Numero 20, 15 gennaio 2022

uno strumento di contro-informazione per il dibattito pubblico ligure

LA VOCE DEL CIRCOLO PERTINI

Numero 20, 15 gennaio 2022

PILLOLE

Imperia maglia nera, si salva solo per il bel tempo

Da Sanremonews del 13 dicembre: la classifica de il Sole 24 ore colloca la provincia di Imperia al 77° posto nazionale per qualità della vita; con Genova al 26°, La Spezia 42° e Savona 44°. Un risultato non certo lusinghiero derivante dalla concomitanza di fattori negativi: dalla seconda posizione dopo Nuoro per ore di Cassa Integrazione al 104° piazzamento su 107 alla voce “demografia-sanità-salute”; 103° per “giustizia e sicurezza”. L’unico dato positivo emergente dal confronto nazionale è la qualità del clima. Come commento la Voce (dCP) si limita a una domanda d’ordine generale: quanto l’inarrestabile declino imperiese dipende dall’egemonia d’area di uno degli ultimi sopravvissuti nella genia dei city-boss di Prima Repubblica? Ossia, l’antico proconsole tavianeo Claudio Scajola.

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Consiglio Comunale genovese: i renziani cercano strapuntini

Fratelli d’Italia, Forza Italia, Italia Viva: povera Italia: se non zuppa pan bagnato. Già dal 2010, quando il bulletto di Rignano incontrò il Berlusca e costui disse poi che il ragazzotto gli somigliava. Ora ecco i due consiglieri comunali genovesi renziani, destinati a uscire dalla porta in fregola di rientrare dalla finestra di Tursi, quella a destra. Ci provano salvando la maggioranza priva del numero legale per approvare il bilancio dell’Ente. Mauro Avvenente, in teoria minoranza d’opposizione, ha dichiarato “presente!” se stesso e il collega Salemi, così facendo passare il voto sul bilancio. Già proni (pronti, pardòn) in cambio, a rimanere in sella. Quando la destra è destra, scelta legittima. Ma quando non si mostra per quel che è, il rispetto per l’avversario cede il posto a un anti emetico.

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Scajola misirizzi, giocattolo a propria insaputa

 La vista dall’appartamento romano “a sua insaputa” di Scajola

Così Claudio Scajola è il nuovo presidente della provincia di Imperia. Speriamo glielo abbiano detto, e non si ritrovi con l’incarico “a sua insaputa” come per l’appartamento romano. Fatto per il quale è stato assolto con sentenza da annali della giurisprudenza: “non è inverosimile ipotizzare che Balducci, una volta richiesto da Scajola di aiutarlo a trovare un’abitazione possa aver pensato di sfruttare quella situazione, in vista di eventuali richieste di favori all’allora ministro”. Ora il Nostro si ritrova presidente di un ente che doveva essere cancellato già da 50 anni, con il pedigree di condannato in via definitiva a 2 anni per il caso Matacena, che in altri 11 processi è stato archiviato 6 volte e 3 volte prescritto. Scajola il “misirizzi”, che se sbilanciato recupera subito la posizione.

EDITORIALI

Sarzana: delirio a Natale (film drammatico-comico già visto). Una storia sanitaria

Antefatto: Il personale sanitario arriva a Natale stremato da quasi due anni di pandemia e gestione dei pazienti con grave insufficienza respiratoria. Da qualche mese hanno chiuso la vicina Rianimazione, per cui si trattano solo casi meno gravi.

La Storia. Il 24 dicembre alle 9 di mattina, all’ improvviso, arriva l’ordine di trasferire tutti i pazienti ricoverati o di dimetterli entro le 14. Da giorni si lavora con metà ricoverati, ma nessun preavviso organizzativo è arrivato il giorno prima e il personale presente è quello della routine. L’ordine prevede che dalle 14 si facciano solo ricoveri di pazienti contagiosi.

2 infermieri, 1 Oss, la caposala, 1 medico di turno e 1 in aiuto volontario si fanno 13 ricoveri con tutte le precauzioni per non contagiarsi. Ma non basta, viene anche ordinato a loro di fare l’accesso diretto e il triage di tutti i positivi, decidere se possono andare a casa con la terapia o il ricovero, dato che non esiste un PS sporco e non esiste un triage per questa malattia contagiosa.

La notte nel reparto restano i soli 2 infermieri di turno. Tutto questo continua a Natale e a S. Stefano, quando la sera, all’improvviso, viene aperto un altro reparto per questi pazienti. Sono chiamati 2 infermieri reperibili ma nel reparto non c’è nulla e il personale buttato non ha le credenziali nemmeno per i pc. I presidi, i farmaci etc. vengono dati dal primo reparto, lavoro possibile visto che hanno nulla da fare. Comunque questo nuovo reparto, 15 posti letto, viene riempito di personale e la notte successiva vi sono 3 infermieri e 1 Oss.

Contemporaneamente Blocco Operatorio e reparto chirurgico vengono chiusi e il personale schizza a destra e a manca nei vari reparti e servizi che vengono aperti e richiusi e riaperti organizzandoli con una disposizione verbale che cambia a volte anche nella stessa giornata cambiando turni e orari di servizio in barba ai problemi e all’organizzazione famigliare.

Nel frattempo nelle hub vaccinali intervengono i carabinieri, in PS non ci sono medici e si ordina ai chirurghi generali di sostituirli, la pediatria diventa del Gaslini e si prendono pediatri e ginecologi da cooperative e, si mormora, anche medici per il Pronto soccorso, perché i due P.S. di La Spezia e Sarzana non garantiscono più i turni.

Gli anestesisti se ne vanno e dal concorso regionale NULLA.

L’ attività chirurgica verrà venduta a privati o accentrata a Genova, come avevano già deciso per i “grossi” interventi di chirurgia generale? O entrambe le ipotesi?

Questa è la splendida organizzazione tedesca.

Comunque un imponente ospedale NUOVO si farà, chiudendo molto di quello che ora esiste. Molto probabilmente, stante la situazione, pure l’ospedale di Sarzana il cui personale e servizi serviranno per gestire, peraltro parzialmente, l’imponente nuova struttura su cui graverà l’ombra del peso dell’insostenibile debito venticinquennale col privato.

Pierangelo Canessa e Valter Chiappini

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Al nostro posto

Per il secondo anno la Voce (del Circolo Pertini) torna a offrire ai liguri la sua opera di scandaglio nei mari perigliosi della vita pubblica locale. L’esercizio critico di orientare giudizi a costante rischio di depistaggio da parte delle fumisterie illusionistiche di un potere che si regge sull’uso del falso. Chi l’anno scorso ha letto le nostre mail sa che solo questo è il senso del volontariato della Voce. Ci auguriamo che altri amici lo seguano. Noi siamo qui, al nostro posto. Come scrisse Norberto Bobbio a proposito di un ragazzino torinese morto a venticinque anni per i pestaggi delle squadracce fasciste: “l’agire politico è regolato non dall’etica della responsabilità ma dell’etica dell’intenzione, dell’io sto qui e non posso altrimenti”. E molte sono le analogie con quanto accadde esattamente un secolo fa. Anche se la tragedia, una volta riproposta, scivola sovente nella farsa: un potere arrogante che tende al ridicolo, la cui unica contrapposizione attualmente in campo è quella dei reduci sfiniti, inermi e un po’ tristi del potere precedente. Potremmo definirli, “quelli che non hanno imparato niente, che non hanno dimenticato niente”. Perditempo nostalgici di un tempo e dei suoi riti che solo loro rimpiangono, screditati dall’aver consegnato il governo della nostra terra all’arroganza mistificatoria, che se appare anche risibile mantiene comunque un elevatissimo tasso di pericolosità. Sicché non è più tempo di giocare al gioco degli improbabili revival, ma impegnarsi seriamente in un’opera di rianimazione delle coscienze attraverso ciò che una piccola ebrea polacca considerava l’atto più rivoluzionario: “dire la verità”.

Bucci e Toti in monorotaia

Analogia per analogia, la situazione in cui siamo incagliati assomiglia pericolosamente a quanto Antonio Gramsci descriveva dal carcere ricorrendo alla metafora dell’interregno: “il vecchio sta morendo e il nuovo non riesce a nascere; e in questo interregno si manifesta una gran quantità di sintomi morbosi”. L’interminabile interregno che ci sta ammorbando ha i nomi e i volti dei due corpi estranei insediati nelle istituzioni pubbliche liguri: il presidente della Regione Giovanni Toti e il sindaco genovese Marco Bucci. L’imbonitore con vocazione ad assecondare l’affarismo e il fanatico convinto di essere il messia della luce chiamata “metodo Genova” (il falso efficientismo del “non disturbare il manovratore” che confonde il risultato ottimale con la fretta). Il mix di Nuova Destra, con l’aggiunta del trasformista Pierluigi Peracchini alla riconquista del comune della Spezia.

Oggi il Torquemada di Tursi si prepara a essere rieletto sindaco per no contest (per mancanza di avversario) attraverso l’uso dimostrativo dell’azione calpestando tutto ciò che rende civile la vita pubblica (regole democratiche, priorità del bene collettivo, rispetto dell’ambiente); devastando l’ospedale Galliera al servizio della speculazione immobiliare e collocando a Sampierdarena una bomba chimica per assecondare diktat privatistici di un imprenditore ben noto all’ufficio.

Ora l’intenzione che deve guidarci è creare le condizioni per una campagna di liberazione dai due corpi estranei; incapaci di capire la fragilità dell’impareggiabile bellezza ligure, che Toti pretende di assoggettare alla mercificazione da estetica berlusconiana dei red carpet e Bucci sottomettere a una caricatura manageriale dell’Americano a Roma, alla Alberto Sordi.

Dunque, la controinformazione per il giudizio informato che rifonda la civica democrazia; mettendo a fuoco tre questioni ineludibili quanto tuttora inevase:

  1. L’aggregazione sociale per battere l’attuale blocco egemone degli abbienti e degli impauriti;
  2. Le scelte strategiche per un rilancio d’area, coerenti con la specificità ligure e i suoi assets;
  3. Le mosse per rivitalizzare il civismo come prima risorsa per la liberazione da questa Destra.

Ci attende ancora una lunga marcia, che siamo pronti ad affrontare insieme a chi vuol farla con noi.

Buon 2022, buona lettura.

La redazione de “La Voce del Circolo Pertini”

Nicola Caprioni, Daniela Cassini, Angelo Ciani, Monica Faridone, Michele Marchesiello, Carlo A. Martigli, Giorgio Pagano, Pierfranco Pellizzetti

Hanno scritto per noi:

Andrea Agostini, Marco Aime, Franco Astengo, Enzo Barnabà, Maddalena Bartolini, Giorgio Beretta, Sandro Bertagna, Pierluigi Biagioni, Pieraldo Canessa, Alessandro Cavalli, Roberto Centi, Riccardo Degl’Innocenti, Battistina Dellepiane, Egildo Derchi, Marco De Silva, Erminia Federico, Maura Galli, Luca Garibaldi, Luca Gazzano, Valerio Gennaro, Antonio Gozzi, Santo Grammatico, Roberto Guarino, Monica Lanfranco, Giuseppe Pippo Marcenaro, Maurizio Michelini, Anna Maria Pagano, Paola Panzera, Marianna Pederzolli, Enrico Pignone, Bruno Piotti, Paolo Putrino, Bernardo Ratti, Ferruccio Sansa, Sergio Schintu, Mauro Solari, Giovanni Spalla, Angelo Spanò, Gianfranco Tripodo, Gianmarco Veruggio, Moreno Veschi, Franco Zunino.

LETTERE ALLA NEWS

Pubblichiamo un ampio stralcio del comunicato stampa emesso dagli amici spezzini il 12 gennaio scorso

La nave cargo Bahri Yanbu nel porto della Spezia carica d’armi

            Apprendiamo da fonti di stampa che la nave cargo saudita Bahri Yanbu, che lunedì ha fatto scalo al Terminal Container LSCT della Spezia, trasportava non solo materiali militari, ma con ogni probabilità anche esplosivi: «Sono più o meno dieci, carri armati senza i cingoli atti al movimento nel deserto. Sono mezzi daguerra: nonostante la fasciatura chirurgica si può scorgere la forma del cannone» – riporta una fonte del quotidiano “il Manifesto” allegando due foto e segnalando che «Sui ponti di coperta, come sempre, ci sono moltissimi contenitori con all’interno esplosivo. Lo usano poi per riempire gli involucri delle bombe. Imbarcati negli Stati Uniti».

            I veicoli provengono dal Canada, spediti dalla General Dinamic Land Systems, specializzata in mezzimilitari corazzati da combattimento e in carri armati. Sono destinati alla Royal Guard, la Guardia Reale della Monarchia assoluta islamica dell’Arabia Saudita. Si tratta di veicoli blindati su gomma APC (Armoured Personal Carrier, veicoli per trasporto truppe) modello LAV, fabbricati nello stabilimento di London, Ontario, dalla General Dynamics. Un rapporto di Project Ploughshares e Amnesty International dello scorso agosto documenta che questo tipo di veicoli è stato impiegato nella guerra in Yemen. Conflitto che è iniziato nel marzo del 2015 con l’intervento militare a guida saudita e, secondo l’ufficio delle Nazioni Unite UNDP, ha portato ad oltre 377mila vittime, dirette e indirette, tra cui la metà bambini al di sotto dei cinque anni.

            In porto alla Spezia, le operazioni di carico e scarico della nave cargo saudita Bahri Yanbu, arrivata lunedì mattina al Terminal Container LSCT (molo Garibaldi), hanno visto “un ingente dispiegamento diForze dell’ordine” che avrebbero assistito alle operazioni di carico di una “quarantina di casse di materiali, nello scalo da alcuni giorni, di cui non è stato reso noto né il contenuto né il mittente”.

            Dal nostro monitoraggio risulta inoltre che la nave cargo sia rimasta al Terminal Container del porto almeno otto ore (dalle 7.30 alle 15.30), un periodo di tempo che non si giustifica col semplice trasbordo di un elicottero per i Vigili del fuoco e il carico di una quarantina di casse.

            Il dispiegamento di Forze dell’ordine e il periodo di permanenza in porto sollevano nuovi interrogativi sia sul materiale imbarcato, sia soprattutto per quanto concerne il transito di materiali militari nei porti italiani in riferimento ai divieti stabiliti dalla legge n. 185 del 1990 e riguardo alle norme sulla sicurezza.

Reiteriamo alla Prefettura e alla Capitaneria di Porto-Guardia Costiera la richiesta in merito alla verifica delle disposizioni di legge riguardo al transito di materiali militari diretti a Paesi sottoposti alle misure di divieto di esportazione da parte della nave Bahri Yanbu. Ricordiamo che la legge n. 185 del 1990 vieta non solo l’esportazione, ma anche il transito di materiali militari “verso i Paesi in stato di conflitto armato” e “verso Paesi la cui politica contrasti con i princìpi dell’articolo 11 della Costituzione”.

Il Comunicato è promosso da: Accademia Apuana della Pace, ACLI (La Spezia), ARCI (La Spezia), Archivi della Resistenza-Circolo Bassignani, Associazione Culturale Mediterraneo (La Spezia), Associazione Amici di Padre Damarco, Associazione di solidarietà al popolo Saharawi (La Spezia), Cittadinanzattiva, Comitato Acquabenecomune (La Spezia), Gruppo di Azione Nonviolenta (La Spezia), Legambiente (La Spezia), Osservatorio permanente sulle armi leggere e le politiche di sicurezza e difesa (Brescia), Rifondazione Comunista (La Spezia), Weapon Watch (Genova)

Riceviamo dal Direttivo del Circolo Pertini di Sarzana

Il paradiso costa poco a Portovenere

Un angolo di Paradiso. Un uliveto a picco sul mare, sopra la grotta Byron, con vista sulla punta e la chiesa di San Pietro, a lato dell’antico castello dei Doria e del cimitero, cantato da Montale. Un sindaco lo mette in vendita per pochi soldi. Succede a Portovenere. In un’area dichiarata patrimonio universale dell’umanità dall’Unesco, all’interno del Parco Naturale in un territorio dove l’equilibrio tra la bellezza incredibile della

natura e i tesori archeologici e storici si basano su una compenetrazione unica. Un vecchio rudere di fabbricato, abbandonato da tempo immemore, 8920 mq di uliveto, sorretti da un muro a secco direttamente sul mare, opera ciclopica di massi a secco, che ricorda la tipicità di tanti muretti liguri, talmente bello da essere sopranominato “Giardino Pantesco”. Il sindaco Cozzani, un portaborse del presidente della Regione Liguria Toti, che lo ha assunto nel suo staff a 10.000 euro netti mensili e auto blu con autista, mette il tutto in vendita a cifre per le quali a Portovenere non si compra neppure un pollaio. Solo 66.000 euro (€ sessantaseimila).

In un paese come l’Italia dove la burocrazia è lenta, dove occorrono anni per un permesso. I favori alla speculazione sono invece velocissimi. L’atto di vendita è stato approvato nello stesso giorno dal consiglio comunale e dalla giunta di destra che mal(governa) Portovenere.

Questo sindaco venditore ha già venduto la villa Carassale nell’isola Palmaria, ora vorrebbe vendere le case ex militari passate al Comune, ha tentato di vendere persino un pezzo di un’antica strada medioevale.

D’altra parte fa come il suo capo, che sta tentando di svendere la sanità ligure a privati ben noti, o come i suoi colleghi della Spezia (nuovo terminal crociere), Lerici (cementificazione della baia) e Sarzana (svendita della colonia marina ex Olivetti). Lo sviluppo nella cultura della destra è sempre uno e uno solo: quello che gonfia i portafogli di pochi, svendendo beni di molti.

Domenica 9 gennaio sotto la chiesa di San Pietro eravamo in molti a dire a no a questo rischio di scempio. La petizione promossa dalle associazioni ambientaliste e dall’opposizione di centrosinistra ha già raccolto 35 mila firme.

Un primo risultato è stato ottenuto: la Soprintendenza per l’archeologia, le belle arti e il paesaggio della Liguria ha ricordato all’Amministrazione Comunale, in una lettera, che “gli immobili di proprietà pubblica aventi più di settanta anni sono sottoposti ope legis alle disposizioni di tutela fino a quando non sia stata effettuata la verifica dell’interesse culturale. Fino alla conclusione di tale procedimento i beni stessi sono inalienabili”.

La Soprintendenza ha segnalato che solo una piccola parte del compendio è stata sottoposta al parere. Il terreno in vendita, invece, non è stato ancora sottoposto a verifica dell’interesse culturale, per cui rientra nella casistica dei beni inalienabili, almeno sino al termine di questa procedura.

La logica conseguenza è l’interruzione del procedimento di asta pubblica, la prima cioè delle richieste della petizione. Rimangono le altre due richieste: il mantenimento della proprietà pubblica e l’avvio di un percorso partecipato per la migliore gestione dell’area.

Portovenere non è proprietà del sindaco mai dei cittadini e dell’intera umanità.

I promotori:

Legambiente La Spezia, Posidonia – Porto Venere, Movimento “Palmaria SI Masterplan NO!”, Murati Vivi – Marola, Legambiente Lerici, Coordinamento per il Parco Nazionale di Portofino, Delegazione Liguria WWF Italia, PortovenereTVB, LIPU La Spezia, Italia Nostra La Spezia, CAI Gruppo Regionale Liguria, Comitato Vivere bene la Macchia – Santo Stefano Magra, Comitato Vallesanta – Levanto, GRASP The Future – Gruppo progettante Laboratorio Palmaria, Libera La Spezia, Legambiente Val di Magra, Unione degli Studenti La Spezia, Spazi Fotografici aps

Comitato No Biodigestore Saliceti, Anuket aps, Blue-Life, Comitato Sarzana, che Botta!, Società di Mutuo Soccorso – Lerici, Federcasalinghe Liguria, Pro Natura Genova, Circolo Pertini – Sarzana, Comitato AcquaBeneComune

FATTI DI LIGURIA

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Le comunità contro la malagestione energetica

L’esplosione delle bollette del gas sta facendo emergere il conflitto tra i diversi interessi delle imprese. Una potente campagna mediatica insiste sulla realizzazione delle centrali nucleari e a gas, addebitando ogni colpa alle energie rinnovabili.

Le difficoltà delle aziende italiane sono serie e nessuno ha la bacchetta magica, perché si è in balia di dinamiche geopolitiche complicatissime. Di sicuro per le piccole e medie imprese e per le famiglie l’unico scenario che potrà davvero essere risolutivo è quello che porta alla riduzione dei consumi di gas, grazie alle alternative che oggi esistono nell’autoproduzione del solare, in modelli integrati di gestione efficiente di impianti e edifici, di accumulo dell’energia.

Questa prospettiva oggi è sempre più competitiva ma è avversata dalle grandi imprese che il gas invece lo estraggono, lo distribuiscono, lo trasformano in energia elettrica o che vogliono puntare sul nucleare. La lotta al cambiamento climatico e la sfida della decarbonizzazione finiscono in questo modo in soffitta, così come ogni problema di sicurezza del nucleare. 

È arrivato il momento di scegliere da che parte stare. Per i governi, per le imprese, ma anche per ciascuno di noi. Che cosa possiamo fare? La risposta sta nelle comunità energetiche: la modalità che consente di coinvolgere il maggior numero possibile di cittadini.

Le comunità energetiche sono soggetti giuridici autonomi composti da attori diversi, cittadini, imprese, enti e pubbliche amministrazioni che agiscono collettivamente con l’obiettivo di produrre, consumare e immagazzinare energia (autoconsumo) attraverso impianti locali secondo un modello basato sulla condivisione dei benefici sociali ed economici che ne derivano.

Non sono una novità nella storia: nel primo Novecento gruppi di famiglie di molti paesi crearono piccole centrali idroelettriche. Oggi si sta facendo con il solare.

L’idea, in Europa, è nata con la direttiva Renewable energy (Red) del 2018, recepita in Italia nel 2020 dal decreto Milleproroghe. Il decreto ha introdotto le definizioni di “autoconsumatori di energia rinnovabile che agiscono collettivamente” e “comunità di energia rinnovabili”.

Nel 2021 la spinta per la loro realizzazione è cresciuta: la Regione Liguria ha approvato una legge per promuoverle (anche se manca ancora il nuovo Piano energetico regionale) mentre il Pnrr ha destinato ai progetti per realizzarle un investimento di 2,2 miliardi.

L’Electricity market report 2021, realizzato dal Politecnico di Milano e da Energy & strategy group, ha analizzato 21 comunità energetiche e 12 gruppi di autoconsumo collettivo: la potenza media degli impianti delle comunità è di circa 48 KW e quella per l’autoconsumo di 32 KW.

Secondo uno studio di Elemens nel 2030 le comunità energetiche produrranno circa 17 GW di nuova potenza da rinnovabili, la stessa prodotta finora da parecchie centrali a carbone.

I vantaggi sono sia ambientali, perché l’energia rinnovabile non inquina, che economici, perché l’energia autoprodotta ha un prezzo più basso e perché quella non utilizzata viene immessa in rete e pagata.

In Liguria la sfida è di grande interesse per le città ma anche per i piccoli Comuni: per ridar vita, anche in questo modo, alla millenaria struttura territoriale caratterizzata da un insediamento minuto e policentrico di piccoli borghi che dovrebbero diventare i protagonisti della “conversione ecologica”.

GP

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Arieccoci Erzelli

Mariastella Gelmini, attuale ministra per gli Affari Regionali e grande esperta di infrastrutture oniriche (sua l’intuizione acrobatica di un tunnel dato per esistente che collegherebbe il Gran Sasso a Ginevra), ha colpito di nuovo. Il 21 dicembre, intervenendo al convegno sul PNRR organizzato da Regione Liguria, ha fatto l’annuncio sorprendente. Ossia l’uscita dal sacello dell’oblio di Erzelli, mirabolante parco tecnologico come clonazione mediterranea di Silicon Valley, in stand-by da un quarto di secolo. Il tutto confezionato nel cellofan dell’immaginifico misterico: “un polo nazionale di ricerca tecnologica e scienza computazionale per il trasferimento applicativo nel settore clinico e delle life sciences, che farà della Liguria un vero e proprio centro di competenza nazionale ed europea, con particolare riguardo alla medicina robotica”. Straordinaria accozzaglia di parole in libertà (impagabili il “computazionale” e la “medicina robotica”), da cui si intuisce soltanto il ritorno della stagione in cui si teorizzava l’ubicazione dei cosiddetti milieux d’innovazione (strutture dedicate al dialogo-scambio sistematico tra scienza, ricerca, impresa e finanza innovativa) in luoghi impervi e irraggiungibili; dalla collina martoriata dai venti di Erzelli a quella inselvatichita di Morego (Istituto Italiano di Tecnologia, già “vigna-Cingolani”).

Operazioni-immagine che da lustri non mantengono quanto dichiarano, perseguendo ormai evidenti secondi fini: nel primo caso salvare i banchieri impelagati nell’operazione, nell’altro continuare l’incetta di finanziamenti pubblici a un ente di diritto privato. Sempre nell’assoluto assenteismo, in quanto a controllo su operazioni a valenza pubblica, da parte della politica.

Ma ormai siamo rientrati, grazie al Bucci-commissario straordinario, nella dimensione dell’uso dimostrativo del fare come acchiappa-citrulli. E relativi disastri. Come si vedrà chiaramente con il trasferimento della facoltà di Ingegneria nella desolazione collinare a Ponente.

Appena eletto, il futuro sindaco-che-non-si-perde-in-chiacchiere dichiarava che la città si era espressa a favore del declassamento a riempitivo di uno dei pochi pezzi del nostro Ateneo con ancora qualche capacità didattica attrattiva. E a chi gli faceva osservare che questa consultazione non c’era mai stata rispondeva con un grugnito.

Probabilmente ora si è convinto di poter superare i disagi conseguenti alla deportazione degli ingegneri in una sede isolata e priva di collegamenti (quanti studenti preferiranno iscriversi alle meglio servite facoltà di Milano, Torino o Pisa?) grazie all’aiuto della Gelmini, pronta a teorizzare l’allacciamento di Erzelli con l’autostrada virtuale Gran Sasso-Ginevra.

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FATTI DI LIGURIA

Signorini servitore di due Bucci, anche tre

La tracotanza del Sindaco Bucci e del Presidente Signorini non trova opposizioni. A resistere per ora sono solo i cittadini di Sampierdarena che rifiutano il disegno di trasferire i depositi costieri di Superba e Carmagnani da Multedo a Ponte Somalia: la soluzione che procura loro solo rischi di gravi disastri ambientali. Bucci si presenta a questa sfida con duplice maschera, senza che venga sollevato l’evidente conflitto di interessi impersonato; sancito dalla legge con l’incompatibilità dei due ruoli di Sindaco e Commissario. Da una parte i panni del Primo Cittadino attento alla salute di Multedo ma non a Sampierdarena; dove trasferisce sostanze tossiche e infiammabili nel porto antistante. Dall’altra, quelli del Commissario straordinario del piano di sviluppo del porto, per cui ha accantonato 30 milioni di euro per “opere propedeutiche e complementari al trasferimento dei depositi”. Dove? Sino a pochi mesi fa Bucci Commissario dichiarava in corso un “confronto pubblico mediato dall’Università in attesa dello screening della Regione e del parere del CTR (Comitato Tecnico Regionale)”. Confronto sulla scelta di siti diversi da Ponte Somalia, mentre di pubblico non c’è stato nulla, anche per sordità di Palazzo San Giorgio.

Degli atti della Regione non si hanno notizie.

Ora Bucci – Sindaco o Commissario, non si mai che maschera indossi – dichiara che la soluzione è pronta. Signorini rompe il suo imbarazzante silenzio stampa dichiarando “recepiamo le decisioni del Commissario Bucci”. Ossia che approverà l’istanza di Superba per la nuova concessione a Ponte Somalia. Dunque la recezione delle decisioni del Commissario straordinario, concedendogli d’emblée una banchina del porto su mera istanza del beneficiario privato; a dispetto di tutti gli atti pianificatori e regolatori vigenti, senza vantaggi pubblici: lo sviluppo dei traffici e dell’occupazione in porto, tantomeno della sua salubrità. Dopo 5 anni di insediamento suo e di Bucci sulle rispettive poltrone, senza essere stati capaci di trovare una ricollocazione dei depositi con le procedure ordinarie e partecipate, Signorini ora impone su due piedi la peggiore delle soluzioni. Perché Bucci non può attendere oltre. Infatti non sono gli abitanti di Multedo a esigerla – perché a loro qualsiasi soluzione va bene – ma è lui che la pretende; e subito.

Il fatto è che ora il Signorini-Arlecchino deve fare il servitore non di due ma tre padroni. Perché accanto a Sindaco e Commissario c’è anche il Bucci ricandidato a Tursi. Costretto a mantenere le promesse fatte all’elettorato di Multedo ed evitare l’ennesimo insuccesso quale copywriter del Modello Genova. In più deve soddisfare le attese possessive dei padroni dei depositi dopo avere soddisfatto i privati detentori dei siti alternativi. Come Spinelli nell’ex carbonile ENEL dismesso.

Visto che i sindacati sinora tacciono e data l’inettitudine dell’opposizione politica, in campo restano solo i cittadini sampierdarenesi. Bucci lo sa e li teme, ma ha già fatto sapere che non gli mancano i soldi per comprare il loro consenso a suon di investimenti. Soldi pubblici ricavati dalla tragedia Morandi. Piovutigli in mano “in quantità mai viste sinora”, ammette Bucci indossando la maschera dell’arroganza. Quella del candidato che già si sente vincitore.

Riccardo Degl’Innocenti

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FATTI DI LIGURIA

Proseguiamo con l’intervento di Marco Aime, docente di Antropologia Culturale presso l’Università di Genova, la discussione sui rapporti intergenerazionali, particolarmente importante in una Liguria che diventa sempre di più una regione per vecchi

Il circolo vizioso delle giovani generazioni

Uno degli elementi che caratterizzano le nuove generazioni, rispetto a quelle precedenti, è il progressivo venire meno dei cosiddetti “riti di passaggio”, quei momenti che segnano una “frattura” tra uno status o un’età e quelli successivi. Uno dei momenti più importanti della vita è il passaggio all’età adulta, che comporta l’assunzione di un ruolo sociale segnato dalla piena responsabilità. Proprio per questo ogni società, anche se con modalità e intensità diverse, tende a ritualizzare tale passaggio attraverso cerimonie collettive, le quali assolvono al compito comune di evidenziare e di drammatizzare l’importanza del momento, ma allo stesso tempo di attenuare l’angoscia del nuovo, della sospensione, della trasformazione non lasciando soli i soggetti coinvolti, e facendoli, al contrario sentire come parte della comunità.

Questi riti mettono in scena a un tempo frattura e continuità. Frattura, perché spezzano un percorso altrimenti lineare, creando un angolo laddove ci sarebbe stata una linea continua, ma lo fanno all’interno di un quadro sociale condiviso, tanto da chi al rito si sottopone quanto da coloro che ci sono già passati. I riti di passaggio spezzano la continuità, creano degli angoli nella retta del nostro invecchiare, ma lo fanno all’interno dell’ordine costituito.

Rispetto ai decenni precedenti, è mutato il clima politico e soprattutto sono mutate le condizioni economiche e anche i conflitti generazionali si smorzano notevolmente. Inizia una nuova fase dei rapporti tra genitori e figli. Le generazioni degli anni Sessanta e Settanta avevano come sfondo della loro protesta una situazione economica favorevole, forte, mentre quelli dei decenni successivi si trovano a fare i conti con un progressivo impoverimento del ceto medio e con una sempre maggiore difficoltà a trovare lavoro come quella registrata nella situazione attuale.

Nei decenni precedenti, il momento di frattura era pertanto tra scuola e lavoro, nel cui intermezzo si inseriva il servizio militare. Un momento che, rispetto alla situazione attuale, era anticipato per la gran parte dei giovani. Infatti, in quegli anni per gran parte dei figli della classe operaia, il raggiungimento del diploma era già un traguardo e rappresentava un passo in avanti rispetto alla generazione dei loro genitori, che aveva avuto scarse opportunità di studio, vuoi per motivi economici, vuoi per la guerra.

Oggi il momento di rottura, che separa l’età dello studio da quella del lavoro non solo è spostato in avanti, in quanto sono molti di più i giovani che frequentano l’università, ma la sua valenza si è anche attenuata, perché l’inserimento nel mondo del lavoro è sempre più difficile e anche quando si trova un impiego, questo è spesso precario e non rappresenta un vero progetto alternativo. Anzi, per certi versi prolunga quella condizione di aleatorietà e di dipendenza dalla famiglia, tipica dello studente, protraendola nel tempo e rimandando il distacco dai genitori. Il momento del passaggio all’età adulta viene così diluito, stemperato, perde di forza e perde la sua dimensione rituale, che necessità di momenti identificabili collettivamente e in modo chiaro.

Anche per questo oggi gran parte della gioventù non adattata è così introversa e, contemporaneamente, inconsapevole della propria condizione da viverla come fallimento. Come scrive Luigi Zoja: «La tecnologia, il forte declino di produttività dell’Europa nei settori non di punta, l’avanzata di molti paesi del terzo mondo si sono da tempo combinate con le difficoltà nel trovare un primo impiego e hanno spinto fuori dal mercato del lavoro proprio quelli che non erano ancora riusciti a entrarvi. Li hanno serrati in un circolo vizioso. In Italia questo problema comune dei paesi ricchi ha assunto un aspetto estremo». I figli – anzi, il figlio, sempre più spesso unico, sempre più protetto dal mondo, soprattutto se maschio: con un atteggiamento apparentemente benevolo, ma che in realtà rivela poca stima di lui e gliela trasmette – anche quando cresciuti in famiglie di lavoratori manuali sono stati ormai ‘programmati’ per entrare nel ceto medio e svolgere attività ritenute più prestigiose.

Marco Aime

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FATTI DI LIGURIA

L’emergenza sanitaria di Toti: tagli al personale e spese per la propaganda

La Liguria scivola in zona gialla e chissà cosa ci riserva il futuro.

La maggior parte dei contagiati, specie i vaccinati, stanno trascorrendo il decorso della malattia in casa, senza ricovero in ospedale. Questo dato va sottolineato: il vaccino funziona ed evita l’aggravarsi dell’infezione. Ma la situazione è oggettivamente critica.

Tra data di inizio dei sintomi del Covid e diagnosi intercorrono circa tre giorni: un lasso di tempo inconcepibile e rischioso. Eppure la Regione decide di dimezzare le squadre che si occupano proprio del tracciamento domiciliare, passando da 310 di inizio anno a 155 di oggi. Lo scrive il Sole 24Ore, collocandoci tra le Regioni che più hanno ridotto il personale.

Questo porta all’inevitabile mancato controllo dei contagi, oltre che sottolineare l’ennesima mancanza di rispetto nei confronti degli operatori sanitari.

In queste settimane sono usciti dati che dovrebbero imporre una profonda riflessione su quello di cui ci sarebbe bisogno e sugli effetti della mancata programmazione di questi anni da parte della destra al governo. Mancano oltre 1000 infermieri, i pronto-soccorso hanno una fortissima carenza di medici d’urgenza, 150mila liguri rischiano di trovarsi senza la copertura di medicina di base; e le carenze riguardano anche le guardie mediche per la medicina territoriale.

Inoltre si fa difficoltà a individuare specialisti, dagli anestesisti agli pneumologi. Il tema del personale è anche nazionale, ma le responsabilità della programmazione nei concorsi è regionale. Tra ospedali privatizzati, altri svuotati e il caso incredibile del Felettino alla Spezia, dove i ritardi nella realizzazione hanno fatto perdere 23 milioni di euro di contributi per il polo pubblico. Mentre ora l’Ospedale verrà realizzato in parte dai privati, cui la comunità dovrà versare 15 milioni di euro l’anno per 25 anni.

Toti però prosegue il suo tour promettendo l’utilizzo dei soldi del PNRR per riformare la sanità, senza confrontarsi con nessuno. E, ultima novità, nella prossima legge di bilancio proporrà di trasferire i reparti di neonatologia e pediatria d tutta la Liguria al Gaslini, con un emendamento di 20 righe.

Un blitz che rischia di fare più danno che utilità, vista la delicatezza della situazione e la necessità di mettere in sicurezza reparti di grande importanza. Ma il canovaccio è questo: Toti non parla con nessuno, impone soluzioni e se poi – come spesso accade – si impantanano, dà un po’ la colpa al governo, un po’ ai medici e si nasconde la polvere sotto al tappeto.

Dove Toti non si nasconde è nelle campagne di comunicazione. Anche l’ultima, legata alle vaccinazioni. Il quotidiano Domani (nel silenzio degli organi d’informazione locali) ha riferito come anche le iniziative collegate alla campagna anti Covid siano state usate, con grande dispendio di risorse (1 milione di euro), per iniziative, collegamenti, eventi che poco avevano a che fare con l’informazione su tempi, luoghi di vaccinazione, ma finalizzate alla visibilità della Giunta e del suo presidente, in un gioco delle tre carte che usa Alisa e Liguria Digitale a tal fine.

Ma la società civile ligure non è silenziosa, anzi. La rete Sos Salute pubblica Liguria – il cui documento base è stato pubblicato sul numero della nostra news del 15 novembre – si è presentata, il 15 gennaio, con un evento online. L’esigenza di una svolta radicale nella sanità ligure, verso un nuovo modello di salute, partecipato e solidale, è più forte che mai.

NC

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FATTI DI LIGURIA

Ci salverà il clima, la bellezza che (forse) nessuno ci può togliere

Abbiamo parlato di territorio e urbanizzazione, di lavoro e disoccupazione, di privatizzazioni e speculazioni, di emergenze ambientali, sociali e sanitarie, di calo demografico e abbandono scolastico…

Ora la classifica de Il Sole 24 ore per la Qualità della Vita 2021 ci conferma la fotografia della Provincia di Imperia che si colloca al 77° posto (su 107) con tante criticità nei nodi fondamentali della vita collettiva: male come affari e lavoro, ritardi nei pagamenti, ore di cassa integrazione, in fondo alla graduatoria per demografia, società e salute ed ancora per giustizia e sicurezza, scarsa per innovazione tecnologica. Per ricchezza e consumi è peggiorata la situazione dalla classifica precedente con uno dei risultati peggiori del Nord Italia.

Una piccola soddisfazione viene dall’ambiente, dalla cultura e tempo libero. Ma il massimo indice positivo è dato dal clima, il primo posto! Le altre Province liguri stanno meglio di noi: Genova è al 26° posto (peggiorando di 7 posizioni!), Savona al 44° e La Spezia al 42°.

Nella graduatoria generale è stabile nelle ultime posizioni il Mezzogiorno. Crotone ultima, anticipata da Foggia e Trapani; le prima province non del Mezzogiorno che si incontrano, salendo dal fondo verso l’alto, sono Latina (83ª) e Frosinone (82ª), seguite a poca distanza da Imperia (77ª).

E per non farci mancare nulla, dal quotidiano on line Imperiapost del 22 settembre 2021:

“Provincia di Imperia roccaforte della ndrangheta reggina”. Lo scrive la Direzione Antimafia nell’ultima relazione presentata al Parlamento dal Ministro dell’Interno. Una relazione durissima, che mette a nudo le criticità dell’imperiese, anche citando le parole del Prefetto Alberto Intini che disegnano un quadro davvero preoccupante, fatto di estorsioni, incendi e un’edilizia “fortemente condizionata” dalla criminalità organizzata”. Passando per riciclaggio, traffico di stupefacenti, di armi (favorito dal posizionamento geografico), grandi opere, smaltimento rifiuti, servizi ecologici, controllo del territorio. Tante le inchieste per i diversi rivoli affaristici e criminali.

La relazione del Prefetto sottolinea anche quanto i sodalizi presenti, pur evitando di ricorrere per quanto possibile a condotte di natura violenta, dimostrino “capacità relazionali con il mondo politico, imprenditoriale, economico ed associativo”.

Ciò che ora si deve imporre alla politica non compromessa è lavorare per accorciare i divari nella struttura sociale ed economica e investire in progetti di sguardo lungo, di visione duratura, senza più speculazioni. Una progettualità che premi e valorizzi le bellezze naturali, il paesaggio, il patrimonio storico ed artistico, la cultura.

Confidando che il clima continui a salvarci dalle ombre lunghe di qualsivoglia infiltrazione!

DC

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Ricordo di un’amica

Sulla scia dell’emozione voglio rendere omaggio a una donna che si è spenta oggi, anche se per chi legge sarà passata una settimana. Un’amica già un po’ avanti con l’età, di cui non faccio il nome, ma la conoscevo bene. Abitava a Genova, dove faceva la escort. Come Bocca di Rosa, solare, allegra, divertente. Mi aveva chiesto di scrivere della sua vita e con lei avevo iniziato da tempo a registrare la sua voce, per un libro autobiografico, con l’idea poi di trarne un progetto per un docu-film. Mi faceva morire dal ridere, non solo per le assurde e tragicomiche vicende che raccontava, ma per come le raccontava, circondata dai suoi chihuahua e dai suoi gatti. E rideva anche lei, tra una telefonata e l’altra dei clienti. Aveva le lacrime agli occhi, proprio dal ridere, quella volta che mi disse che un uomo l’aveva chiamata avvisandola però che gli mancava un braccio. A casa sua quello se lo era tolto, poggiandolo accanto al letto. A un certo punto con la coda dell’occhio aveva visto il suo cagnolino con il braccio in bocca e la fune che lentamente scivolava via lontano. Pregò che non gli distruggesse la protesi, altrimenti sarebbe stata lei a doverlo rimborsare! Da qualche mese aveva scoperto un tumore, quello che poi l’ha uccisa. E fin da subito lo ha affrontato serenamente, davanti agli altri, per non farli soffrire e per quella dignità di chi sa di combattere una battaglia forse già persa. La malattia e cure relative, come la chemioterapia, l’avevano devastata ma continuava a parlare del futuro, come per dare speranza, per lei che ne aveva poca, a chi le stava vicino. Perfino in ospedale, dove dispensava il suo sincero sorriso agli altri malati, ai medici e al personale sanitario, con gentilezza e compostezza. Molte amiche, molti amici, nei momenti lieti e in quelli tristi, un affetto che dava e riceveva. Un esempio, sì, per chi vive tristemente, per chi si lamenta, magari tra le mura di una villa, per chi storce il naso per il suo mestiere, che lei aveva scelto consapevolmente. Una volta le chiesi se si era pentita, e lei mi rispose di sì, pentita per non aver cominciato prima, alla faccia di tutti quelli che nella vita l’avevano sfruttata e tradita sentimentalmente, come il suo fidanzato. Un esempio per chi giudica, come quella “vecchia, mai stata moglie, senza più figli, senza più voglie”. E’ partita, all’ultima sua stazione, con molta gente vicina, e anch’io, “con gli occhi rossi e il cappello in mano”. E se esiste qualcosa o Qualcuno, allora credo fermamente che lassù continuerà a far ridere e a giocare, ritornando la bambina intelligente e graziosa che era dentro e fuori.

CAM

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FATTI DI LIGURIA

Bilancio di previsione di Regione Liguria: ridere per non piangere

2022, è tempo di bilanci, tra passato e futuro. E quello (sintetico) di previsione 2021-2023, che ci presentano Toti & Co. Rigorosamente tratto dal sito della Regione Liguria, sarebbe da ridere, se non fosse che a piangere saremo tutti noi. Per quanto riguarda le entrate, giusto un miliardo in meno, da 6,9 a 5,9. Bisognerebbe approfondire tale variazione, ma sono i capitoli delle uscite a mostrare la vera faccia del tipo di amministrazione che ci viene propinato. Infatti proprio sulle uscite la destra di Toti & Co. dà il meglio di sé, e se i suoi elettori conoscessero certi dati, li prenderebbero virtualmente a calci. Sullo strombazzato “ordine pubblico” si passa dai già ridotti 287mila euro a 112mila: l’applicazione del principio “crea il disordine per imporre l’ordine”. Ma i giovani e lo sport sono il cavallo di battaglia dai tempi mussoliniani a quelli totiani: peccato che si passi da 1,6 ml a 600mila euro scarsi. In tempo di Covid poi, la coerenza è tutto: da 28 a 8 milioni per il soccorso civile. Con il lavoro e la formazione professionale meglio tenere alta la protesta: da 110 a 36 ml. E di conseguenza, per logica ineccepibile, i fondi per lo sviluppo economico e la competitività passano da 168 ml a 5 ml! Come si accennava all’inizio, tutto nasce da un’idea distorta della gestione pubblica, dove chissenefrega del disagio se i conti vanno a posto. Infatti il debito passa da 292 a 56 ml.: invece di ottenere finanziamenti per investire nell’ambiente, nel lavoro, nella scuola e nella formazione si tagliano tout court i fondi. Ma è questo che vogliono gli elettori della Lega, di Cambiamo (di FI?) e di FdI? Questi ultimi fanno spesso parte del proletariato urbano, di situazioni di disagio e povertà che vedono nelle (false) promesse della Meloni nostalgica del ventennio la soluzione ai loro problemi. Magari esistesse ancora la destra sociale, quella che votò contro l’abolizione dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori. Terribile a dirsi, ma almeno era più onesta. Basterebbe guardare i conti, i numeri e le scelte per rendersi conto che la politica di FdI va nell’esatta direzione contraria agli interessi dei più “poveri” per parlare papale, papale. Qualche settimana fa una signora ecuadoriana mi faceva presente che una giovane donna del suo stesso paese cercava in quella comunità voti proprio per FdI. Quelli di “prima gli italiani”, quelli che aborrono lo ius soli, quelli che non vogliono dare a chi lavora stabilmente in Italia la cittadinanza. Questo però vuol dire assenza delle forze di sinistra, incapacità di percepire i bisogni di chi è ai margini, e non per sua scelta. Senza un recupero del territorio, senza andare incontro alle reali esigenze di questa, come di altra gente nella stessa situazione, senza una rinascita di quell’ideologia che risveglia la coscienza, nessuno vedrà e capirà mai la differenza tra sinistra e destra.

CAM

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 FATTI DI LIGURIA

La solitudine, nuovo contagio ligure

Hikikomori: ecco una parola giapponese destinata a diventare familiare anche in Italia e in Liguria in modo particolare. In giapponese significa letteralmente ‘stare fuori, in disparte, isolarsi’. Nella moderna società nipponica si riferisce a quanti – prevalentemente adolescenti e prevalentemente maschi – scelgono di appartarsi da ogni forma di vita sociale, rifugiandosi in condizioni estreme e volontarie di isolamento e confinamento.

Si tratta di una difficoltà adattiva, anche se non di una vera e propria patologia, che trasforma chi ne è vittima in un ‘ritirato sociale’: un soggetto che vive chiuso nella propria stanza, rinunciando alle attività esterne, alle uscite con gli amici, a ogni forma di relazione sociale diretta, preferendo affidare la propria esistenza a un mondo parallelo, virtuale: quello della rete, fatto di chat, giochi on line, film in streaming, contenuti pornografici. Un computer e uno smartphone bastano loro per estraniarsi da una realtà ’esterna’ che vivono come ostile, oppressiva, sempre pronta a mettere a nudo le loro fragilità.

Quello che sembrava un fenomeno estraneo alla nostra cultura, sta ora diffondendosi – alla pari di un virus – anche nelle società occidentali. Il problema hikikomori e delle relative forme di dipendenza esiste ormai in Italia e in Liguria, al punto di destare l’attenzione dei SerT, i quali stimano l’esistenza in Liguria di almeno un migliaio di ‘ritirati sociali’, fenomeno in crescita da noi e del quale sono vittime – in primo luogo – giovani adolescenti o anche pre-adolescenti, ma – in secondo luogo – le stesse famiglie messe di fronte a un fenomeno nuovo e in gran parte ingovernabile attraverso i tradizionali metodi educativi. Si è così formata in Italia una associazione dei genitori di giovani hikikomori, di cui è espressione una sezione ligure molto attiva, in collaborazione con le aziende sanitarie liguri che vanno attrezzandosi per l’istituzione di appositi ‘sportelli per le nuove dipendenze’. Il fenomeno è tanto più pericoloso, in quanto radicato nell’invisibilità sociale e nel fatto che le stesse famiglie stentano a denunciarlo. Ad aggravarne la portata è sopraggiunta la pandemia con l’isolamento cui tutti siamo stati obbligati: i lockdown, il venir meno di gran parte delle occasioni di contatto personale che costituiscono la vera alternativa all’auto esclusione dalla vita sociale.

In Liguria il problema dei giovani e giovanissimi hikikomori è reso ancora più grave – questo preme sottolineare – dalla circostanza, ben nota, che vede la nostra regione come la più vecchia a livello nazionale ed europeo: davvero la Liguria ‘non è un paese per giovani’. Uscito dalla beata condizione infantile, l’adolescente si trova a doversi misurare con realtà ‘ a misura di anziano’ che non solo lo svalutano ma spesso lo ignorano. Dalla constatazione di questa ostilità sostanziale – anche se non formale: ogni giorno si sentono invocare i mitici ‘ giovani’, purché non li si riconosca in quelli reali – nasce, nei più risoluti, la decisione di andarsene. Ma può nascere in molti – più spesso di quanto non vogliamo immaginare – la scelta di isolarsi, di fare della difficoltà adattiva la ragione per esiliarsi tra le pareti della propria stanza, in quel seducente mondo virtuale che – lui sì – mostra di riconoscerci.

Di fronte a questo grave fenomeno, desta non lieve preoccupazione la drammatica assenza, nei programmi dei partiti locali, di progetti, proposte, politiche il cui obiettivo sia quello di impedire la trasformazione dei nostri giovani in una folla ‘anomica’ di ritirati dalla società.

MM

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FATTI DI LIGURIA

Fenomenologia di Bucci e Toti

La pianta ligure di partito nel dopoguerra è sempre stata avarissima di buoni frutti.

In assenza di fioriture in grado di accreditarsi per qualità sui mercati nazionali, prevalevano aciduli mediatori dediti a scambi di corto respiro: dal democristiano Paolo Emilio Taviani e la sua corte di ascari, preposti al guardianaggio dei pomari del boss (Massimo Risso in Camera di Commercio, Peppino Manzitti all’Associazione Industriali, Gianni Dagnino in banca Carige), al comunista Claudio Burlando (con il possibile intermezzo del socialista craxiano Antonio Canepa, fatto fuori dalle proprie pulsioni auto-distruttive); in una egemonia genovese mai minacciata da outsider incapaci di unificare lo spazio regionale con una proposta di profilo adeguato, causa totale assenza di cultura politica. Pura selvaggeria di periferici per carriere dedicate al presidio e/o al killeraggio di potere. Dal pregiudicato Alberto Teardo al guardaspalle tavianeo Claudio Scajola nel Ponente, dal poltronista Gorgio Bogi alla sgomitante Lella Paita nel Levante. Con una menzione speciale per gli ineffabili Luigi Grillo e Lorenzo Forcieri.

Insomma, un sottobosco destinato inesorabilmente a ridursi in sterpaglia rinsecchita. Un vuoto politico. E dato che la natura lo abborre, questo vuoto è rapidamente diventato preda di nuovi Hyksos; dal nome della popolazione misteriosa che assoggettò il regno d’Egitto dal 1720 al 1530 a.C. Ossia la metafora dell’irruzione improvvisa di un soggetto estraneo alla tradizione e alla cultura di una società, che Benedetto Croce utilizzò per definire l’avvento del fascismo nel 1922.

Dato che – come fu osservato – la storia si ripete prima come tragedia e poi come farsa, possiamo dire che ora le istituzioni liguri sono in mano a questi Hyksos riapparsi 2.0: Giovanni Toti nella reggia di piazza De Ferrari e Marco Bucci a Palazzo Tursi. E ancora una volta occorrerà mobilitare un movimento di popolo per espellere i nuovi intrusi.

Infatti se i politicanti d’antan erano spregiudicati mestieranti della politica, degenerazione dell’antico adagio locale “genuensis ergo mercator”, i nuovi Bibì e Bibò, il duo Bucci-Toti usciti come conigli (mannari) dal cilindro di un prestigiatore malandrino (Berlusconi) perseguono modelli ideali che distruggono irrimediabilmente tradizioni estetiche e culturali del nostro territorio: il trapianto in questo luogo di fragile e appartata bellezza dei modelli beceri e insolenti di un americanismo da Drive Inn Mediaset. Il sogno da pataccari di svendere costa e macchia mediterranea ai rubli di oligarchi post-sovietici o ai petroldollari di qualche sceicco. All’inseguimento del cafonal alla Briatore, promosso up-to-date dalla superstizione liberista.

Con una sola differenza: se il praticone Toti nell’affarismo ci sguazza, l’ex venditore della Kodak Bucci è stato colto da una crisi di egolalia mistica post ponte Morandi, che trasfigura in mandato divino ogni cementificazione. Dagli Erzelli all’ospedale Galliera. Il motto “in hoc signo vinces” viene rivisitato nel detto incosciente “fare male è meglio che non fare”.

PFP

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FATTI DI LIGURIA

Stato dell’arte lavoro delle donne liguri (P14)

Nella classifica per regioni della percentuale di donne occupate la Liguria non figura bene. E’ all’undicesimo posto dopo le province autonome di Bolzano e Trento, tutte le regioni del Nord e Toscana e Marche, seguita solo dalle altre regioni del centrosud. La percentuale di donne occupate in Liguria è del 59,1% contro la media italiana del 53,1%, ma ben distante da percentuali come Bolzano (73,0%) o dell’Emilia-Romagna (66,9%).

Il dato è appena attutito dall’essere una delle regioni col minor divario occupazionale di genere tra occupazione maschile e femminile, determinato anche da un indice generale di occupazione abbastanza basso (62,7% – 11° posto) e dall’essere la regione italiana con la più alta media età (48,72 anni), molto superiore alla media nazionale del 45,24%, il che fa presupporre una alta percentuale di pensionati e pensionate sulla popolazione residente. Gli ultra 65 anni sono il 28,4% dei cittadini liguri, a fronte di una media nazionale del 22,8%.

La situazione generata dal COVID sembra aver peggiorato una situazione che già, ben prima della pandemia, non era particolarmente positiva, con un’occupazione in calo, che non ha mai recuperato i dati occupazionali anti-covid.  43.073 le assunzioni al femminile contro le 68.283 del 2019 con una contrazione del 36.9%; delle quali ben il 52,6% delle assunzioni femminili è a tempo parziale. Le assunzioni femminili a tempo indeterminato hanno rappresentano soltanto il 12.1% del totale, con meno 2.060 contratti (-28.3%) rispetto al 2019.

Imperia è terzultima tra le province italiane per incremento del tasso di disoccupazione, La Spezia è di poco al di sopra. I settori economici più colpiti dalla crisi sono quelli legati alla cura e all’istruzione. Questi sono i settori dove è più alta la percentuale di occupazione femminile, ove le donne rappresentano circa il 67% dell’occupazione dei comparti. Il lavoro femminile è dunque costituito in buona parte da part-time, precariato e contratti a tempo determinato.

Anche analizzando i dati sulle imprese rosa si scopre che la percentuale ligure di imprese femminili, che non è mai stata particolarmente alta con 35.633 imprese su un totale di 161.349, pari al 22,10%, dato che colloca la regione al 15° posto per imprese femminili, si scopre che la Liguria nel 2020 (ultimo dato disponibile) ha registrato un calo delle imprese rosa dell’1,06% inferiore solo a Val d’Aosta e Marche.

Se analizziamo i dati per provincia il calo maggiore si registra a Imperia, la provincia con la media addetti per impresa minore della regione e con la più alta percentuale di imprese di servizio, più esposte alla crisi, segue Savona, poi Genova. Solo alla Spezia si registra un calo minore, nella provincia con un minor numero di imprese sulla popolazione, ma con la strutturazione numericamente più forte e più legata alla produzione e meno ai servizi.

È evidente la mancanza generale di politiche industriali, così come quelle di politiche specifiche per il sostegno del lavoro femminile, che non si incentiva con Bonus dal sapore propagandistico, ma con strutture accessibili come asili nido e scuole dell’infanzia, tempo pieno generalizzato nelle scuole e un’adeguata politica scolastica e di formazione professionale, nonché di politiche attive del lavoro e idonei strumenti di immissione nel mondo del lavoro.

NC