizzi le informazioni e si faccia una propria opinione al riguardo.

Pensierino della sera: in molti Paesi il pubblico è proprietà di tutti, in Italia il pubblico è di nessuno. Quindi non meritevole di tutela.

Civic Journalism

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