Numero 24, 15 marzo 2022

PILLOLE

Amministratori comunali; da che parte state?

L’AMT (Azienda Municipalizzata Trasporti) di Genova è di proprietà del Comune al 94,94%. Quindi un’azienda pubblica, al servizio dei cittadini, come fosse il Comune di Genova stesso. E chi governa il Comune permette che venga costruita una gigantesca rimessa con parcheggio, espropriando e demolendo le abitazioni di persone, per lo più anziane, che da anni abitano nella zona di Via Vecchia, a Staglieno. Con valutazioni da fame, già comunicate. Con tutte le soluzioni che ci possono essere, con i capannoni vuoti in periferia, caro Sindaco e caro assessore Campora (che vuole fare riunioni carbonare nel suo ufficio con i proprietari, a uno a uno: vergognoso), da che parte state? Sono fatti che un tempo si diceva gridassero vendetta al cospetto di Dio. La vendetta sarà nel voto?

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Il Parco dei veleni

E così, dato il Morandi a Piano, si dà il Parco del Polcevera a Boeri, e si darà la Gronda a Calatrava. Occupandoci del presente (il Parco) avevamo a suo tempo denunciato la sua idiozia. Mai fatta una VIA (valutazione impatto ambientale)? Sotto un ponte, dal quale cadono tonnellate di residui di idrocarburi cancerogeni, si fa un parco! Con le mammine che portano le carrozzine con i bambini

che avranno i polmoncini avvelenati, con gli appassionati di jogging che respireranno un’aria meno salubre del centro città, e gli studenti chiusi in una biblioteca a rischio inondazione. Già, perché oltre all’aria non ci si deve dimenticare dell’acqua, del Polcevera. Visto che a monte è stato fatto poco o nulla, quando gli gira quel fiume è stato e sarà devastante. Ma intanto girano i soldi…

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In Regione intitolano l’aula a Pertini, ma poi approvano una mozione vergognosa

I consiglieri regionali della destra che la mattina si fotografano vicino alla targa di Pertini, cui finalmente è stata dedicata l’aula del Consiglio Regionale, hanno presentato e votato la mozione di comparazione tra fascismo, nazismo e comunismo. Sorvolando su come era scritta la mozione, che, come ha fatto notare puntualmente il consigliere Centi della lista Sansa, è piena di errori storici al limite della ignoranza più becera, volutamente tesi a sminuire i crimini nazisti e fascisti, tutte le opposizioni compatte (Lista Sansa, PD /Leu, Linea Condivisa, 5 Stelle) hanno convintamente votato contro questa assurda mozione; a differenza di quanto accaduto, pochi mesi fa, in Consiglio Comunale a Genova, dove il PD, guidato da Cristina Lodi, si era astenuto.

EDITORIALI

Sul Parco di Portofino

Seduta ad un immaginario tavolo verde da gioco, Regione Liguria cala il tris. Ma si tratta di un bluff. Per i confini del Parco Nazionale di Portofino infatti propone gli stessi tre Comuni (Camogli, Santa Margherita e Portofino) che già facevano parte di quello regionale, ampliando di pochi ettari la superficie a terra e in modo più consistente quella dell’area marina protetta.

Di fatto viene proposto un “parco francobollo”, il più piccolo d’Italia, che non giustificherebbe gli investimenti previsti dallo Stato al momento dell’istituzione di un’area protetta di rango nazionale.In questa vicenda colpisce il silenzio durato anni, nonostante le sollecitazioni ministeriali ad attivarsi, della Regione Liguria che avrebbe dovuto creare le condizioni ed il consenso per definire confini accettabili per il Parco.

Se non vi fossero stati un ricorso al TAR e la conseguente proposta di confini arrivata dal Ministero della Transizione Ecologica nell’estate 2021 su indicazione di ISPRA, quel territorio sarebbe ancora in un limbo.

Grazie all’importante lavoro svolto da ANCI Liguria, invece, sono stati finalmente ascoltati i Sindaci degli undici Comuni coinvolti arrivando a più ipotesi di superfici da includere nel costituendo Parco.

La Regione, con la proposta a tre, ha dimostrato di voler ascoltare solo le ragioni del no e, in una fase delicata per gli equilibri politici della Giunta regionale, ha assecondato le richieste provenienti dal partito della Lega contrario ideologicamente alle aree protette, usando il Parco di Portofino come “merce di scambio” per continuare a far galleggiare l’attuale maggioranza regionale.

Abbiamo fatto bene, con la Goletta Verde di Legambiente a Camogli nel luglio del 2021, ad assegnare la bandiera nera alla Regione per la mancata collaborazione alla definizione del Parco Nazionale di Portofino e le politiche condotte nei confronti dei Parchi regionali e delle aree protette. Per non aver ritirato il permesso alla ricerca di titanio nel comprensorio del Beigua e non aver ampliato i confini dell’area protetta al Comune di Urbe (SV). Per aver depotenziato gli Enti Parco sottraendo il personale distaccato dalle dipendenze dirette dei Parchi alla Regione. Per i continui tentativi di modifica della disciplina quadro dei Parchi regionali indirizzati ad indebolire il sistema delle aree protette anziché rafforzare la tutela del territorio e della biodiversità.

Sul Parco nazionale di Portofino si è svolta lo scorso 17 febbraio, l’audizione presso la commissione regionale consiliare IV “Territorio e ambiente” dei Sindaci, del Comitato Provvisorio di Gestione, Federparchi e delle associazioni ambientaliste.

Una occasione di confronto, dove è emersa ancora una volta, dopo le precedenti riunioni istituzionali nel percorso avviato con ANCI Liguria, con chiarezza e fermezza la volontà di altri Comuni, attualmente esclusi, di rientrare nel perimetro del Parco.

Diventerebbero così sette gli enti locali presenti, comprendendo l’entroterra con il Comune di Coreglia Ligure, i due Comuni costieri di Zoagli e Chiavari e con Rapallo che aveva deliberato nei trascorsi mesi la volontà di dedicare una porzione di superficie del proprio Comune per garantire la continuità territoriale.

Tutte le associazioni ambientaliste, nessuna esclusa, con Federparchi, hanno espresso la necessità di assecondare le richieste dei Comuni che vogliono entrare nel Parco, dando vita così ad un Parco Nazionale con sette Comuni, più ampio, che connette mare, costa ed entroterra, lasciando la possibilità in futuro ad altri di aderire ed entrare a far parte dell’Ente Parco.

Adesso ci aspettiamo che ISPRA e il Ministero “vedano” il bluff della Regione rigettandolo e tornando a ridistribuire le carte.

Santo Grammatico Presidente Legambiente Liguria

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“Con questi dirigenti non vinceremo mai”

Così disse Nanni Moretti in un ormai famoso intervento dal pubblico durante un comizio che si teneva nella romana Piazza Navona il 2 febbraio 2002. Mentre i convitati di pietra del generone (soi-disant) politico rimanevano – appunto – di sasso. E il pubblico presente esplose in un applauso liberatorio verso chi aveva detto nient’altro che la verità; prefigurando quanto sarebbe puntualmente avvenuto nel ventennio successivo. Uno sconfittismo rapidamente metabolizzato con la scoperta che il sistema vigente favorisce comunque la spartizione degli organigrammi pubblici e relativi posti ben remunerati anche nel crollo della partecipazione elettorale.Il problema è tenere a bada il corpo sociale per evitare che pretenda di interloquire nelle procedure per la selezione  del personale elettivo. Che sempre di più risulta indistinguibile al proprio interno, in base alle antiche distinzioni (destra/sinistra, progressisti/conservatori), in quanto accomunato dalla tutela dei magici meccanismi di questa rendita di posizione. Ariel, prove di dialogo con Lella Paita,la Lady Macbeth del Golfo

Come ha scritto il politologo Colin Crouch, nel suo best-seller “Postdemocrazia”, “le elezioni diventano gare intorno ai marchi, anziché opportunità per i cittadini di replicare ai politici”. Prendiamo il caso genovese: la candidatura del centro sinistra di una persona rispettabile come Ariel Dello Strologo è nata da una consultazione più vasta di quella del manipolo di presidiatori dei varchi della politica locale e che ormai rappresentano solo se stessi o no? E difatti il prescelto, sviato dalla logica della politica oligarchica, ha subito commesso l’errore di andare a un tavolo di inconcludente confronto con l’aggressiva deputata renziana Raffaella Paita, che si era già espressa a favore del sindaco Bucci sulla base del calcolo in cui eccelle: le convenienze di potere.

Il quale Bucci si avvia a vincere ancora (anche se la candidite lo ha nevrotizzato e ora vede ovunque minacce per la sua ascesa, un po’ come Nixon incappato nello scandalo Watergate quando aveva già la vittoria in tasca). E che l’attuale sindaco si avvii a un verdetto di successo per no-contest (assenza di avversario) lo testimonia l’endorsement a suo favore di un altro termometro della politica odierna, come campo per ambizioni senza le carte in regola: Carlo Calenda, “l’uomo del fare”, appreso al quinto piano del palazzo di Confindustria (dove un tempo accedevano solo i funzionari con il grembiulino. È chiaro il riferimento a una certa Fratellanza?).

 Poi edotto ai segreti dell’organizzazione industriale quale portaborse dell’Henry Ford del Terzo Millennio: Luca Cordero di Montezemolo. Forte di questo viatico il Calenda s’impanca a supremo giudice dell’adeguatezza politica altrui. Ma ai più anziani fa venire in mente soltanto un personaggio di un fumetto della loro infanzia (“il Monello”): ossia Superbone, il ragazzotto biondiccio e sovrappeso, petulante e pasticcione.

La redazione de “La Voce del Circolo Pertini”

Nicola Caprioni, Daniela Cassini, Angelo Ciani, Michele Marchesiello, Carlo A. Martigli, Giorgio Pagano, Pierfranco Pellizzetti, Franco Zunino

Hanno scritto per noi:

Andrea Agostini, Marco Aime, Franco Astengo, Enzo Barnabà, Maddalena Bartolini, Giorgio Beretta, Marco Bersani, Sandro Bertagna, Pierluigi Biagioni, Pieraldo Canessa, Alessandro Cavalli, Roberto Centi, Riccardo Degl’Innocenti, Battistina Dellepiane, Egildo Derchi, Marco De Silva, Monica Faridone, Erminia Federico, Maura Galli, Luca Garibaldi, Luca Gazzano, Valerio Gennaro, Antonio Gozzi, Santo Grammatico, Roberto Guarino, Monica Lanfranco, Giuseppe Pippo Marcenaro, Antonella Marras, Maurizio Michelini, Anna Maria Pagano, Paola Panzera, Marianna Pederzolli, Enrico Pignone, Bruno Piotti, Paolo Putrino, Bernardo Ratti, Ferruccio Sansa, Stefano Sarti, Sergio Schintu, Mauro Solari, Giovanni Spalla, Angelo Spanò, Gianfranco Tripodo, Gianmarco Veruggio, Moreno Veschi.

DOCUMENTI

Riceviamo dall’On. Aleandro Longhi questo articolo del Secolo XIX (9 febbraio 2008) sul tema delle sue attività parlamentari; di cui pubblichiamo ampi stralci. Molto istruttivi

All’origine dello scempio di Erzelli. Per ricordare

«Pronto sono Claudio». Sì, Burlando. Il presidente della Regione con le sue telefonate (le più frequenti con Aldo Spinelli) è uno dei politici sui quali si concentrano le attenzioni degli inquirenti.

L’inchiesta si allarga all’affare Erzelli e al suo corollario: la destinazione delle aree delle acciaierie di Cornigliano. E il politico Burlando potrebbe presto essere chiamato dai magistrati per spiegare il suo super attivismo. 

Erzelli 1997Aldo Spinelli

Spinelli e Burlando sono amici. Basterebbe scorrere la lista dei membri dell’associazione politica Maestrale, fondata da Burlando. Tra gli altri ecco Aldo Spinelli. Ma il rapporto è molto più profondo. Il cuore della questione sono gli Erzelli. Scrivono i PM nei capi di imputazione riportati dal gip: «Spinelli è portatore di altri interessi in relazione ad altra procedura di gara in atto per gli Erzelli». Per capire occorre ripercorrere la vicenda Erzelli. Due sono i nodi e in entrambi i casi Spinelli gioca un ruolo decisivo: la cessione delle aree occupate dai container dell’imprenditore genovese alla società che dovrà realizzare la città della tecnologia (la Genova High Tech spa) e la concessione allo stesso Spinelli di nuovi spazi nella zona di Cornigliano liberata dalle acciaierie. Nel primo caso Spinelli ha ceduto l’area per oltre 35 milioni di euro avendola ottenuta appena otto anni prima per 4 milioni. Nel secondo caso il terminalista ha ottenuto i nuovi spazi a un canone di 3 euro il metro quadro ogni anno. Ma i PM starebbero cercando di ricostruire tutta la vicenda, a partire dagli anni Novanta. È il 1997 quando gli Erzelli vengono messi in vendita. Il Comune, attraverso la neonata società Ponente Sviluppo, si mostra interessato. Alla fine la Ponente Sviluppo si ritira e nel 1998 le aree cominciano un percorso difficile da ricostruire. Secondo i promemoria del Comune l’area in quei mesi compie un vorticoso giro di proprietà: il 13 ottobre 1998 la Cimi-Montubi (il proprietario originario) la vendette alla Carige, che il 9 febbraio la girò alla Gerico srl che dopo pochi minuti la passò di nuovo alla Carige. Sono gli stessi uffici comunali a spiegare il senso dell’operazione: l’acquisto da parte di Carige «per 8 miliardi di lire» avviene «allo scopo di concedere gli spazi in locazione finanziaria alle Industrie Rebora. La società è amministrata e rappresentata dal commendator Spinelli».

Passano una manciata di anni e proprio quelle aree diventano decisive per l’ambizioso progetto degli Erzelli. Spinelli ha l’asso in mano: se non cedesse gli spazi tutto rischierebbe di bloccarsi. Ecco allora la necessità di trovare una nuova sistemazione per i suoi container. La soluzione viene individuata nelle aree delle ex acciaierie di Cornigliano. Aleandro Longhi (un diessino passato poi al Pdci) presenta un’interrogazione alla Camera: «Il 13 ottobre 1998 Spinelli – allora consigliere comunale della maggioranza di centrosinistra – acquistò l’area per otto miliardi di lire (cioè quattro milioni di euro). Il 22 giugno 2006 la Genova Hi-Tech (la società che sta realizzando il progetto Erzelli, ndr) ha acquistato dal Gruppo Spinelli l’area comprata nel ‘98 più altri lotti di minor pregio. Il Gruppo Spinelli ha incassato 35 milioni di euro, quasi dieci volte il prezzo che aveva pagato appena otto anni prima». Spinelli libererà la collina in cambio dell’affidamento delle aree portuali in comodato d’uso: «Perché non si è fatta una gara pubblica per concedere quelle aree? Il comodato d’uso potrebbe essere il presupposto perché l’Autorità portuale assegni la stessa area, senza gara, al Gruppo Spinelli?». Così arrivano una gragnola di interrogazioni: Longhi chiede lumi al governo Prodi e Alberto Gagliardi (Forza Italia) chiede l’intervento del Comune. Nel mirino c’è proprio l’accordo del giugno 2006 tra la società pubblica Cornigliano spa (lo firmò il presidente pro tempore Giuseppe Pericu) e il Gruppo Spinelli: in questo caso la firma fu dello stesso Aldo Spinelli. Accordo con la partecipazione di Regione, Provincia e Comune di Genova (Pericu, all’epoca, era sindaco). Oggetto delle interrogazioni sono proprio i 140 mila metri quadrati delle acciaierie affidati a Spinelli».

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Il 9 marzo scorso il Fatto Quotidiano pubblicava la seguente notizia: “Lo scorso 7 dicembre, quattro società che fanno capo ad Aldo Spinelli – 82enne imprenditore, commendatore, ex presidente di Genoa e Livorno – hanno donato 40mila euro al Comitato Giovanni Toti Liguria. Cinque giorni prima, Spinelli aveva ricevuto la notizia del rinnovo della concessione di uno dei terminal più importanti del porto di Genova: quello delle rinfuse. La concessione, trentennale, se l’è aggiudicata Terminal Rinfuse Genova Srl, società controllata dal gruppo Spinelli (55%)”.

LETTERE ALLA NEWS

Riceviamo dai consiglieri regionali Luca Garibaldi (PD) e Roberto Centi (Lista Sansa) il documento sottoscritto e approvato unitariamente da tutti i gruppi di opposizione in Consiglio Regionale

Un consiglio straordinario sulla crisi sanitaria ligure

Se la gestione dell’emergenza COVID fa acqua da tutte le parti, la situazione generale della sanità ligure non fa eccezioni. Liste d’attesa che continuano a crescere; mancate risposte sul personale; riorganizzazione della sanità territoriale imposta dall’alto, senza un dialogo con il territorio; gestione dei fondi del PNRR senza una programmazione. L’ultimo tassello l’abbiamo visto venerdì: in una commissione convocata tre giorni prima della scadenza della consegna dei progetti del PNRR Sanità al governo, dove Toti ha presentato l’elenco delle Case della Salute e delle Case di Comunità, a pacchetto chiuso, con un quadro con notevoli mancanze di copertura territoriale, a partire dall’entroterra.

Un documento che, come si è visto anche dalla discussione, né il territorio né i consiglieri di maggioranza e opposizione conoscevano, nonostante la Giunta ci stesse lavorando da sei mesi, come ha dichiarato lo stesso Toti. Pochi minuti dopo averlo comunicato alla Commissione, l’ha diffuso alla stampa, mentre lo stava illustrando ai sindacati. La gran parte dei sindaci liguri lo ha appreso sui giornali.

Toti continua a riformare la sanità a suon di comunicati stampa, senza confrontarsi realmente con il territorio né con il Consiglio. Per questo chiederemo di riportare la discussione sulla sanità ligure non sui giornali, ma dove dovrebbe stare, in Consiglio e sul territorio, perché si affrontino i tanti nodi irrisolti della crisi della sanità ligure. Una crisi evidente: la si vede per la rete della medicina territoriale e per l’organizzazione degli ospedali, con denunce di depotenziamento e mancanza di chiarezza sia a Genova che lungo tutta la Liguria, da Imperia alla Spezia, da Savona al Tigullio.

Che la gestione della sanità ligure non funzioni è evidente anche dall’applicazione del Piano Restart, con cui la Liguria avrebbe dovuto recuperare le prestazioni rinviate durante la pandemia per abbattere le liste d’attesa che invece continuano a crescere. Ed è ancora più evidente nella gestione del personale, con il ritardo dei concorsi e la mancata stabilizzazione degli operatori sanitari impiegati durante l’emergenza COVID,

Nelle prossime ore come capigruppo di minoranza depositeremo la richiesta diun Consiglio Regionale straordinario sulla crisi sanitaria ligure, in cui chiederemo risposte precise e avanzeremo le nostre proposte.

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Il TAR della Liguria: no al biodigestore di Saliceti

Il TAR della Liguria ha accolto il ricorso, presentato dalle amministrazioni comunali di Santo Stefano Magra e Vezzano Ligure, che si opponevano alla realizzazione da parte di RECOS (IREN) del gigantesco biodigestore in località Saliceti, nel territorio di confine tra i due Comuni, nell’alveo del fiume Magra e sopra alle falde acquatiche che riforniscono di acqua potabile praticamente l’intera provincia della Spezia, dove avrebbero dovuto confluire i rifiuti non solo della provincia spezzina, ma dell’intero levante ligure, sino a Genova.

La motivazione del TAR ligure è dovuta al fatto che l’insediamento in località Saliceti non era previsto nel piano di gestione dei rifiuti della regione Liguria del 2015, dove un impianto simile avrebbe dovuto essere realizzato in località Boscalino, vicino alla centrale dell’ENEL, mentre solo nel 2018 si era deciso di spostare l’impianto a Saliceti.

Una sonora sconfitta per la Regione Liguria, per il presidente Toti e per il suo fido assessore Giampedrone, gran sostenitore della scelta di Saliceti. Una grande vittoria per il movimento civico popolare, nato per contrastare tale scelta, a dimostrazione che la mobilitazione popolare e i movimenti civici possono incidere, come hanno dimostrato anche i recenti casi delle edificazioni previste in salita Canata a Lerici e della tentata vendita dell’incommensurabile patrimonio paesaggistico di Portovenere.

Una soddisfazione delle amministrazioni comunali di Santo Stefano di Magra e Vezzano Ligure, che i Sindaci silenti della Spezia e di Sarzana, fedeli camerieri di Toti, non hanno mai appoggiato, contro l’opinione dei propri cittadini, una soddisfazione per le organizzazioni ambientaliste.

Purtroppo la Regione, nelle parole di Toti e Giampedrone, prosegue nella sua arroganza politica, insensibile alla voce dei cittadini e delle amministrazioni locali e annuncia il ricorso al Consiglio di Stato.

La battaglia continua.

Nicola Caprioni, Marco Grondacci, Piera Sommovigo

FATTI DI LIGURIA

Rimessa Staglieno: ecco le bugie di Bucci (P01)

Martedì, ai cittadini della Val Bisagno che davanti a Palazzo Tursi lamentavano di non essere mai stati avvisati degli espropri di circa 40 appartamenti necessari alla ristrutturazione della rimessa AMT di Staglieno, il Sindaco Bucci ha risposto: “Quel progetto non è approvato, non è ufficiale. Non ci sarà alcun esproprio. Il problema non esiste”.

Le carte del progetto, ispezionabili nel sito del Comune di Genova, dicono chiaramente che il Sindaco mente. Gli elaborati del progetto definitivo, pubblicati sul sito del Comune in data 27 gennaio 2021 nell’ambito della procedura per la “verifica della progettazione definitiva ed esecutiva per la realizzazione del sistema degli assi di forza” sono chiarissimi.

La tavola PP05 indica precisamente il disegno del nuovo volume della rimessa al posto delle abitazioni. La data indicata su quel documento è febbraio 2020.

Non solo, la tavola SS17 dello stesso progetto, sempre del febbraio 2020, oltre alla mappa dettagliata degli espropri contiene tutti i nomi degli oltre 40 proprietari degli appartamenti di Via Vecchia che saranno espropriati per fare posto alla nuova rimessa AMT.

Se non bastasse, la delibera di Giunta Comunale n. 219 del 9 settembre 2021 indica espressamente che per la realizzazione dei nuovi assi di trasporto pubblico e per la ristrutturazione delle rimesse è necessario effettuare degli espropri, e perfino quantifica in 8.100.000 euro gli indennizzi complessivi dovuti dal Comune ai proprietari espropriati.

A quella seduta di Giunta erano presenti il Sindaco Bucci e l’assessore alla mobilità che hanno votato a favore della delibera.

Perché oggi fanno finta di non sapere che fin dal febbraio 2020 il Comune di Genova aveva deciso di procedere con gli espropri?

Perché in questi due anni non hanno detto nulla a nessuno?

Perché non hanno informato i proprietari avviando con loro un confronto?

Non si dovrebbe governare una città con decisioni calate dall’alto, e nemmeno con le bugie.

Andrea Agostini

Dalla “nave progetto” al “porto progetto” (P02)

Dall’inizio del Dibattito pubblico sulla nuova diga foranea abbiamo denunciato l’inadeguatezza e l’arroganza della decisione del Presidente Signorini di progettare la nuova diga foranea assumendo un unico parametro progettuale: la agibilità delle navi portacontenitori supergiganti dirette alla banchina del terminal Bettolo gestito da MSC. In altre parole, 1,3 miliardi di soldi pubblici spesi con l’unico motivo di sviluppo basato sull’aumento esponenziale dei container grazie all’arrivo a Sampierdarena delle navi supergiganti. Le stesse che già oggi possono ormeggiare a Prà e a Vado Ligure e che non mostrano affatto di accrescere da sole il volume dei traffici, anzi se li contendono ognuno a scapito dell’altro.

Nei comunicati stampa fanfaroneschi di Signorini, Bucci e Toti (Tre Commissari) spicca l’immagine di una nave targata vistosamente MSC (di pessimo gusto politico e persino commerciale per una istituzione pubblica, senza neanche l’avvertimento: “Nel programma sono presenti inserimenti di prodotti a fini commerciali”), che entra dentro il nuovo canale di accesso del porto ampliato dalla nuova diga. Ai progettisti della nuova diga, infatti, Signorini ha dato una sola consegna: quale diga occorre per fare entrare una nave di quelle misure diretta a un terminal container. Non è stata considerata nemmeno una ipotesi di studio, su come eventualmente riorganizzare il traffico ro-ro o quello delle rinfuse secche, o riordinare gli impianti a rischio rilevante e metter in sicurezza i depositi chimici, o dare nuove prospettive alle riparazioni industriali, o bilanciare i flussi di traffico di merci e passeggeri attraverso la città o mettere il rifornimento del GNL o aprire un corridoio urbano nel cuore del porto o impiantare nuove fonti energetiche rinnovabili a compensare la dismissione della centrale a carbone ecc. Nient’altro che i container, anzi no, anche i crocieristi, mordi e fuggi come i container in transito, purché su navi supergiganti e anch’essi della stessa marca. Che ne sarà del porto multifunzionale e multispecialistico, che alimenta la varietà e l’ampiezza dell’indotto del cluster marittimo genovese dei prodotti, dei servizi e delle professioni?

Oggi sul Secolo XIX viene illustrato da un privato, non dall’Autorità pubblica, un ragionamento finalmente organico sulla nuova diga: se metto mano all’opera marittima fondamentale del porto e spendo 1,3 miliardi di soldi pubblici, allora devo assumere un punto di vista progettuale per tutto il porto. Non una “nave progetto”, ma un “porto-progetto”. Guido Barbazza, l’autore, fa questo. Assume un’idea progettuale che porti il maggior numero di benefici a tutto il porto e a tutta la città. Egli assume il punto di vista delle imprese, spetta alle forze politiche e sociali, a cominciare dai sindacati, integrare il ragionamento con quello delle professionalità e dell’occupazione e degli interessi dei cittadini dei quartieri prospicienti il porto. Che sia questa l’idea migliore o meno, va ovviamente discusso, ma non è affatto tardi per farlo. Del resto, non si vede la fretta, non pare che ci sia la coda delle navi in rada e i dati di traffico non annunciano alcuna crescita esponenziale. O Signorini ci vuol dire che il porto non guadagna merce perché non arrivano a Sampierdarena le navi supergiganti di MSC che oggi scalano La Spezia e Prà?

Riccardo Degl’Innocenti

A proposito di IREN, l’azienda che un tempo ERA dalla parte dei cittadini (P03)

Come ho ricordato in un articolo pubblicato sulla Voce del 28 febbraio scorso, la Regione è in fase di revisione del Piano dei Rifiuti. Il tema politico più rilevante di questa revisione, a mio avviso, è quello del consolidamento del monopolio di IREN in tutta la filiera del trattamento dei rifiuti. Ad oggi IREN è proprietaria dell’impianto di biodigestione di Cairo Montenotte, ha vinto l’inusuale gara per la realizzazione del TMB (impianto di Trattamento Meccani Biologico) dell’area genovese, sta tentando di realizzare il polo impiantistico spezzino comprensivo di TMB e Digestione Anaerobica. Rispetto a questo polo, ideato al di fuori della programmazione regionale, sia come dimensionamento, sia come localizzazione, è arrivato, fortunatamente, lo stop da parte del TAR della Liguria. E’ però ben noto che l’impianto di riciclo chimico (waste to chemicals) previsto nel nuovo piano regionale è proposto da IREN, come da notizie di stampa e come dalla stessa “pubblicità” IREN[1]. Il risultato di questa strategia sarà che le aziende di raccolta dei rifiuti, generalmente pubbliche, si troveranno a lavorare costantemente in perdita. Infatti la gestione economica del ciclo dei rifiuti richiederebbe che le aziende coprissero l’intero ciclo in modo da compensare i vari costi. Ma se la parte impiantistica, dove possono maturare degli utili, viene gestita da un monopolista privato non potrà che esservi uno squilibrio nei costi. Squilibrio che in ultima analisi sarà pagato dai cittadini. Mi aspetto l’immediata osservazione: ma IREN è a maggioranza pubblica! Vero, ma è una società quotata in borsa, con presente significative nel capitale sociale di fondi stranieri a cui dei servizi pubblici forniti ai cittadini italiani non interessa nulla. In altre parole gli enti pubblici hanno perso un grande patrimonio, pagato dai suoi cittadini, e in futuro i servizi saranno sempre più assoggettati alla legge dell’utile anziché dell’utilità! Basta ricordare che per quanto riguarda le forniture d’acqua IREN, in caso di ritardo nei pagamenti, non esita a tagliare la fornitura senza rispettare quanto previsto dal Dpcm 26 agosto 2016, che prevede comunque la fornitura di 50 litri/ abitante giorno. Tutto questo in contrasto col referendum sull’acqua, che era in realtà sui servizi pubblici in generale (acqua, rifiuti, trasporto pubblico locale). Ma d’altronde “Supermario” col decreto concorrenza (art. 6) ha già stabilito che i Comuni devono privatizzare tutti i servizi pubblici, chiarendo, se ancora ce ne fosse bisogno, da che parte sta: con i poteri forti contro i cittadini. Questo nel silenzio delle forze politiche.

Mauro Solari


[1]     https://www.genova24.it/2021/11/dalla-decarbonizzazione-alleconomia-circolare-iren-investe-217-miliardi-di-euro-nella-provincia-di-genova-283139/

Con sempre maggiore frequenza giungono notizie di scuole elementari e perfino asili d’infanzia liguri in cui gli insegnanti trascinano bambini e bambine nel bel mezzo della catastrofe umanitaria di Ucraina (preghiere collettive, componimenti ecc.), con effetti traumatizzanti. Abbiamo chiesto il parere al riguardo di una delle massime autorità in materia di educazione: il sociologo dell’Università di Pavia ma da anni residente a Genova e nostro collaboratore Alessandro Cavalli.

I bambini e la guerra (P05)

Un bambino di 10 anni ha mediamente genitori quarantenni e nonni settantenni. Questo vuol dire che né i genitori né i nonni, salvo pochi casi, hanno avuto un’esperienza diretta di che cos’è la guerra, non la possono raccontare. Della guerra, nonni, genitori e nipoti hanno solo un’immagine mediatica, non sono in grado di confrontare la rappresentazione con il racconto di una realtà direttamente vissuta. Che il 90% della popolazione non abbia un’esperienza diretta della guerra è un privilegio di cui solo il nostro pezzo di Europa ha potuto godere.

La guerra entra nelle nostre case attraverso le immagini. Non possiamo (come genitori e come educatori) schermare i bambini da questa realtà, ancora piuttosto remota, ma appena a poche ore di viaggio. I bambini leggeranno la realtà della guerra dalle immagini, ma soprattutto dalle emozioni che quelle immagini suscitano negli adulti che li circondano. Prima di tutto, non dovremo far finta di niente, fare come se le immagini rappresentassero una realtà virtuale. Non dobbiamo fare gli indifferenti, come se si trattasse di un war game qualsiasi. Dobbiamo comunicare le nostre emozioni. Certo, con la dovuta cautela, ma senza nascondere i nostri sentimenti e i nostri pensieri. Non va bene lasciare i bambini soli davanti alle immagini della violenza della guerra. Preoccupazione sì, panico no. Dobbiamo parlarne. Riconoscere la realtà del conflitto tra stati e che la guerra non è l’unico modo per risolvere i conflitti, che ci possono essere vinti e vincitori, ma anche tutti perdenti. Può essere l’occasione per iniziare un processo di riflessione sulla violenza, anche quella tra pari (di cui i bambini hanno comunque esperienza diretta), quella in famiglia, quella tra bande rivali, tra gruppi con interessi in conflitto e i modi in cui i conflitti possono essere regolati e la violenza può essere controllata e neutralizzata.

Poi, fra poco, incominceranno ad arrivare a migliaia i profughi, quelli sì avranno qualcosa da raccontare, la distruzione, la paura, la fuga. Sarà un’occasione per un confronto diretto con la realtà della guerra, per connettere immagini mediatiche e racconti di esperienze vere.  Sarà anche un’occasione per concretizzare la solidarietà con le vittime, per convincersi e convincere che ognuno può fare qualcosa per alleviare le sofferenze di coloro che la guerra l’hanno vista coi loro occhi.

Insomma, la cosa da non fare, come genitori e come educatori (compresi, ovviamente, gli insegnanti) è non lasciare i bambini soli ad elaborare l’impatto con la realtà della guerra. Prima di chiederci come i bambini reagiscono alle immagini della guerra, dovremmo chiederci come reagiamo noi e come trasmettiamo ed elaboriamo le nostre reazioni.

Alessandro Cavalli

Guerre tra poveri a scopo elettorale: scrivi efficienza e leggi disumanità (P06)

Per vendere si fa di tutto, anche sparare veline. Sul quotidiano locale il Secolo XIX, tutto da gustare, si fa capire come tutto il quartiere Begato sia schierato dalla parte del Comune autore di 500 sfratti, non si capisce bene se per morosità o per occupazione abusiva. Perché sono due concetti del tutto diversi. Come nel caso della badante sudamericana con contratto scaduto che pare debba 35.000 euro sull’unghia e alla quale è stata data un’ora per sgomberare l’appartamento della morosa, non abusiva come scritto nella velina. Dopo di che, viene aggiunto con garbata soddisfazione che, oltre a cambiare la chiave del portone, i sanitari saranno distrutti per evitare che la casa venga occupata abusivamente: agghiacciante. Perché non distruggere tutta la casa, così allora saremmo più sicuri? Ora, ammesso sia vero che alla badante il contratto sia scaduto da dieci anni, com’è che nessuno al Comune ha pensato di rinnovarlo, di andarla a trovare, di mandare un messo: dopo dieci anni di scartoffie, fuori di casa in un’ora. Ma l’articolo diventa poi una passerella preelettorale. Capisco che giornalisti e giornale debbano mangiare e sopravvivere; ma a tutto c’è un limite, che è quello del mestiere di giornalista, almeno un residuo di dignità professionale. D’altra parte ancora, gli editori sono gli Agnelli, che in tutta la loro epopea certamente non belano ma mordono; e quando non sono i padroni, stanno da quella parte. La velina cita confondendo sempre abusivismo con morosità, e che dopo l’ultimo sfratto della badante n. 84 “per volontà del Comune e del sindaco Marco Bucci [Begato] deve essere riqualificato”, parole belle e forti che ricordano appunto le veline del tragico ventennio. Anche l’assessore alla Sicurezza Giorgio Viale (quello delle bolas da dare alla polizia municipale, tramite società già nel mirino dell’autorità giudiziaria) è felice e aggiunge come il piano sia contro “l’occupazione abusiva”. Anche lui la confonde con morosità, ma da parte sua è comprensibile non conoscere le differenze. E cita il suo capo (Bucci) dichiarando che da quando c’è lui 500 alloggi sono stati liberati. E Viale insiste nella roboante vetrina, “…il numero dei residenti che collaborano e ci segnalano le situazioni di occupazione abusiva sicuramente è salito”. Sono tornate le spie di quartiere, i portinai prezzolati dall’Ovra per denunciare gli antifascisti. Guerre tra poveri, non solo di spirito per certuni, che hanno sempre fatto comodo all’arroganza del potere. Il tono ironico non deve però far dimenticare che accanto alle vere occupazioni abusive di chi forza le porte, impedisce la giusta occupazione di chi ne ha certamente più bisogno o quanto meno diritto, esistono i drammi umani. Su questo il nostro giornalista svicola, l’implicita velina non lo consente, c’è solo un accenno che grazie alla magnanimità del Comune, un malato moroso è stato lasciato dentro. Troppo buoni, la prossima volta magari lasceranno in casa anche una vedova disoccupata con tre bambini: dai un dito e ti prendono il braccio.

CAM

La zona speciale di conservazione a Capo Mortola (Ventimiglia) (P07)

Pochi giorni fa a cura dell’Università di Genova in collaborazione con l’Università di Torino si è tenuto un importante Convegno ai Giardini Botanici Hanbury sulla ZSC di “Capo Mortola e Fondali Capo Mortola e San Gaetano” a Ventimiglia, un patrimonio ambientale di eccezionale valore per l’Europa, di assoluto interesse per la qualità ambientale, culturale e turistica del Ponente ligure.

Molti i tecnici intervenuti e tutti hanno sottolineato la specificità dell’area, di terra e di mare e noi abbiamo seguito il dibattito grazie ad alcuni soci di Italia Nostra Ponente, presenti.

Ursula Salghetti Drioli Piacenza, biologa marina, ha presentato i rischi di danneggiamento delle praterie sottomarine di Posidonia Oceanica che si sviluppa lungo il litorale di Capo Mortola, che invece hanno  un ruolo fondamentale nell’ecosistema del nostro mare: sono uno dei produttori primari di ossigeno, sono cruciali per la biodiversità poiché le fronde della Posidonia offrono condizioni ottimali per la riproduzione e l’alimentazione di numerose specie di pesci e altri organismi marini e attenuano i fenomeni erosivi del mare sulle coste attraverso il movimento delle foglie, che rallenta il moto ondoso creando una vera e propria barriera.

Diverse attività umane mettono a rischio le praterie di Posidonia, con specifico riferimento agli ancoraggi e alla cementificazione della costa, fenomeno purtroppo molto presente in Liguria.

Maria Paola Azzariodell’UNESCO, in vista anche dell’interesse della Francia verso il nostro territorio, ha presentato la proposta che la zona sia inserita nel programma “Man and Biosphère” (MaB) dell’UNESCO che si occupa di mantenere l’equilibrio tra le esigenze dell’uomo e quelle dell’ambiente, oggi con un occhio alle azioni di contrasto ai cambiamenti climatici.

Si è sottolineato il valore della rete europea NATURA 2000 che comprende i siti SIC e ZSC, ambito in cui la Liguria ha un primato: la superficie a terra occupata dai SIC/ZSC raggiunge il 25.5% del territorio complessivo, la percentuale più alta tra le regioni Italiane, un elemento di qualità poco conosciuto e controllato. Enzo Barnaba`della Società Operaia di Mutuo Soccorso di Grimaldi ha insistito sulla inerzia nel ripristinare il sentiero dei Balzi Rossi che attende l’intervento da 10 anni, e sul pericolo delle ampie concessioni di territorio al Principe di Monaco, che è stato recentemente autorizzato a costruire sul territorio di Grimaldi 50 appartamenti di lusso (ne abbiamo scritto nei numeri precedenti della Voce).

In conclusione Mauro Mariotti, Direttore del DISTAV all’Università di Genova e Direttore degli Hanbury, ha evidenziato un ulteriore primato: la Liguria ospita un quarto della flora europea! Un patrimonio inestimabile ma estinguibile.

Le leggi di tutela ci sono, manca l’attenzione e la sensibilità degli Amministratori, la visione di un nuovo sviluppo del territorio non più depredato da speculazioni e mancano i controlli di tutela delle nostre bellezze naturali.

DC

Ancora sulla città delle donne e la mobilità urbana (P08)

In un intervento alla conferenza Habitat dell’Onu 1996 – significativamente intitolato “La città delle donne” – si leggeva un’amara considerazione preliminare, da cui in oltre un quarto di secolo non siamo ancora riusciti a schiodarci: “non sono state né la forza fisica delle donne né l’abilità delle loro mani a portarle nei posti di lavoro. Ciò che ha trasformato le donne in lavoratrici estremamente desiderabili nella nuova economia globale è la loro capacità di fornire un servizio equivalente a un costo più basso e in condizioni lavorative molto meno sicure rispetto a quelle delle loro controparti maschili”. Quella flessibilità (come sappiamo, sottopagata) che crea una specularità tra la duplicità del ruolo (lavoratrice e gestrice di casa e figli) e il doppio sfruttamento. I cui effetti ingiusti vengono acuiti – tra l’altro – da irrisolti problemi di mobilità e di organizzazione dei tempi della vita. Nodi che dovrebbero trovare l’occasione di messa all’ordine del giorno proprio alle scadenze amministrative. Specie in una realtà come quella genovese, in cui spostarsi continua a essere particolarmente difficoltoso; a partire dal dato materiale relativo alla conformazione fisica della città (stretta e lunga, distribuita su un territorio a pendenza variabile) in cui i tempi di percorrenza tra un punto e l’altro diventano un elemento decisivo. Quel tempo perso nelle code, nelle attese ingiustificate di servizi fondamentali, nei labirinti delle disfunzioni burocratiche che gravano sul quotidiano, in particolare di queste donne in affanno per vincoli spesso assurdi all’esercizio dei loro molti ruoli.

Scrive ancora il rapporto dell’Onu: “la pianificazione dei trasporti urbani si è tradizionalmente concentrata sull’organizzazione degli schemi di mobilità tra la casa e il luogo di lavoro, schemi che non riflettono la varietà di spostamenti che le donne devono affrontare per svolgere i loro molteplici compiti”, che comprendono – tra l’altro – i rapporti con i sistemi scolastici e le strutture mediche, la spesa settimanale nei supermercati o la manutenzione delle infrastrutture di casa.

Tutte attività che presupporrebbero soluzioni “time saving”, di cui la scrivente non ha memoria da parte del pubblico dibattito locale. Difatti ricorda al riguardo solo un rapporto di vent’anni fa, a cura della sociologa Antida Gazzola (La città e i suoi tempi, Franco Angeli editore, Milano), giocato su tre direttrici: 1) ridurre la lunghezza media degli spostamenti con ravvicinamenti e commistioni tra insediamenti industriali, uffici e servizi; 2) aumentare la velocità del trasporto collettivo trasferendo la maggior quota possibile dalla gomma alla rotaia;3) minimizzare le perdite di tempo differenziando gli orari di alcune attività (es. orari scolastici) per attenuare i picchi del traffico.

Se ne potrà parlare nello scontro elettorale in arrivo? Registriamo che ha dato il buon esempio sulla nostra news la candidata Antonella Marras. Farà tendenza? O il dibattito deve focalizzarsi sulla teatralità del fare declinato in opere di regime o sulla necessità di tener lontani i poveracci dallo sguardo dei residenti nei quartieri alti?

Maura Galli

Pro memoria per i più giovani: Bucci come Nixon? (P09)

Qualcuno si ricorderà di Richard Nixon: era Presidente degli Stati Uniti, e stava per essere rieletto nel 1974, dopo aver ottenuto il via libera dal Partito Repubblicano. Ma la paura di perdere e di vedere nemici dappertutto, sia fantasmi che reali oppositori, lo fece cadere in quello che è rimasto alla storia come lo scandalo Watergate. Prima di essere messo in stato di impeachment fu costretto a dare le dimissioni, e dato che il suo vice, Spiro Agnew le aveva già date per alcune frodi fiscali, gli succedette Gerald Ford. Le cui scarse capacità fecero dire a Lyndon B. Johnson (già vicepresidente di John F. Kennedy) che “non sapeva scorreggiare e masticare chewing gum contemporaneamente”. Questa pappardella degli anni 70 mi serve per introdurre la (probabile) rielezione a sindaco di Genova di Marco Bucci. Il quale sembra stia seguendo le orme proprio di Richard Nixon. Fino a qualche tempo fa era tranquillo: l’ombra (abbondante) di Toti lo proteggeva e lui si permetteva pure di dare qualche bastonatina a suoi. Poi qualcosa si è spezzato, l’uomo del fare Bucci ha iniziato ad agitarsi, spaventato da una destra che non gli risparmia frecce e frecciate, salvo incassare l’endorsement di Calenda (Calenda chi?) e in attesa che Emma Bonino (deputata da trent’anni alla faccia del ricambio osannato dai radicali e ripreso dai 5S, poi abbandonato: la poltrona è poltrona) e Renzi/Paita gli confermino il loro sostegno. Tra tutti e tre trecento voti riesce a recuperarli! La paura lo induce quindi a cercare di far tacere le voci contro: è il caso del nostro collaboratore Andrea Agostini, che in tema di ambiente svela di Bucci “di che lacrime grondi e di che sangue”, mi scuserà il Foscolo per questa citazione dai Sepolcri. Praticamente costretto a uscire da Legambiente (di cui è tra i fondatori) con il suo circolo Nuova Ecologia. Legambiente che in Liguria sembra diventata silente di fronti agli scempi, quasi fosse guidata da imperativi governativi. Mah, qualcosa bolle in pentola e nelle prossime settimane ne sapremo di più. D’altra parte Bucci ha ragione… di avere paura. Una città che continua a perdere abitanti, da cui le generazioni giovani se ne vanno perché non hanno prospettive, in cui affari e politica (vedi il caso Erzelli e i container di Spinelli) vanno a braccetto alle spalle dei cittadini, dove una situazione di pericolo di esplosioni (Multedo) viene spostata nell’ancora più affollata Sampierdarena (no pasaràn!), dove i progetti comunali per il trasporto pubblico sono fermi e si rischia di perdere i 47 milioni di incentivi, dove il traffico è diventato insostenibile e dove la raccolta differenziata negli ultimi 4 anni è aumentata dell’1%. Sì, fa bene ad avere paura, basterebbe che i cittadini aprissero appena gli occhi, guardassero il niente e il peggio che questa amministrazione ha fatto, giocando e prendendosi i meriti della costruzione del Ponte Piano (chiamiamolo con il suo nome vero), usando strani poteri illimitati e negando soluzioni più veloci, più semplici e forse più durature. E forse la pensa così anche quel furbacchione di Toti…

CAM

Il regime concordatario vigente nel nostro orientamento ha determinato squilibri in materia di confessioni religiose che vengono incrementati a livello locale dal ruolo delle istituzioni territoriali e dalla loro politiche, come si evidenzia in ambito di insegnamento religioso, attribuito alla Chiesa cattolica con la relativa rinuncia dello Stato repubblicano (DPR 16 dicembre 1985). Infatti l’attribuzione delle cattedre ai docenti di tale delicata materia è competenza della Curia diocesana, inizialmente su base annuale; cui hanno fatto seguito altri previlegi: per la legge 186 del 18 luglio 2003 15mila docenti della materia furono immessi nel ruolo. Nel 2007 tali docenti “vengono organicamente inseriti nei ruoli della scuola e non più soggetti ai caroselli degli incarichi annuali” (ministro Giuseppe Fioroni). Oggi la Voce del Circolo Pertini affronta un altro aspetto discriminante, relativo ai criteri vigenti per i Comuni liguri in materia di edilizia pubblica.

Un’ingiustizia minore, che magari sfugge all’attenzione in questi momenti terribili (P11)

È apparsa la notizia che il Comune di Vezzano Ligure ha provveduto a liquidare il suo importo annuo del 7% delle entrate degli oneri di urbanizzazione alla Chiesa cattolica.

Questo versamento è determinato da una legge regionale ligure, la L.R. n. 4 del 24/1/1985, che prescrive ai Comuni di prevedere per l’edilizia religiosa almeno il 30% degli spazi pubblici, previsti per interessi di uso comune (aree verdi, centri sociali, impianti sportivi, biblioteche, ecc.) e di versare, ogni anno, il 7% delle entrate degli oneri di urbanizzazione alle confessioni religiose presenti in quel Comune. Nel caso di presenza di più religioni, di versare le quote in percentuale sul numero di seguaci di ogni tipo di confessione.

Nel caso del Comune di Vezzano Ligure, risulta presente solo la Chiesa cattolica, che incassa la totalità del contributo. In Comuni più grandi, con cifre molto maggiori, possono entrare ad avere piccole quote anche altre confessioni religiose, ma la parte del leone è sempre della ricca Chiesa cattolica.

Sono per la libertà religiosa, ma credo che ogni religione debba essere mantenuta economicamente solo ed esclusivamente dai propri credenti e non debba essere a carico della collettività.

Mi chiedo perché a una Chiesa, che gode già dell’8 per mille delle nostre tasse, che può accedere ai fondi del 5 per mille, che gode dell’esenzione dell’IMU, dei fondi per le pensioni del clero, del pagamento degli stipendi di 20.000 insegnanti di religione/catechismo nella scuola pubblica italiana, degli stipendi e pensioni dei cappellani militari, della polizia e delle carceri, che paga i preti negli ospedali, paga i voli internazionali dei papi, e fornisce acqua, elettricità e servizi fognari gratuiti al Vaticano, si debba concedere anche questi fondi, sottratti in questo modo alle magre disponibilità finanziarie dei Comuni?

Perché nessuno propone di abolire una legge regionale tanto ingiusta?

Non sarebbe meglio destinare quei soldi a costruire o manutenere asili, scuole, aree verdi per bambini?

NC

Il “riformismo” di Calenda va a braccetto con Bucci (P12)

A Genova, seppur con un po’ di ritardo, le forze del centrosinistra allargato ai 5 Stelle hanno trovato la convergenza sulla candidatura dell’avv. Ariel Dello Strologo, presidente della piccola comunità ebraica; mentre alla Spezia pare stiano pensando di “saltare un turno” e cercare a un candidato per le elezioni del prossimo quinquennio.

Mentre alcune forze politiche hanno già esplicitato il loro sostegno alla candidatura di Dello Strologo, non è chiara la posizione di Renzi e della sua proconsole ligure Raffaella Paita, già elogiatrice di Bucci. Calenda, che è alla guida del suo personale partitino, denominato “Azione” (è pregato di non citare lo storico Partito d’Azione per non offenderne la storica memoria) ha fatto dichiarazione pubblica a sostegno di Bucci. Non sappiamo se lo seguirà anche la formazione liberista di Emma Bonino (+ Europa), che ad Azione è federata.

Ma chi è questo Calenda? Carlo Calenda (Roma, 9 aprile 1973) è un politico e dirigente d’azienda italiano, europarlamentare e Segretario di Azione. È stato Viceministro dello sviluppo economico nei governi Letta e Renzi, rappresentante dell’Italia presso l’Unione europea nel 2016 e in seguito Ministro dello sviluppo economico nei governi Renzi e Gentiloni. L’arrampicatura prosegue: nel 2019, alle elezioni europee, viene eletto europarlamentare con 275.161 preferenze nella circoscrizione nord-orientale nella lista PD – Siamo Europei, arrivando primo nella suddetta circoscrizione e risultando il candidato del Partito Democratico più votato in Italia. Poco dopo, con gran coerenza e rispetto per gli elettori, lascia il PD.

Il 21 novembre seguente lancia ufficialmente Azione, la sua nuova formazione politica di centrosinistra, progressista e riformista, insieme al senatore Matteo Richetti e a un comitato promotore. Cita come “padri nobili” del suo movimento Gobetti, i fratelli Rosselli e Don Sturzo, in un palese “minestrone” di cose che non conosce. Resta da chiedersi cosa centri Calenda con la sinistra, sia essa socialista, comunista o azionista oppure con la sinistra sociale d’ispirazione cristiana? Il suo profilo è e resta neoliberista, finanziario, incompatibile con tutte le filosofie politiche che si attribuisce. Del resto il suo apprendistato lo ha fatto come funzionario di Confindustria e come assistente personale di Luca di Montezemolo.

Il resto è un camuffamento, fumo negli occhi, tentativo camaleontico di darsi una maschera di sinistra, pretesa come “modernità”

Emma Bonino, radicale storica, nata all’insegna della lotta alla “partitocrazia” e al necessario rinnovamento costante degli incarichi parlamentari, siede, coerentemente, in Parlamento da mezzo secolo. Sebbene protagonista di importanti battaglie libertarie con Pannella per i diritti civili, ha compiuto pienamente la svolta radicale pannelliana degli anni ’80, che ha ripudiato i diritti sociali, si è allineata a Berlusconi e mescolato i termini “liberale, libertario e liberista”.

Per cortesia non spacciatevi per quello che non siete. Oggi il neoliberismo, che ha contagiato profondamente anche lo schieramento di centrosinistra, è il principale nemico delle classi lavoratrici, il suo impegno centrale è studiare come realizzare maggiori profitti con minor manodopera, contenere i salari e distruggere quella che un tempo si definiva “middle class”, quella piccola e media borghesia che, alleata alla classe operaia, fu proprio il principale sostegno delle democrazie liberali.

Calenda ci ha sciolto il dubbio sulla reale natura del suo movimento personale. Renzi lo aveva fatto già da tempo. Vedremo, ora, cosa vorrà fare la pattuglia della Bonino.

NC

Dopo gli Erzelli, Felettino. Prosegue l’assalto alla sanità pubblica (P14)

La Regione Liguria, dopo la controversa rescissione del contratto con l’impresa, a fine 2020 ha riavviato l’iter per la realizzazione del nuovo Ospedale del Felettino alla Spezia, basandolo non più sul finanziamento pubblico ma sul Partenariato Pubblico Privato (PPP). In genere si ricorre a questa scelta quando la pubblica amministrazione non ha sufficienti risorse per realizzare l’opera. Non è questo il caso. La Regione ha infatti deciso di utilizzare 104 milioni già stanziati dallo Stato per il Felettino, più 74 milioni stanziati direttamente, e di rinunciare a utilizzare altri 23 milioni già stanziati dallo Stato per il Felettino, preferendo spenderli per opere di edilizia sanitaria in altre Asl. Per la cifra mancante per arrivare ai 264 milioni totali – 86 milioni – basterebbe un mutuo di circa 60 milioni, con tassi di interesse assai prossimi allo zero, con la Cassa Depositi e Prestiti. In ogni caso la Regione spenderebbe molto meno con un appalto con risorse pubbliche tramite mutui, di quanto spenderà ricorrendo al PPP, cioè alla procedura più onerosa rispetto ad ogni altro tipo di appalto pubblico, a causa degli alti tassi di interesse e di profitto che vanno a remunerare il capitale privato investito (il privato mediamente si attende circa il 9% su ciò che investe). Il tutto viene poi aggravato dai costi lievitati, a seguito dell’improvvida scelta di disdire l’appalto precedente: oggi occorre spendere, soprattutto per gli anni persi con il relativo incremento dei prezzi, quasi 100 milioni in più, comprendendo i 23 milioni a cui la Regione ha rinunciato. Tanti, troppi soldi gettati al vento.

Evidentemente la scelta del privato aveva motivazioni troppo forti per essere scartata. Viene in mente quanto ha scritto PFP nel numero scorso della Voce, a proposito dell’Ospedale che la Regione vuole far realizzare dai privati agli Erzelli.

Ma torniamo al Felettino. La Regione, nel 2021, ha inviato la sua proposta al Governo. L’analisi, compiuta dal Comitato istituzionale di gestione e attuazione degli Accordi Stato-Regioni (CIGA), è pervenuta il 28 dicembre scorso. È davvero severa, e invita la Regione a corposi cambiamenti della procedura al fine di limitare il margine di manovra del privato a vantaggio dell’interesse pubblico.

Il 29 dicembre Toti e il Sindaco Peracchini hanno annunciato trionfanti: “Entro febbraio sarà predisposta la gara d’appalto”. Non avevano ancora letto il parere del CIGA. Il 25 gennaio la Regione ha incaricato uno studio legale per un supporto alle “osservazioni di natura giuridica e in materia di ripartizione dei rischi” formulati dal CIGA. Il 17 febbraio il Sottosegretario alla sanità Andrea Costa ha detto: “Il ritardo è dovuto al fatto che la Regione sta provando a mettere in discussione le prescrizioni del CIGA”.

Nei giorni scorsi Toti ha fatto l’ennesimo annuncio: il bando di gara uscirà entro marzo. Vedremo che bando sarà. Resta, tutta intera, la questione chiave: il capitale privato va lautamente remunerato, e ciò sarà a carico del bilancio dell’Asl 5 che pagherà per 25 anni e 6 mesi – ogni anno – ben 15 milioni. Il privato ci mette 86 milioni ma alla fine dei 25 anni e mezzo avrà totalizzato un recupero di 262 milioni, provenienti dall’Asl 5.

Ma – chiediamo – anziché accollare sui futuri bilanci dell’Asl 5 queste rendite non converrebbe impegnare quelle ingenti risorse per assumere stabilmente medici, infermieri, tecnici che mancano enormemente all’Asl 5 da troppi anni? Altrimenti verrebbe a mancare il personale per far funzionare il nuovo Ospedale, che rischierebbe di nascere come un’ennesima scatola nuova, ma vuota.

Regione e Governo devono stanziare le risorse che dovrebbe mettere il privato. Anche perché c’è da nutrire forti dubbi (per non dire certezze) che l’Asl 5 e la Regione possano assumersi l’onere di 15 milioni l’anno per 25 anni, se già ora Toti non intende stanziare risorse pubbliche.

Nei giorni scorsi la Corte dei Conti non l’ha mandata a dire, rilevando “possibili rischi di tenuta degli equilibri economico-finanziari prospettici per l’azienda, a fronte della previsione a carico dell’Asl 5 senza indicazione della correlata disponibilità finanziaria”.

Mobilitiamoci, la scelta privatizzatrice è la mazzata finale alla sanità spezzina.

GP