Numero 13, 15 settembre 2021

PILLOLE

Bucci&Toti, Toti&Bucci: TOBU o BUTO Jeans

Genova Jeans è finita. Nel senso che i cinque giorni dedicati sono passati, non in quello malevolo. Tuttavia, a proposito di malevolenze, dopo il can-can sui soldi – quanti e chi li ha messi – sarebbe da chiedersi cui prodest, ovvero a chi ha giovato tale manifestazione. Non certo alle aziende genovesi, perché non ce n’è una che produca jeans. Forse ad alcuni produttori italiani, tipo Diesel, che hanno avuto il loro bello spazio. A meno che – idea folgorante – tra breve non nasca una bella fabbrichetta a Genova con il marchio TOBU Jeans o BUTO Jeans. Nomi che sono una garanzia. Avrebbe già alle spalle una campagna marketing efficace e pronta all’uso. Business are business. E sapremmo a che cosa è veramente servita Genova Jeans e il MUJ (Museo Jeans, non dei mujaheddin, NdA).

Ó¿      Ó¿      Ó¿

La città metropolitana autoreferenziale

Nell’enorme pasticcio all’italiana dell’abolizione delle Province, in realtà mai abolite (semmai ne è stata cancellata la natura democratica, sostituita da un complesso sistema di norme burocratiche), Bucci si trova a rappresentare quasi 300.000 cittadini che non lo hanno eletto e – magari – neppure lo conoscono. Ossia il problema della Città Metropolitana di Genova, che corrisponde esattamente al territorio della fu Provincia di Genova; il cui presidente è il sindaco del capoluogo: Marco Bucci, eletto dai cittadini del Comune di Genova, che conta 558.930 abitanti, ma che così rappresenta anche gli abitanti di tutti i Comuni facenti parte dell’ex Provincia di Genova: 826.194.

Domanda naif: non era più semplice fare una legge che ne prevedesse l’elezione democratica?

Ó¿      Ó¿      Ó¿

L’indomita Pucciarelli paga i ritratti con nomine pubbliche

La pittrice Alessandra Barucchi deve la notorietà all’aver realizzato un ritratto a olio della senatrice motociclista Stefania Pucciarelli; in scia di molti altri personaggi: Federico da Montefeltro, duca di Urbino, fu ritratto da Piero della Francesca, David immortalò Napoleone a cavallo nel passaggio delle Alpi. La leghista Pucciarelli ha commissionato l’opera alla Barucchi certa che presto sarà esposta al Pantheon. In più, come i signori medioevali, da brava mecenate ha ricompensato l’artista di corte nominandola nel consiglio di amministrazione dell’ATC (Azienda Trasporti Consortile) della Spezia e provincia. Forse il servizio pubblico manterrà i suoi disservizi, ma potremo avere autobus affrescati e – osiamo sperare – quadri della Pucciarelli a fianco dell’autista.

EDITORIALI

Pubblichiamo l’appello “Riconvertiamo SeaFuture! Per un mare di pace” contro la mostra navale-militare “SeaFuture” 2021 in programma alla Spezia dal 28 settembre al 1° ottobre 2021.

Le iniziative organizzate dal Comitato promotore dell’appello sono le seguenti:

lunedì 20 e lunedì 27 settembre alle ore 18 in piazza Mentana, di fronte al teatro Civico, ora di silenzio;

sabato 25 settembre alle ore 17,30 nella sala della Mediateca regionale ligure “Sergio Fregoso”, via Firenze 37, convegno “Stop alla mostra navale-militare. Riconvertiamo SeaFuture”;

martedì 28 settembre alle ore 9 in piazza Chiodo manifestazione-presidio.

Per un mare di pace

La manifestazione “SeaFuture” 2021 della Spezia è diventata la nuova esibizione navale-militare in sostituzione della Mostra navale bellica che si teneva a Genova negli anni ottanta: un evento promosso dal comparto navale militare e una piattaforma di affari per le aziende del settore “difesa e sicurezza” ammantato di sostenibilità ambientale e innovazione tecnologica.

La settima edizione di SeaFuture, in programma dal 28 settembre al 1° ottobre prossimi all’Arsenale Militare Marittimo di La Spezia organizzata da Italian Blue Growth S.r.l. in collaborazione con la Marina Militare, conferma il radicale mutamento della manifestazione: da evento ideato nel 2009 come “la prima fiera internazionale dell’area mediterranea dedicata a innovazione, ricerca, sviluppo e tecnologie inerenti al mare”, nel corso degli anni è stata trasformata nell’unica mostra militare in Italia dove gli operatori principali sono le aziende del settore militare insieme alla Marina Militare. L’evento ha così rimpiazzato la “Mostra navale italiana”, di fatto la “Mostra navale bellica”, che si è tenuta a Genova negli anni ottanta: non a caso i principali sponsor di “SeaFuture” 2021 sono proprio le maggiori aziende del comparto militare come Fincantieri (Strategic sponsor), Leonardo (Platinum sponsor), MBDA (Gold sponsor), Elettronica Group, Orizzonte Sistemi Navali e Cabi Cattaneo (Silver sponsor) e gran parte dei “media partner” sono agenzie e riviste del settore militare.

Come per la precedente edizione, anche quest’anno l’“importanza strategica” dell’evento viene attribuita allo “sviluppo di opportunità di business” per le imprese nazionali, gli Enti e le Agenzie del “comparto difesa”. E la rilevanza internazionale dell’evento è promossa attraverso l’invito alle Marine Militari di paesi esteri ed in particolare ai rappresentanti delle Marine Militari di numerosi paesi dell’Africa e del Medio Oriente che – come riportava il comunicato ufficiale della precedente edizione – “potrebbero essere interessate all’acquisizione delle unità navali della Marina Militare italiana non più funzionali alle esigenze della Squadra Navale, dopo un refitting effettuato da parte dell’industria di settore”: un salone dell’usato militare ben lontano dall’innovazione e dalla sostenibilità.

Consideriamo insopportabile che la Marina Militare che per più di 150 anni ha inquinato la città e il porto della Spezia usando il mare come discarica di liquami e rifiuti tossici anche radioattivi, tuttora presenti, intenda dare lezioni sulla sostenibilità ambientale utilizzando gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite per il proprio green-washing: un’operazione di facciata per continuare a nascondere l’inquinamento prodotto da strutture come l’Arsenale Militare (sede dell’evento “SeaFuture”) tuttora in buona parte ricoperto di eternit e amianto.
Riteniamo inaccettabile l’invito a partecipare all’evento rivolto dagli organizzatori ai rappresentanti delle Forze armate di paesi esteri belligeranti, responsabili di gravi violazioni dei diritti umani, delle libertà democratiche e del diritto internazionale umanitario.

Reputiamo ingiustificabile misconoscere che nei porti italiani vengono imbarcati sistemi militari e continuano a transitare armamenti destinati a paesi in guerra ed a governi responsabili di gravi violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario, in aperto contrasto con le norme nazionali e internazionali sul commercio di armi.

Consideriamo inammissibile la tendenza, che abbiamo evidenziato già dalle scorse edizioni, ad assimilare nell’ambito militare anche le iniziative riguardanti la “Economia Blu” e, soprattutto, la totale mancanza di attenzione al problema della “transizione ecologica” a favore delle tematiche relative ai Fondi Europei per la Difesa (European Defence Fund) a cui è stato dedicato, non a caso, il principale evento online finora organizzato da “SeaFuture” 2021.

Riteniamo soprattutto intollerabile la completa disattenzione al problema centrale del Mediterraneo: le migrazioni. “Il Mediterraneo è diventato il cimitero più grande dell’Europa” – ha detto di recente papa Francesco invitando ad “abbattere il muro dell’indifferenza”, muro che i promotori di “SeaFuture” intendono invece ignorare se non contribuire ad innalzare.
Esprimiamo, infine, forte preoccupazione riguardo al possibile coinvolgimento degli studenti delle scuole secondarie in “SeaFuture” per la mancanza di un’informazione completa e pluralistica sul significato dell’evento e della sua trasformazione in rassegna promossa dal comparto militare.
Nelle nostre coscienze e nella nostra visione, il futuro dell’industria navale e del mare non possono continuare a dipendere dalla produzione e dal commercio di sistemi militari sostenuti sottraendo risorse al settore civile. Il Mediterraneo deve essere un ponte di incontro tra i popoli e le culture, tra i centri di ricerca e tutte le realtà interessate a promuovere la tutela del mare, la sostenibilità ambientale, il turismo responsabile e lo sviluppo sostenibile nel rispetto dei diritti delle persone e dei popoli. Per questo nei giorni di “SeaFuture 2021” promuoveremo una serie di eventi, manifestazioni e convegni di approfondimento per chiedere che:

  • SeaFuture sia riconvertito alla sua mission originaria: una fiera internazionale dell’area mediterranea dedicata a innovazione, ricerca, sviluppo delle tecnologie civili inerenti al mare, per promuovere la sostenibilità ambientale e sociale.
  • Se necessario, alle esigenze del comparto militare-industriale sia dedicato uno specifico evento al di fuori di Seafuture, evento da riservarsi agli operatori professionali del settore, italiani ed esteri, in rigorosa osservanza delle restrizioni sulle esportazioni di sistemi e tecnologie militari ai sensi delle normative italiane e internazionali.
  • Come previsto dalla legge n. 185 del 1990 siano predisposte “misure idonee ad assecondare la graduale differenziazione produttiva e la conversione a fini civili delle industrie nel settore della difesa”, salvaguardando e incrementando l’occupazione, liberando così i lavoratori dal ricatto occupazionale che li costringe a cooperare con un sistema militare-industriale che alimenta i conflitti, produce nuove vittime, provoca migrazioni e nuove povertà, soprattutto fra i popoli del Sud del mondo.

Invitiamo tutte le associazioni locali e nazionali a sottoscrivere questo appello inviando la propria adesione al Comitato promotore: RiconvertiamoSeafuture@gmail.com

Ó¿      Ó¿      Ó¿

Venditori di fumo, muri di gomma, insabbiatori seriali

La prima mossa del nuovo potere in Liguria è quella del dileggio dell’avversario. Per cui, dopo che il Tar ha bloccato la speculazione immobiliare sull’Ospedale Galliera, la prima reazione del presunto governatore Giovanni Toti è quella di bollare chi ha messo il bastone tra le ruote – il comitato degli abitanti di Carignano – con l’infamante epiteto (seppure screditato dal quarantennale uso e abuso) di “radical chic”. E stia attento il Toti nel maneggio dell’aggettivo “chic”, visto che è naturale appannaggio di un suo primario target elettorale: gli abbienti, che a Genova abitano oltre che ad Albaro e Castelletto, pure a Carignano. E quando tale mossa non sortisce l’effetto auspicato, ecco subito la seconda: il silenziamento. Il nostro sindaco Marco Bucci – detto ü sbraggiâ (quello che sbraita) – se ne è uscito più volte con prese di posizione tuonanti contro società Autostrade, responsabile della tragedia Morandi, annunciando la costituzione del Comune di Genova parte civile nel processo. Ma quando il consigliere di opposizione Luca Pirondini invita l’amministrazione a mettere in votazione tale scelta, rendendola irreversibile, la risposta è “certe cose non possono essere discusse in Consiglio comunale” (ma perché e dove, se no?).

Restando sulla catastrofe del Polcevera, registriamo che la strategia di parlare d’altro è ormai virale. Sul numero scorso abbiamo pubblicato un intervento a favore del sindaco-commissario e del presunto “metodo Genova” da parte del presidente dell’ordine degli ingegneri, che ha sistematicamente dribblato tutte le obiezioni tecniche dei colleghi Solari e Guarino. Ora nel sito www.iltempo.it, troviamo la puntuale riproposizione di tali addebiti tecnici: “ il ponte progettato dall’architetto Renzo Piano è celebrato come il simbolo del ‘modello Italia’. Eppure la nuova struttura poteva essere migliore e meno costosa. Parola del Consiglio superiore dei lavori pubblici”, a partire dall’eliminazione di otto pile, le strutture verticali di sostegno della travata nei punti intermedi. Del resto nell’ambiente professionale genovese si invita a smetterla di parlare di “Progetto Piano”, quando la nota archistar si limitò a tracciare due righe estetiche (quanto compete a uno studio di architetti) e il progetto venne realizzato dal braccio infrastrutturale di Fincantieri, sotto la supervision del RINA (la società di certificazioni recentemente incappata in incidenti professionali, a seguito dell’inchiesta della Procura sulla faccenda “collaudi facili”).

Ma gli episodi di aggiramento delle questioni spinose a mezzo “tecnica del silenzio” sono ormai una costante della governance territoriale. Chi si ricorda le grancasse sull’imprescindibile ruolo di rinascita industriale d’area attraverso le maree di innovazione create negli incubatori di IIT (e non grazie al trasferimento tecnologico, che pure era indicato come missione statutaria dell’Istituto Italiano di Tecnologie). Intanto l’illusionista principe di Morego – Roberto Cingolani – è andato a vendere fumo ministeriale sulla transizione ecologica affidata a ENI. L’ente petrolifero.

Ricordate le apoteosi sulla Silicon Valley agli Erzelli (che Piano definiva “il Monte Olimpo di Genova”), e le dichiarazioni entusiastiche sul progetto da parte di tutti gli amministratori locali succedutisi, di destra e sinistra? Ora nessuno apre più bocca su quanto si è rivelato lo scoperto tentativo di salvare con denaro pubblico le banche invischiate in un’operazione puramente speculativa.

La redazione de “La Voce del Circolo Pertini”

Nicola Caprioni, Daniela Cassini, Angelo Ciani, Monica Faridone, Michele Marchesiello, Carlo A. Martigli, Giorgio Pagano, Pierfranco Pellizzetti

Hanno scritto per noi:

Andrea Agostini, Franco Astengo, Enzo Barnabà, Maddalena Bartolini, Giorgio Beretta, Pieraldo Canessa, Roberto Centi, Comitato promotore Riconvertiamo SeaFuture, Comitato spontaneo amici del Tariné, Cooperativa Il Ce.Sto, Battistina Dellepiane, Egildo Derchi, Erminia Federico, Maura Galli, Luca Garibaldi, Valerio Gennaro, Antonio Gozzi, Santo Grammatico, Roberto Guarino, Monica Lanfranco, Giuseppe Pippo Marcenaro, Maurizio Michelini, Anna Maria Pagano, Paola Panzera, Marianna Pederzolli, Enrico Pignone, Bruno Piotti, Bernardo Ratti, Ferruccio Sansa, Mauro Solari, Giovanni Spalla, Gianfranco Tripodo, Gianmarco Veruggio, Franco Zunino.

P 01

FATTI DI LIGURIA

Prosegue la disamina dello stato dell’arte ligure in material infrastrutturale dell’ing. Solari

Infrastrutture liguri 2: come siamo

Come accennavo nel precedente articolo, la popolazione di Genova è scesa da 816.000 abitanti del 1971 agli attuali 559.000, nonostante i flussi migratori degli anni scorsi. Non estraneo a questo potente calo demografico è stato lo smantellamento dell’industria di stato, dell’IRI in particolare.

A partire dagli anni ‘90, Prodi, presidente all’epoca dell’IRI, ha caparbiamente proceduto alla sua privatizzazione sostanzialmente regalandola ai privati. Vista come è andata a finire con le Autostrade, ma anche con l’ILVA, ritengo che dovrebbe scusarsi con gli italiani.

Autostrade viene privatizzata nel 1999 cedendo la concessione ai Benetton. Chi crede che le gestioni private siano sempre meglio delle pubbliche dovrebbe porsi delle domande.

Per sette anni, dal ‘73 all’80, mentre studiavo, ho lavorato come casellante prima a Ge-Aeroporto e poi a Isola del Cantone, con gestione IRI. In quelli anni non bastavano, come oggi, 10 cm di neve per bloccare l’autostrada. In tanti anni di lavoro ricordo solo una notte di blocco per una nevicata veramente eccezionale. Questo solo per parlare della manutenzione ordinaria. Non posso certo escludere che anche con la gestione IRI non vi fosse chi faceva la “cresta” sui lavori, ma i lavori si facevano! La Gestione Benetton non ha fatto né la manutenzione ordinaria né quella straordinaria. Dal 2009 al 2018 Autostrade ha elargito ai soci 6 miliardi di Euro, contro una spesa per le manutenzioni di 4 miliardi. Eppure se si ha in custodia – anche a titolo gratuito – un bene, lo stesso deve essere conservato con la cura del “buon padre di famiglia”. La concessione a Benetton non era a titolo gratuito, eppure il bene dello Stato non è stato sicuramente conservato con la cura dovuta, come ha dimostrato il crollo del Morandi. Nonostante questo non è stata tolta la concessione ad ASPI. Immagino per le clausole del contratto di concessione, per cui per togliere di mezzo la famiglia Benetton lo Stato ha dovuto pagare miliardi di Euro, ritrovandosi un bene deteriorato su cui dovrà investire moltissimo per il suo ripristino. Mi chiedo: ma l’alto papavero che ha firmato un contratto di concessione capestro per lo Stato, certamente su input politico del governo Berlusconi, non paga pegno?

Se la cessione di Autostrade fu dovuta a scelte sostanzialmente ideologiche (privato è meglio), la mancanza di manutenzione della rete ligure, oltre che dalla massimizzazione del profitto, penso sia legata al venir meno dell’importanza di questa rete. Rete, che ricordo è costituita per il 55% da opere d’arte (ponti e gallerie). In questi anni, con la svendita del patrimonio industriale pubblico e con le modifiche economiche derivanti dalla quarta rivoluzione industriale, l’economia ligure è declinata, come testimonia il forte calo demografico. Anche il traffico nel nodo genovese è calato dal 2008 al 2017 (ante crollo del Morandi) del 10%. Oggi sul ponte San Giorgio transitano secondo ASPI 51.800 veicoli/giorno, contro i 73.200 del 2017.

Mauro Solari

P 02

FATTI DI LIGURIA

Precari in Liguria: un numero in costante crescita

I dati del Ministero del Lavoro, resi noti con il rapporto Banca d’Italia, registrano un saldo positivo di 25.792 nuovi contratti di lavoro in Liguria, da gennaio a giugno 2021. Tra questi 22.836, almeno 8 su dieci, sono a tempo determinato con una crescita del +428% rispetto al 2020 e con 6 mila contratti in più anche rispetto al 2019.

Nel frattempo, i contratti a tempo indeterminato, che erano 3.589 nel 2019, ultimo anno pre-covid, sono scesi a 1.542.

Se la ripresa dopo la pandemia mostra da un lato numeri incoraggianti, dall’altro mette a nudo le nuove fragilità dei rapporti di lavoro, sempre più precari, sempre più incerti, sempre meno pagati.

Da un lato assistiamo alle proteste dei precari della scuola a Savona e in altre realtà. Alla Spezia abbiamo l’incredibile caso di 150 OSS della sanità pubblica, licenziati, grazie all’ignavia della Regione Liguria, dopo anni e decenni di lavoro e dopo aver retto la situazione emergenziale del covid, costringendoli a un assurdo concorso, che ne ha già licenziato 110, sperando che gli ultimi 39 possano farcela.

Nei cantieri navali si può toccare con mano la differenza tra lavoratori garantiti, sempre in diminuzione come numero, e lavoratori precari. La cosa si tocca con mano all’ora di pranzo, quando i primi vanno in mensa, seduti al riparo e con pasti caldi, mentre gli altri devono accontentarsi di un panino o della vecchia gamella, mangiando dove capita.

Non parliamo dei riders, che sempre più numerosi vediamo in bicicletta o in scooter a consegnare pizze o altri generi alimentari, dei “padroncini” fasulli e ipersfruttati, che effettuano le consegne per i colossi del commercio sul web.

D’altra parte basta entrare in un’agenzia bancaria, dove, sino a pochi anni fa c’erano decine di impiegati, considerati, un tempo, dei privilegiati, per trovare due o tre dipendenti disperati e timorosi di perdere il lavoro, sostituiti da cassieri automatici. Casse automatiche nei supermercati, caselli autostradali automatizzati, lavori robotizzati.

Il lavoro si trova ormai casualmente, stagionale, come chi opera negli stabilimenti balneari nei mesi estivi o addirittura a chiamata nelle trattorie di campagna che lavorano solo nel fine settimana.

Il precariato è una situazione triste e d’incertezza, che spiega anche fenomeni come il calo dei matrimoni e delle unioni permanenti e soprattutto il calo demografico. Un precario non è in grado di garantire certezza e futuro a dei figli, non può neppure richiedere un mutuo per l’acquisto della casa.

Sarebbe ora di ripensare a tutte le forme di nuovi rapporti di lavoro, introdotti nella legislazione italiana a partire dagli anni ’90. Da allora abbiamo assistito a riforme che hanno introdotto il lavoro interinale, i CO-CO-PRO, il lavoro in affitto, i contratti a termine, un part-time senza regole, per poi avere il Job’s act e il decreto dignità. Non dimentichiamo infine la piaga del lavoro nero o abusivo, che seppur minore che nelle regioni del mezzogiorno non è affatto debellata.

Talvolta penso che sia molto più triste essere precari o disoccupati in luoghi di lusso e frequentati da ricconi, che nella nostra regione non mancano. I contrasti sono molto più evidenti e sfacciati che non in un povero paesetto dell’Appennino.

NC

P 03

FATTI DI LIGURIA

Deturpare la fortezza di Sarzanello con un’orribile torre per ripetitori

La fortezza di Sarzanello domina l’abitato di Sarzana dall’alto di un colle, dal quale si ammira la valle del Magra sino al mare.

Sarzana è nota come la “città delle due fortezze”. Infatti Tomaso di Campofregoso, più volte doge di Genova e feudatario di Sarzana, fece demolire la vecchia cittadella pisana per costruire la nuova fortezza Firmafede nel centro della città fortificata da basso, mentre iniziò i lavori di ristrutturazione della vecchia fortezza di Sarzanello. Dopo aver venduto Sarzana ai fiorentini, questi continuarono i lavori, affidando l’incarico al grande architetto Francione. I lavori vennero poi terminati, una volta che la città era tornata sotto la potestà del genovese Banco di San Giorgio, da Matteo Civitali.

La fortezza di Sarzanello si trova in tutti i testi sull’architettura militare. Essa divenne un esempio, imitato da qualsiasi nuova fortezza sorgesse in Europa, di nuova fortezza rinascimentale. Erano nate le armi da fuoco. Le mura delle fortezze medioevali erano troppo sottili e diritte per sostenere i colpi di cannone, per questo le nuove fortezze avevano le mura spesse con un terrapieno e oblique, sia per sviare i colpi che, soprattutto, per offrire maggiore spessore da attraversare al colpo stesso. Davanti al cuore della Fortezza (il castello), venne edificato un rivellino, una possente costruzione a triangolo, che ricorda la prora di una nave e che aveva il compito di difendere l’accesso alla fortezza dal fuoco delle artiglierie.

Un luogo unico e incantevole, un bene storico e archeologico tutelato con alle spalle le colline e le montagne, il profilo delle Alpi Apuane sullo sfondo, mentre dall’altro lato lo sguardo abbraccia tutta la Valle del Magra, seguendo il corso del fiume sino al suo sbocco in mare. Ammirato da turisti, immortalato in migliaia di foto, pubblicato in moltissimi libri.

Ora vorrebbero deturpare il colle, costruendovi una orrenda torre metallica come ripetitore per la telefonia mobile.

Il Comune di Sarzana fa “il pesce in barile”, fingendo di non avere competenze. Intanto non invoca l’intervento della soprintendenza regionale alle Belle Arti. L’attuale amministrazione non ha neppure adottato un “piano delle antenne”, come sarebbe suo dovere, eppure il piano era stato presentato da “quelli di prima”, e avevano avuto ben tre anni per approvarlo o eventualmente modificarlo.

Fortunatamente gli abitanti della zona e con loro i cittadini sarzanesi si sono ribellati allo scempio e sono scesi in piazza, raccogliendo più di mille firme contro questo insulto alla storia e alla bellezza.

NC

P 04

FATTI DI LIGURIA

Regione, Comune di Genova e Palazzo San Giorgio puntano miliardi pubblici sui container per il futuro del porto. Scelta che favorisce terminalisti e compagnie. Quanto prospettive cittadine e occupazione? Eppure l’azione del trio Toti-Bucci-Signorini si accompagna al silenziamento totale della pubblica discussione.

Follia del metodo applicato alla diga foranea di Genova

La tragedia del ponte Morandi, oltre al risultato eccezionale della ricostruzione (risultato dovuto a una serie irripetibile di circostanze finanziarie, organizzative, operative) sembra produrre quella che si potrebbe definire la sindrome, ovvero la retorica del “metodo Genova”.

Se – nel caso dell’Amleto scespiriano – c’era del metodo nella follia, per il caso genovese sembra doversi rovesciare la frase: “c’è della follia in questo metodo”.

La follia, se così si può dire, consiste nel non considerare tutte le speciali circostanze il cui concorrere ha determinato l’indiscutibile successo della ricostruzione del ponte.

Ancora, un germe di follia può riconoscersi nel proposito di applicare pari pari quel “metodo” a una situazione così complessa come la dotazione del porto di Genova di una nuova diga foranea. Assai più che nel caso del ponte, da quel progetto dipendono la crescita del porto e insieme la ripresa di una città che in gran parte dipende da quello scalo.

Non c’è più follia ma politica, e politica della peggiore specie, nel cercare di fare di quel “metodo’”– attraverso l’impiego di risorse pubbliche – lo strumento per ottenere o rafforzare il consenso dell’elettorato.

Non c’è più politica, nemmeno della peggiore specie, quando di quel metodo si fa un ben diverso “metodo” per appropriarsi di risorse pubbliche attraverso la cosiddetta “semplificazione” delle procedure di affidamento della colossale e costosa opera.

Proprio questi sono i risultati che si ha ragione di temere derivino dalla già tormentata vicenda della nuova diga foranea, del cui progetto sembra essersi impossessato il trio Toti, Bucci e Signorini, espressione rispettivamente della Regione, del Comune e dell’Autorità di Sistema Portuale.

Proprio come per la finta follia di Amleto, il “Sistema” consiste nel far apparire quello che non è e nascondere quello che veramente è, o accade.

Nella specie, l’operazione sembra svolgersi nella massima segretezza, mentre se ne vantano pubblicamente le prospettive e gli immancabili successi. Non ci si nascondono intanto, tra gli addetti ai lavori, le preoccupazioni per il protrarsi dei tempi di progettazione e assegnazione delle opere strutturali infrastrutturali, oltre che per il gonfiarsi , nel tempo, dei costi che questa volta dipendono da finanziamenti pubblici e non dalla forzatamente generosa borsa della società Autostrade. Il termine del gennaio 2022 fissato per l’aggiudicazione della progettazione esecutiva e della realizzazione dell’opera si avvicina pericolosamente, e con esso il rischio della perdita dei finanziamenti.

Il primo semestre del 2021 non ha portato novità, se non quella – significativa – delle dimissioni del responsabile per l’attuazione del piano Marco Rettighieri, a riprova del fallimento del modello Genova. Le aggiudicazioni procedono a singhiozzo mentre i costi aumentano vertiginosamente.

Il “modello Genova” si rivela sempre più un carro di Tespi popolato da figure preoccupate più del proprio profitto o del proprio futuro politico, che non della crescita dei traffici e del futuro della città. Nel frattempo Bucci si avvia ad essere riconfermato commissario “straordinario” per altri tre anni, diventando di fatto commissario ordinario dell’intera città di Genova, oltre che aspirare alla conferma alla carica di sindaco.

MM

P 05

FATTI DI LIGURIA

Pubblichiamo la seconda puntata del reportage di Andrea Agostini sull’evoluzione socio-economica della Valpolcevera, manifesto dell’incapacità di gestire le sfide della de-industrializzazione, riprendendo da dove l’avevamo lasciato: la nuova linea ferroviaria che transita tra le case di Certosa e Campasso.

2.Valpolcevera, una valle violentata da 50 anni e più

Allora – ci si chiede – qual è l’interesse a questa linea?L’interesse è quello di portare le merci dal porto al nord. Allora, cominciamo con il dire che nel porto oramai da decenni l’occupazione è in calo a causa dei processi di automazione della logistica. I portuali, i camalli, storica figura importante per la storia della città e per la storia del mondo del lavoro in tutta Italia, sono passati da migliaia a meno di 1000, i moli sono quattro quinti in mano a multinazionali che niente hanno a che vedere con Genova e che quindi non portano e non porteranno ricchezza a Genova, i containers viaggeranno su e giù.

Teniamo presente che il valore di un container oggi è circa €12.000 a box per chi lo vuole affittare. E chi ci guarda dentro troverà un pacco di merci assolutamente inutile, dalle bamboline cinesi a rifiuti lombardi che partono per destinazione ignota. Ci sono prodotti ovviamente importanti da importare e prodotti importanti da esportare. La gran parte dei treni che andrebbero e verrebbero sarebbero da una parte pieni di containers vuoti che tornano in porto, di merci altamente pericolose come rifiuti e rifiuti speciali che verranno e vengono normalmente imbarcati nel nostro porto. Ovviamente ci sarà la parte di merci assolutamente necessaria che deve raggiungere il porto o dal porto raggiungere il nord, sull’altare degli interessi internazionali, di una occupazione sicuramente in caduta, di nessuna garanzia sulla sicurezza (come abbiamo potuto già verificare per i lavori al nodo di San Benigno, per i lavori al terzo valico per cui sono stati denunciati e arrestati più volte importanti dirigenti di azienda). Noi ci ritroveremo una ennesima linea ferroviaria e ci ritroveremo l’ennesima distruzione della Valle: parliamo della Gronda a Bolzaneto e parliamo di cantieri e parliamo di cemento e di perdita di decine di sorgenti d’acqua e soprattutto parliamo di amianto che verrà necessariamente stivato a Bolzaneto e poi trasportato secondo qualche idea a nostro giudizio piuttosto balzana attraverso una specie di tapis roulant fino in porto dove poi dovrebbe essere utilizzato per usi diversi.

A questa meravigliosa prospettiva dobbiamo aggiungere un nuovo ponte a Bolzaneto, quello per la bretella, dobbiamo aggiungere il solito immancabile supermercato, che tanto Bucci ama, al posto della fabbrica dell’Eridania, e nessun intervento di compensazione e di valorizzazione della Valle. In più cantieri per i prossimi dieci anni. Si sono scordati anche che il primo a parlare della proposta del nuovo ospedale di Valle è stato il centro-destra: secondo le idee di Biasotti il nuovo ospedale avrebbe dovuto essere costruito all’altezza delle Eridania, invece quell’area andrà al supermercato. Si parla della costruzione di case di cohousing per anziani e di case di abitazione per studenti dell’università, case che costruite al Campasso avranno intorno nulla. Saranno dormitori. Perché, ovviamente gli universitari vanno all’università e per gli anziani a distanza di anziano al Campasso non c’è nulla.

Andrea Agostini (continua)

P 06

FATTI DI LIGURIA

Sorella buona, sorella cattiva

C’erano una volta due sorelle, una buona e l’altra cattiva. Quella buona, come in tutte le favole, era povera ma faceva del bene a destra e a manca, mentre quella cattiva, che viveva lontano, si occupava di affari e di fare soldi su soldi. Quest’ultima, mai soddisfatta del denaro che accumulava, decise di sfrattare la sorella buona dalla casa in cui viveva e dove accoglieva e accudiva pellegrini e malati. Non si sa come finisce la favola, perché è ancora in atto, dato che si tratta di un fatto vero. La sorella buona si trova infatti in Albaro, in una casa donata da una nobildonna genovese nel 1800, e al momento ospita dodici sorelle, un sacerdote, un frate, sedici richiedenti asilo e un paio di anziani non autosufficienti. Quella cattiva invece sta a Bergamo, ed è la potente congregazione delle suore Sacramentine, dello stesso ordine di quelle genovesi, che stanno, proprio come nella favola, per essere sfrattate. Al posto della casa di accoglienza nel piccolo parco verrà realizzato un posteggio a servizio di una casa di riposo extra lusso, una residenza per anziani più che abbienti con tanto di retta finanziariamente redditizia. L’ordine religioso, che assomiglia in questo caso più a un fondo d’investimento lussemburghese, ha in mano uno sfratto che dovrebbe essere reso esecutivo il prossimo 30 settembre. È corretto usare il condizionale, perché esiste ancora una speranza che non venga attuato, non tanto per l’indebolimento della ferrea volontà speculativa delle sorelle cattive, quanto per il movimento d’opinione che si è stretto intorno alle buone sorelle genovesi, grazie anche all’intervento della consigliera del Municipio di Medio Levante Elena Putti. Ma dato che l’ordine teutonico, pardon, delle Sacramentine, è un istituto di diritto pontificio, ovvero eretto e approvato dalla Santa Sede, da cui dipende, sarebbe da chiedere a Papa Francesco di intervenire, perché può essere sua la parola definitiva. E monsignor Marco Tasca, arcivescovo di Genova, che non si dovrebbe dimenticare la sua origine di frate minore conventuale, al Papa potrebbe portare da francescano una parola d’amore che sia più forte dell’odore del denaro. Già ha fatto uno scivolone sulla realizzazione, anch’essa speculativa, del presunto nuovo Galliera: probabilmente, è la speranza, perché male informato. Ma su questo episodio non ha solo il diritto, ma il dovere di intervenire. Non si tratta di chiedere il pagamento dell’IMU sui beni miliardari della Chiesa, ma semplicemente di permettere a delle suore che fanno il loro dovere nei confronti del prossimo di continuare a fare del bene. Tra l’altro, scopo dell’ordine della Sacramentine è, come si legge nel loro sito “…  la professione dei consigli evangelici di obbedienza, povertà e castità, assunti attraverso i voti e la vita fraterna in comune”, non di usare i beni a scopo di profitto, come le strutture che possiedono già a Roma e a Borgio Verezzi (Villa Zaveria, una bella pensione di lusso). Adorare Dio, sorelle orobiche, non significa glorificarlo attraverso il profitto, ma aiutare il prossimo, non facendo parcheggi e residence di lusso. Monsignor Tasca, vorrebbe dire e fare qualcosa di francescano, in modo che questa brutta favola abbia un lieto fine? Grazie.

CAM

P 07

FATTI DI LIGURIA

Il giorno 17 settembre a Imperia (piazzetta di via Antica dell’Ospizio, ore 21), Daniela Cassini presenta con l’autrice Monica Lanfranco il saggio “Crescere uomini”. Il giorno precedente – 16 settembre – Monica Lanfranco sarà a Ceriale presso la Casa dei Circoli Cultura e Popoli (via Concordia 8, ore 18) per presentare il suo “Voi siete in gabbia, noi siamo il mondo”.

Progetti principeschi di confine

Abbiamo già raccontato delle nuove velleità edilizie di Sanremo, ora l’occhio si rivolge al confine in una porzione di territorio tra Italia e Francia: Grimaldi, frazione di Ventimiglia, che guarda Garavan e Mentone e ancora più in là Montecarlo, stretta tra il confine di Ponte San Luigi, i Balzi Rossi, La Mortola, i giardini Hanbury.

Sono le “Terre blu” di Nico Orengo, luccicanti di fasce di ulivi e limoni, rocce e giardini a strapiombo sul mare con piante esotiche, tra ville e personaggi di un passato straordinario…

Una bellezza di ieri e di oggi dalla grande valenza storica raccontata con passione dallo storico e scrittore Enzo Barnabà nei suoi ultimi libri “Il Passo della Morte. Storie e immagini di passaggio lungo la frontiera tra Italia e Francia” (2019) e “Il Sogno Babilonese. Lo Chateau Grimaldi, la Belle Epoque, la Riviera” (2020).

Il paese porta il nome dei Grimaldi del Principato di Monaco, che dal 1351 quando erano ancora “cavalieri genovesi” restano proprietari di un bel terreno composto in buona parte da una pineta che degrada verso il mare e da una ex cava. Il contesto è di grande valore paesaggistico, culturale, archeologico, naturalistico, marino. Uno dei più bei scorci di Liguria, purtroppo interessato ancora negli ultimi giorni da incendi misteriosi.

Barnabà nel suo libro sulla frontiera si augurava che il progetto di “cementificazione alla monegasca”, proposto in più fasi dai Principi al Comune di Ventimiglia, non andasse in porto, pensando che Francesco Biamonti avesse insegnato qualcosa!

E invece…

Proprio a gennaio 2019 l’Amministrazione della città di confine ha adottato una variante urbanistica che consente l’intervento di iniziativa privata del Principe Alberto di Monaco e delle sorelle denominato “Grimaldi Garden”. La proprietà dei Principi Grimaldi è di 160.000 mq., in particolare la zona della ex cava è molto panoramica e quindi appetibile e lì il progetto prevede infatti appartamenti di lusso per 10.000 mq., circa 40 mila mc.

Sono previsti anche un parco privato, parcheggi per pullman e auto, la costruzione di una estemporanea scuola per alta formazione in campo ambientale (la cui progettazione non è stata richiesta né condivisa), il tutto ovviamente subordinato alla realizzazione residenziale.

Il progetto, pubblicamente presentato dalle autorità locali e regionali insieme, è stato dibattuto in Consiglio Comunale e soprattutto in città, con la sollevazione delle Associazioni di tutela ambientale.

In una intervista su La Repubblica di qualche anno fa, poco prima della sua scomparsa, Nico Orengo, narratore delle sue radici ponentine, proprio sui temi dello stato dei luoghi pose dei dubbi su questo progetto come su altri insistenti “su questa zona bellissima e fragile (dove) si addensano dei carichi che senza un equilibrio possono provocare un disastro. E poi va bene qualche porto, ma c’è modo e luogo. Quello a Ventimiglia proprio no.”

Il porto a Ventimiglia si è fatto, altra propaggine monegasca con annessi costruendi cento appartamenti di gran lusso e un hotel a 5 stelle. Ora cosa ci capiterà di vedere?

Al di là dei singoli progetti, ci pare che stia prevalendo una incultura che tende a considerare il nostro fragile e saccheggiato territorio come ulteriore terra di conquista e di speculazione, a favore di uno pseudo sviluppo turistico di qualità, senza un serio ragionamento sulla necessità di una primaria azione di difesa e tutela unita ad una intelligente programmazione di valorizzazione d’insieme delle eccellenze di questo nobile lembo di Riviera.

DC

P 08

FATTI DI LIGURIA

Donne di Liguria, una risorsa sottoutilizzata

Due fatti apparentemente lontani e scollegati, tratti dalla cronaca di questi giorni: la battaglia che dura da tredici anni contro l‘abbandono alla più cinica devastazione speculativa di uno storico bene comune come l’ospedale Galliera, oltre alla salvaguardia degli standard di vivibilità nel quartiere genovese di Carignano; il successo di una manifestazione che prosegue ininterrottamente dal 1999 quale il Suq Festival in piazza Banchi.

Il tratto comune di queste vicende – che nel bene come nel male hanno segnato e segnano la vita del capoluogo ligure – è rappresentato dal ruolo primario esercitato dalla componente femminile.

Lo scontro per una sanità dalla parte dei cittadini è stato promosso e gestito con incrollabile tenacia da parte di un comitato di quartiere guidato prevalentemente da donne, contrapposto a un consiglio di amministrazione con una composizione esclusivamente al maschile. E – considerando tale aspetto – non è del tutto incomprensibile l’insofferenza reciproca tra le parti in campo. Se è vero che la cultura della cura è propria del pensiero femminile fin dagli albori della storia; da quando la discesa di bellicosi cavalieri provenienti dalle steppe euroasiatiche investirono e sottomisero le pacifiche società agricole matriarcali relegando le donne nel chiuso delle case patriarcali, destinate a compiti di riproduzione della specie e – appunto – all’assistenza delle persone. Mentre veniva contestualmente affermandosi il prestigio sociale attribuito all’aggressiva competitività maschile. Che ora viene celebrata nel darwinismo sociale delle priorità assolute attribuite al calcolo dell’interesse economico. Al profitto come unico metro di giudizio.

Il criterio opposto promosso dall’iniziativa di Banchi, ispirata a benevolenza e reciproca comprensione. Guarda caso, ideata, realizzata e riconfermata per oltre un ventennio da due signore: Carla Peirolero e Valentina Arcuri. In mezzo a mille difficoltà. Come ora dichiarano a Nando Dalla Chiesa che le ha intervistate: «potrebbe essere un grandioso appuntamento per Genova. […] Non abbiamo una sede, anche se abbiamo provato a presentare dei progetti su luoghi pubblici, proponendo il principio dell’autosufficienza gestionale. Credo che conti anche un po’ di pregiudizio. Inconscio naturalmente». Un patrimonio che gli amministratori non sono in grado di portare a fattore comune («eppure siamo una risorsa per la città. Pensi che ormai facciamo da agenzia di intermediazione per i contatti con i popoli africani o del Medio Oriente»). L’ennesima risorsa al femminile che finisce per andare sprecata. Che dovrebbe far riflettere un po’ tutti. Prima di tutto le donne, depositarie di una cultura preziosa (antidoto alla crisi evidente del patriarcato), che non riesce a diventare soggetto senza sottomettersi ai condizionamenti omologanti della ben più organizzata componente maschile. Perché?

Maura Galli

P 09

FATTI DI LIGURIA

Dispersione scolastica: un primo approccio al tema

Brevi riflessioni intorno a un fenomeno complesso quale è la dispersione scolastica. Questo tema è stato affrontato in diversi studi e ricerche sociali ma proverò a problematizzarne solo alcuni aspetti. La principale finalità è quella di affrontare la dispersione scolastica nelle sue dimensioni micro e macro come un processo e per comprendere non solo perché il fenomeno si verifica ma comesi manifesta. In generale la dispersione scolastica viene identificata in quella parte di popolazione studentesca che non riesce a raggiungere i risultati prefissati e tecnicamente viene espressa con una serie di tassi che raccolgono le diverse fuoriuscite irregolari del sistema di istruzione. Eurostat identifica i giovani che abbandonano prematuramente l’istruzione e la formazionequella quota di popolazione di età compresa tra i 18 e i 24 anni che ha lasciato gli studi senza aver conseguito un titolo superiore alla scuola secondaria di primo grado e che non è coinvolta in altre forme di istruzione e formazione (ELET: Early Leavers from Education and Training). La Strategia Europa 2020 ha posto, tra gli obiettivi da raggiungere nel campo dell’istruzione e della formazione, la riduzione al di sotto del 10 per cento della quota di ELET. Attualmente la quota media europea è di 9,9%. L’Italia è tra i paesi che superano la media europea (13,5 %). La Liguria è invece è al di sotto della media nazionale e si avvicina a quella europea con una quota del 10,1 % (EUROSTAT – 2019).

Oltre al dato quantitativo espresso da questi tassi, una analisi qualitativa ci permette di comprendere come all’interno della dispersione scolastica vengano compresi diversi fenomeni: i rallentamenti nel percorso formale di istruzione, l’interruzione e l’abbandono scolastico nonché bocciature, ripetenze, ritardi, debiti, frequenze incostanti e basso rendimento. Quello che si vuole far emergere è di poter guardare alla dispersione scolastica come processo reversibile e trasformativo. Sono diverse le dimensioni da tenere in connessione: la dimensione storica, la dimensione sociale e strutturale e la dimensione relazionale tra i diversi soggetti coinvolti.

In Italia a partire dagli anni ’70, gli anni della scolarizzazione di massa, si sono susseguiti diversi mutamenti nella percezione del fenomenoe diverse sono state le modalità del suo inserimento nelle agende politiche. In estrema sintesi si può rilevare un cambiamento rispetto al passato quando la lotta alla dispersione era inquadrata come politica di prevenzione del rischio per le categorie deboli e svantaggiate. Oggi sembra prevalere una politica di promozione del successo formativoper tutti e la letteratura più recente avverte altri tipi di cause legate al rapporto tra le contraddizioni sistemiche e le biografie individuali, che va letto in modo interdipendente.

A livello micro e soggettivola mancanza di stimoli e di motivazione, le relazioni complicate con i genitori, le incomprensioni con i docenti, l’attrazione nei confronti del mondo del lavoro e la convinzione di aver sbagliato percorso di studi, allargano e diversificano le cause e i fattori che incidono sulla decisione di abbandonare la scuola e quindi “disperdersi”. La dispersione scolastica viene percepita quindi come shock tra un soggetto e il suo percorso di integrazione sociale.

A livello macro vi è spesso un’incapacità del sistema educativo di rispondere e adattarsi ai mutamenti della società e del mondo del lavoro.

Come affrontare questa multidimensionalità? La ricerca sociale deve continuare ad addentrarsi in quelle scuole ed in quei contesti in cui scuola, famiglia e territorio lavorano insieme per promuovere il successo formativo, l’equità e l’agency. Questa spinta dal basso sembra essere la strada più efficace per stimolare politiche pubbliche adeguate che possano rendere sistemiche azioni ancora troppo isolate.

Maddalena Bartolini – Sociologa e assegnista di ricerca preso IRCRES – CNR

P 10

FATTI DI LIGURIA

I dati del lavoro nella provincia di Imperia

Come ogni anno, puntualmente, l’Ufficio Economico CGIL Liguria produce uno studio sull’economia e sul lavoro in Liguria che è stato presentato per il 2020 a maggio scorso e che ho visionato insieme al Segretario provinciale imperiese Fulvio Fellegara.

Voglio infatti evidenziare i dati relativi alla situazione dell’Imperiese per l’anno (orribile) 2020, una situazione di difficoltà come vedremo.

Prima qualche dato sintetico di contesto.

Gli occupati nel 2020 in Liguria sono risultati in calo di 10.500 unità (-1,71%) sul 2019.

Gli occupati a tempo pieno sono stati il 62,9% maschi e il 37,1% femmine, rapporto che si ribalta per quanto riguarda il tempo parziale con il 24,8% maschi e il 75,2% femmine.

I dipendenti rappresentano il 73% dell’occupazione ligure e sono per il 51% maschi e il 48,9% femmine, più uomini occupati nel tempo indeterminato, più donne nel tempo determinato.

Eccoci a noi. La provincia di Imperia rappresenta il 13% dell’occupazione regionale e il 18% della disoccupazione nell’anno in esame.

La provincia di Imperia ha perso in media il 2,12% di occupati dipendenti (1689 persone), tra i settori in netto calo le costruzioni (-25%), il commercio e turismo (-8,5%).

Nel settore del turismo purtroppo un crollo netto: -49,7 arrivi e -43,9 presenze, un dato complessivo che – pur in linea con i dati regionali – richiederà tempo per il recupero.

Anche l’occupazione indipendente (il 32,4% del totale) è in calo del 2,48% sul 2019, con un -32% addirittura rispetto ai massimi del 2008.

Un dato particolarmente grave, il tema della sicurezza sul lavoro: le denunce di infortunio aumentano del 3,4% sul 2019, unica provincia in aumento, e soprattutto triplica i decessi (10 infortuni mortali) rispetto all’anno precedente.

Dal sindacato fanno sapere “che nei primi 4 mesi del 2021 Imperia è l’unica provincia che vede aumentare ancora la cassa integrazione rispetto all’anno precedente”. Il tasso di disoccupazione al 9,9% è (con Spezia) il più alto della Regione, come il tasso di inattività al 34,5%.

Lo specchio della nostra provincia è ancora questo: ci collochiamo subito dopo Genova tra le province per Reddito di Cittadinanza, Pensione di Cittadinanza e Reddito d’Emergenza, avendone il primato del numero di persone coinvolte (oltre 12 mila) in rapporto alla popolazione.

La pandemia ha acuito una situazione di evidente, complessiva e profonda difficoltà preesistente, rappresentata anche da calo demografico, forte abbandono scolastico (la provincia peggiore), carenza infrastrutturale. Una condizione che spesso si sottace ma che invece è necessario affrontare con intelligenza, lungimiranza e visione.

Tanta precarietà, tanto disagio a fronte di grandi potenzialità, la vera speranza di ripartenza per l’occupazione e il lavoro in questo Ponente ligure: il recupero del territorio e la sua messa in sicurezza, la dotazione di infrastrutture, le eccellenze e le peculiarità, i servizi, l’ambiente e la cultura… tutto nel segno della qualità!

DC

P 11

FATTI DI LIGURIA

Genova Jeans, un flop costosissimo

Dopo molte polemiche il Comune di Genova ha reso noti i “numeri ufficiali” del bilancio conclusivo di “Genova Jeans”: 13.600 ingressi alle mostre, 3.500 persone agli appuntamenti serali, convegni sold out, 31 mila posti letto venduti, affluenza complessiva di 45 mila persone. L’autenticità dei dati è però molto dubbia: manca il dato dei biglietti venduti per le mostre, distinto da quello degli omaggi; le immagini degli appuntamenti serali e dei convegni sono desolanti; circa le presenze alberghiere, per Laura Gazzolo, presidente della Sezione Turismo, Cultura e Comunicazione di Confindustria Genova, “è un danno pubblicare in un comunicato stampa dati puramente di proiezione per dimostrare che c’era tanta gente a Genova e quindi l’evento ha funzionato”. Sui 45 mila per strada l’obiezione è ovvia, l’ha fatta Genovaquotidiana.com: “Come si fa a contare le persone che passano in una via magari per fare la spesa, per andare a casa, per raggiungere un negozio che con ‘Genova Jeans’ non centra nulla?”. I miseri numeri delle pagine Facebook e YouTube confermano il flop. 

Dati fallimentari considerato il budget complessivo di oltre un milione di euro. Un enorme sperpero di denaro pubblico, su cui sta indagando la Corte dei Conti.

Ma il bilancio non deve riguardare solo presenze e conti. Non si tratta di una fallita e costosissima realizzazione di una buona idea. L’idea era sbagliata fin dall’inizio.

Innanzitutto perché nasceva dalla visione distorta della “strategia competitiva” tra territori. “Strategico” e “comunale” sono due parole in contraddizione tra loro, perché la strategia può essere solo “di area vasta”. In questo caso una strategia di promozione che coordini Liguria e Provenza e unifichi tutta la Liguria, con un potere comunicativo di assai maggior forza: il jeans nacque infatti in un’area mediterranea che coinvolgeva Nimes, Genova e La Spezia, come dimostrato dalla mostra “Blu Blue-Jeans. Il blu popolare”, tenutasi a Genova e a Nimes tra 1989 e 1990 e organizzata, non a caso, da Regione Liguria, Comune della Spezia e Ville de Nimes. La strategia non è la “competitività” ma la “rete”, la collaborazione tra territori, il sistema, l’integrazione. Nell’interesse di tutti e di ciascuno.

Va aggiunto che la valorizzazione dovrebbe essere culturale e produttiva: ma a Genova oggi non esiste nessuna azienda produttrice di jeans. Dal punto di vista culturale “Genova Jeans” ha promosso (male) Genova con un’impostazione municipalistica; dal punto di vista produttivo ha promosso (male, e con soldi genovesi) aziende non genovesi.

L’idea era sbagliata, inoltre, perché nascondeva il fatto che dietro al jeans c’è una tragedia ambientale e sociale: l’uso dei pesticidi e di enormi quantità di acqua per la coltivazione del cotone, con il conseguente inquinamento di laghi prosciugati e di fiumi diventati di color blu scuro, in Asia e in Africa; l’impiego di “lavoro schiavo” in Cina, dove il cotone viene raccolto e processato dalla minoranza musulmana Uiguri, fino al sandblasting: le multinazionali chiedono jeans schiariti ma la sabbiatura è praticata, in Bangladesh come in Turchia, senza le più basilari misure di sicurezza e con salari da fame. A Genova non se ne è parlato. Eppure, nei giorni precedenti, sul “Secolo XIX”, il papa aveva scritto che abbiamo sempre la possibilità di “denunciare, scrivere cose anche scomode per scuotere dall’indifferenza […], per dare voce a chi non ha voce e levare la voce a favore di chi viene messo a tacere”.

Oltre un miliardo di euro per promuovere (male) il look pop: ma c’era da aspettarsi qualcosa di diverso dalla classe dirigente ligure?

GP

P 12

FATTI DI LIGURIA

Cosa sta succedendo a Levante? Si direbbe che la sollevazione popolare contro l’ecomostro sul fiume Entella abbia risvegliato antichi umori irredentistici, che la Destra ligure al potere non riesce a governare. Pubblichiamo al riguardo la testimonianza di un levantino DOC: Antonio Gozzi.

Tigullio libero

Il Tigullio può recuperare la propria autonomia rispetto all’antistorico e inefficiente inserimento nell’area metropolitana genovese?

L’identità socio-economica del Levante e le sue prospettive hanno ben poco a che fare con i problemi del capoluogo, alle prese con una rilevante caduta demografica e un declino economico che continua nonostante gli sforzi per rilanciare Genova, il porto e la sua economia.

La storia ligure è quella di un rapporto difficile tra il centro e le ali, dove Genova raramente gioca una partita attenta allo sviluppo dei territori extra urbani e, per bulimia di attività e funzioni, mostra spesso indifferenza verso le esigenze degli altri liguri. Tale attitudine peggiora la situazione dello stesso capoluogo, che avrebbe trovato nella crescita delle ‘ali’ sicuro vantaggio.

L’istituzione dell’area metropolitana ha accentuato l’egoismo della Superba accelerando la concentrazione di servizi nel capoluogo che, oltre a non fornire risparmi di spesa, impoverisce territorio e qualità della vita.

Insomma, la legge sulle aree metropolitane (legge Delrio) è stata un palese fallimento. Nata dalla demagogia abolizionista delle Provincie, enti che svolgevano bene il loro compito nei confronti delle aree interne occupandosi di strade e presidio idrogeologico, ha fallito i suoi obiettivi di sviluppo ed economicità. I costi delle Provincie, che erano soprattutto di personale, rimangono tali essendo stato tale personale riassorbito dalle Città Metropolitane.

Ciò è tanto più vero nei casi come il Tigullio, in cui il perimetro dell’area metropolitana coincidente con quello della vecchia provincia penalizza identità e profili territoriali completamente diversi.

La governance che esclude l’elezione diretta della rappresentanza, stabilendo che il Sindaco del capoluogo è anche Sindaco metropolitano, costituisce un grave vulnus democratico.

Sicché gli effetti sul Tigullio sono stati palesemente negativi: non vi è mai stato alcun progetto programmatorio di sviluppo d’area; a fronte del depauperamento progressivo di servizi vieppiù concentrati sul comune capoluogo.

Se si fa il bilancio a otto anni dalla soppressione del Tribunale di Chiavari, si può rilevare la negatività dell’accorpamento. Ma altre scelte negative hanno segnato questi anni difficili: la scomparsa dell’azienda di trasporto pubblico del Tigullio, accorpata con la genovese Amt; la pratica scomparsa degli uffici dell’Agenzia delle Entrate e della Commissione Tributaria di primo grado; la pretesa di affidare senza gara alla genovese Amiu i servizi di raccolta e smaltimento dei rifiuti urbani dei comuni del Tigullio; infine la vicenda della diga Perfigli in cui, sorda alla volontà unanime della popolazione, la Città metropolitana ha fino ad oggi imposto la sua volontà, iniziando i lavori con un colpo di mano agostano che solo l’intervento della Soprintendenza ha momentaneamente bloccato.

E l’elenco potrebbe continuare. La scomparsa di servizi e centri direzionali impoverisce il territorio, lo trasforma in anonima periferia del capoluogo, complica la vita dei residenti, obbliga i giovani a cercare lavoro altrove. Anche negli studi universitari Genova è sempre meno attrattiva, a giudicare dal numero di studenti del Tigullio iscritti alle università milanesi.

Lamentarsi non serve. Al contrario bisogna promuovere un movimento popolare di lotta per il proprio futuro; trovare strumenti giuridici e istituzionali che consentano l’autonomia del Tigullio e la conseguente promozione socio-economica.

Uscire dalla Città metropolitana, ma come? Alcuni segnali positivi si registrano. L’idea di Valentina Ghio di proporre Sestri Levante e il Tigullio come capitale della cultura ha fatto registrare una convergenza e un metodo di lavoro comune che non si vedevano da tanto tempo.

Il mondo è cambiato e dopo l’esperienza del Covid il decentramento torna a essere un grande valore, proprio quando la filosofia delle concentrazioni e degli accorpamenti mostra tutti i suoi limiti e rischi.

Antonio Gozzi

P 14

FATTI DI LIGURIA

Nonostante le batoste giudiziarie, i soldati giapponesi sperduti nella giungla dell’ospedale Galliera continuano la loro guerra suicida e ora parlano dell’urgenza comunque di un restyling. Per questo abbiamo collazionato testi e dichiarazioni di voci autorevoli in materia (gli architetti Bona, Feltri, Piano e Strata, il clinico Veronesi) per individuare criteri-guida di un ospedale rinnovato, sia nel layout che nella organizzazione.

L’ospedale dalla parte dei cittadini del Terzo Millennio: un decalogo

Come dice Renzo Piano, “il nuovo umanesimo sarà ospedaliero”. E allora domandiamoci quali sono i principi da seguire nel progettare le nuove strutture di cura, alla luce di tre considerazioni:

  • Il Covid-19 ha funzionato da scopa manzoniana in un duplice senso: denunciare le pratiche delittuose di svendita della sanità pubblica; smentire, stante che questa pandemia annuncia lunghe lotte contro sempre nuovi contagi, i disegni di miniaturizzare le strutture ospedaliere riducendone le capacità di accoglienza e cura; semmai da potenziare e flessibilizzare;
  • Gli interventi sull’esistente nelle nostre città di storia e arte devono muoversi sulla linea del recupero (caso Venezia). Mantenendone le logiche costruttive ispirate a bellezza e vivibilità;
  • I nuovi ospedali vengono costruiti in periferia per la raggiungibilità e per non calamitare altro traffico nel centro urbano (vedi il San Raffaele sulla tangenziale di Milano).

Secondo il pensiero più aggiornato, l’attività progettuale di un ospedale deputato all’assistenza terapeutica polispecialistica, nodo primario del network sanitario integrato nella rete territoriale dei servizi d’assistenza/cura/ prevenzione, deve obbedire ai seguenti criteri:

  1. Valorizzare il ruolo di conforto psicologico dell’ambiente sia nell’accoglienza, sia nella degenza, offrendo ampi spazi aerati, folte cornici verdi, possibili occasioni di socialità;
  2. Ragionare dal punto di vista dei degenti, non degli addetti: un ambiente per le persone;
  3. Inserire/integrare il luogo di cura nel tessuto sociale di quartiere e cittadino, già a partire dall’accessibilità e dalla fruibilità;
  4. Rifiutare drasticamente logiche speculative nella destinazione d’uso degli spazi, che non vanno ceduti a usi impropri (negozi, parcheggi e residenze);
  5. Implementare e attrezzare sedi di conoscenza per un costante avanzamento della scienza medica. Ma anche luoghi di orientamento nelle opportunità di cura e gate di loro accesso.

Alla luce di questi assunti è possibile definire il seguente decalogo dell’eccellenza ospedaliera:

  1. Umanizzazione→ da luogo del dolore a luogo della speranza
  2. Urbanità→ massima integrazione logistica
  3. Socialità→ attività relazionali e culturali
  4. Organizzazione→ adozione del modello dipartimentale
  5. Interattività→ grazie all’adozione di tecnologie informazionali
  6. Appropriatezza→ il posto letto non è il parametro del dimensionamento
  7. Affidabilità→ il mix impegno e capacità supportati da strumentazioni avanzate
  8. Innovazione→ rinnovamento costante diagnostico, terapeutico e tecnologico
  9. Ricerca→ attività intellettuale e clinica, interna e in partnership con strutture esterne
  10. Formazione→ miglioramento continuo

Dieci parole d’ordine pregiudiziali di un dibattito pubblico per fare uscire la questione ospedaliera dall’attuale, pericolosa, condizione di genericità che ne impedisce l’effettivo governo democratico.

Le archistar invocate per il succitato restyling del Galliera saprebbero creare un giusto equilibrio tra antico e (post)moderno, valorizzando l’attuale, irrinunciabile, cornice verde.

Redazionale