Numero 21, 31 gennaio 2022

PILLOLE

E se invece che a Rotterdam fosse successo a Sampierdarena?

L’esplosione in una cisterna di carico di una nave italiana che trasportava 1-eptene, un derivato del petrolio altamente infiammabile a contatto con l’aria. Solo pochi feriti, perché le operazioni di carico e scarico di prodotti chimici sono lontane tre chilometri dalle case. È accaduto nel porto di Rotterdam, ma se fosse successo a Sampierdarena dove Bucci, Toti e Signorini intendono trasferire i depositi chimici a trecento metri dai quartieri abitati, sarebbe stata una tragedia. Peggiore di quella del Ponte Morandi, ancora senza colpevoli. In questo caso invece i colpevoli sarebbero quei tre. L’ineffabile Toti ha dichiarato “Protestare non ha senso, si indichino alternative”. C’è, da anni: una piattaforma attaccata alla diga, soluzione semplice, lontana da interessi privati e pubbliche idiozie.

Confindustria: un grave caso di sdoppiamento della personalità

Ci ha quasi commosso apprendere che il tema dell’Assemblea di Confindustria Genova è il “capitale umano, primo asset d’impresa” e poi leggere sull’house organ dell’associazione un florilegio di buoni sentimenti (“le persone risorsa competitiva”) che negli anni Ottanta imperavano nei testi di organizzazione d’impresa e nel decennio successivo nelle aule di formazione manageriale. Mentre iniziava la mattanza del lavoro e i massacratori le dedicavano commossi necrologi. Difatti qui siamo: a parte che l’Italia è l’unico Paese europeo dove negli ultimi vent’anni i salari sono stati ridotti (-2,9%), alla fine del 2021 i precari erano già 3 milioni e i part-time 2,7; a trend crescente. Gente a cui il legame lavorativo è stato reciso. Altro che asset. Specie nella Liguria de-industrializzata.

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36 comuni liguri colpiti dalla peste suina africana

La peste suina è una gravissima malattia, innocua per l’uomo, che colpisce cinghiali e maiali, con un tasso di mortalità del 60/80%. Si stima siano oltre 10.000 i cinghiali a rischio contagio, che andrebbero abbattuti. La zona rossa prevede per sei mesi, nei fatti, la chiusura di tutte le attività nei boschi delle aree interessate: niente passeggiate, trekking, mountain bike, niente caccia libera. Il virus è estremamente persistente, rimane attivo per molti mesi l’anno, anche sotto zero, e può bastare un contatto di scarpe, ruote di bici, materiale infetto perché si propaghi altrove. Sono almeno 250 le attività economiche tra agriturismi, allevamenti, trattorie, salumifici che, già stremate dal covid, coinvolte dal nuovo lockdown di fatto. Sperando che il virus non dilaghi in altre aree liguri.

La redazione de “La Voce del Circolo Pertini”

Nicola Caprioni, Daniela Cassini, Angelo Ciani, Monica Faridone, Michele Marchesiello, Carlo A. Martigli, Giorgio Pagano, Pierfranco Pellizzetti

Hanno scritto per noi:

Andrea Agostini, Marco Aime, Franco Astengo, Enzo Barnabà, Maddalena Bartolini, Giorgio Beretta, Sandro Bertagna, Pierluigi Biagioni, Pieraldo Canessa, Alessandro Cavalli, Roberto Centi, Riccardo Degl’Innocenti, Battistina Dellepiane, Egildo Derchi, Marco De Silva, Erminia Federico, Maura Galli, Luca Garibaldi, Luca Gazzano, Valerio Gennaro, Antonio Gozzi, Santo Grammatico, Roberto Guarino, Monica Lanfranco, Giuseppe Pippo Marcenaro, Maurizio Michelini, Anna Maria Pagano, Paola Panzera, Marianna Pederzolli, Enrico Pignone, Bruno Piotti, Paolo Putrino, Bernardo Ratti, Ferruccio Sansa, Stefano Sarti, Sergio Schintu, Mauro Solari, Giovanni Spalla, Angelo Spanò, Gianfranco Tripodo, Gianmarco Veruggio, Moreno Veschi, Franco Zunino.

LETTERE ALLA NEWS

Pubblichiamo un estratto del comunicato che ci hanno fatto pervenire gli amici di Europa Verde-Verdi

Ancora sulla questione peste suina

Europa Verde Liguria chiede un ripensamento sulla dimensione delle aree soggette a limitazione e l’individuazione di norme equilibrate per le zone limitrofe. Facendo seguito all’ordinanza emanata dal Ministero della salute in merito all’emergenza legata alla presenza di peste suina africana vorremmo segnalare quanto segue: la grande contagiosità dell’infezione vede come vettore in primo luogo la fauna selvatica rappresentata dal

grandissimo numero degli ungulati presenti sul territorio. La mobilità di questi animali non è certo influenzata dalla presenza di escursionisti o bikers, ma al limite, dalla caccia in braccata che tende alla dispersione degli esemplari al di fuori delle loro aree. Il manuale operativo relativo al contenimento delle pesti suine prevede inoltre che “solo attraverso un costante scambio di dati ed informazioni, e un efficace coordinamento tra tutti gli stakeholder, compresi i cittadini comuni, e la sinergia di tutti i livelli coinvolti, è possibile raggiungere l’obiettivo dell’eradicazione”. 

Appare quindi spropositata l’estensione dell’area individuata in quanto lo stesso manuale indica che “ai fini della identificazione della zona infetta si deve considerare che l’area di circolazione attiva del virus corrisponde alla linea delle coordinate più esterne dell’area di ritrovamento delle carcasse più 6 km, che corrispondono al massimo spostamento annuale di un cinghiale maschio”.

Le previste misure di divieto di ingresso hanno ovviamente senso all’interno di quest’area mentre in quella limitrofa di sorveglianza potrebbero essere mitigate e rimodulate in base a diversi criteri.

Il manuale prevede addirittura la possibilità di caccia nella zona di sorveglianza, mantenendo la biosicurezza e di conseguenza potrebbe essere prevista anche la presenza di altri agenti.

Tale provvedimento, anche in considerazione dell’assenza di allevamenti suini intensivi nella regione, appare spropositato e passibile di creare enormi danni all’attività turistica di quelle aree, senza peraltro costituire né un beneficio dal punto di vista del contenimento, né tantomeno un obbligo normativo rispetto alle linee guida. 

Luca Amato e Mauro Brunetti Europa Verde – Verdi

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Riceviamo da Manifesto per la Sanità Locale – Insieme per una Sanità Migliore

Sciopero degli infermieri, una lotta per la dignità del lavoro e per la sanità pubblica

L’adesione del MSL allo sciopero nazionale indetto da Nursind, il sindacato degli infermieri, è netta e convinta.

Corretta dotazione di personale e condizioni di lavoro ottimali sono requisiti essenziali per un servizio pubblico che voglia essere di qualità, garantendo nel contempo un rapporto umano con i pazienti. Sono anche requisiti per discernere verso quali scelte si indirizzino i nostri decisori regionali. Evidente, infatti, che, se non si assume personale nel servizio pubblico e si incrementano i carichi di lavoro, il servizio non sarà soddisfacente o tempestivo, inducendo i cittadini a rivolgersi al privato o, per chi non può permetterselo, a rinunziare alle cure (1 paziente su 5 dai dati del XIX Rapporto sulle politiche della cronicità di Cittadinanzattiva dicembre 2021).

Gli esempi non mancano: le c.d. case della salute private aprono nuove sedi con la stessa rapidità con cui si apre un centro commerciale e proprio con le stesse finalità: mettere le mani nelle tasche dei cittadini.

Già prima del Covid, avevamo denunziato la cronica carenza di personale, nonostante la capacità di spesa della nostra Regione (oltre 115 milioni di euro, dai dati della Corte dei Conti).

Anche durante la pandemia, le assunzioni nel Servizio Sanitario Regionale sono state per la maggior parte a tempo determinato, impedendosi così un’azione strutturale nel tempo per il rafforzamento del personale pubblico. Ed è così – depauperando scientemente e preventivamente il servizio pubblico – che il Presidente/Assessore Toti può dichiarare di essere orgoglioso di aver dato vita – primo in Italia (sic!) – ad un hub vaccinale a Genova in collaborazione con il privato.

Privato che, quando non incassa direttamente dai cittadini costretti a farvi ricorso, munge risorse pubbliche con convenzioni, come quelle per l’hub vaccinale o con contratti 25ennali come per la costruzione del Felettino a La Spezia. Alla faccia del libero mercato e della libera concorrenza!

Anche le risorse che stanno arrivando con il PNRR – pur preziose – vanno accompagnate con misure che ne consentano solidità strutturale anche dopo il 2025, a cominciare da un adeguato potenziamento del personale sanitario pubblico, evitando che i fondi europei siano una nuova mangiatoia per gli interessi privati dei soli costruttori di scatole, che rimarranno vuote, se non ci sarà personale dedicato. Invitiamo quindi tutti i cittadini a scendere in piazza il 28 gennaio, per sostenere le giuste rivendicazioni del personale sanitario e a tutela del NOSTRO servizio sanitario PUBBLICO, accessibile, gratuito e di qualità per tutti.

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FATTI DI LIGURIA

Avere l’acqua alla gola

“Il livello del mare lungo le coste italiane sembra destinato a salire nei prossimi decenni, con conseguenti gravi problemi per le città costiere”, scrive Daniela Cassini in “Innalzamento marino, un tema per i Friday for Future liguri (e non solo)” nella newsletter del 30 ottobre 2021, citando due studi sugli effetti del riscaldamento globale, uno della Nasa e uno intergovernativo Europa-Usa.

L’allarme è stato confermato da uno studio condotto da ricercatori di università USA (Princeton e Columbia) e della Germania (Potsdam), pubblicato su Environmental Reserch Letters. Le conseguenze del riscaldamento globale sono arrivate a un punto tale che, se anche si riuscisse a bloccare immediatamente le emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera e a fermare l’incremento di temperatura a 1,5 °C sopra il valore del periodo pre-industriale, il livello dei mari continuerebbe a crescere per secoli a venire.

Sono destinate a essere sommerse grandi aree urbanizzate che, attualmente, ospitano mezzo miliardo di persone. Ma se non si riuscisse a fermare l’aumento della temperatura media globale e l’atmosfera dovesse riscaldarsi di un altro mezzo grado, al mezzo miliardo di persone se ne aggiungerebbero altri 200 milioni almeno: una popolazione complessiva di 700 milioni di individui si ritroverebbe disarmata di fronte alle nuove complessità di quell’ambiente mutato.

Tutte le aree del Pianeta sarebbero toccate dal problema, ma le conseguenze più devastanti sarebbero per alcune zone dell’Asia. Anche in Italia sarebbero coinvolte da qualche centinaio di migliaia fino a qualche milione di persone, che sarebbero costrette a fuggire dai propri luoghi di residenza. Tutte le città costiere liguri sono a rischio. Venezia è un caso limite, ma “l’acqua alle ginocchia” riguarderà molte altre città.

La ricerca ipotizza che entro la fine del secolo i mari si alzeranno da mezzo metro fino a poco meno di un metro, a seconda di quanto si riuscirà a contenere l’aumento della temperatura terrestre. A tutto questo si aggiunge la previsione che il livello degli oceani continuerà a salire per altre centinaia di anni dopo la fine di questo secolo, alimentato dal calore immagazzinato negli oceani, dalla dinamica del riscaldamento dell’acqua e dallo scioglimento dei grandi ghiacciai: tutto questo indipendentemente dalla dinamica del riscaldamento dell’atmosfera a venire.

«Non è dunque una questione di “se”, ma di “quando”», sostiene Benjamin Strauss, capo scienziato di Climate Central e coordinatore della ricerca. Secondo una serie di calcoli, sul lungo periodo la crescita del livello del mare potrebbe arrivare fino a 6/9 metri e costringerebbe città che attualmente ospitano quasi un miliardo di persone a costruire massicce strutture difensive o addirittura a “migrare” in luoghi più elevati. Conclude Strauss: «Non c’è dubbio che siamo messi male, ma non è mai troppo tardi per fare meglio». «Limitare comunque il più possibile il riscaldamento globale ci farebbe almeno guadagnare un po’ di tempo per adattarci», commenta il divulgatore scientifico Luigi Bignami. Adattarci: in Italia dovremmo dotarci di un apposito piano di resilienza, come ha fatto l’Olanda. Così in Liguria, dove continuiamo a progettare e a costruire sulla linea di costa senza pensare allo scenario più probabile: porti inutilizzabili e spiagge cancellate. Servirebbe, per usare le parole di Daniela Cassini, “lungimiranza”. Insomma, classe dirigente cercasi.

GP

FATTI DI LIGURIA

Continua il declino del porto di Genova. Ma non era in arrivo il nuovo miracolo?

Sulla base dei dati progressivi dei traffici a novembre 2021 confrontati con novembre 2019, non essendo il 2020 significativo sotto il profilo statistico causa Covid, le tonnellate complessive di merce movimentate sono scese del 7,5% proiettando un dato di fine anno inferiore ai 50 milioni di tonnellate (traffico mai sceso così in basso negli anni 2000, a parte nell’“horribilis” 2009 e nel 2020).

I container, che dovrebbero assicurare secondo la “visione strategica” di Signorini e del Comitato di gestione lo sviluppo del porto, per il cui esclusivo traffico nel solo bacino di Sampierdarena si va spendendo oltre 1,3 miliardi per la nuova diga, calano dell’1,9% in teus e del 6,3% in tonnellate. Invece di tendere a raddoppiare secondo le curve previsionali del Presidente Signorini (target 2026: 6milioni; oggi con Savona, siamo ancora lontano dai 3milioni). PSA SECH e PSA Pra continuano a perdere (-13% insieme) e Bettolo-MSC arranca recuperando solo 100mila dei 150mila teus persi da PSA, mentre a Savona-Vado la Maersk continua a crescere modestamente “rubando” container ai genovesi ma toccando appena i 200mila teus, pari a ¼ del potenziale). Calano anche i rotabili delle autostrade del mare, tiene a fatica TSG mentre crollano Spinelli e Messina, numeri compensati in parte dall’incremento di Stazioni Marittime (dove opera GNV).

Un porto senza prospettive e senza un’analisi delle cause del declino e specifici piani di intervento.

Signorini, prima che la crisi del porto degeneri in perdite di occupazione e di imprese, si metta subito a lavorare nell’interesse dei traffici del porto per cui è stato nominato Presidente, la smetta di servire il Sindaco nella sua campagna elettorale. Inoltre, Signorini impieghi la dote della nuova diga non solo per fare entrare le meganavi portacontenitori, ma rielaborando il progetto allo scopo di promuovere nuovi traffici oltre quello dei container e attività a valore aggiunto reddituale e occupazionale, e includendovi una collocazione, finalmente sicura per la città e per il porto, dei depositi dei prodotti chimici, i quali – a proposito di futuro – continuano a calare insieme al petrolio, rispettivamente -15% e -14%.

Una pessima proiezione del “polo chimico” che Bucci-Signorini vogliono a tutti i costi a Ponte Somalia al posto dei rotabili e dei lavoratori che vi operano. I “chimici” valgono solo lo 0,9% del tonnellaggio totale del porto, hanno il massimo margine di ricavo per il terminalista e il più basso valore aggiunto per il territorio, unito al maggiore indice di rischio ambientale.

Riccardo Degl’Innocenti

FATTI DI LIGURIA

Vocazione competitiva ligure. Servono idee

Come più volte ricordato in questa news, la Liguria ha perso la propria rotta e la spinta propulsiva in quanto soggetto economico e come comunità del lavoro nel momento in cui – nell’ultimo quarto del secolo scorso – andò definitivamente in crisi il modello novecentesco della grande industria partecipata dallo Stato; operante nei settori di base, esposti alla concorrenza del Paesi di Nuova Industrializzazione a basso costo del fattore lavoro.

Da quel momento le classi dirigenti locali, intorpidite da decenni in cui avevano lucrato comode rendite di posizione, andarono in tilt; venendo meno al loro compito di tracciare e battere sentieri d’uscita dall’impasse. Una fuga dalle responsabilità mimetizzata grazie a una serie di proposte fantasiose a scopo diversivo. Un florilegio di improvvidi trionfalismi: “essere il primo sistema portuale del Mediterraneo,” mentre l’immobilismo (eccetto Savona, e per una breve stagione) faceva scalare posizioni all’indietro nel ranking sud-europeo; “essere la capitale dell’hi-tech”, grazie all’estrazione di pubblico denaro a Erzelli (“Progetto Leonardo”) e Morego (IIT); “essere grande hub universitario”, mentre la bassa qualità didattica dell’Ateneo (a parte Ingegneria in alcuni insegnamenti e Conservatorio musicale) contrae il flusso di studenti fuori sede; “essere polo turistico”, a prescindere dalla fragilità delle nostre bellezze e pretendendo di supplire alle carenze di monumentalità con le cafonate alla red carpet (le passiere hollywoodiane). Qualche politico buontempone (spacciato per grande leader della Sinistra) arrivò a teorizzare le mirabilie dello “slow fish” (il pesce azzurro) come grande motore di attrattività economica. Intanto la crisi/declino avanzava, mentre qualche vox clamans in deserto propugnava l‘avvento di uno straccio di politica industriale a base regionale. Che – come ci insegnano i casi europei di successo – prende avvio da una discussione pubblica sulle possibili vocazioni competitive d’area, compatibili con il genius loci.

Il novembre scorso una delle figure imprenditoriali di spicco in Liguria – Tonino Gozzi, Ceo di Duferco – ha gettato sul tavolo un’idea finalmente coniugata con la concretezza: “Facendo appello all’ottimismo della volontà – penso che la soluzione possa essere trovata in un’invenzione di futuro che attualizzi il passato: negli ultimi cento anni Genova e la Liguria sono state la capitale italiana dell’energia: prima il carbone, poi il petrolio e per un breve periodo il nucleare. Perché non pensarci punto nodale della nuova sfida che dobbiamo affrontare come sistema-Paese? La transizione energetica. Qui ci sono le competenze, qui ci sono le imprese per candidarci ad essere protagonisti in una tale avventura che è anche imprenditoriale”.

Sinora non è giunto dalle istituzioni locali un benché minimo segno di interesse a tale proposta.

PFP

FATTI DI LIGURIA

L’appartenenza ligure è linguistica, non etnica

La parlata di una comunità è il prodotto storico in costante evoluzione della propria civiltà materiale.

L’idioma genovese e ligure registra nel suo vocabolario i lasciti e le usucapioni di vicende millenarie di lunga durata come connotati storici di appartenenza. Idioma e non dialetto, visto che l’elevato scarto linguistico tra il Genovese e l’Italiano-Toscano ne conferma l’alta specificità, paragonabile a quello che intercorre tra due lingue romanze universalmente considerate autonome, come Catalano e Spagnolo. Specificità riscontrabili già a livello dell’alfabeto (quello ligure si compone di 24 lettere, due dittonghi ae e oeu, più la û lombarda). Dunque una lingua neolatina che emerge compiutamente già durante il XII secolo; come risulta dal testamento di tal Raimondo Pietenado, databile attorno al 1156, in cui le espressioni in volgare evidenziano una raggiunta autonomia. Una storia millenaria che incorpora nel suo lessico le tracce di innumerevoli incroci: mandillu, per fazzoletto, deriva dal tardo greco matélion (attestato nel medioevo nella forma mandili) è il retaggio della presenza bizantina nel porto genovese almeno fino al 590 d.C.; darsena (dar as-sina’a, casa delle costruzioni) è solo uno dei tanti arabismi che testimoniano gli infiniti scambi tra le comunità sulle due sponde del Mediterraneo; l’uso del termine besugo per una persona non troppo sveglia conferma i rapporti con la penisola iberica, dove si denomina in tal modo il pagaro d’altura. E così via, per arrivare all’Ottocento e agli scambi con la popolosa comunità inglese, evidenziata dall’espressione marittima “fa’ tamberlocche” per cadere, dall’omofono “to tumble”.

Come scrisse Ludwig Wittgenstein, “la nostra lingua è come una vecchia città. Un labirinto di viuzze e di larghi, di case vecchie e nuove, di palazzi ampliati in epoche diverse e, intorno, la cintura di nuovi quartieri periferici, le strade rettilinee, regolari, i caseggiati tutti uguali. Rappresentarsi una lingua significa rappresentarsi una forma di vita. Una lingua è un organismo vivente”.

Dunque, il lessico come riprova di un approccio all’altro che vien da fuori nelle modalità dell’accoglienza aperta, curiosa e – soprattutto – ricettiva nei due sensi. Eredità iscritta nella cultura e nella mentalità che dovrebbe smascherare come novità incompatibili con lo spirito genovese e ligure le chiusure razziste e xenofobe. Notando – ad esempio – che ci sono ragazze nella locale comunità cinese che parlano la lingua dei nostri vecchi come e meglio di Gilberto Govi.

Tenendo sempre ben conto dei due criteri su cui basare l’appartenenza: quello reazionario del sangue e quello progressista della parlata. Nella civile e inclusiva Barcellona, oggetto di consistenti migrazioni interne specie dal sud andaluso, sei catalano se parli catalano. “Catalanoparlant”, uno di loro, Mica per il colore dell’epidermide.

PFP

FATTI DI LIGURIA

Gli anziani in Liguria, oltre la perniciosa cultura dello scarto

La Liguria è in piena rivoluzione demografica: si allunga l’età della vita, si riducono le nascite, la popolazione invecchia. La nostra regione anticipa le tendenze della vecchia Europa, mentre in altre parti del mondo accade il contrario: dal 1970 a oggi la popolazione mondiale è raddoppiata, a Genova è diminuita di 200 mila abitanti. Nel 2050 l’età media in Nigeria sarà di 22 anni, a Genova di 53. Il problema non è che gli anziani sono troppi – anche in Africa le persone vivono più a lungo – ma che i giovani sono troppo pochi. Servono quindi politiche di sostegno alla natalità e buone politiche migratorie, senza le quali la situazione diventerà insostenibile.

Per quanto riguarda i “nuovi anziani”, sono una categoria per nulla omogenea. La vecchiaia è una nuova stagione della vita, in cui si può ancora progettare il futuro, se si ha la salute e una situazione economica discreta. Nel nostro Paese si invecchia anche bene, anche se non c’è nessuna politica che faccia percepire gli anziani come una risorsa presente e futura. Diverso è il caso di chi è povero: in questo caso dovrebbe intervenire il welfare, per contrastare – anche in questo campo – le diseguaglianze. Il tema degli anziani non può quindi essere ridotto al problema sanitario, o meglio diventa un problema sanitario nella fase ultima della non autosufficienza. Questa è la nuova frontiera, che porta da una vecchiaia tutto sommato bella a una vecchiaia brutta. Servono, quindi, anche nuove politiche sociosanitarie per i non autosufficienti, per garantire loro la permanenza nella propria casa e la prossimità alla famiglia.

Purtroppo in Liguria siamo ancora dentro alla vecchia cultura dello “scarto”: “Persone non più utili allo sforzo produttivo del Paese” (Giovanni Toti). Come tali da “depositare” in una struttura protetta. Ma l’istituzione Rsa è fallita, prima se ne prende atto e meglio è: il Covid ce lo ha dimostrato. Dobbiamo passare dalla centralità della Rsa alla centralità della casa. Serve una visione diversa del welfare locale che consenta alle persone anziane – e, aggiungo, disabili – di non dover abbandonare la casa, organizzando in modo diverso i servizi socio-sanitari sul territorio e potenziandoli. Oggi l’assistenza domiciliare integrata (Adi) copre solo l’1 per cento delle persone anziane. Una percentuale scandalosa. Ma con i fondi europei – per la telemedicina e per un investimento straordinario che avvii l’ampliamento dell’offerta di servizi di supporto a domicilio e crei così anche molti posti di lavoro – l’alternativa a quei “non luoghi” che sono gli istituti sarebbe possibile.

C’è, infine, un’altra riflessione da fare: come evitare il conflitto generazionale? Come garantire nuove relazioni tra i giovani e gli anziani? Si tratta di una questione sociale e culturale di grande rilievo, di cui parleremo nel prossimo numero.

GP

 FATTI DI LIGURIA PONENTE

Italia Nostra per il rilancio a Ponente

Sabato 29 gennaio a Bordighera, con una assemblea aperta a cittadine e cittadini della provincia di Imperia, si è dato vita alla sezione del Ponente Ligure di Italia Nostra; Italia Nostra a livello nazionale conta 200 sezioni e 10.000 soci; in Liguria esistono 5 sezioni (nello spezzino, a Genova e nel savonese), ora si aggiunge il Ponente ligure, coprendo così tutto il territorio regionale.

Un coinvolgimento consapevole, fortemente voluto da cittadine e cittadini, in un sodalizio nazionale, strutturato e autorevole: l’appartenenza a Italia Nostra consentirà di avere accesso a collaborazioni e risorse di una comunità più ampia e di grande esperienza portando così la voce del Ponente Ligure sull’ambiente e sulla cultura in regione e in ambito nazionale.

La storia, i valori, il prestigio e la coerenza di questa associazione rappresentano garanzie di qualità e lungimiranza: la tutela del paesaggio, del patrimonio storico ed artistico e dell’ambiente; la difesa dell’interesse pubblico e della opportunità di uso collettivo dei beni comuni; la creazione di una rete dinamica di competenze e collaborazioni. Principi generali, ma anche obiettivi specifici locali e ben delineati nel programma della nuova sezione ponentina, che ha avuto il placet e l’apprezzamento (una laurea con lode!) degli organismi dirigenti nazionali.

Partendo dai tanti segnali di degrado del nostro territorio, di speculazione, di uso scriteriato e di consumo abnorme, di indifferenza amministrativa (tante volte denunciati), sono delineati cinque grandi obiettivi, cui si accompagnano azioni concrete e già individuate, dalla salvaguardia del territorio fragile, alla difesa del verde urbano, al valore identitario del patrimonio storico e dei centri storici, al valore dell’entroterra, alle azioni di contrasto all’emergenza climatica

Il Ponente Ligure ha un grande patrimonio naturalistico – mare, litorale, fiumi, giardini, parchi, sentieri, aree montagnose, biodiversità, oasi di fauna selvatica, Santuario dei Cetacei. Ma negli ultimi decenni il territorio è stato “aggredito” dalla eccessiva speculazione edilizia e continua ad esserlo, nonostante la evidente fragilità. La costa, seppure tra le più portualizzate d’Italia con il doppio danno di cementificazione e sottrazione alla fruizione pubblica, è tuttora interessata da nuovi progetti portuali. Nei centri urbani non è cresciuta quella cultura del verde cittadino necessaria alla qualità della vita, anzi le zone di verde esistenti sono costantemente minacciate.

Il patrimonio storico, artistico, culturale e botanico deve essere preservato da operazioni speculative di mera privatizzazione, lavorando in sinergia con tutti i soggetti interessati alla loro valorizzazione e alla fruizione pubblica, promuovendo il concetto di “Comunità di Patrimonio”.

Questo è davvero un “paesaggio culturale” nel suo insieme, da conoscere e valorizzare e su cui far nascere una nuova visione di futuro, un territorio invece messo in pericolo dall’esagerato consumo di suolo che lo caratterizza tra i valori peggiori in Italia.

DC

FATTI DI LIGURIA

Nominare il femminile

Affrontare il tema del linguaggio con le sue tante declinazioni (e implicazioni) non è questione banale o superata. Anzi è assai discussa e va complicandosi alla luce del dibattito sulle diverse soggettività.

Dico subito che parto dal presupposto che sia necessario usare il linguaggio nominando il maschile e il femminile: nominare la differenza tra uomo e donna è dare cittadinanza, riconoscere e riconoscersi, farsi soggetto, conquistare consapevolezza e valore.

La parola genera identità e nel tempo, nella società, nelle istituzioni, nel lavoro e in politica per le donne è stato (è ancora) un percorso lungo.

Si usa nel linguaggio corrente il neutro maschile che include anche il femminile; parlare invece di tutti e tutte, formare all’uso dei due generi grammaticali, fare attenzione a un linguaggio rispettoso delle differenze è una scelta per un modello paritario e un immaginario non discriminatorio, al di là di ogni semplificazione che porta a ignorare le motivazioni di sostanza già chiarite dalla studiosa Alma Sabatini nel 1987 sulla rappresentazione delle donne nel linguaggio ne “Il sessismo nella lingua italiana”. Cecilia Robustelli, ordinaria di Linguistica italiana all’Università di Modena e Reggio Emilia che collabora con l’Accademia della Crusca, ribadisce ancora oggi che è “fondamentale nella lingua italiana nominare donne e uomini con termini maschili e femminili e usare al femminile anche i termini che indicano ruoli istituzionali e professionali di genere femminile…”

La grammatica italiana ha le sue soluzioni!

Ma il tema è soprattutto culturale e politico. “Parlare non è mai neutro” (“Letteralmente femminista”, Edizioni Punto Rosso) da sempre sostiene Monica Lanfranco giornalista e formatrice femminista, che su questo (e altro) si è ancora recentemente confrontata su Micromega con il nostro Pierfranco Pellizzetti. “Proviamo a riflettere sulla neutralità del linguaggio e su come la sua non sessuazione, il non dichiarare il maschile e il femminile includendo quest’ultimo nel neutro sia una porta aperta sul sessismo”, poiché la parola costruisce il pensiero.

Perché ancora questa resistenza a nominare il femminile, soprattutto alcuni termini di professioni, nascondendosi dietro un divertito gioco di cacofonie o di caricature? È ancora una partita aperta, si va addirittura oltre di fronte a nuove sfide portate da chi legittimamente non si riconosce in una appartenenza al maschile o al femminile, superando la definizione binaria del sesso proprio sul tema del linguaggio e proponendo a mio avviso soluzioni confuse o pasticciate.

Mi pare riassuma bene Rosanna Marcodoppido su Noi Donne: “C’è bisogno di nuove nominazioni che comprendano tutte le differenze in cui si articolano i soggetti che siamo, ma, ripeto, alla parola donna ormai liberata dalle gabbie identitarie patriarcali e risignificata io non intendo rinunciare. Come non intendo essere di nuovo cancellata da regole grammaticali sessiste e concettualmente sbagliate. La ricerca delle soluzioni giuste è opera complessa che ha bisogno di confronti sereni e di tempo, non di schieramenti e reciproche delegittimazioni”.

Già, in fondo stiamo parlando di donne, “la rivoluzione più lunga”!

DC

FATTI DI LIGURIA

La solitudine, nuovo contagio ligure

Hikikomori: ecco una parola giapponese destinata a diventare familiare anche in Italia e in Liguria in modo particolare. In giapponese significa letteralmente ‘stare fuori, in disparte, isolarsi’. Nella moderna società nipponica si riferisce a quanti – prevalentemente adolescenti e prevalentemente maschi – scelgono di appartarsi da ogni forma di vita sociale, rifugiandosi in condizioni estreme e volontarie di isolamento e confinamento.

Si tratta di una difficoltà adattiva, anche se non di una vera e propria patologia, che trasforma chi ne è vittima in un ‘ritirato sociale’: un soggetto che vive chiuso nella propria stanza, rinunciando alle attività esterne, alle uscite con gli amici, a ogni forma di relazione sociale diretta, preferendo affidare la propria esistenza a un mondo parallelo, virtuale: quello della rete, fatto di chat, giochi on line, film in streaming, contenuti pornografici. Un computer e uno smartphone bastano loro per estraniarsi da una realtà ’esterna’ che vivono come ostile, oppressiva, sempre pronta a mettere a nudo le loro fragilità.

Quello che sembrava un fenomeno estraneo alla nostra cultura, sta ora diffondendosi – alla pari di un virus – anche nelle società occidentali. Il problema hikikomori e delle relative forme di dipendenza esiste ormai in Italia e in Liguria, al punto di destare l’attenzione dei SerT, i quali stimano l’esistenza in Liguria di almeno un migliaio di ‘ritirati sociali’, fenomeno in crescita da noi e del quale sono vittime – in primo luogo – giovani adolescenti o anche pre-adolescenti, ma – in secondo luogo – le stesse famiglie messe di fronte a un fenomeno nuovo e in gran parte ingovernabile attraverso i tradizionali metodi educativi. Si è così formata in Italia una associazione dei genitori di giovani hikikomori, di cui è espressione una sezione ligure molto attiva, in collaborazione con le aziende sanitarie liguri che vanno attrezzandosi per l’istituzione di appositi ‘sportelli per le nuove dipendenze’. Il fenomeno è tanto più pericoloso, in quanto radicato nell’invisibilità sociale e nel fatto che le stesse famiglie stentano a denunciarlo. Ad aggravarne la portata è sopraggiunta la pandemia con l’isolamento cui tutti siamo stati obbligati: i lockdown, il venir meno di gran parte delle occasioni di contatto personale che costituiscono la vera alternativa all’auto esclusione dalla vita sociale.

In Liguria il problema dei giovani e giovanissimi hikikomori è reso ancora più grave – questo preme sottolineare – dalla circostanza, ben nota, che vede la nostra regione come la più vecchia a livello nazionale ed europeo: davvero la Liguria ‘non è un paese per giovani’. Uscito dalla beata condizione infantile, l’adolescente si trova a doversi misurare con realtà ‘ a misura di anziano’ che non solo lo svalutano ma spesso lo ignorano. Dalla constatazione di questa ostilità sostanziale – anche se non formale: ogni giorno si sentono invocare i mitici ‘ giovani’, purché non li si riconosca in quelli reali – nasce, nei più risoluti, la decisione di andarsene. Ma può nascere in molti – più spesso di quanto non vogliamo immaginare – la scelta di isolarsi, di fare della difficoltà adattiva la ragione per esiliarsi tra le pareti della propria stanza, in quel seducente mondo virtuale che – lui sì – mostra di riconoscerci.

Di fronte a questo grave fenomeno, desta non lieve preoccupazione la drammatica assenza, nei programmi dei partiti locali, di progetti, proposte, politiche il cui obiettivo sia quello di impedire la trasformazione dei nostri giovani in una folla ‘anomica’ di ritirati dalla società.

MM

FATTI DI LIGURIA

1921: le acque chiare e le acque scure della Storia

Si intitola “Mille Novecento Ventuno. La porta del XX secolo”: è un video progettato e realizzato dall’assessorato alla Cultura della Regione Liguria e dal Teatro Nazionale di Genova. Negli ultimi giorni del 2021 è stato proiettato nelle principali piazze liguri e donato alle scuole. Gli autori premettono, all’inizio, che “gli stimoli, gli eventi e le svolte del 1921” fanno sì che l’anno vada considerato “il vero inizio del XX secolo”, “l’anno chiave che determina la nostra contemporaneità”: “siamo tutti debitori” del 1921.

A tal fine si citano Pirandello, Chaplin, il Bauhaus, Picasso, Wittgenstein, Freud, Puccini. In pochi secondi si ricorda anche che il 1921 fu l’anno della nascita del partito comunista in Italia, del partito nazionalsocialista in Germania (che in realtà nacque nel 1920) e del partito fascista in Italia.

Che il 1921 e in genere gli anni tra il dopoguerra e il 1929 siano stati anni di profondo rinnovamento culturale e artistico non c’è dubbio. Fu una grande fioritura: la ricerca si svolse sotto il segno dell’abbandono critico dei valori morali, civili e formali della tradizione e della crisi del rapporto tra individuo e società. La “Recherche” proustiana apparve tra il 1919 e il 1927, l’”Ulysses” di Joyce nel 1922, “La montagna incantata” di Mann nel 1924, “Il processo” di Kafka nel 1925. Nel cinema Lang girò “Il dottor Mabuse” nel 1922, Ėjzenštejn “La corazzata Potëmkin” nel 1925. L’arte e la cultura contemporanee si alimentano ancora dalle fonti del primo dopoguerra. Anche se va aggiunto che una serie di intellettuali, al di là delle loro intenzioni, cantarono il de profundis all’idea di progresso e seminarono pessimismo: Spengler, tra il 1918 e il 1922, pubblicò un’opera in cui sosteneva l’inevitabile decadenza dell’Occidente, mentre negli anni Venti Ortega Y Gasset criticava la “ribellione delle masse” che pretendevano di soppiantare la guida delle élites. Un contesto culturale in cui i regimi totalitari ascesero al potere agitando i loro messaggi di “rigenerazione”.

Furono anni di profondi sommovimenti sociali e ideali e di difficoltà economiche. In alcuni Paesi, dove le tradizioni liberali erano più forti, la crisi del dopoguerra fu superata senza gravi danni alle strutture politiche liberal-democratiche: fu così in Inghilterra e in Francia. Ma non in Germania e in Italia. Il 1921 fu un anno chiave per l’affermazione del nazismo e del fascismo, le due feroci dittature che portarono alla seconda guerra mondiale e all’Olocausto. In Italia, fin dai primi mesi del 1921, non passò giorno senza una Camera del Lavoro incendiata, una cooperativa saccheggiata, dirigenti antifascisti uccisi, picchiati, “banditi” dalle loro città. Con l’omertà e la complicità dell’esercito e dell’esecutivo. In Liguria l’inizio fu alla Spezia, il 27 febbraio, con l’assalto alla Camera del Lavoro e l’uccisione, il giorno dopo, di un anarchico. Da allora fu uno stillicidio: dalla strage di via Torino alla Spezia il 16 maggio alla distruzione della Camera del Lavoro di Sestri Ponente tra il 4 e il 5 luglio, fino alla spedizione punitiva, respinta, del 21 luglio a Sarzana, e alle tante violenze successive.

Il 1921 non fu solo l’anno della fioritura dell’arte, fu anche e soprattutto l’anno della “brutalizzazione della politica”: l’avvento del fascismo non come conseguenza delle violenze “rosse”, ma come prodotto delle tendenze eversive e antipopolari dello Stato italiano. Anche in questo senso siamo “debitori del 1921”: nel senso che iniziò una tragedia.

La storia è un immenso fiume in cui scorrono insieme acque limpide e acque terribilmente torbide. Senza fare i conti con queste ultime, gli uomini del presente non possono comprendere quali vie seguire.

GP

FATTI DI LIGURIA

Lettera aperta a ragazze e ragazzi di “Genova che osa”

Care amiche, cari amici,

come noto, noi de La Voce del Circolo Pertini abbiamo sostenuto la vostra iniziativa di venerdì 21 scorso del presidio genovese in largo Eros Lanfranco, indetto contro l’ipotesi della candidatura di Silvio Berlusconi a Presidente della Repubblica; che ha richiamato un centinaio di presenzialisti abituali alle manifestazioni che da decenni vengono indette per denunciare le ricorrenti malefatte di questa Destra inguardabile. E lo abbiamo fatto pur convinti che la specifica ipotesi contro cui il 21 scorso ci invitavate a protestare era ormai destituita di fondamento. Un fantoccio polemico, abbandonato al proprio destino dagli stessi capataz dell’attuale Destra suprematista, sovranista, xenofoba e – pure – opportunista.

Quanto ci spinse a partecipare, andando contro le nostre stesse valutazioni, era la presa d’atto che la vostra risulta l’unica iniziativa pubblica in questa fase di avvicinamento alla prossima scadenza amministrativa genovese. Nella convinzione che l’opposizione all’attuale maggioranza di Tursi si sta preparando all’appuntamento nel peggiore dei modi possibili. Intanto abbiamo notato che buona metà della dirigenza PD – tuttora il maggiore serbatoio dei voti di sinistra – aveva disertato il vostro invito. Annuncio della perfetta coazione a ripetere dei pasticci combinati nella precedente campagna amministrativa (allora regionale) che spianarono a Giovanni Toti il cammino verso il trionfo: mettere in campo una lista di presunta alternativa a un solo mese dell’andata alle urne. E perché? Allora come ora per consentire a un ristretto numero di presidiatori di organigrammi autoreferenziali di ridurre l’elaborazione strategica all’individuazione del nome di un candidato, che non creasse/crei turbative negli equilibri interni di organizzazioni gusci vuoti.

Da qui il primo punto della riflessione che vi proponiamo: ha senso ripercorrere questi riti inutili e riconoscere titoli ingiustificati a parassiti del consenso, confermati da lunghe liste di fallimenti?

Secondo: non sarebbe ora di organizzare cabine di regia della politica locale in modi diversi, in grado di rivitalizzare una pubblica opinione sfiduciata e mettere da parte i reduci di cento naufragi?

Terzo: non ̬ giunto il momento di affrontare la questione morale nella politica ligure a sinistra denunciandone consociativismi e affarismi, che rendono poco credibile presentarsi come alternativa alla Destra; e Рdi conseguenza Рaccantonare i personaggi compromessi?

Quarto: non sarebbe il caso di aggiornare analisi e proposte in senso critico e propositivo? Ossia le tre questioni dimenticate: 1) quale aggregazione sociale può portare alla vittoria un’alternativa a Marco Bucci; 2) quali sono le scelte strategiche di rilancio socio-economico di Genova in declino; 3) come costruire comunicativamente e aggregare organizzativamente un consenso rinnovato.

Ciò sapendo che il duo Bucci-Toti esprime una teoria sociale (il blocco di abbienti e impauriti), un paradigma economico di riferimento (mercificazione a tappeto) e sperimentate pratiche di conquista del sistema informativo/mediatico (colonizzazione con i soldi pubblici).

Sapendo anche – alla Nanni Moretti – che “con gli attuali manovratori non vinceremo mai”.

PFP

FATTI DI LIGURIA

La Costituzione italiana calpestata tra La Spezia e il Senegal

“Finché c’è guerra c’è speranza” è un film del 1974 diretto e interpretato da uno straordinario Alberto Sordi. È la storia di un trafficante d’armi che, di fronte allo sdegno della famiglia per la scoperta del suo lavoro, le offre la scelta tra rinunciare a privilegi economici che derivano da quel mestiere oppure continuare così. E ovviamente moglie e figli scelgono la seconda ipotesi. Un film comico ma di denuncia che meriterebbe di essere rivisto, perché assolutamente attuale. La morale è che finché si producono armi, ci saranno sempre guerre, soprattutto tra Paesi poveri e instabili. Un’equazione che non fa una grinza e che purtroppo quasi quotidianamente si ripresenta. Con un’Italia che in Iraq, in Yemen, in Egitto, in Libia e nelle zone più calde del pianeta perennemente in fase bellica dominati dai signori della guerra, commercia stabilmente. Alla faccia della Costituzione. Uno degli ultimi casi è rappresentato dal sequestro in Senegal di un grosso quantitativo di munizioni italiane prodotti dalla Fiocchi di Lecco. Tre container per un valore di cinque milioni di euro, passato, inspiegabilmente si fa per dire, tra le maglie della Dogana spezzina, e imbarcati sulla nave cargo Eolika battente bandiera della Guyana, e teoricamente diretta nella Repubblica Dominicana. Teoricamente, ripeto, perché spesso questi carichi vengono poi dirottati su natanti di organizzazioni criminali al di fuori di qualsiasi controllo. Ora, ottenere il permesso di esportare armi, sarebbe più difficile del famoso cammello che passa per la cruna di un ago. Questa segnalazione ha il compito non solo di portare all’attenzione dei lettori questo fatto che puzza di marcio, ma anche quello di invitare gli organi competenti (v. Procura della Repubblica, Capitaneria di Porto, etc.) a indagare se questa esportazione abbia i requisiti previsti per legge. Tra cui quelli concessi dall’autorità nazionale UAMA (Unità per le autorizzazioni dei materiali d’armamento) istituita a tale scopo nel 2012 sotto l’egida del Ministero degli Esteri. È detto testualmente all’art. 5 che “Le richieste delle società all’Autorità nazionale UAMA volte ad ottenere licenze di esportazione di materiali d’armamento, sono esaminate in modo rigoroso ed articolato, caso per caso, sulla base della normativa nazionale ed internazionale”. E che autorizzazioni all’export verso paesi extra UE-Nato, comportano altri e più stretti controlli e permessi, coinvolgendo diversi ministeri e istituzioni internazionali. Tutto questo è stato fatto? Numerosi associazioni, dalla Rete Italiana Pace e Disarmo, ad Arci locali, da Legambiente e a tante altre di carattere culturale e sociale, hanno chiesto che sia fatta luce su questa ennesima violenza alla Costituzione italiana. Noi ci uniamo a queste voci, e che la loro e la nostra legittima suspicione sia suffragata da serie e immediate indagini. Se vi sono responsabilità, vengano individuate e colpite, senza remore, o peggio, collusioni. Sbavare democrazia e rispetto della Costituzione e delle leggi, senza agire di conseguenza è un insulto alle regole del vivere civile. Se sapere è nostro diritto, indagare è dovere delle istituzioni.

CAM