Numero 16, 31 ottobre 2021

PILLOLE

Zangrillo presidente del Genoa: un immunologo contro i gol incassati

Potenza del Covid: Zangrillo, primario di rianimazione del San Raffaele di Milano, ora presidente del Genoa. Che c’azzecca? Niente, ovviamente. Ma la nuova proprietà, il fondo americano 777, cercava una persona di rappresentanza, d’alto profilo dopo Spinelli e Preziosi. Non che questi non lo fossero, per carità, quasi come l’antagonista Ferrero. Zangrillo medico personale di Berlusconi, dal Covid al calcio. Colui che dichiarò serissimo a maggio 2020 “il virus, praticamente, clinicamente non esiste più”. Questo per non essere da meno dell’altro volto televisivo Burioni, secondo cui “da noi il virus non c’è e la mascherina non protegge ma serve a quelli che stanno male”. Quando qualcuno segnerà al Genoa, Zangrillo potrà dire che il gol, praticamente, non è mai esistito.

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Toti arriva rombando sul macchinone e fa perdere il suo candidato

Giovanni Toti si è regalato un nuovo Suv. Un Mercedes modello Classe Gle V167 320 di cilindrata che costerà alle casse dell’amministrazione ligure 59.907, 68 euro. Acquisto che va a sostituire la precedente ammiraglia – una Jeep Grand Cherokee – del cacicco di piazza De Ferrari che ha bisogno vitale di macchinoni bruciagasolio in quanto – stando a note ufficiali – percorre mediamente 100mila chilometri all’anno. Ed è comprensibile per un personaggio come lui, in campagna elettorale permanente. Con quale risultato non si sa. Stanti i malcelati improperi nei suoi confronti che giungono da Savona. Dove la débãcle del candidato di destra Angelo Schirru viene attribuita alla sua ingombrante presenza. “All’eccessivo protagonismo del Toti”. Testuale.

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L’astuzia ligure evade l’obbligo green pass

Come si evita di restare fuori dal posto di lavoro, rifiutando il green pass? Facile e intuitivo. L’astuzia italiota ha colpito ancora una volta, causa l’introduzione dell’obbligatorietà del green pass dal 15 ottobre scorso. Attitudine furbastra che vede la Liguria nella top five delle regioni meno virtuose. Il Corriere del 21 di questo mese ci informa che rispetto alla settimana precedente i certificati medici per malattia sono addirittura triplicati, da 1.828 a 4.515. Improvvisa accelerazione degli starnuti o una combine perniciosa tra finti ammalati e medici compiacenti? Grande rispetto per chi affronta le proprie convinzioni (che non condividiamo) pagandone il prezzo, ma disprezzo e vergogna per chi invece scaltramente se ne approfitta. Tertium non datur.

EDITORIALI

Nei mesi scorsi è stata avanzata la richiesta, da parte della società Energia Minerals (Italia) srl, controllata al 100% dall’australiana Alta Zinc ltd, di ricercare rame, piombo, manganese, zinco, argento, oro, cobalto, nickel e minerali associati in diversi siti del “complesso minerario della Val Graveglia” Si tratta di una zona mineraria preistorica sfruttata per migliaia di anni, dove tra Settecento e Ottocento sono state realizzate numerose miniere, poi abbandonate dalla metà del secolo scorso. La ricerca proposta riguarda una superficie complessiva di circa ottomila ettari, situata nei territori di Varese Ligure e Maissana (La Spezia) e Casarza Ligure, Sestri Levante, Ne e Castiglione Chiavarese (Genova). Un territorio che oggi non ha certo bisogno di tornare alle miniere: perché costituisce nel suo insieme un’area pregevole dal punto di vista ambientale, vocata ormai da anni a uno sviluppo economico basato principalmente sull’accoglienza turistica, sull’enogastronomia, sull’allevamento, su una produzione agricola di prodotti tipici sempre più orientata verso la sostenibilità, sulla cultura.

Il progetto di ricerca è oggetto di procedura di Valutazione di Impatto Ambientale presso il Ministero della Transizione Ecologica. Pubblichiamo stralci delle osservazioni predisposte nell’ambito della procedura da WWF Liguria, Lipu La Spezia, Libera La Spezia, VAS La Spezia, Italia Nostra La Spezia, Comitato Nessuna discarica un Val di Vara (in data 20 maggio e 30 settembre 2021).

Proteggiamo la Val di Vara e la Val Graveglia!

Questa zona è solcata da diverse vie di comunicazione sin dalla preistoria, l’Alta Via dei monti delle 5 terre, la via del sale che da Sestri Levante portava il sale nella pianura padana e incrociava l’Alta Via dei monti liguri e la consolare romana Aemilia Scauri.

Tutta la zona ricopre un enorme valore storico culturale.

Per quanto riguarda la protezione ambientale occorre tenere presente che al passo del Bocco di Bargone abbiamo uno stagno detto “Lago di Bargone” dove trova rifugio il Tritone Ligustico, una specie di salamandra crestata che gli antichi Liguri chiamavano “ligheu”, che deriva dal prefisso ligure “lig” che identifica una zona paludosa: un animaletto molto raro. Inoltre abbiamo anche il rospo ululone (bombina variegata), animaletto altrettanto raro. Trova qui il suo habitat anche la “Euplagia quadripunctuaria”, farfallina rossa autoctona della zona che sparirebbe se venisse variato il suo habitat e per questo è protetta dalla direttiva “Natura 2000”.

Da quanto su esposto si può comprendere la fragilità ambientale della zona.

Gli interventi richiesti non possono essere ritenuti compatibili con le caratteristiche delle Z.S.C. (Zone Speciali di conservazione) e di tutti gli elementi costituenti la Rete Natura 2000, quali specie e habitat tutelati dalle normative vigenti sia locali sia comunitarie.

È il caso di ricordare che, nelle aree di Rete Natura 2000 di interesse regionale, si applicano le Misure di Conservazione approvate dalla Regione Liguria tramite specifiche Delibere di Giunta, in particolare la 537/2017 e la 729/2019. In esse sono espressamente citate come non ammesse “l’apertura di nuove cave e miniere, compresa l’effettuazione di sondaggi a scopo minerario” (Art. 1 delle Misure di Conservazione). Vogliamo citare anche la Legge Regionale ligure 28/2009 “Disposizioni in materia di tutela e valorizzazione della biodiversità” dove si definiscono facente parte della Rete Ecologica Regionale, assieme ai Parchi Naturali e ai siti di Rete Natura 2000, anche “tutte le aree di collegamento ecologico-funzionali che risultino di particolare importanza per la conservazione, migrazione, distribuzione geografica e scambio genetico di specie selvatiche”. Ultima considerazione è che tutta la zona è una paleofrana e che i paesi di Disconesi e di Cembrano sono dichiarati dalla Regione Liguria in movimento, e quindi sarebbero da monitorare, senza incidere negativamente sulla paleofrana.

Tutto questo nella valle del biologico!

L’areale interesserebbe anche porzioni di territori carsici con presenza di grotte censite, con le altre forme di geodiversità elencate nella L.R. 6 ottobre 2009, n. 39.

Infine, per quanto riguarda i vincoli imposti dal Piano Territoriale di Coordinamento Paesistico (PTCP), in relazione al regime di assetto insediativo, le zone sono in buona parte classificate come ANI-MA, cioè come area non insediata, per ciò che concerne la categoria descrittiva, e come area di mantenimento, per quanto riguarda la categoria normativa. Ciò significa che permettere l’esecuzione degli interventi richiesti con l’istanza della ricorrente andrebbe a violare tali norme, poiché il progetto in esame richiederebbe la realizzazione di nuove piste e strade e allargamento di quelle esistenti.

In conclusione le attività mineraria e di cava sono espressamente non consentite e non compatibili con le norme di Conservazione e Mantenimento sia della Rete Ecologica che dalla Pianificazione Territoriale urbanistica vigente della Regione Liguria.

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PER LA SALUTE E L’AMBIENTE LIGURI. UN MANIFESTO

Nei suoi primi otto mesi di vita, la news on line Voce del Circolo Pertini ha dato la parola a un numero considerevole di soggetti collettivi locali (movimenti, comitati, associazioni, ecc.). In ordine rigorosamente alfabetico: ARCI Savona, Collettivo Autonomo Portuali Genova, Comitato Assoutenti Fibromialgia, Comitato Nessuna discarica in Val di Vara, Comitato per la Salvaguardia del Territorio della Vesima, Comitato Palmaria Sì – Masterplan No, Comitato spontaneo amici del Tarinè, Comunità di San Benedetto, Cooperativa Ce.Sto, Federmanager, Genova che osa, Il Rosso non è il Nero Savona, Italia Nostra La Spezia, Legambiente La Spezia, Legambiente Liguria, Libera La Spezia, Lipu La Spezia, Manifesto per la Sanità Locale, Movimento Indipendente cittadini per Carignano, No al bio-digestore Santo Stefano Magra, Ordine Ingegneri Genova, Ponente Ambiente Cultura, Rete italiana pace e disarmo, Riconvertiamo Seafuture, Rinascimento Genova, Sarzano in movimento, Società Marittima Mutuo Soccorso Lerici, Unione Sindacale di Base Genova, VAS La Spezia, WWF Liguria.

Emerge così una realtà ricca e articolata di persone disinteressate, che si impegnano generosamente per puro civismo. Con tre connotati distintivi nella quasi totalità dei casi:

  1. Una mobilitazione locale per la tutela di specifici beni comuni, dalla salute al territorio;
  2. Un’azione concentrata su un singolo problema, considerato a sé stante;
  3. Una rappresentazione della questione che stenta a uscire dallo stretto perimetro specifico.

Si registra in positivo un importante patrimonio di partecipazione. In negativo, un approccio che tende a operare – per così dire – svincolo e sparpagliato, non ponendosi il problema essenziale di dare vita a masse critiche: la ricerca di partnership tra affini. In altre parole, non persegue modalità di collegamento che aumentino il peso specifico dell’istanza. Contrattuale e/o antagonista.

Tentativi in questa direzione ci sono stati o sono in corso. Esistono alcune reti su base provinciale. Ma un collegamento effettivo, un soggetto unitario non c’è. Un limite che rende impossibile ai vari soggetti civici colpire il bersaglio (la propria Missione), la cui causa può essere individuata nelle difficoltà di mettere a fuoco chi davvero è il proprio antagonista; l’avversario che persegue l’obiettivo di saccheggiare/distruggere.

Insomma, difetta la consapevolezza acquisita che – seppure in ambiti diversi – ci si sta scontrando contro un disegno strategico complessivo, lucidamente perseguito da un unico antagonista; intenzionato a imporre scelte ispirate a una logica pervasiva: la mercificazione di ogni ambito della vita. Appunto, dalla salute all’ambiente. Un aggregato di potere egemonico, saldamente insediato nella stanza dei bottoni nelle istituzioni di governo amministrativo.

Infatti, in Liguria è da tempo in atto la corsa alla post-democrazia: ossia la mutazione della classe politica in un ceto indifferenziato (se non durante le elezioni, diventate “gare tra marchi, anziché opportunità per i cittadini di replicare ai politici”), con la trasformazione dell’impegno nel partito in ascensore sociale per carriere individuali. Nello smarrimento del concetto stesso di bene pubblico, sostituito da logiche affaristiche e collusive (sinergiche con l’attacco al lavoro come diritto e attore politico, con il principio di eguaglianza); che nel caso ligure abbiamo da tempo visto all’opera – da chi si fregiava tanto dell’etichetta “destra” che “sinistra” – nella svendita della sanità ai privati come nella cementificazione della costa.

Nonostante la comunanza delle pratiche, la nuova destra al potere apporta due arricchimenti al peggio dell’occupazione politicante per il dominio antidemocratico della società, uno tecnico, l’altro ideologico: il poderoso apparato comunicativo finalizzato a creare una sorta di impero del falso (non ci sono alternative alla svendita dei beni comuni, e chi si oppone è un “radical chic” nemico del popolo. L’alternativa truffaldina tra lavoro e salute), un pensiero unico che teorizza diseguaglianza, antepone il profitto alla coesione sociale, considera l’ambiente una semplice fonte di ricavi.

Il combinato disposto comunicazione-ideologia, cementato dalla spregiudicatezza affaristica, ha generato un’Idra dagli innumerevoli tentacoli, eppure guidati da un’unica testa: il ceto politico-affaristico che ci governa. Una testa che non sarà mozzata fino a quando non si riuscirà a comprendere e a combattere l’unicità di questo centro di governo, che devasta e – al tempo stesso – colonizza la pubblica opinione. Che va combattuto squarciando il velo di Maja della finzione promossa attraverso le più aggiornate tecniche del marketing e della comunicazione subliminale; vedi gabellare come massimo di efficienza “il modello Genova”: ossia realizzare opere pubbliche senza il benché minimo controllo. Al tempo stesso portando a fattor comune le innumerevoli istanze di territorio, evidenziando la riconducibilità delle varie partite in gioco a quello che un filosofo democratico della politica definiva “consenso per sovrapposizione”.

In questo quadro la Voce del Circolo Pertini nutre solo l’ambizione di svolgere un ruolo di collegamento e circolazione delle informazioni. Al servizio del disegno di favorire la precisazione e la costituzione di un soggetto unitario, interprete della domanda di una Liguria solidale e democratica attraverso le lotte per il diritto alla salute la difesa dell’ambiente (vorremmo aggiungere, del lavoro e della giustizia sociale). Per unire senza unificare, nelle modalità della rete civica (da parte nostra nessuno pensa a una nuova struttura partitica). Facendo rete con quelle che già operano. Per dare corpo e anima allo spettro che si aggira in questi anni – lo spettro della politica democratica di territorio – contro cui tutte le potenze di un vecchio mondo indecente, e che non vuol morire, si sono alleate in una caccia spietata.

Farlo organizzando a breve un incontro di tutti i civici in campo; promuovendo iniziative comuni.

 

La redazione de “La Voce del Circolo Pertini”

Nicola Caprioni, Daniela Cassini, Angelo Ciani, Monica Faridone, Michele Marchesiello, Carlo A. Martigli, Giorgio Pagano, Pierfranco Pellizzetti

Hanno scritto per noi:

Andrea Agostini, Franco Astengo, Enzo Barnabà, Maddalena Bartolini, Giorgio Beretta, Pierluigi Biagioni, Pieraldo Canessa, Roberto Centi, Comitato Nessuna discarica in Val di Vara, Comitato per la Salvaguardia del Territorio della Vesima, Comitato Palmaria Sì – Masterplan No, Comitato spontaneo amici del Tariné, Cooperativa Il Ce.Sto, Battistina Dellepiane, Egildo Derchi, Erminia Federico, Maura Galli, Italia Nostra La Spezia, Legambiente La Spezia, Libera La Spezia, Lipu La Spezia, Luca Garibaldi, Valerio Gennaro, Antonio Gozzi, Santo Grammatico, Roberto Guarino, Monica Lanfranco, Giuseppe Pippo Marcenaro, Maurizio Michelini, Anna Maria Pagano, Paola Panzera, Marianna Pederzolli, Enrico Pignone, Bruno Piotti, Bernardo Ratti, Rinascimento Genova, Ferruccio Sansa, Mauro Solari, Giovanni Spalla, Angelo Spanò, Gianfranco Tripodo, VAS La Spezia, Gianmarco Veruggio, WWF Liguria, Franco Zunino.

LETTERE ALLA NEWS

Il 22 ottobre scorso abbiamo ricevuto dal Dottor Giacomo Cattaneo Adorno questa replica al post “Il marchesino riappare a Vesima in tenuta agricola” apparso sulla nostra news del 30 settembre:

Egregio dottor Marchesiello,

l’autorevolezza dei nomi che ho letto nel blog che un amico mi ha trasmesso, quello di un grande Presidente ligure e il Suo, che molto ha fatto per questa città, m’inducono a trasmetterle un breve cenno di rettifica a quanto indotto penso in parte da preconcetti, e in parte da informazioni errate. A meno non si tratti di mera battaglia politica, e allora questa nota è evidentemente inutile.

Per quanto riguarda la personalizzazione della proposta di Vesima, una più accurata ricerca le avrebbe consentito di verificare che le “cementificazioni” da lei citate sono riconducibili agli anni ‘60 e penso si riferiscano alla Pineta di Arenzano, un intervento riconosciuto per aver generato le migliori firme dell’architettura italiana del dopo guerra. A me, nel campo dell’utilizzo del cemento, va attribuita a Genova la realizzazione dello Stadio Ferraris, della Sciorba, e di parte della Metropolitana, il cui progetto originario peraltro è di mio nonno Stefano (anche lui Marchese…).

Di quel periodo sono gli insediamenti di Sant’Ilario, e di Crevari, che segnalo alla sua attenzione, perché esempio di quello che succede quando la normativa di presidio agricolo, identica a quella che Lei riterrebbe da salvaguardare, si applica ad una proprietà frazionata. Effetti tanto contrari all’obbiettivo ricercato che appunto la nuova norma cerca di rivederla.

Sorvolo le pittoresche ma forse, mi darà atto, superficiali sue descrizioni per chiederle un esame attento, se desidera le trasmetto la documentazione, ma è scaricabile comunque su internet.

In effetti l’attività professionale mia personale e delle aziende che rappresento si concentra e si è sempre concentrata su sviluppo del territorio, agricoltura e turismo.

Sono competenze delle quali il progetto, firmato da un paesaggista, l’arch. Kipar, noto appunto per cercare soluzioni di recupero dell’ambiente che abbiano una sostenibilità autonoma nel tempo, tenta una sintesi. E a fronte dell’abbandono, dettato da oggettive ragioni di diseconomicità dei lotti rurali quali configurati due secoli fa, tenta di trovare una soluzione nella quale senza concedere un metro cubo in più di edificabilità e senza arretrare anzi rafforzando gli obblighi di presidio agricolo e ambientale ,rispetto a quanto oggi concesso , sia consentita la coabitazione libera di persone non solo contadini .e per quanto riguarda le funzioni “ complementari “ le confesso nel progetto si pensava a quelle culturali e museali. Dato che, mi rendo conto, sono concetti ed idee difficili ad esprimere in sintesi, la rimanderei ad una ricerca su internet sugli insediamenti presso Osaka di Teshima e Nishima che sono stati per me una importante fonte di idee.

La ringrazio per l’attenzione

Giacomo Cattaneo Adorno

PS per quanto riguarda la definizione infelice, sono totalmente con Lei d’accordo, è completamente in contrasto con l’obbiettivo auspicato di ricongiungere con l “orto” la vita di tutti e di tutti i giorni.

Gentile dottor Adorno,

La ringrazio per il ‘breve cenno di rettifica’ inviatomi attraverso la redazione della ‘Voce del Circolo Pertini’. Mi fa piacere prima di tutto che condivida le mie preoccupazioni per la delicatezza del previsto intervento sulla Vesima, e la necessità di farne partecipi la gente di Voltri e gli eroici agricoltori/contadini che ancora si adoprano per garantirne il carattere rurale. E mi fa piacere che Lei condivida la non opportunità della scelta di un nome ‘I giardini di Vesima’ che sembrerebbe segnalare una prospettiva in contrasto con quel carattere. Spesso i termini che impieghiamo dicono più di quanto si vorrebbe rivelare.

Per il resto, mi pare che le sue cortesi precisazioni siano mirate – più che a rettificare il contenuto del mio ‘pezzo’ – a dare un’immagine positiva dell’operazione e, soprattutto, della Sua attività di ‘storico’ costruttore a livello non solo nazionale.

Non conosco gran parte dei lavori da Lei ‘firmati’: da genoano irrimediabile non frequento più da anni lo stadio Ferraris. Ho occasione invece di frequentare da ospite la Pineta di Arenzano e, in particolare, la zona di Marina Grande. In quel caso – come credo anche in altri – Ella si è curato di vendere i lotti e i blocchi di immobili, assicurandosi le ‘migliori firme dell’architettura italiana’, trattenendo tuttavia la proprietà, e il conseguente controllo, di infrastrutture indispensabili quali i parcheggi, le strade interne, parte dei servizi idrici, le strutture a ridosso di Marina Grande e la relativa ‘passeggiata’. A proposito della quale mi corre l’obbligo di segnalarle lo stato di completo abbandono e degrado, come documentato dalle foto che allego a questa mia breve nota.

Non senza ringraziarLa per le parole di considerazione avute nei confronti miei e della redazione.

Augurandomi di poterLa ancora annoverare tra i lettori e – perché no – collaboratori della nostra ‘Newsletter’, con i sensi della mia considerazione,

MM

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Il 29 ottobre scorso abbiamo ricevuto dal Comitato per la Salvaguardia del Territorio della Vesima il testo di una petizione popolare contro la variante al PUC di Vesima, che pubblichiamo di seguito. La petizione si può firmare su Change.org. Il 30 ottobre avevano già firmato 1.400 cittadini.

Petizione Popolare contro la variante al PUC

“Il treno ferma in tutte le stazioni tranne a Genova Vesima”: quante volte abbiamo sentito questo annuncio!
Il gas metano serve tutte le case tranne quelle di Genova Vesima.

Le fogne arrivano ovunque tranne a Genova Vesima.

L’acquedotto pubblico raggiunge tutti i cittadini, tranne gli abitanti di Genova Vesima.

Genova – Vesima.

Sì, perché questa piccola frazione, conosciuta soprattutto nella stagione balneare, è l’ultimo lembo a ponente del Comune di Genova. Eppure, non abbiamo accesso ai servizi essenziali e la condizione precaria in cui versa la nostra Valle non è presa in carico da nessuno, né dalla Proprietà, tantomeno dall’Amministrazione.

Il Comitato per la Salvaguardia del Territorio della Vesima, di fronte alla proposta di variante al PUC richiesta dall’imprenditore Giacomo Cattaneo Adorno – proprietario della quasi totalità dei campi, dei boschi e dei ruderi – chiede quindi che prima di valutare l’approvazione di ulteriori insediamenti edilizi il Comune di Genova:

1) allacci la frazione alla rete del gas metano, come il resto della città, eliminando i pericolosi bomboloni di gpl;

2) allacci la frazione alla rete fognaria, come è obbligatorio in una città civile, eliminando le fosse settiche;

3) allacci la frazione alla rete idrica, consentendo agli abitanti di non dover più ricorrere al mal funzionante acquedotto privato.

Il Comitato per la Salvaguardia del Territorio della Vesima richiede che un rilancio agricolo, unico dichiarato obiettivo di Comune e imprenditore, non prescinda dall’insediamento sul territorio di agricoltori professionisti a presidio di una Valle sempre più soggetta a frane, alluvioni e incendi. Agli agricoltori e non solo a facoltosi inquilini amanti del verde con vista mare vanno destinate eventuali nuove abitazioni, prediligendo il mantenimento dell’esistente e non un’operazione votata al consumo di suolo, affinché la variante al Puc non si traduca in una banale speculazione edilizia e sociale. 

Il Comitato per la Salvaguardia del Territorio della Vesima chiede al Comune che pretenda dal proprietario dei fondi, come prevede la legge, la regolare pulizia dei boschi, dei rivi e la manutenzione dei terrazzamenti; e chiede, non solo alla maggioranza che voterà la variante al PUC, ma anche alle opposizioni, di bloccare la realizzazione della Gronda il cui allaccio è previsto sul lembo di terra che a parole tutti vogliono tutelare.

Vesima poggia su una paleofrana e l’allargamento del viadotto, lo scavo di due gigantesche gallerie e l’innalzamento di muraglioni alti decine di metri riporta alla mente il sinistro ricordo del Vajont.

 Come negli annunci ferroviari che i genovesi hanno memorizzato da decenni, da quando cioè l’estrema frazione occidentale non produce più ortaggi e frutta ma è “solo” una bella spiaggia da frequentare d’estate, “il treno ferma in tutte le stazioni tranne Genova Vesima”: una metafora amara che il Comitato chiede, a tutti e a tutte, di sovvertire.

Condividete la nostra petizione, e, se volete, raccontateci perché Vesima è importante per voi!

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Riceviamo da Europa Verdi – Verdi e pubblichiamo.

Non è vero che gli ambientalisti sanno dire soltanto dei NO!!!

Da sempre come Europa Verde – Verdi ci siamo schierati a favore della costruzione del tunnel della Valfontanabuona! Avevamo formulato anche delle proposte, come quella di prevedere un parcheggio di interscambio nel tratto terminale!  Inoltre per noi era ed è impensabile collegarlo con il progetto della gronda di ponente, poiché si cadrebbe nello stesso errore che fece l’ex Presidente della Regione Claudio Burlando, il quale, all’atto della firma sul protocollo d’intesa relativo alla gronda di ponente (8 febbraio 2010), si rifiutò di firmarlo, poiché pretese che venisse inserito anche il progetto del tunnel, facendo, a nostro avviso, slittare notevolmente i tempi. Poiché da più di quattro lustri i partiti che governano il paese, la Regione ed i Comuni interessati al progetto, a parole sono per dare il via libera, ci chiediamo però: “arriveremo mai ad assistere alla sua inaugurazione, oppure sarà ancora una volta tramandato ai posteri?” Il nostro sogno (utopistico), sarebbe quello di vedere collegate la Valfontanabuona, l’alta Val Bisagno e magari la Valle Scrivia con una linea a scartamento ridotto come quella della Ferrovia Genova Casella!  Vale la pena di ricordare che dando il via libera a questo progetto ci sarebbero dei benefici per le aziende che operano in questa stupenda valle, anche perché non bisogna dimenticarci che quello dalla Valfontanabuona è uno dei cinque poli manifatturieri della Liguria, non servito, però, da un’infrastruttura adeguata, senza contare che con questa opera potrebbe fare tornare ai fasti di una volta l’Expo di questa stupenda valle.

Angelo Spanò co- portavoce metropolitano di Europa Verde – Verdi

Pierluigi Biagioni Europa Verde – Verdi area Tigullio

FATTI DI LIGURIA

P 01

Innalzamento marino, un tema per i Friday for Future liguri (e non solo)

“Il Mediterraneo è una zona dove il cambiamento climatico e l’aumento del livello del mare è più sensibile e rapido rispetto ad altre zone”, avvertono gli esperti.

Il livello del mare lungo le coste italiane sembra destinato a salire nei prossimi decenni, con conseguenti gravi problemi per le città costiere. Secondo gli scenari calcolati da qui fino al 2100 dalla NASA si prevede un aumento di oltre mezzo metro, con valori ancora più alti nel caso le emissioni di gas serra dovessero aumentare ulteriormente rispetto allo stato attuale.

In qualsiasi scenario ci sarà comunque un innalzamento del livello del mare, che nel caso migliore sarà di circa 30 centimetri e in quello peggiore di 80 già fra 79 anni. Un altro studio intergovernativo (Europa e Stati Uniti) avverte che la situazione potrebbe essere addirittura peggiore della previsione NASA attraverso l’I.P.C.C. (Intergovernmental panel on climate change).

Il Mediterraneo e le sue popolazioni sono fortemente interessati da questo fattore di vulnerabilità, prodotto da espansione termica e fusione dei ghiacci montani e continentali. Tanto più un Paese come il nostro con i suoi chilometri di coste. Le città con evidenti segnali di criticità sono Venezia, Trieste, Genova. Evidentemente un fattore di rischio per l’ambiente, per le infrastrutture e per le attività umane. Non è allarmismo, ma attenzione necessaria e doverosa per noi abitanti di una regione di mare e di costa, tanto edificata e già tanto colpita (mareggiate, alluvioni, distruzioni).

Questi studi sono fondamentali per orientare con “scienza e coscienza” (soprattutto con lungimiranza) l’attività di programmazione territoriale delle Amministrazioni comunali e regionali e dei Governi, per adottare adeguate politiche di sviluppo.

Penso a temi che ci toccano da vicino, concretamente.

Nella nostra Regione l’interesse per la costa ed i suoi spazi è evidente da ponente a levante, dove insistono progetti di grande impatto.

In questa fase di grande progettazione dobbiamo porci e porre alle Amministrazioni domande e ricevere garanzie. Soprattutto risposte. È stato valutato da questo punto di vista l’imminente mega progetto privato di restyling del porto vecchio a Sanremo, che prevede una concessione demaniale di oltre 65 anni? L’appena inaugurato porto di Ventimiglia (di promanazione monegasca) avrà avuto una adeguata analisi da questo punto di vista? E così il grande progetto fronte mare a Genova e la ristrutturazione dell’Hennebique, il nuovo porto turistico internazionale di Rapallo, gli spazi per la nautica e il nuovo polo crocieristico e turistico alla Spezia…

Esiste una visione complessiva attenta ai mutamenti (climatici, ambientali, economici, sociali) in atto o sono solo operazioni di ri-funzionalizzazione?

Tutti progetti con grandi interventi privati, promossi con vigore dall’attuale Amministrazione regionale. In una prospettiva – già tardiva – di nuovo millennio, non è prioritaria un’opera complessiva di difesa delle coste, delle spiagge, delle infrastrutture? Delle vite degli uomini e delle donne?

Un mio giovane amico, ricercatore a Londra sul fronte del nuovo concetto di città e di costruito, ripete: i grandi progetti non devono essere pensati solo in chiave di aumento del valore (e di volumi). Vanno prioritariamente pensati in chiave ecologica, a costo di ridurre profitti immediati.

Semplice, quasi banale. O non proprio?

DC

FATTI DI LIGURIA

P 02

Salviamo villa Bombrini dalla ruspa di Bucci

L’ultima minaccia in progettazione a Tursi e che incombe sullo spazio civico genovese: un mostruoso palazzone – denominato, nel solito lessico dei cementificatori, “Palaqualcosa” – che dovrebbe ospitare attività fitness con piscina, strutture varie per attività ludiche e – soprattutto: udite, udite – persino una pista da sci. Il tutto vista mare e con l’ulteriore effetto di cancellare alla vista della cittadinanza una delle magioni con parco più belle, sopravvissute nel già disastrato panorama del Ponente genovese: villa Durazzo Bombrini, la cui costruzione risale al 1752. Oggi nel mirino della furia iconoclasta dell’amministrazione comunale.

Ma Bucci può andarsene a giocare a bocce coi suoi amici: il Comune non ha nessuna possibilità di riuscire a varare il progetto del Palabombrini perché villa Bombrini è coperta da vincolo indiretto che vieta di oscurare beni ambientali e paesaggistici. E la cosa è stata ribadita già da plurime sentenze a Genova, come quelle riguardanti la ben nota vicenda del Galliera.

Va bene favorire imprenditori amici (magari con plurime vicende penali. Ma per fortuna c’è una legge. Almeno fino a che non la cambieranno. Il buffo è che è stata proposta e approvata nientemeno che dal governo Berlusconi); però davanti a Villa Bombrini non ci costruiranno proprio niente. Neppure in caso di una variante a quel Puc che già la protegge. E – qualora arrivassero a tanto – la stessa legge sarà da noi impugnata. Un giudice non c’è solo a Berlino…

Come pure – altro giro, altro “regalo” – nel caso di quella orrida stazione di partenza per la funivia dei forti in partenza da Ponte Parodi, con effetti devastanti sul paesaggio, che qualcuno vorrebbe farne passare il disegno dall’inutile chiacchiericcio pre-elettorale a un progetto esecutivo.

Amministratori piromani a cui diamo appuntamento nell’urna elettorale.

Andrea Agostini del Circolo Nuova Ecologia Legambiente Genova

FATTI DI LIGURIA

P 03

Gronda o non gronda, Amleto a Genova
È di questi giorni l’accordo tra Comune di Genova, Regione ed Autorità Portuale con ASPI per la realizzazione del tunnel sub-portuale, oltre ad altre opere.

Sempre di questi ultimi giorni la dichiarazione del Ministro Giovannini per cui, chiuso il contenzioso con ASPI (dando una generosa buonuscita ai Benetton) si potrà procedere con la Gronda.

La Gronda di Ponente rappresenta 6,75 milioni di metri cubi di rocce amiantifere, la scomparsa di 61 sorgenti, con l’inaridimento dei versanti e l’aumento del rischio di frane, 540 pali piantati nel greto del Polcevera, col conseguente rischio in caso di piena, dieci anni di lavori, una spesa di 3650 milioni di euro per togliere, visto il suo percorso, il traffico di attraversamento del nodo genovese, traffico pari al 20%.

Il progetto alternativo della Genovina, proposto da tre tecnici genovesi, tra cui il sottoscritto, toglie il 40% del traffico, spendendo la metà, in meno tempo e con impatti ambientali molto ridotti. È divisibile in più lotti funzionali per cui anche in caso di ritardi su un lotto avremmo dei benefici comunque, mentre la Gronda è in lotti costruttivi per cui finché non sono tutti terminati non è utilizzabile.

Tutto questo certificato dalla Analisi Costi Benefici fatta dal MIT, che ha verificato sia i costi che il modello trasportistico.

Questo è ancora più vero oggi dopo l’accordo considerando che il tunnel sub-portuale costituisce uno dei tre interventi viari che compongono la Genovina (gli altri due sono il tunnel tra la Guido Rossa e Multedo e quello tra casello di Ge-Aeroporto e Campi). Parliamo di 7,5 km di gallerie contro i 43 della Gronda. Sia chiaro: il progetto della Genovina non vuole favorire il trasporto privato in città, l’obiettivo è quello, creando una viabilità alternativa, di liberare l’attuale Aurelia dal traffico privato per consentirne l’uso a favore del Trasporto Pubblico Locale e della mobilità dolce (piste ciclabili e percorsi pedonali)

Resta ferma la necessità del raddoppio della A7 tra Ge-Ovest e Bolzaneto, nel tratto dove confluiscono i traffici nord-sud (Genova-Milano) con quelli est-ovest (La Spezia-Savona). Ma tale raddoppio non può essere realizzato con l’attuale progetto di ASPI, che presenta molteplici criticità trasportistiche.

Ci si chiede perché Autostrade non rinunci alla realizzazione della Gronda e non provveda a realizzare la Genovina. Ma purtroppo ormai la Gronda è diventata una bandiera da agitare da parte di alcune forze politiche indipendentemente dalla sua utilità.

Mauro Solari

FATTI DI LIGURIA

P 04

Tutti gli uomini del Presidente

Un piccolo esempio degli uomini di fiducia di Giovanni Toti, da lui inseriti in ruoli chiave in Regione e con remunerazioni sbalorditive.

GIUSEPPE PROFITI: Nativo di Catanzaro, si trasferisce a Genova È stato in passato direttore di Regione Liguria. Uomo di fiducia del cardinale Bertone, quello del superattico da 800 metri quadrati a Roma, che lo nominò presidente della Fondazione che governa l’ospedale Bambin Gesù. Condannato a un anno nell’ambito dell’inchiesta della magistratura.

Con Bertone è stato anche il presentatore del progetto di trasformazione dell’ospedale Galliera che prevedeva la trasformazione di alcuni padiglioni più recenti in edilizia residenziale.

Scontata l’interdizione per un anno dai pubblici uffici (Il PM aveva chiesto l’interdizione perpetua). Arrestato nel corso dell’inchiesta “mensopoli” per forniture per la Asl 2 savonese da parte della “Alessio Carni”, azienda vercellese per i cui buoni destini si fece più volte il nome del cardinal Tarcisio Bertone. Nell’ottobre del 2013, viene definitivamente assolto in Cassazione (era stato condannato nei primi due gradi di giudizio). A maggio 2021 Toti lo richiama in Regione e lo nomina coordinatore della nuova struttura di missione della sanità ligure, quella che gestirà i fondi del recovery plan e sarà la vera cabina di regia della (mala)sanità ligure. Nel frattempo Profiti è professore a contratto dell’Università di Genova, presidente del cardiocentro Montevergine (sanità privata). Toti non ha nominato un assessore alla sanità, trattenendo per se stesso la delega, ha creato la costosa e inutile struttura di ALISA, ora mette un manager, gradito al cardinale Bertone, e rappresentante della sanità privata a dirigere la sanità pubblica ligure.

PIETRO PAOLO GIAMPELLEGRINI. Massese come Toti, che lo ha portato dalle terre apuane a Genova. Assomma le cariche di Segretario Generale di Regione Liguria e quella di Capo di Gabinetto, guadagna annualmente ben 291.461 Euro annui, molto di più di quanto previsto per il Presidente della Repubblica Italiana (239.000). Risiede a Massa e, quotidianamente, un’auto blu con autista della Regione, cui non avrebbe diritto, va a prendere e lo porta a Genova, per poi riaccompagnarlo a casa nel pomeriggio.

Si è reso famoso, perché agli inizi delle vaccinazioni Covid, pur non avendone diritto, ha preteso di essere vaccinato, scavalcando ogni priorità. Commissario straordinario dell’Agenzia di promozione turistica In Liguria, Consigliere di Amministrazione della società per Cornigliano, rappresentante della Liguria all’ENIT, consigliere della fondazione CARIGE e professore a contratto dell’università di Genova, membro del comitato di Liguria Comunica che sovraintende la comunicazione di Regione Liguria (ufficio propaganda di Toti).

Non sappiamo se lo stipendio di Pietro Paolo Giampellegrini, sostituito da Matteo Cozzani nel ruolo di Capo di Gabinetto, sia stato o meno decurtato.

MATTEO COZZANI. Sindaco di Portovenere, fedelissimo di Toti, esponente di Cambiamo, il partito di Toti. Toti lo nomina suo Capo di Gabinetto e fa approvare un emendamento che assegna l’auto blu della Regione (e quindi pagata dai cittadini) al Capo di Gabinetto Matteo Cozzani e al Segretario Generale della Regione Pietro Paolo Giampellegrini. Non è stato pubblicato il dato ufficiale della remunerazione di Cozzani. Fonti ben informate dicono che sia di € 100.000 annui. La cosa singolare è che le opposizioni in Consiglio regionale denunciano la sua assenza in Regione, motivata con gli impegni da Sindaco, mentre le opposizioni in Comune denunciano le sue assenze, motivate dall’impegno in Regione.

Oltre a questi suo fedelissimi Toti ha fatto dimettere tutti gli Assessori della sua Giunta da Consiglieri regionali, consentendo il subentro dei non eletti e raddoppiando i costi a carico dei cittadini. Non contento ha portato da 8 a 35 i propri collaboratori con un costo, denunciato dalla lista Sansa e dal PD, di 863mila euro annui. Chi era che parlava di tagli ai costi della politica? Guarda un po’ la Lega e Fratelli d’Italia che hanno votato a favore di queste misure.

NC

FATTI DI LIGURIA

P 05

Genova senza un leader civico, si accontenterà di “ü sbraggia”?

Mancano circa sette mesi alle elezioni comunali a Genova. L’occasione è particolarmente importante per vari motivi. È la prima consultazione che ha luogo dopo l’evento che più duramente ha colpito la città: il crollo del ponte Morandi. Viene dopo il clamoroso successo della coalizione di sinistra a Roma, Torino, Napoli e Bologna e, per quanto riguarda la nostra regione, a Savona; l’elevata percentuale delle astensioni nella recente tornata amministrativa costringe anche noi a riflettere sugli argomenti, le motivazioni, i programmi che potranno persuadere a recarsi al voto gli incerti, gli scoraggiati, gli indignati per la pochezza della politica e dei suoi rappresentanti.

La redazione della nostra Newsletter non ritiene di doversi ‘schierare’ in favore di un nome o di una coalizione.

“Bella forza!”, si dirà: le personalità latitano o esitano ad accettare un incarico tra i più difficili e rischiosi; le forze politiche tradizionali sono ridotte allo stato non liquido ma gelatinoso.

In città si diffonde la rassegnata persuasione che ci si accontenterà di confermare il sindaco manager, quello che si è intestato la pronta ricostruzione del ponte e svolge di fatto un compito tipicamente ‘commissariale’.

Il punto è questo: ci dovremo accontentare di un sindaco manager, un commissario ruvido col personale, col culto americano dell’efficientismo, sensibile alle richieste della classe padronale?

Un recente sondaggio di ‘Genova che osa’ dice di no, che ‘Bucci può essere sconfitto’ e questa – si – è un’affermazione condivisa dalla redazione della Newsletter.

Secondo il sondaggio, il 32% degli intervistati ha risposto che ‘non o sicuramente non’ voterà per Bucci, a fronte di un 31% che è sicuro di votare per l’attuale sindaco. Il 28% dichiara di non averci ancora pensato, mentre solo il 10% non andrà a votare.

Esiste quindi – a sette mesi dal voto – una percentuale di elettori di quasi il 40% di incerti, o fluttuanti o addirittura decisi in via principale a non recarsi al seggio.

Il risultato del sondaggio mostra, prima di tutto, che i genovesi sono tutt’altro che rassegnati alla conferma di Bucci. L’ effetto ‘ponte’, intestatosi non senza ragione dal sindaco, sembra aver perso buona parte del suo appeal, com’era giusto e naturale. In secondo luogo, a gran parte dei genovesi non è sfuggito il fenomeno di inesorabile degrado della città, specie nelle sue periferie. Si sente a Genova la mancanza di un vero sindaco, capace di impersonare una comunità mai come oggi piegata su se stessa e divisa (la famosa ‘città divisa’, come negli anni ’60 l’aveva definita Luciano Cavalli, lo è sempre di più).

Abbastanza curiosamente, a un 32% di elettori che dichiarano di non voler più votare Bucci, si contrappone il 44% che valuta positivamente o molto positivamente il suo operato, contro il 25% che lo valuta negativamente e il 28%che non si esprime.

Quest’ultimo dato conferma l’opinione – diffusa –  che vede in Bucci quel manager decisionista ed efficiente di cui la città aveva certamente bisogno, ma non considera lo stesso Bucci un sindaco dalla personalità e dal carisma necessari per portare Genova al rango – politico, culturale, economico e sociale – che le spetterebbe di diritto nel quadro nazionale.

MM

FATTI DI LIGURIA

P 06

Riceviamo da Giovanni Lunardon questa interessante testimonianza.

La vera storia dei presunti martiri di Manfrei

Ieri sera, ho assistito a Masone al Museo Tubino alla presentazione di questo libro scritto da Amedeo Durante con la curatela di mio padre.

Affronta con rigore storico un tema a lungo oggetto di controversie, polemiche e anche ignobili strumentalizzazioni politiche: il destino dei 200 Maro’ del presidio di Sassello nei giorni a cavallo del 25 aprile 1945.

Per la destra fu un eccidio di massa perpetrato dai partigiani con i corpi occultati chissà dove sul monte Manfrei in Comune di Urbe.

Così disse per la prima volta nel 1958 il Secolo d’Italia, poi ripreso dal Giornale della Liguria, versione fatta propria da Pansa e da ultimo propagandata da Angelo Vaccarezza, attuale capogruppo di Cambiamo, nella sua ormai tristemente tradizionale battaglia contro la Resistenza e la sua memoria.

La celebrazione dei così detti martiri di Manfrei è’ diventata meta costante, ogni anno, di un vero e proprio pellegrinaggio di nostalgici della Repubblica Sociale a cui l’indomito Vaccarezza ha partecipato più volte anche con la fascia istituzionale, al tempo in cui era Presidente della Provincia di Savona, vomitando il solito fiume di insulti e contumelie sui partigiani.

Ora questa ricerca rimette a posto la verità con dovizia di testimonianze e di documenti. Incontrovertibili. Non ci fu nessuno eccidio. Nessuna fossa comune.

La leggenda nera di Manfrei è una balla a tutto tondo, una macabra invenzione revisionista.

I 200 Maro’ del Presidio di Sassello, guidati dal tenente colonnello Giorgio Giorgi, si consegnarono spontaneamente a Palo ai partigiani della Brigata Emilio Vecchia, dopo la resa del Presidio stesso.

Poi, furono portati dai partigiani della Brigata Buranello a Sestri, quindi presi in consegna dagli americani a Nervi e portati nel campo di Coltano, vicino a Pisa. Undici furono giustiziati dai partigiani, dopo essere stati consegnati a questi ultimi dai loro stessi compagni d’arme e dopo aver confessato i loro crimini.  Erano quelli che si erano macchiati di gravi efferatezze contro civili e partigiani nei rastrellamenti del 44/45. Tutti gli altri raggiunsero incolumi il campo di Coltano.

Questo quanto è successo per davvero, come si evince anche dalle testimonianze dello stesso tenente Giorgi e del cappellano militare dei Maro’. Il resto attiene al mondo della falsificazione storica.

Vale la pena di leggerlo, questo libro. Poi ciascuno darà il suo giudizio. Difficile però continuare a raccontare la balla di Manfrei. Il revisionismo si batte con la ricerca storica. I fatti resistono sempre. Anche al più disinvolto manipolatore.

Giovanni Lunardon

FATTI DI LIGURIA – PONENTE

P 07

Il massacro dei nostri silenziosi amici verdi a Ponente

In questo nostro Ponente ligure, dallo storico ed importante patrimonio botanico, stiamo assistendo

con sempre più profondo stupore e sgomento ad un attacco senza precedenti da parte delle Amministrazioni pubbliche al verde urbano.

Parecchi soggetti associativi attivi nel campo della difesa ambientale si sono riuniti e hanno firmato un comunicato congiunto: una sorta di appello alle Amministrazioni locali perché assumano nel progettare e gestire le città la priorità del verde urbano. In particolare Italia Nostra (sezione costituenda del Ponente Ligure), Ponente Ambiente Cultura, Comitato Paesaggio Alberi Territorio di Sanremo, Comitato spontaneo per il Verde Bordighera hanno sollevato con determinazione l’argomento con un documento che qui viene riportato nei contenuti qualificanti.

Questa condivisione di intenti è davvero una novità importante!

Tante e diverse sono le vertenze, grandi e piccole, che stanno interessando tutta la Provincia, costa ed entroterra, l’attenzione della popolazione è decisamente alta.

A Bordighera si è assistito al radicale taglio di pini in Via Aldo Moro, per la cui salvaguardia il Comitato cittadino si è adoperato per un anno e mezzo senza esito, a Sanremo tra il 2019 ed il 2020 sono state abbattute 200 piante dell’ingente patrimonio arboreo, che va impoverendosi sempre più: nel Corso Imperatrice, presso il Forte di Santa Tecla sul porto, il filare storico del primo e secondo tratto di Via Nino Bixio, che costeggia la pista ciclabile nel suo tratto cittadino centrale.

In tutti i casi sollevati nelle diverse vertenze si è trattato di interventi aggressivi nei tempi e nei modi, irrispettosi della collettività, su piante visibilmente sane. Molte di queste inserite in scorci storici, di memoria cittadina, di identità e di un paesaggio riconosciuto da residenti e turisti.

I motivi addotti circa la pericolosità, l’incolumità, la sicurezza di cittadini e alberature stesse rischiano di essere solo alibi nel momento in cui esistono tanti altri strumenti – meno definitivi – per affrontare le diverse problematiche. Conoscenze scientifiche e buone pratiche lo dimostrano!

La sostenibilità del “sistema città” è data anche e soprattutto dalla presenza della infrastruttura verde: prevenzione del dissesto idrogeologico, limitazione dell’inquinamento acustico e da polveri sottili, attenuazione delle ondate di calore, preservazione e qualificazione del paesaggio, degli scorci urbani, dell’immagine e dell’attrattiva della città.

Il taglio del verde urbano implica danni paesaggistici e alla salute, molto spesso gli spazi lasciati vuoti sono destinati a progetti speculativi e di cementificazione.

E infatti la progettazione delle città in una visione complessiva di qualità ambientale è tra le sfide più importanti di oggi. “La salvezza è negli alberi”, una delle sollecitazioni che arriva da grandi esperti, ne siamo ben convinti! Constatiamo purtroppo nel nostro territorio una scarsa considerazione degli Amministratori rispetto alla salvaguardia del verde urbano, nel prevalere di altre priorità.

Invece da Amministrazioni responsabili, anche in vista dell’emergenza climatica, attendiamo un lavoro lungimirante di investimento nel verde urbano, dalla manutenzione minuziosa e tutela dell’esistente a una pianificazione dettagliata per il potenziamento quantitativo del verde orizzontale e verticale.

DC

FATTI DI LIGURIA

P 08

Donne del Levante per la sanità ligure

Il progetto di privatizzazione del servizio sanitario portato avanti dal presidente e assessore alla sanità della Regione Liguria Giovanni Toti ha subito un duro colpo.

Sabato 9 ottobre una grande manifestazione di piazza ha percorso le vie di Sarzana, partendo dall’ospedale San Bartolomeo e giungendo in piazza Matteotti sede del Comune. Le stime variano da 2.000 a 3.000 manifestanti. Una cifra enorme per un sabato pomeriggio in tempi di Covid.

La manifestazione organizzata dal Manifesto per la Sanità Locale e dal Circolo Pertini ha visto una massiccia adesione sia di medici e infermieri, ma soprattutto di cittadini infuriati contro lo svuotamento dell’ospedale di Sarzana, la distruzione della medicina di territorio e la non chiarezza sui costi del nuovo ospedale del Felettino alla Spezia.

La situazione paradossale è che diversi reparti e servizi vengono chiusi nel nuovo e moderno ospedale di Sarzana, considerato un gioiello architettonico progettato dall’ arch. Giovanni Michelucci per essere trasferiti in un vecchio e decrepito ospedale, che cade letteralmente a pezzi, come il San Andrea della Spezia.

Nel frattempo la sanità spezzina appare la più discriminata dalla giunta regionale in rapporto alle altre ASL liguri. Nella ASL 5 si ha un infermiere ogni 180 pazienti, mentre nella ASL 3 sono 1 ogni 100, mancano i medici, e non vengono sostituiti primari e medici che lasciano il servizio per pensionamento o per trasferimento. L’Ospedale di Sarzana, un tempo, ormai lontano, vero fiore all’occhiello della sanità locale, ha visto chiudere in poco tempo la rianimazione, l’endoscopia, l’ortopedia, la parte terapeutica di radiologia, l’urologia, mentre i reparti di pneumologia e geriatria sono da lungo tempo privi di primario e allo sbando, il day-hospital oncologico è ridotto al minimo con i pazienti in condizioni vergognose, al pronto soccorso mancano almeno tre medici ed è concreto il rischio di chiusura, almeno la notte.

Tutto questo mentre il nuovo ospedale alla Spezia deve ricevere ancora l’approvazione al piano finanziario della Regione Liguria, che ha previsto un mega ospedale con 510 posti letto (inutili) con un intervento privato che riceverebbe un “regalo” dalla Regione di 15 milioni l’anno per ben 25 anni, con un tasso d’interesse, pagato dai cittadini liguri, dell’8% su base annua.

E’ evidente che Toti vuole cedere l’ospedale di Sarzana ai privati (lombardi?), procurare ai privati un buon affare finanziario alla Spezia. Nel frattempo, dopo aver ceduto ai privati l’ospedale di Bordighera e un intero piano del nuovo ospedale di Rapallo, ha dovuto fare marcia indietro, ritirando la delibera per la cessione ai privati degli ospedali di Albenga e Cairo Montenotte.

Il 27 novembre i comitati locali di tutta la Liguria si troveranno a Genova, in piazza De Ferrari, a manifestare sotto la regione per protestare contro la privatizzazione della salute voluta da Toti e per un miglioramento della qualità del servizio sanitario pubblico, per l’apertura delle case della salute come in Emilia e Toscana, impegnando i medici di famiglia radunati in un’unica struttura territoriale, aperta sempre, con servizio infermieristico e attrezzature diagnostiche di base.

MF

FATTI DI LIGURIA

P 09

Lettera aperta a ragazze e ragazzi di Liguria

Cari nipotini,

settimane fa, dopo la clausura Covid-19, ritrovavo l’antico piacere dell’incontro partecipando a un convegno sul futuro della nostra regione. E scoprivo entrando in sala che nulla era cambiato: il solito assembramento di nuche grigie o candide. Il tema era importante, ma la partecipazione anagrafica vedeva l’assenza di quanti avrebbero davvero dovuto interessarsene.

Certo, “su questo piccolo pianeta siamo tutti solo di passaggio”; come su questa striscia di terra ligure, stretta e compressa tra la montagna e il mare. Però il tempo della permanenza di quelli come me si presume assai più corto di quanto a vostra disposizione. E dunque: perché tale disinteresse? Mentre noi vecchietti continuiamo ad appassionarci.

Ormai la partecipazione al discorso pubblico è diventato un rito che i più giovani rifiutano a priori. Eppure ancora pochi anni fa vi incontravo a lezione e percepivo in maniera lampante quanto grande fosse il vostro bisogno di orientamento; sia per quanto concerne la prospettiva individuale che per la complessità generale in cui dovete vivere la vostra età; gli anni delle scelte decisive.

Mi piacerebbe capirlo e – penso – a voi converrebbe farvi capire per capirvi.

L’idea che mi sono fatto è che siete vittime di una sottrazione e – insieme – di qualche trappola.

Nel primo caso in quanto privati di ciò che un tempo si chiamavano “agenzie di socializzazione”: noi vecchi eravamo accompagnati alla vita pubblica nei luoghi in cui apprendere a muoversi in una società strutturata (l’associazionismo giovanile di partito e delle organizzazioni para-religiose). Ma prima ancora – pur con tutti i loro limiti – trovavamo nella famiglia e nella scuola i canali di accesso al mondo. Strutture primarie oggi disarticolate dalla crisi della genitorialità (probabilmente noi, ingombrante generazione del ’68, abbiamo destabilizzato la successiva, quella dei vostri padri) e dallo smarrimento dell’idea di educazione alla cittadinanza; persa nei meandri della formazione aziendalista (ridotta alle tre “I” semplicistiche e conformistizzanti “inglese, impresa, internet”).

In quanto alle trappole, mi riferisco a insidie sia ideologiche che tecnologiche. Nel primo caso, la predicazione ingannevole tanto del possesso (l’idea che l’identità discende dal consumo) che del successo (la falsa convinzione che il fine giustifica i mezzi. “E chi giustificherà i fini?” si chiese un grande del secolo scorso). Mentre le tecnologie “indossabili” (smartphone, tablet e altri gadget) favoriscono il rendezvousing, la reperibilità, ma inducono solitudine. Di più: hanno aumentato il divario tra fasce anagrafiche, a rischio d’incomunicabilità: noi siamo l’ultima generazione del libro, perciò dotati di mentalità sequenziale portata all’astrazione; voi siete la prima generazione della schermata, addestrata alla simultaneità che tende a pensare per esempi e immagini iconiche. Sicché siamo diventati due specie umane con grosse difficoltà a comunicare e intendersi. Eppure avremmo estremo interesse a farlo. Magari scambiando la vostra attitudine a parlare il linguaggio delle innovazioni al silicio, noi a consolidare sicurezza relazionale. Come farlo?

PFP

FATTI DI LIGURIA

P 10

Lavoro e pandemia

Adesso mi attirerò le ire di qualcuno, ma non m’importa. Covid, No Green Pass. E parto dalla Costituzione. Che all’art 2, nel garantire i diritti inviolabili dell’uomo “richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica economica e sociale”. Il che vuol dire – attenzione – diritti e doveri. Trovo fondamentali i diritti alla libertà di espressione e al dissenso, sempre che si svolgano secondo le corrette regole del vivere civile e sociale, compreso quello di protestare contro il green pass. Leggo in questi giorni che nella nostra regione tra no green pass e malattie varie la raccolta rifiuti è a rischio. Il che significa aumento dell’inquinamento, delle malattie causate dai rifiuti e via dicendo. Ma leggo anche che gli hotel liguri sono alla disperata ricerca di personale, visto che il 15% non ha il green pass diventato obbligatorio. Tutto legittimo, ma, qui casca l’asino, fino a un certo punto, proprio in virtù della parte finale dell’art. 2 della Costituzione. Il Covid, che sia nato dai pipistrelli, che sia frutto di un errore nella manipolazione di altri virus, che sia stato prodotto dalla natura o dai cinesi non m’importa più se non a livello di informazione. Ciò che importa maggiormente oggi è il lavoro e la ripresa economica, per una maggiore ripartizione della ricchezza. Il Covid ha portato la fascia media verso la povertà e questa verso la miseria, mentre ha arricchito i ricchi: lo si vede anche dai bilanci delle società del lusso. Allora, fra due esigenze fondamentali, la libertà e il pane, credo che senza il secondo la prima non abbia alcun valore. Non a caso sono i neo fascisti oggi a cavalcare la tigre del no green pass. In sostanza, se lo stomaco è vuoto, la libertà non ha senso. Non so che cosa accadrà al mio corpo tra quindici anni, a causa del vaccino: forse qualche tumore o forse niente, nessuno lo sa. Ma so che se le forche caudine del vaccino servono a far riprendere l’economia, non quella della Borsa, ma quella reale, del lavoro, allora mi vaccinerei anche venti volte. Si grida alla truffa, a un modo per far guadagnare miliardi alle case farmaceutiche: non m’interessa a questo punto. Prima il lavoro, poi la libertà. Con il primo la libertà si può conquistare. E allora mi chiedo se tra questi “doveri inderogabili di solidarietà politica economica e sociale” non ci sia anche quello di permettere la ripresa economica, di vaccinarsi quindi, di non restare nella minoranza dura e pura di chi non crede all’efficacia del vaccino o che ritiene che sia un ricatto del sistema politico per il controllo totale dell’individuo o delle case farmaceutiche. Certo è che, se a distanza di tempo, anche con il 90% dei vaccinati la ripresa del lavoro non ci fosse, allora sarebbe tutto un altro discorso. Ma al momento attuale seguo la regola del rasoio di Occam: “a parità di fattori la spiegazione più semplice è da preferire”, ovvero se avremo, come sembra, meno morti e più nessuna chiusura allora i vaccinati saranno quelli che avranno permesso – con il loro sacrificio se vogliamo – il recupero della dignità del lavoro.

CAM

FATTI DI LIGURIA

P 11

Per gentile concessione della news Piazza Levante pubblichiamo ampi stralci dell’intervento di Antonio Gozzi del 21.10

Muri giganteschi incombono su Chiavari e Lavagna

Le vicende recenti di Chiavari e di Lavagna sono segnate dalla prospettiva delle costruzioni di enormi ‘muri’ di cemento da realizzarsi in zone di grande pregio paesistico e ambientale: la piana orticolo-fluviale dell’Entella nel Comune di Lavagna e la cosiddetta Area di Colmata a Chiavari.

Diga Perfigli/Piana dell’Entella

I movimenti ambientalisti e i Comuni della Piana sono riusciti a far intervenire sulla vicenda la Soprintendenza ai Beni Culturali della Liguria che si è concentrata sul tema critico della tutela paesaggistica di un territorio d’altissimo pregio.

La posizione dell’Area metropolitana genovese competente e del suo sindaco Bucci è sempre stata molto dura. Bucci ha espresso a più riprese la volontà di andare avanti con la realizzazione nonostante le proteste dei cittadini. La tesi è sempre stata: “Dopo il caso Vincenzi non vogliamo rischiare la galera per tutelare il cavolo di Lavagna…”. Una comprensibile preoccupazione di autotutela. Ciò che non si comprende è perché, nel momento in cui la Soprintendenza assume l’iniziativa di porre sull’area un vincolo paesistico e monumentale (tutelare il famoso manufatto napoleonico del ‘seggiun’), Area Metropolitana e Regione proseguano in un atteggiamento pervicace nei confronti dell’iniziativa. La ragione sta nella difficoltà che questi enti lontani mostrano nell’ascolto e nella comprensione di ciò che sale dalla società civile.

Area di Colmata di Chiavari/Depuratore comprensoriale

Mentre tutte le città di mare cercano di attirare investimenti con la riqualificazione dei waterfront, l’Amministrazione Comunale chiavarese ha stabilito di collocare il depuratore comprensoriale nell’area di colmata; cioè in un pezzo importantissimo del waterfront, su cui si può ancora intervenire.

Dopo cinque anni di propaganda “contro la cementificazione” i nodi stanno venendo al pettine, mostrando l’erroneità della scelta e le conseguenze che provocherà sul tessuto cittadino.

La realizzazione del depuratore devalorizzerà completamente l’area di proprietà comunale. Un depuratore non favorisce certamente l’attrattività turistica della zona, confinante tra l’altro con il porto turistico. Si perde l’opportunità di fare della zona un vero strumento per il rilancio della città. Ma c’è di più. Non contenta del ‘muro’ di cemento del depuratore, l’Amministrazione chiavarese ha deciso di costruire sulla restante parte libera dell’area, oltre a un campo da calcio, anche un grande parcheggio. Il problema è che il manufatto è di nuovo un cassone di cemento molto impattante. E non si capisce perché, come in altra parte della passeggiata a mare, non possa essere completamente interrato.

Muri sbagliati e impattanti, scelte di governo del territorio senza senso, che prescindono dai valori ambientali e da una visione del futuro. Non si può lasciare al solo coraggio della Soprintendenza la soluzione di questi problemi. L’opinione pubblica e i cittadini devono far sentire la loro voce; così come la buona politica, se c’è.

Ma mentre sull’obbrobrio della diga Perfigli qualche speranza di spuntarla ancora c’è, l’impressione è che sul depuratore comprensoriale i giochi siano definitivamente fatti.

Antonio Gozzi

FATTI DI LIGURIA

P 12

Savona: vince Russo e perde Schirru (e pure Toti)

Savona volta pagina e dopo il soffocante quinquennio di governo della destra vota un nuovo Sindaco, Marco Russo appoggiato da una coalizione democratico-progressista che ha saputo fornire una prova importante di espressione progettuale e di coerenza politica.

Nel ballottaggio la vittoria di Marco Russo ha assunto dimensioni di sicuro rilievo ottenendo alla fine 13.883 suffragi rispetto agli 11.971 del primo turno con un incremento di 1.912 unità,

Il candidato della destra Angelo Schirru, invece, è arretrato dai 9.346 voti ottenuti al primo turno agli 8.419 del ballottaggio.

Russo ha ampiamente superato anche la quota di suffragi che la Signora Sindaco uscente e non ripresentatasi aveva ottenuto cinque anni fa in analoga occasione di ballottaggio.

Un calo quello di Schirru dovuto non soltanto al decremento nella partecipazione al voto (che pure c’è stato) ma a una evidente reazione della Città all’ultima provocazione avanzata dal Presidente della Regione Toti con l’offerta della presidenza del Consiglio Comunale al candidato sconfitto del Movimento 5 stelle e più in generale dal clima di vera e propria “imposizione alla Città” determinatasi nel corso della campagna elettorale per la continua presenza dello stesso Presidente Regionale Toti che aveva addirittura presentato una lista intestata a sé stesso.

La vittoria di Marco Russo è davvero la vittoria di tutta la Città perché la sua affermazione si è sviluppata in tutti i quartieri e in tutte le 60 sezioni elettorali.

Altrettanto costante all’inverso il calo della candidatura Schirru.

Come appare evidente il successo di Marco Russo è stato un successo “in salita” realizzato in crescita sull’intero territorio e non soltanto, come accade spesso nei turni di ballottaggio, approfittando del calo dell’avversario che pure c’è stato ed evidente.

Questa analisi però non risulterebbe completa senza un accenno al tema della disaffezione dal voto: un aspetto dell’analisi elettorale di questa tornata amministrativa che ha riguardato tutte le Città (e la Regione Calabria) dove si è votato.

Il fenomeno dell’astensione a Savona è risultato molto evidente in una Città storicamente abituata a ben altri livelli di partecipazione elettorale, politica e sociale.

L’affluenza si è fermata nel ballottaggio al 46,3% con una perdita di 6,2 punti rispetto al primo turno quando i votanti avevano toccato il 52,4%.

Nel turno di ballottaggio in nessun quartiere si è superato il 50%

Il primo compito del nuovo Sindaco e della sua amministrazione dovrà essere allora quello di adoperarsi sul piano istituzionale e dei rapporti sociali per recuperare un dato di partecipazione attiva, in particolare nei quartieri: un elemento fondamentale per affrontare sul serio quel declino e quello smarrimento d’identità che affliggono da troppo tempo Savona.

Franco Astengo

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Avere l’acqua alla gola

“Il livello del mare lungo le coste italiane sembra destinato a salire nei prossimi decenni, con conseguenti gravi problemi per le città costiere”, scrive Daniela Cassini in “Innalzamento marino, un tema per i Friday for Future liguri (e non solo)” in questa newsletter e in quella del 30 settembre, citando due studi sugli effetti del riscaldamento globale, uno della Nasa e uno intergovernativo Europa-Usa.

L’allarme è stato confermato da uno studio condotto da ricercatori di università USA (Princeton e Columbia) e della Germania (Potsdam), pubblicato su Environmental Reserch Letters. Le conseguenze del riscaldamento globale sono arrivate a un punto tale che, se anche si riuscisse a bloccare immediatamente le emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera e a fermare l’incremento di temperatura a 1,5 °C sopra il valore del periodo pre-industriale, il livello dei mari continuerebbe a crescere per secoli a venire.

Sono destinate a essere sommerse grandi aree urbanizzate che, attualmente, ospitano mezzo miliardo di persone. Ma se non si riuscisse a fermare l’aumento della temperatura media globale e l’atmosfera dovesse riscaldarsi di un altro mezzo grado, al mezzo miliardo di persone se ne aggiungerebbero altri 200 milioni almeno: una popolazione complessiva di 700 milioni di individui si ritroverebbe disarmata di fronte alle nuove complessità di quell’ambiente mutato.

Tutte le aree del Pianeta sarebbero toccate dal problema, ma le conseguenze più devastanti sarebbero per alcune zone dell’Asia. Anche in Italia sarebbero coinvolte da qualche centinaio di migliaia fino a qualche milione di persone, che sarebbero costrette a fuggire dai propri luoghi di residenza. Tutte le città costiere liguri sono a rischio. Venezia è un caso limite, ma “l’acqua alle ginocchia” riguarderà molte altre città.

La ricerca ipotizza che entro la fine del secolo i mari si alzeranno da mezzo metro fino a poco meno di un metro, a seconda di quanto si riuscirà a contenere l’aumento della temperatura terrestre. A tutto questo si aggiunge la previsione che il livello degli oceani continuerà a salire per altre centinaia di anni dopo la fine di questo secolo, alimentato dal calore immagazzinato negli oceani, dalla dinamica del riscaldamento dell’acqua e dallo scioglimento dei grandi ghiacciai: tutto questo indipendentemente dalla dinamica del riscaldamento dell’atmosfera a venire.

«Non è dunque una questione di “se”, ma di “quando”», sostiene Benjamin Strauss, capo scienziato di Climate Central e coordinatore della ricerca. Secondo una serie di calcoli, sul lungo periodo la crescita del livello del mare potrebbe arrivare fino a 6/9 metri e costringerebbe città che attualmente ospitano quasi un miliardo di persone a costruire massicce strutture difensive o addirittura a “migrare” in luoghi più elevati. Conclude Strauss: «Non c’è dubbio che siamo messi male, ma non è mai troppo tardi per fare meglio». «Limitare comunque il più possibile il riscaldamento globale ci farebbe almeno guadagnare un po’ di tempo per adattarci», commenta il divulgatore scientifico Luigi Bignami. Adattarci: in Italia dovremmo dotarci di un apposito piano di resilienza, come ha fatto l’Olanda. Così in Liguria, dove continuiamo a progettare e a costruire sulla linea di costa senza pensare allo scenario più probabile: porti inutilizzabili e spiagge cancellate. Servirebbe, per usare le parole di Daniela Cassini, “lungimiranza”. Insomma, classe dirigente cercasi.

GP