Numero 18, 30 novembre 2021

PILLOLE

La Liguria in zona retrocessione

Nelle classifiche siamo proprio messi male. Non solo calcisticamente. È uscita la graduatoria delle province italiane per qualità della vita. In testa tutte realtà dell’Italia settentrionale, guidate da Parma, e in coda tutte realtà meridionali con Crotone a chiudere la classifica. Le province liguri non escono bene. Genova è 40°, ultima dei capoluoghi di regione settentrionali, Savona 48°, mentre La Spezia e Imperia occupano il 65° e 66° posto, con solo Alessandria tra le province del Nord a seguirle.

Per la raccolta differenziata la Liguria è la maglia nera del Settentrione, sotto al 60% previsto dalla normativa comunitaria. Genova è la grande malata della Liguria, che con il suo 35,4% trascina tutti fuori dagli obiettivi comunitari.

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Fondazioni, armi improprie della politica

Su segnalazione di Bankitalia e nel silenzio dei media locali la Procura di Genova sta investigando sui finanziamenti (2 milioni) alla Fondazione Change e al Comitato Toti, bracci finanziari delle fortune politiche del governatore ligure. I generosi disinteressati (?) sono titolari di imprese con interessi radicati nel nostro territorio: la famiglia Costantino di Europam (impianti di rifornimento), Pietro Colucci di Waste (discariche) e Vincenzo Onorato di Moby. Nel caso del boss campano dei traghetti, i 100mila euro di regalia (ovviamente senza contropartite) fanno pendant con i 200mila a Open, la Fondazione di Matteo Renzi. Guarda un po’: Toti e Renzi, due nipotini di Silvio Berlusconi, di cui il fido Confalonieri diceva: “se non entravamo in politica saremmo in galera”.

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Al Presidente Signorini piacciono i trionfi virtuali

Secondo la (per altri versi disastrosa) riforma Del Rio della portualità nazionale, Paolo Signorini – presidente dell’Autorità di Sistema genovese – deve predisporre il Piano triennale dell’organico dello scalo. Operazione effettuata la prima volta fuori tempo massimo (fine 2018 per il 2018-2020). Dopo di che, silenzio. Ora pare che a fine 2021 arriverà il Piano 2021-2023. L’ineffabile Signorini si giustifica tirando in ballo il Covid, che imporrebbe nuove ricognizioni sull’universo delle imprese interessate. Non specifica che queste sono 23 e che i dati sono già noti. Perché il black-out di un Ente la cui missione primaria è la progettualità? Forse perché Signorini preferisce parlare di fantomatici sviluppi e Grandi Opere, non di prospettive occupazionali e di lavoro concrete.

EDITORIALI

Networking ambientale a Levante

Ringraziamo la Voce per l’ospitalità che ci offre. Riteniamo che l’esperienza della nostra Rete di questi mesi sia un esempio della cooperazione tra diversi livelli associativi della società propugnata dalla Voce nel suo Manifesto Per l’ambiente e la salute liguri. Vi sottoponiamo quindi questo breve riassunto della nostra attività.

Ai primi di giugno si riuniscono i rappresentanti di alcune associazioni ambientaliste, associazioni di impegno civico e partiti, per affrontare il problema del futuro della cosiddetta “area Enel”; si tratta di Vallegrande, più di 70 ettari, che ricade nei Comuni della Spezia e Arcola. La centrale termoelettrica che occupa l’area, di proprietà dell’Enel, da più di sessanta anni ormai è giunta a fine vita: si deve decidere del suo futuro e con esso del futuro della città. Tutti i partecipanti alla riunione sentono viva la necessità di andare oltre le sterili polemiche che hanno impegnato la scena negli ultimi anni e affrontare di petto il problema, così rilevante anche per la sua valenza nazionale.

Dopo un dibattito vivace si decide di dare vita alla Rete per la Rinascita dell’Area Enel, promossa dalle associazioni e con l’appoggio dei partiti; questa formula ha lo scopo di favorire l’allargamento del raggruppamento e l’impegno più unitario possibile su temi così complessi e difficili. L’azione della Rete vede come esordio una petizione, ancora reperibile sulla piattaforma Change.org, che pone l’obiettivo di fermare l’uso del carbone, bloccare il progetto di trasformazione a turbogas, spingere la Regione a pronunciarsi per il No all’intesa con lo Stato e promuovere la progettazione di ipotesi alternative, sostenibili per l’ambiente, compatibili con la salute e adeguate al rilancio occupazionale del territorio.

La Rete si muove su diversi terreni: quello istituzionale, nella relazione con le Amministrazioni Comunali della Spezia e Arcola e con la Regione Liguria, quello politico, nei rapporti con i partiti e con i rappresentanti al Parlamento, quello civile e sociale, promuovendo incontri con le forze produttive e la cittadinanza.

A fine ottobre la Regione approva all’unanimità un ordine del giorno che impegna la Giunta e il Presidente a negare l’intesa con lo Stato sulla trasformazione a turbogas. Si tratta di un traguardo positivo in un quadro in movimento a livello nazionale e internazionale, nel quale mancano ancora risposte precise a domande importanti, come ad esempio: il turbogas alla Spezia è davvero necessario per il Piano Energetico Nazionale? È possibile soddisfare le esigenze energetiche nazionali in modo compatibile con le necessità del nostro territorio? Sono questioni che, seppur calate nella realtà locale, dipendono da scelte generali e forse proprio in queste settimane si prendono decisioni importanti per tutto il Paese.

In queste settimane abbiamo apprezzato l’impegno che le istituzioni e i partiti stanno mettendo in questa vicenda e ci auguriamo che il nostro lavoro sia reciprocamente apprezzato, inteso come è a sviluppare le capacità progettuali e dare un contributo positivo al nostro territorio.

Abbiamo intenzione di proseguire con decisione su questa strada e chiediamo alla Regione di completare il cammino e motivare la sua decisione altrimenti questa resterà senza effetto, alle forze produttive di accelerare il confronto e la ricerca di soluzioni alternative, ai cittadini di attivarsi per comprendere sempre meglio il tema dell’energia e delle sue implicazioni locali e generali.

Rete per la Rinascita dell’Area Enel

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Traffici di armi nel porto di Genova

Genova antifascista, Genova pacifista, Genova punto di smistamento di armi. Due settimane fa ha preso il largo dal nostro porto la nave cargo saudita “Bahri Abha”. Con a bordo un possente carico di armamenti, da esplosivi di ogni genere agli elicotteri Sikorsky Black Hawk da combattimento fino ai carri armati Abrams. Grazie a una semplice app, “vessel finder” è stato possibile monitorare il viaggio di questa nave della morte, che ha caricato le armi negli Stati Uniti, destinazione Arabia Saudita ed Emirati Arabi, con una sosta intermedia in Egitto, forse per scaricare altri apparati bellici. Di questa vergogna i giornali locali non hanno praticamente detto una parola, non certo per mancanza di informazioni, quanto presumibilmente per il bavaglio imposto dai loro padroni. E pensare che all’arrivo della nave, come ha scritto Il Fatto Quotidiano, c’era anche un imponente schieramento di polizia, volto a impedire assembramenti o proteste. Non si tratta di un fatto isolato: questo cargo, di proprietà di fondi arabi e di azionisti privati come altre cinque o sei sorelle, fa regolarmente scalo a Genova, sempre pieno di armi. Come rilevato da The Weapon Watch gli armamenti che solitamente passano da qui sono i più disparati, missili compresi, prodotti da aziende finlandesi, francesi, canadesi, tedesche e spagnole, e naturalmente anche italiane, come le bombe a mano prodotte dalla RWM Italia. Il Parlamento Europeo si spertica in parole di pace e di solidarietà, mentre i propri paesi vendono armi a paesi dittatoriali (checché Renzi parli di loro come espressione di un Nuovo Rinascimento) e negatori di ogni diritto civile: fomentatori di guerre grazie a noi, che gli vendiamo gli strumenti necessari. Solo i lavoratori del porto di Genova cercano di boicottare questo commercio, come è successo nel 2019 quando fu fermato l’imbarco di un altro carico di armi. Pare che questo abbia infastidito (eufemismo) non poco l’agenzia marittima genovese e il terminal che rappresentano e gestiscono il traffico di queste navi. Business are business? No, perché questi traffici sono del tutto illegali in quanto vanno direttamente contro la L. 185 del 1990, in accordo con l’art. 11 della Costituzione, che regola l’esportazione di armamenti. Legge spesso disattesa e che le nostre istituzioni regionali sembrano ignorare. Da notare invece che il passato governo Conte, dopo una sospensione di 18 mesi nel 2019, ha revocato tout court sei licenze di fornitura di armi proprio ad Arabia Saudita ed Emirati. E il Tar del Lazio ha respinto la richiesta della nostra (si fa per dire) RWM sopra citata, perché il rischio di uccidere la popolazione civile nello Yemen (nella sentenza) è superiore all’interesse economico privato. Ovvio che ai generali militari, portatori più o meno (?) consapevoli di interessi economici, questo aspetto della Costituzione non va giù. Nella relazione annuale il Capo di Stato Maggiore Enzo Vecciarelli ha espresso, come riporta il sito Altraeconomia, “perplessità e rammarico” per tali provvedimenti volti a limitare il commercio di armi. Poveretto, va compreso: se gli levate la guerra rischia di rimanere disoccupato. E non dulcis, ma amarum in fundo, vendiamo armi per quasi un miliardo di euro all’Egitto. Basta questo per comprendere come i casi di Regeni e di Zaki temiamo che non troveranno mai giustizia. Stéphane Hessel, già diplomatico e partigiano francese, ultranovantenne scrisse un pamphlet: Indignatevi! Continuiamo a indignarci, sempre: magari non questa, ma le future generazioni ci ringrazieranno.

La redazione de “La Voce del Circolo Pertini”

Nicola Caprioni, Daniela Cassini, Angelo Ciani, Monica Faridone, Michele Marchesiello, Carlo A. Martigli, Giorgio Pagano, Pierfranco Pellizzetti

Hanno scritto per noi:

Acli provinciali La Spezia, Andrea Agostini, Arci territoriale Comitato Val di Magra, Associazione Culturale Mediterraneo, Associazione L’égalitè, Franco Astengo, Enzo Barnabà, Maddalena Bartolini, Giorgio Beretta, Sandro Bertagna, Pierluigi Biagioni, Pieraldo Canessa, Caritas Diocesana La Spezia, Roberto Centi, Circolo Acli Damarco Sarzana, Comitato Nessuna discarica in Val di Vara, Comitato per la Salvaguardia del Territorio della Vesima, Comitato Palmaria Sì – Masterplan No, Comitato spontaneo amici del Tariné, Cooperativa Il Ce.Sto, Riccardo Degl’Innocenti, Battistina Dellepiane, Egildo Derchi, Marco De Silva, Erminia Federico, Maura Galli, Gruppo amici Padre Damarco, Italia Nostra La Spezia, Legambiente La Spezia, Libera La Spezia, Lipu La Spezia, Luca Garibaldi, Luca Gazzano, Valerio Gennaro, Antonio Gozzi, Santo Grammatico, Roberto Guarino, Monica Lanfranco, Giuseppe Pippo Marcenaro, Maurizio Michelini, Anna Maria Pagano, Paola Panzera, Marianna Pederzolli, Enrico Pignone, Bruno Piotti, Paolo Putrino, Bernardo Ratti, Rinascimento Genova, Rete di SOS Salute Pubblica Liguria, Rete per la Rinascita dell’Area Enel,  Ferruccio Sansa, Mauro Solari, Giovanni Spalla, Angelo Spanò, Gianfranco Tripodo, VAS La Spezia, Gianmarco Veruggio, Moreno Veschi, WWF Liguria, Franco Zunino.

FATTI DI LIGURIA

P 01

In attesa del nuovo PEAR di Regione Liguria – Prima puntata

La produzione di energia è un tema fondamentale nella lotta ai cambiamenti climatici. L’Europa si è posta l’obiettivo di essere climaticamente neutra entro il 2050, azzerando le emissioni di gas climalteranti, con la tappa intermedia di riduzione del 50-50% di emissioni di gas serra nel 2030. Sempre l’Europa indica due assi portanti per giungere a questi traguardi: lo sviluppo delle Fonti Energetiche Rinnovabili (FER) e l’efficientamento energetico in particolare degli edifici e dei trasporti.

Cosa fa la Regione Liguria per contribuire a questo obiettivo? Il Piano per l’Energia ed il Clima Regionale (PEAR) è scaduto a dicembre 2020 e non si hanno avvisaglie sulla sua rielaborazione. Sicuramente gli obiettivi, che il vecchio piano si era posto, di sviluppo delle FER, non sono stati raggiunti.

Il gruppo ambiente di Linea Condivisa ha proposto delle linee guida per l’elaborazione di un nuovo PEAR basate sui seguenti punti:

– Chiusura del gruppo a carbone della Centrale Termoelettrica (CTE) di La Spezia entro il prossimo mese, come prospettato da TERNA, ma con un atteggiamento non chiaro di ENEL. Preoccupanti le dichiarazioni dell’A.D. di Enel che, mentre afferma di voler anticipare la neutralità climatica del gruppo al 2040, prevede la chiusura delle CTE a carbone nel 2027, quando il vigente piano nazionale per l’energia ne prevede la chiusura al 2025!

– No all’ampliamento delle CTE di Vado Ligure e di La Spezia con nuovi gruppi a turbogas, visto il traguardo al 2030 di avere almeno il 50% di energia prodotto da FER. Il metano, sicuramente meno inquinante del carbone, è comunque una fonte energetica fossile.

– Forte sviluppo delle FER da fotovoltaico. La proposta è di non occupare nuovo suolo, ma di utilizzare le coperture esistenti. In Liguria abbiamo 67 km2 di tetti. Se sul 50% di questi tetti fossero installati dei pannelli fotovoltaici avremmo una produzione di energia elettrica pari ad una volta e mezza quella prodotta dalle due CTE di Vado e Spezia. Ovviamente i pannelli dovranno essere dotati di sistemi di accumulo (batterie) dell’energia essendo le FER caratterizzate da una variabilità giornaliera e stagionale della produzione di energia.

– Sviluppo dell’eolico on-shore dove compatibile e studio di quello off-shore su piattaforma galleggiante, in considerazione della profondità del Mar Ligure che impedisce l’ancoraggio delle turbine al fondale marino.

Quindi forte sviluppo della produzione di energia elettrica distribuita. Questo presuppone una decisa scelta politica che incentivi, anche economicamente, l’installazione dei pannelli fotovoltaici, ma che elimini gli impedimenti burocratici allo loro collocazione, con una modifica dei regolamenti comunali e con la redazione di linee guida chiare per tecnici pubblici e per i professionisti. Linee guida da concordare tra Regione ed Enti locali e con le Sovrintendenze.

Al prossimo articolo il tema dell’efficientamento energetico.

Mauro Solari

FATTI DI LIGURIA

P 02

Sanac e la crisi industriale savonese

Le cronache savonesi stanno dedicando poco spazio alla difficile situazione Sanac, storica azienda vadese di materiali refrattari legata al ciclo siderurgico.Una vertenza complessa che dura da anni, con il rischio evidente di una riduzione dell’attività produttiva.

Il caso Sanac, partecipata di Invitalia con quattro centri produttivi in Toscana, Sardegna, Piemonte e Liguria, che nel sito di Vado Ligure occupa 85 lavoratori, continua a tenere banco; visto che da Taranto non stanno arrivando ordinativi da giugno. E, cosa più grave, Arcelor Mittal non ha ancora completato la promessa acquisizione degli stabilimenti, avendo fatto scadere le fidejussioni date in garanzia e non presentandosi all’audizione parlamentare del 4 novembre.

Nella realtà savonese la situazione della Sanac richiama, oltre alla drammaticità specifica, alcuni temi sui quali porre l’attenzione sul piano politico. I punti di fondo principali sono due:

1) l’esigenza del progetto di reindustrializzazione della zona compresa tra Savonese e Val Bormida;

2) L’avvio di un ripensamento strategico del concetto di “area industriale di crisi complessa”: dal decreto del 2016 a oggi i risultati dell’operazione non hanno fornito esiti tangibili.

Al momento sono disponibili 20 milioni di euro: a giugno 2021 erano state ammesse alla fase istruttoria 3 aziende (Cartiere Carrara, First Plast, Esso Italiana), per un totale di nuovi 61 posti di lavoro, e messe in graduatoria altre 7 aziende per 46 posti di lavoro. Ammesso l’esito positivo delle istruttorie e successivi reinserimenti, l’effetto occupazionale pare modesto.

D’altro canto si segnala la prospettiva di un investimento importante in Bombardier, per la realizzazione a Vado del nuovo capannone da 220 metri in cui realizzare la grande manutenzione sui treni e sviluppare almeno parte delle nuove produzioni di convogli a idrogeno; per i quali Alstom sta mettendo in campo investimenti e le più moderne tecnologie.

Sono due esempi — crisi Sanac e prospettive Bombardier — delle concrete opportunità di rafforzamento infrastrutturale e tecnologico presenti nel panorama industriale del comprensorio.

La questione infrastrutture resta delicata e il tema dell’isolamento senz’altro stringente: da affrontare sia sul piano della viabilità su gomma, sia rispetto al trasporto ferroviario.

Infrastrutture, rafforzamento tecnologico, crescita occupazionale: tre punti urgenti per tutti i soggetti coinvolti nel caso Sanac; da inquadrare in disegni di nuova industrializzazione. Dunque, oltre al già richiamato discorso sulle infrastrutture, anche l’utilizzo delle aree industriali dismesse; con l’inserimento del sito di Vado Ligure nel processo previsto dal PNRR di rinnovamento delle fonti energetiche e delle tecnologie digitali.

Il primo passo in questa direzione – almeno dal punto di vista istituzionale – sarebbe la creazione di un punto permanente di confronto tra Enti locali, Regione, Governo. Una struttura in cui il Comune di Savona (finora spettatore pressoché passivo) assuma la posizione di vero e proprio capofila, avviando nel concreto una prima applicazione del concetto di “comprensorialità”; includendo gli enti del savonese e quelli della Val Bormida.

Ossia la redazione di linee di pianificazione, entro le quali si tengano assieme le questioni portuali, urbanistiche, della viabilità, della trazione ferroviaria, dell’utilizzo delle aree industriali dismesse, dell’innovazione tecnologica nell’ottica di un equilibrato concerto tra regia pubblica e iniziativa privata. Secondo un’effettiva progettualità strategica.

Franco Astengo

FATTI DI LIGURIA

P 03

Il porto di Genova secondo la vice-ministra Bellanova

L’ultimo numero di Genova Impresa, house organ di Confindustria, pubblica una intervista alla senatrice Teresa Bellanova di Italia Viva, viceministra delle Infrastrutture e Trasporti con delega alla Portualità, in visita a Genova.

Si parte dalla critica imprenditoriale alla riforma portuale varata dal Ministero Delrio per avere fallito gli obiettivi di semplificazione burocratica, autonomia gestionale e coordinamento nazionale. Bellanova, solo perché le Autorità portuali sono state ridotte da 24 a 15, sostiene l’efficacia dell’“ingegneria di sistema” applicata e dello strumento di coordinamento introdotto: la Conferenza nazionale, sinora riunita solo 3 volte in 5 anni, a ogni cambio di governo giusto per la presentazione del nuovo Ministro.

Per quanto riguarda le infrastrutture materiali e immateriali, Bellanova è in totale armonia con gli industriali. Tutte indispensabili e fattibili, grazie ai miliardi del PNRR non certo lesinati al comparto della mobilità riconosciuto come asse strategico per il new green deal. Anche se l’economia nazionale nel frattempo non cresce affatto, come segnala il numero dei teus movimentati nei porti italiani, fermo a 10 milioni da molti anni, salvo non trarne conseguenze sulla valutazione degli investimenti pubblici, a cominciare da quelli nei porti.

Infine Genova e le sue potenzialità di sviluppo. Bellanova, dopo un’asserzione clamorosamente sballata sulle vocazioni del porto (“nel petrolio, nel carbone, nel traffico ro-ro, nei container, nelle merci varie e nel crocierismo”), passa a celebrare le politiche energetiche e di mobilità tanto dell’Autorità portuale che del Comune, andando a chiudere inaspettatamente sull’unico rilievo di ordine sociale della sua intervista: “è il momento di rafforzare la parità di genere nell’agenda del settore portuale”. In linea col lancio in Assoporti e nelle Autorità portuali da parte del suo Ministro Giovannini della giornata “Women in Transport – the challenge for Italian Ports”, a 4 anni dall’avvio della stessa campagna da parte della Commissione europea.

Bellanova proviene dal sindacato agricolo, ha avuto incarichi governativi nello stesso settore e in quello del lavoro. È nuova pertanto alle infrastrutture e ai trasporti. E tuttavia non un solo passaggio dell’intervista riguarda il versante del lavoro e dell’occupazione; per esempio quanto valore prodotto dai miliardari investimenti pubblici e dalle profonde trasformazioni fisiche dei territori e dalle innovazioni tecnologiche andranno a favore dell’occupazione o dei redditi. Solo quel riferimento, posticcio, alla parità femminile. La vice-ministra assume la visione dell’economia e della società secondo l’ideologia di Confindustria, per cui solo premiando l’attività d’impresa si fanno gli interessi dei lavoratori. L’empatia che caratterizza oggi la politica istituzionale nei confronti del mondo datoriale, che fa degli interventi pubblici dei politici e dei governanti in tema di economia dei manifesti di autentica cortigianeria.

Riccardo Degl’Innocenti

FATTI DI LIGURIA

P 05

L’idea di istruzione scolastica mercificata del ministro Cingolani

«Non serve studiare quattro volte le guerre puniche, occorre semmai cultura tecnica. Serve formare i giovani per le professioni del futuro, quelle di digital manager per la salute, per l’energia per esempio». Prenda nota il mondo della scuola genovese e ligure del diktat promulgato da Roberto Cingolani, lo scienziato di Palazzo che, per macabra ironia, esercita il ruolo di ministro della transizione ecologica. Si faccia bene attenzione al suo nome, perché l’ometto in carriera è stato per una decina d’anni l’impresario gestore dell’Istituto Italiano di Tecnologie di Morego; quello degli effetti speciali (i robottini antropomorfi con la faccetta buffa, la pelle sintetica del polpo, il tabloid per non vedenti) che non hanno avuto nessun rimbalzo in termini di occupazione e competitività sul sistema d’impresa locale. Nonostante questa fosse la missione statutaria dell’Istituto.

Mentre la forte attitudine affaristica del Cingolani accumulava soldi in banca grazie ai cospicui finanziamenti pubblici. Espressione di un sistema di valori accaparrativi in perfetta sintonia con la Confindustria di Carlo Bonomi, che tanto lo ama.

A che pro’ replicargli che le migliaia di nostri giovani emigrati all’estero, diplomati e laureati in materie scientifiche, vengono immediatamente già da ora occupati in aziende hi-tech; nonostante – stando a quanto asserisce il ministro – conoscano soltanto le guerre puniche! Troppo difficile spiegare a chi sbava per essere cooptato nel garden club degli abbienti, che la scuola repubblicana ha come primario compito quello di creare cittadini dotati di spirito critico. Mentre l’idea di occupabilità cingolanesca è formare non futuri scienziati bensì media manovalanza utilizzabile dalle imprese come precariato tecnico. Dunque, in questa fase storica di economicismo turbo-capitalistico egemone, un’indicazione al servizio delle pretese di quel certo tipo di capitale umano che mercati del lavoro ancora più competitivi pretenderanno in futuro: l’entrata nel gregge del nuovo proletariato informatico. E che non si rompa le scatole con assurde pretese di esprimere autonomi convincimenti. Il gregge umano di cui Roberto Cingolani si rivela uno dei kapò più diligenti.

Invece di andare dietro a queste scempiaggini propagandistiche, al servizio del progetto di mercificare la società, i liguri farebbero meglio a pretendere l’apertura di finestre per ispezionare dove l’Istituto di Morego stia investendo i finanziamenti pubblici che continua a ricevere. E chiamare le istituzioni di territorio al ruolo politicamente democratico di orientare allo sviluppo locale i milieux tecno-scientifici che operano nella nostra area.

PFP

FATTI DI LIGURIA

P 06

Lungo il Bisagno piove solo a sinistra

L’ultima di Bucci: la fontana in Val Bisagno. Nuova, non bella ma un tipo, con luci e acqua sarà uno splendore. Come la ruota panoramica senza panorama. Così la fontana fa notizia prima che sia collegata e montata. Neanche uno schemino per spiegare come sarà. Perché ancora non c’è. Una bufala propagandistica. Se poi dalla fontana arriviamo alla Foce cosa troviamo? Il tappo del Bisagno. Cumuli di terra con tanto di affioramenti, diventati isole dove passeggiano i gabbiani.

Tutti vedono e nessuno parla: il pericolo è evidente, la sicurezza pure. Tutti zitti. Semplice: spalare tonnellate di merda mista a chimica non è business, non fa città meravigliosa del fare.

Se risali il torrente scopri che per i nostri amministratori-tecnici-comunicatori a Genova piove solo sul lato sinistro. A eccezione delle aree ferroviarie di Terralba che – mentre intorno le carte segnano rosso, allagabile – lì sono bianche, cioè edificabili. A Terralba non piove; massimo pioviggina.

Procediamo ed ecco la meraviglia: lo scolmatore del Fereggiano; costato decine di milioni e altri ne costerà. Ma appena inaugurato inizia a piovere. Una pioggia autunnale da allerta gialla e  â€“  guarda un po’, nonostante studi, lavori e collaudi  â€“  l’acqua non ne vuol sapere di finire nello scolmatore. Intanto via Centurione Bracelli diventa un fiume in piena e trascina di tutto, ma non nello scolmatore, direttamente nel Bisagno. Piccolo errore e altri milioni buttati via. Non però per chi se li è incassati.

Un chilometro più su scopriamo che anche qui tecnici, amministratori e cantori vari hanno preso un bel granchio. La pioggia che cade a Sant’Eusebio ha deciso di arrivare nel Bisagno giusto trecento metri prima di dove i soliti noti vorrebbero piazzare l’imboccatura dello scolmatore. Quello “definitivo” che libererà Genova dalla paura e molte aree dal divieto di edificabilità.

Una vera cattiveria di Giove pluvio. Allora lo facciamo sto’ scolmatore da trecento milioni di euro e soprattutto a quali tecnici ci affidiamo per avere certezze tecniche? Forse agli stessi?

Ma non ridete, quegli stessi amministratori, tecnici e coro di adoratori hanno deciso che sul Bisagno piove solo in sponda sinistra, su quella destra mai. Quindi nessuno propone il terzo scolmatore, ma chissà… E tutti abbiamo visto cosa è successo in via Lodi: pioggia, frana, capannone di un’azienda inondato, imboccatura dell’accesso al Bisagno che non sopporta certi carichi per la fragilità di una volta mai messa in sicurezza e…. niente. Dopo anni l’assessore dice che hanno comperato il capannone (vedere per crederci) e lo abbatteranno (idem). E dove erano i nostri prodi quando Legambiente denunciava questi pericoli con le osservazioni al piano di bacino del Bisagno? Forse a Terralba perché lì non piove.

Ma è piovuto, caspita se è piovuto a destra, anche in via Carso sotto il Righi. Proprio dove l’attuale amministrazione ha approvato l’aumento a dismisura dei volumi di cemento della Panarello. Quel cemento che indirizzerà l’acqua dritta in centro. Così al Sindaco e al Governatore non servirà più lo scivolo di gomma in via XX settembre (costato 300.000 euro). Potranno buttarsi in acqua gratis e arrivare di slancio nei propri uffici. Una pacchia.

Ma è piovuto anche in valle del Velino dietro Staglieno. Così hanno dovuto chiudere la strada; dove amministratori premurosi e il geologo del Comune dichiarano che la frana è in sicurezza. Lì, se piove davvero tipo alluvione, il forno crematorio (di cadaveri) va in barca e la Valbisagno si prende la rivincita sulla Valpolcevera: là casse da morto galleggianti verso il mare, di qua urne cinerarie e magari pezzi di forno. Una bellezza: Genova meravigliosa che getta in mare le ceneri dei defunti.

Andrea Agostini

FATTI DI LIGURIA

P 07 – Ponente

La Provincia di Imperia (di nuovo) in mano a Scajola!

Il 28 novembre sono state presentate le candidature e le liste per le elezioni provinciali di Imperia, che si terranno il 18 dicembre con un voto espresso dagli Amministratori comunaliin carica.

Il vincitore annunciato è Claudio Scajola, Sindaco di Imperia, per mancanza di contendenti! Nessun’altra lista ha infatti presentato candidati/e a Presidente, quindi sarà una gara con un unico competitore.

Claudio Scajola guida una lista con esponenti di Cambiamo di Toti, Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega, ricompattando tutto il centro destra, dopo alcuni attriti del recente passato.

Escluso (inaspettatamente per lui) da ogni accordo tra Toti e Scajola, il Sindaco di Sanremo Alberto Biancheri si era proposto in una prima fase come candidato Presidente, poi è stato costretto ad un dietro-front forzato in quanto isolato da tutti i maggiori esponenti dei Comuni dell’Imperiese; ora Biancheri si candida in una lista senza candidato Presidente, che concorre solo per i pochi posti di minoranza in Consiglio Provinciale.

E quindi finisce così, con un ritorno al passato: nella storica contrapposizione tra le due città più importanti della Provincia, vince Scajola confermando la sua antica rete di potere e con una evidente voglia di rilancio, perde Biancheri a causa delle sue contraddizioni.

Infatti non si è trattato di un confronto tra vecchio e nuovo, tra il bene e il male.

Semplicemente uno scontro di potere, stessi vecchi metodi, nessuna prospettiva di vera novità.

Biancheri paga l’ambiguità politica che ha contraddistinto il suo mandato a Sindaco (è nel pieno del secondo): eletto con una alleanza civica di rinnovamento, che guardava al centro sinistra sanremese, durante il primo mandato ha ammiccato a Scajola, si è avvicinato a Toti, fino a rivolgersi indifferentemente a destra (di più) e a sinistra (di meno) per la rielezione.

Sullo sfondo ambizioni e posizionamenti in vista di nuovi assetti e carriere: Regione, Parlamento, incarichi e poltrone…

Intanto, come diciamo nelle Pillole del nostro giornale, le quattro Province liguri non sono complessivamente messe bene nella classifica appena uscita per la qualità della vita, Imperia è ultima tra queste al 66° posto.

Che dicono i nostri Amministratori al proposito? Che responsabilità assumono per il futuro?

Questa è una ulteriore prova che la vera sconfitta di tutti e tutte noi sta nella confusione e nella evidente incapacità di formulare una visione che abbia un senso territorialmente e che possa avere una prospettiva, senza tentennamenti, ambiguità, compromissioni.

Solo un progetto politico chiaro, coerente può essere e fare la differenza davanti alle gravi emergenze del nostro territorio saccheggiato e ancora predato da nuove speculazioni.

Essere chiari su questo, avere obiettivi attenti alla collettività e ai beni comuni, senza cedimenti ai grandi interessi che si stanno riaffacciando. Per il momento nulla di nuovo all’orizzonte, anzi!

DC

FATTI DI LIGURIA

P 08

La donna di Liguria: single e impiegata

Quando il primo novembre 2020, all’inizio della pandemia, Giovanni Toti tweettava che  â€“  in materia di tutele mediche  â€“  â€œgli anziani non erano indispensabili allo sforzo produttivo del Paese”, non stava straparlando. La sua era semplicemente “voce dal sen fuggita”. L’apparizione improvvisa della verità: chi ci governa è un agente (maldestro) di ciò che un politico di sinistra (quando c’era la Sinistra) avrebbe definito “transizione da un’economia di mercato a una società di mercato”. Ossia l’inarrestabile occupazione di pezzi del mondo della vita per estrarvi profitto. E chi non serve viene considerato rifiuto. Una logica la cui avanzata si riscontra nella nostra regione già a livello di istituto familiare. Difatti anche in Liguria assistiamo al declino della cosiddetta “famiglia fordista”, dove operava la divisione del lavoro tra coniugi: alla donna la cura della casa e dei figli, al maschio il compito del lavoro retribuito in quanto “portatore del pane” (bread winner, dicono gli anglosassoni). Riguardo ai percepiti collettivi ciò significa crescente svalutazione del lavoro non retribuito della casalinga e contestuale riabilitazione del lavoro salariato (da servitù anni ‘60 a privilegio del posto fisso). Ne deriva una spinta per le donne all’impiego monetizzato come via per il prestigio sociale e la liberazione personale. Un cambiamento negli stili di vita di genere, riscontrabile nell’allentamento della relazione familiare (meno matrimoni, divorzi crescenti), conseguente all’esodo femminile dall’economia di sussistenza nel nucleo parentale all’economia monetaria del mercato; favorito tanto dalla crescente scolarizzazione delle donne come dalle posizioni lavorative create dall’economia dei servizi. Sotto la spinta tanto dei datori di lavoro, che vedono nell’impiego dell’altro sesso un calmiere delle pretese retributive e delle condizioni di lavoro da parte dei maschi; come dello Stato, interessato alla crescita della massa salariale tassabile.

Un fenomeno di liberazione/inclusione che presenta una seconda faccia: l’entrata femminile virata a “esercito di riserva del lavoro” per aumentarne il tasso di precarizzazione; il non risolto problema demografico da parte delle istituzioni, che per carenza di risorse stentano a varare politiche pubbliche a supporto della fertilità sotto forma di servizi. Ma anche come organizzazione dei tempi del lavoro a misura della madre single. Operazione fortemente avversata dai datori.

L’analisi del nostro caso locale ci consegna un quadro che rafforza il trend generale: se le famiglie italiane formate da un solo componente sono il 33,3%, in Liguria diventano il 40,3%. Il rapporto di genere a Genova del 55% maschi e 45% femmine, registra a La Spezia il dato calante del 42,3% nel 2019 per le donne, sceso ulteriormente nel 2020 del 4,25%. A Imperia il lavoro a tempo pieno è per il 62,9 maschile mentre quello parziale diventa al 75,2% femminile.

Se si dice che la Liguria è un laboratorio, in questo caso si può aggiungere “al ribasso”.

PFP

FATTI DI LIGURIA

P 09

Alla ormai ricorrente domanda “che fare per le nuove generazioni che non si appassionano più alla politica?” risponde un romanziere di successo.

Sognando politica

Premesso che i consiglieri regionali liguri percepiscono un’indennità di carica di 8.800 euro mensili cui vanno aggiunti dai 2.220 (minimo) ai 4.884 (massimo) euro mensili come rimborso spese per l’esercizio del mandato (dati ufficiali Regione Liguria). Premesso che i consiglieri di opposizione sono dodici su trenta. Premesso che, a parte coloro che per mestiere seguono tali consiglieri, nessuno sa realmente che cosa fanno. Premesso che i loro interventi ogni tanto vengono messi sui social (facebook, tweet & c.), che pure essendo dei validi strumenti mediatici non appartengono ai canali di comunicazione istituzionali (almeno fino a ora). Tutto ciò premesso, sono convinto che tali consiglieri in numero di dodici vogliano comunicare in modo efficace quello che stanno facendo ai cittadini che li hanno votati, a quelli che non sono andati a votare, e magari anche a quelli che hanno votato gli altri. Perché ovviamente ritengo che i loro interventi siano così efficaci e produttivi che vorranno sicuramente farli conoscere. Dicendo basta al tradizionale mugugno poco costruttivo faccio una proposta concreta alla quale spero seguirà un’azione ancora più concreta. La creazione del “giornalediopposizione-liguria” sia .com o .eu o .it, sia però anche cartaceo. Senza essere preso per un boomer (appellativo ironico e spregiativo, attribuito a persona che mostri atteggiamenti o modi di pensare ritenuti ormai superati dalle nuove generazioni, secondo l’autorevole Accademia della Crusca), a volte la carta stampata, con quel nero su bianco che non può essere cancellato, ha un valore che regge maggiormente la distanza: carta canta, web bercia sommessamente. Qui però ci vorrebbe un piccolo contributo economico da parte dei famosi dodici consiglieri: con appena un ventesimo delle loro retribuzioni (giuro che basterebbe) potrebbe essere stampato un giornale mensile da distribuire gratuitamente nelle edicole, oltre alla costruzione e al mantenimento dell’ovvia quanto imperdibile pagina web. Un ventesimo, una sciocchezza, ma di grande valore partecipativo, oserei dire quasi doverosa, per uscire dalla nebbia del non sapere che (diavolo) fanno. Naturalmente, grazie a questo nuovo (vecchio) strumento di comunicazione, i cittadini, edotti sulla lotta senza quartiere dell’opposizione per garantire i diritti in tema di giustizia sociale, di lavoro, di ambiente, di sanità, di solidarietà, e via dicendo, voteranno in massa gli oppositori, portandoli, nella prossima tornata elettorale, da opposizione a maggioranza. E qui, nel gioco onesto della democrazia, lasceranno il giornale e la pagina web alla nuova opposizione, in modo che questo giornale garantisca sempre la voce della minoranza. A meno che tutto questo non si voglia fare e non sia stato fatto per carenza di argomenti, per ignavia di comportamenti, per sodalizi do ut des che garantiscano in qualche modo la poltroncina da 12.000 euro al mese, da vuoti mentali e operativi. Bene, la proposta è fatta, poi svegliatomi da questi sogni ideologici, scriverò sommessi peana e critiche (il cerchiobottismo paga) per i potenti, per mescolarmi alla folla, per non esagerare, che non è buona educazione.

CAM

FATTI DI LIGURIA

P 11

Piove in Galleria

L’allagamento della storica Galleria Mazzini, a Genova, è un episodio modesto in sé, ma rivelatore del modo a dir poco sciatto e irresponsabile con cui l’amministrazione Bucci ha cura della cosa pubblica. La Galleria è un prezioso bene storico della città, testimonianza della migliore cultura ottocentesca, oggi abbandonata a se stessa e alle modeste iniziative dei commercianti che ancora la tengono in vita. I costosi lavori di restauro e riparazione della volta in vetro e ferro si protraggono da anni, come ben sanno i cittadini genovesi che si ostinano a usufruirne.

In occasione delle recenti piogge, essendo in corso la settimanale ‘fiera dell’antiquariato’ la galleria è stata allagata dalle acque affluite in gran copia sia dall’adiacente piazzetta sia, soprattutto e ‘a cascat’, dalla volta in vetro oggetto delle cosiddette ‘cure’ dell’amministrazione comunale.

Fortunatamente, non si sono registrati danni alle persone, ma l’evento ha sconcertato la cittadinanza, suscitando interrogazioni in Consiglio Comunale circa l’inadeguatezza dei lavori di riparazione e ripristino della volta della Galleria.

L’assessore competente, Piciocchi, ha risposto imbarazzato sostenendo – mirabile dictu – che la caduta dell’acqua dall’alto delle vetrate era causata non dall’imperfetta o incompleta esecuzione dei lavori relativi al corretto deflusso dell’acqua piovana, ma “da una inefficienza dei pluviali e dei canali di gronda, anche di proprietà privata…. Noi possiamo fare manutenzione sui nostri pluviali – ha aggiunto – ma se i privati non li fanno sui loro, allora è tutto inutile. La prima cosa che farò sarà convocare un tavolo con gli amministratori dei condomini privati in modo di arrivare a un regolamento dove venga(no) finalmente messo nero su bianco le diverse responsabilità circa la manutenzione dei pluviali”.

Dunque: nei confronti di un bene pubblico aperto all’uso dei cittadini, la cui sicurezza e integrità anche fisica è messa in pericolo da uno stato di degrado imputabile anche a privati proprietari, il Comune non trova altra soluzione che quella di comportarsi a sua volta come un privato, pur consapevole che le ingenti somme impiegate nella messa in sicurezza di quel bene pubblico sono di fatto rese inutili dall’inerzia dei privati proprietari. È come se – di fronte al pericolo di crollo di un muraglione che dà sulla pubblica via, di proprietà in parte comunale e in parte privata – il Comune dicesse: ‘Io riparo la mia parte, anche se so bene che occorrerebbe una riparazione integrale del muraglione. Se mai, convocherò ‘un tavolo’ per discutere il da farsi con i privati’.

Ignora l’assessore – e anche il Sindaco – la normativa che attribuisce proprio al Sindaco, quale ufficiale del governo, il potere/dovere di emettere ordinanze cogenti nei confronti dei privati in materia di incolumità pubblica e sicurezza urbana. La ‘sicurezza urbana’, in particolare, secondo il D.M. 5/8/2008, fa riferimento a ‘un bene pubblico da tutelare attraverso attività poste a difesa, nell’ambito delle comunità locali, del rispetto delle norme che regolano la vita civile, per migliorare le condizioni di vivibilità nei centri urbani, la convivenza civile e la coesione sociale’.

È curioso che questo importante strumento venga utilizzato da certi Sindaci per risolvere il ‘grave problema’ della prostituzione, mentre nei confronti dei privati proprietari si preferisca, se proprio necessario, istituire l’ennesimo, inutile ‘tavolo’.

In attesa del quale, alle prossime piogge, in Galleria Mazzini, vedete di proteggervi adeguatamente indossando un nord-ovest o, per prudenza, un casco.

MM

FATTI DI LIGURIA

P 12

Il Passo della Morte, la strage continua

Siamo sul costone di roccia che divide Ventimiglia da Mentone, l’Italia dalla Francia, frontiera vera e travagliata.

Montagna e bosco, sentieri impervi, da sempre luogo carico di storia, di passaggi clandestini nelle varie epoche: i contrabbandieri, gli antifascisti, gli ebrei in fuga dalle leggi razziali, i migranti di ieri e di oggi. Si cerca il passaggio verso la libertà, molto spesso si è incontrata la morte.

Ancora nella notte di sabato 6 novembre è stato trovato un cadavere in un dirupo sottostante il cosiddetto “Passo della Morte”, il sentiero ricavato nella roccia più usato e più pericoloso, e solo la domenica mattina 7 novembre è stato possibile recuperare il corpo del giovane migrante, caduto nel tentativo di raggiungere la Francia.

Contemporaneamente, nelle stesse ore, i Vigili del Fuoco sono intervenuti per salvare tre migranti tunisini che stavano di nuovo tentando il “Passo della Morte”, rischiando di precipitare nel burrone sottostante.

I tunisini, stremati, si erano persi nel bosco e rischiavano di precipitare — anche loro — in uno dei tanti precipizi della montagna.

La frontiera francese respinge tutti i migranti che vogliono raggiungere altri Paesi.

L’emergenza sociale è aumentata, il fenomeno dei passeur è aumentato enormemente da quando non ci sono più presidi istituzionali, da quando è stato chiuso il campo Roya dall’agosto 2020, dove i migranti, adulti e bambini, potevano trovare un ricovero provvisorio e gestito.

Ora i tanti migranti che si avvicinano alla frontiera per andare oltre si ammassano e si disperdono incontrollati, respinti e abbandonati a loro stessi, salvo una rete di volontariato che argina come può la situazione, con un pasto caldo, con un indumento pulito, una coperta. Precariamente.

Questa è la situazione ancora oggi, nonostante le cicliche morti proprio sul “Passo della Morte” o sugli altri passaggi non ufficiali (travolti sull’autostrada a piedi, annegati in mare, fulminati sul tetto dei treni…) che la CGIL Imperia ha ancora elencato pietosamente in questa ultima circostanza con una conclusione: “Ormai è chiaro a tutti che serve un campo di accoglienza, dove oltre al cibo siano disponibili anche le informazioni per evitare di affidarsi ai passeur e rischiare di morire.”

Il fenomeno migratorio è una responsabilità sovrannazionale.

Sulla nostra frontiera dal 2015 si vive una situazione inaccettabile, nel silenzio dei più.

Da una parte la Francia persegue la politica dei respingimenti.

Inutile scegliere la strada della militarizzazione, della repressione, della negazione di un’accoglienza di base, come sembra perseguire sul fronte italiano il Sindaco della Città di Ventimiglia Scullino, ora finalmente convintosi della necessità di riallestire un campo di accoglienza (fuori città, verso La Mortola) in accordo con la Prefettura di Imperia.

Gli incidenti, le morti, il disagio sociale – dunque la sofferenza e l’insofferenza, entrambe tangibili — devono essere gestite e non taciute, restituendo dignità alle persone in transito e alla città tutta, nel più breve tempo possibile.

DC

FATTI DI LIGURIA

P 14

I corridoi umanitari come civiltà e impegno concreto (P14)

I corridoi umanitari sono un progetto-pilota, realizzato dalla Comunità di Sant’Egidio, dalla Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, dalla Tavola Valdese e dalla Cei-Caritas.

Se ne è parlato in un incontro organizzato dall’associazione Amici di padre Damarco a Sarzana il 28 ottobre scorso, ospiti esponenti della Comunità di Sant’Egidio di Genova. Il progetto – è stato spiegato – è nato dopo le tragedie di Lampedusa del 2013-2014. Si è studiato come utilizzare la legge sull’immigrazione in vigore con l’obiettivo di evitare i viaggi con i barconi nel Mediterraneo e impedire lo sfruttamento dei trafficanti di uomini che fanno affari con chi fugge dalle guerre, e si è individuata una possibilità: concedere a persone in “condizioni di vulnerabilità” (ad esempio, oltre a vittime di persecuzioni, torture e violenze, famiglie con bambini, anziani, malati, persone con disabilità) un ingresso legale sul territorio italiano con visto umanitario.

Le associazioni inviano sul posto dei volontari, che prendono contatti diretti con i rifugiati nei Paesi interessati dal progetto, predispongono una lista di potenziali beneficiari da trasmettere alle autorità consolari italiane, che dopo il controllo da parte del Ministero dell’Interno rilasciano dei visti umanitari con Validità Territoriale Limitata, validi dunque solo per l’Italia. Una volta arrivati in Italia legalmente e in sicurezza, i profughi possono presentare domanda di asilo.

I profughi sono accolti a spese delle associazioni in strutture o case. Anche a Genova:

“Insegniamo loro l’italiano, iscriviamo a scuola i loro bambini, per favorire l’integrazione nel nostro Paese e aiutarli a cercare un lavoro. Da febbraio 2016 a oggi sono già arrivate più di 4.200 persone – siriani in fuga dalla guerra e rifugiati dal Corno d’Africa e dall’isola di Lesbo, in Grecia.A Genova la Comunità di Sant’Egidio sta ospitando una trentina di persone, tra cui alcuni casi molto complicati: una ragazza somala con una malattia cardiaca grave, un bambino siriano con la spina bifida… Paghiamo tutto noi, fino a quando le persone non diventano autonome. Accompagniamo le persone che hanno sofferto verso la rinascita. Attorno alle parrocchie un mondo intero è stato coinvolto, associazioni, singoli cittadini… Anche i Comuni potrebbero attivarsi. Il progetto è una goccia nel mare, ma ha già salvato oltre 4 mila vite umane. È la prova che se ciascuno di noi fa qualcosa, tutti insieme possiamo fare molto”.

I corridoi umanitari sono frutto di un Protocollo d’intesa tra la Comunità di Sant’Egidio, la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, la Tavola Valdese, la Cei-Caritas e il Governo italiano, e sono totalmente autofinanziati dalle associazioni che li hanno promossi. Un Protocollo per i profughi afghani è stato firmato, il 4 novembre scorso, dalle medesime associazioni e dall’ Arci. Dovrebbe essere utilizzato per i migranti vittime del dramma che si sta consumando alla frontiera tra la Bielorussia e la Polonia, come hanno sottolineato molte associazioni spezzine nel documento pubblicato di seguito. Anche così possiamo reagire all’indifferenza, al tramonto della solidarietà su cui si fonda la costruzione europea, il suo motivo d’essere, la sua anima profonda.

GP

Documentazione

Appello ai parlamentari italiani ed europei (novembre 2021)

Le cronache di questi ultimi giorni, ma, soprattutto, la sensibilità con cui le sottoscritte associazioni seguono da molto tempo le vicende delle persone che si allontanano dai loro Paesi di origine per motivi di guerra, persecuzioni, povertà, ricerca (anche se a volte miraggio) di una vita immaginata migliore, hanno portato a considerare necessarie azioni che vadano oltre la frustrazione per l’impotenza di fronte a tanta sofferente realtà e possano, collaborando insieme, portare a un superamento delle tragedie che si stanno consumando per terra e per mare.

L’interlocutore più accreditato per questa azione è l’Europa, nella figura dei suoi parlamentari, espressioni del nostro voto e portavoce delle nostre istanze. È a loro che ci rivolgiamo perché rendano sempre più incisiva la loro azione sia a favore di questi migranti sia verso le Istituzioni Europee ed i suoi Paesi membri.

Le migrazioni forzate in particolare evidenziano la complessa situazione di relazioni politiche che ancora caratterizza l’Unione Europea e ne fa emergere la sua implicita fragilità: non è comprensibile come alcune migliaia di persone al confine esterno dell’Unione possano mettere in crisi la tenuta di tutta l’Unione Europea (450 milioni di abitanti per più di 4 milioni di Kmq.) tanto più se si considera che vicino all’Europa, e non solo verso Est, molti Stati sono autocratici, dispotici e ricattatori. Ciò non ci solleva dall’obbligo di rispettare i diritti umani di persone che delle azioni di tali Stati sono vittime.

Noi consideriamo non negoziabili il rispetto della dignità umana, la solidarietà e l’uguaglianza fra le persone quali valori fondanti della stessa Unione.

Al governo italiano, agli europarlamentari e ai membri del Parlamento Italiano chiediamo di adoperarsi affinché l’Unione Europea solleciti fortemente la Polonia a far entrare i rifugiati che si trovano in condizioni di violenza indicibile al confine tra la Bielorussia e la Polonia e che oggi sono respinti illegalmente da un Paese dell’Unione per poi ricollocarli in tutti i Paesi europei secondo un equo criterio di redistribuzione.

L’UE deve agire immediatamente affinché:

• venga rispettato il diritto internazionale di non respingimento già previsto dalla Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951 e il diritto dell’Unione stessa garantendo il diritto di presentare alla frontiera richiesta di asilo e di avere accesso al territorio europeo, secondo le regole comuni.

• venga immediatamente consentito agli enti internazionali e alle organizzazioni umanitarie di prestare il necessario soccorso alle famiglie, ai bambini e a chiunque si trovi oggi a rischio di vita alle porte dell’Europa.

Acli provinciali SP, Arci territoriale Comitato Val di Magra, Anpi Sarzana, ASGI Nazionale, Associazione Culturale Mediterraneo, Associazione L’égalitè, Caritas diocesana, Circolo Acli Damarco Sarzana, Circolo Pertini Sarzana, Gruppo Amici Padre Damarco.