Numero 12, 31 agosto 2021

PILLOLE

La senatrice guerriera (a fumetti)

Stefania Pucciarelli senatrice leghista, eletta in Liguria, più nota per le foto a cavallo di grosse motociclette che per la bontà delle prestazioni scolastiche, è stata nominata sottosegretario alla difesa. La passione per le divise del suo capitano, nonché l’attrazione per le armi da fuoco esibita dai leghisti a Voghera e Licata, le fanno visitare le caserme in tuta mimetica, scarponi e occhiale a specchio tipo “Rambo”. Nessuno le ha detto che i ministri non devono indossare una divisa intonata al dicastero. Mai si è visto il ministro del lavoro con tuta e chiave inglese, il ministro della sanità con lo stetoscopio al collo, quello dell’istruzione in grembiule, cartella e fiocco da scolari di un tempo. Mai un ministro dell’agricoltura è arrivato a Palazzo Chigi alla guida di un trattore.

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Due sindaci totiani uniti per cementificare il Parco di Portofino

Ogni pretesto è buono per devastare il Parco di Portofino, nonostante sia area protetta. Nel 2018, approfittando di un’emergenza climatica, furono autorizzati i lavori per realizzare il sentiero delle Gave, che non serve a eventuali soccorritori ma è molto remunerativo per proprietari di terreni finalmente raggiungibili da una strada. Ora la Procura di Genova ha iscritto nel registro degli indagati anche gli amministratori locali, sotto indagine per aver permesso lo scempio: il sindaco di Santa Margherita Paolo Donadoni e quello di Portofino Matteo Viacava. Il primo diede il via libera da ex presidente del Parco regionale di Portofino. Il secondo autorizzò lavori che, pur compresi nell’area protetta, non riguardavano nemmeno il suo Comune, ma quello di Santa Margherita.

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Le regalie milionarie di Toti ai fedelissimi

Il segretario generale di Regione Liguria guadagna più del Capo dello Stato! Pietro Paolo Giampellegrini avrà una retribuzione di 291.461 euro l’anno. “Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella guadagna 239mila euro”, osserva Ferruccio Sansa, capogruppo dell’opposizione. Ciò grazie a un emendamento al bilancio che Toti ha presentato in Consiglio. “Il trattamento economico del segretario generale della Regione è costituito da 45.260 euro (retribuzione tabellare), 316 euro (vacanza contrattuale) e 84.730 euro (retribuzione di posizione). Ossia 130.308 euro. A ciò si aggiunge la maggiorazione prevista dalla norma in corso di approvazione e un’integrazione di 49.256. Poi gli oneri riflessi e Irap a carico dell’amministrazione per un ammontare di 291.461 euro”.

EDITORIALI

Nei numeri precedenti de La Voce del Circolo Pertini abbiamo pubblicato interventi critici – a firma dell’ing. Mauro Solari (15.6) e dell’ing. Roberto Guarino (30.6) – sul Viadotto Piano, che ha sostituito il crollato Ponte Morandi. Ora riceviamo e pubblichiamo l’opinione di tutt’altro tenore (in particolare sul cosiddetto “Modello Genova”, il paradigma procedurale per realizzare un’opera pubblica in urgenza, senza l’impedimento di vincoli e controlli) dell’ing. Maurizio Michelini, presidente dell’Ordine degli Ingegneri di Genova

Appalto Viadotto San Giorgio: diverso parere

La relazione sulla procedura di aggiudicazione è pubblicata sul sito commissariale, dove sono evidenziati i passaggi compiuti e i riferimenti alla guida UE per gli appalti pubblici; in particolare quelli aventi carattere di estrema urgenza e, perciò, esentati dal bando di gara.

Il 16.11.2018 hanno avuto inizio le consultazioni di mercato per l’affidamento dell’opera, sulla base di specifiche tecniche redatte con risorse interne alla struttura commissariale. Tali specifiche stabiliscono che “Il Commissario esercita un’influenza determinante sul tipo o sulla progettazione dell’opera per mezzo del responsabile del procedimento, anche in deroga alle norme italiane, nei limiti previsti all’art. 1, comma 5 del decreto-legge n. 109/2018″ (inderogabilità delle leggi penali, di quelle antimafia e del diritto UE, oltre, ovviamente, alla Costituzione) e che “Nell’esecuzione del contratto, in via generale, si applicano le disposizioni dettate da leggi e regolamenti nazionali, ma il contraente è tenuto a proporre al Commissario eventuali deroghe nei casi in cui ciò sia utile o necessario per velocizzare le procedure o per ottenere risultati migliori“.

Dal punto di vista della qualità e durabilità, l’opera deve rispettare le norme tecniche per le costruzioni, approvate con D.M. 17.1.2018, che impongono una vita nominale di almeno 100 anni.

Sono pervenute oltre 30 manifestazioni di interesse, da tutto il mondo, con soluzioni di vario tipo e costi tra i 120 e i 307,5 milioni di euro.

Il 27.11.2018 è stata nominata una commissione indipendente per la loro valutazione, composta da esperti di rilievo internazionale, che ha portato ad individuarne due, di elevata valenza architettonica. Una, ispirata a Santiago Calatrava (negoziata a 225.577.079 €), caratterizzata da pile che ricordano la forma degli alberi, e l’altra, ispirata a Renzo Piano (negoziata a 202.000.000 €), che richiama la forma di una nave, previa demolizione dei resti del viadotto esistente, entrambe con impalcato metallico a cassone chiuso. È stata scelta la seconda.

L’appaltatore (Pergenova, società consortile tra Salini Impregilo, ora We Build, e Fincantieri Infrastructure) ha sviluppato i livelli di progettazione fino all’esecutivo, tramite Italferr, con il project management di Rina Consulting e la verifica terza di Conteco Check, e ha realizzato l’opera per processi paralleli, in progress, con il collaudo di Anas. L’azione di controllo forte del committente in ogni fase dell’appalto, codificata contrattualmente in termini di obbligazione di risultato e immutabilità del prezzo, ha compensato lo sbilanciamento in capo all’appaltatore del percorso progettuale e l’assenza di un computo metrico iniziale di dettaglio.

L’apertura al traffico è avvenuta il 3.8.2020.

Sotto l’aspetto economico, l’appalto si è concluso, tramite accordo bonario, con un extra pari al 7% circa dell’importo contrattuale; dovuto, principalmente, alla gestione del Covid-19.

Gli enti normalmente competenti al rilascio di pareri e autorizzazioni sono stati coinvolti non per mero adempimento amministrativo, ma come portatori di esperienza e valore aggiunto. Pur essendo escluso l’obbligo della valutazione di impatto ambientale, in quanto l’opera è destinata a rispondere ad esigenze di protezione civile, i progetti e le relazioni sono stati sottoposti a parere della commissione VIA e alla partecipazione del pubblico per 30 giorni.

Il potere di deroga è stato esercitato per superare gli ostacoli burocratici e i timori che disincentivano l’applicazione delle migliori pratiche, in linea con quanto disposto dalla Legge 11/2016, che vieta l’introduzione o il mantenimento di livelli di regolazione superiori a quelli minimi richiesti dalle direttive UE. In tema di legalità, si segnala che nella relazione della Direzione Investigativa Antimafia il procedimento adottato è stato definito “perfetta sintesi tra efficacia delle procedure di monitoraggio antimafia e celerità nell’esecuzione dei lavori“.

Il metodo si ritiene replicabile solo se sussistono le medesime condizioni che lo hanno legittimato.

Maurizio Michelini, Presidente Ordine Ingegneri Genova

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Liguria, l’interminabile glaciazione

La gelata della nostra politica locale dura ormai da decenni, nell’alternarsi indistinguibile di partiti che si richiamano ora alla sinistra, ora alla destra. Accomunati, nelle pratiche come pure nelle relazioni, dal condiviso obiettivo strategico di silenziare il popolo ligure e godersi la poltrona. Una continuità – del resto – favorita dall’evoluzione del quadro nazionale, in cui la destra sdoganata da Berlusconi all’inizio del suo ciclo politico ventennale, si accomodò immediatamente nel banchetto a base di posti e prebende, recuperando – così – i lunghi anni di dura astinenza, conseguenti alla messa al bando dall’arco costituzionale antifascista. Più articolato l’altro percorso, di una sinistra entrata nella Seconda Repubblica sotto la guida prima di Massimo D’Alema, poi di Walter Veltroni: ossia i leader che in Italia incarnavano il passaggio dall’ideologia al cinismo, teorizzato come Terza Via. Mutazione genetica con avvisaglie lontane, in quella crisi del Pci originata non solo dall’incomprensione del tramonto storico del comunismo oppressivo e dal conseguente mancato distacco dall’URSS ma anche dai limiti di una cultura politica incapace di cogliere i mutamenti della società.  Fino all’’impasse politica e alla disgregazione che ne derivò, che comportò anche fenomeni diffusi di separazione della politica dall’etica.

Con questi precedenti e siffatti modelli di riferimento la desertificazione del contesto locale è diventata una mossa quasi obbligata. Traendo il meglio (il peggio) dalle opportunità nazionali di massacrare la democrazia urbana: l’espulsione dei rappresentanti delle categorie dal governo delle Autorità portuali e gli accorpamenti presunti efficientistici degli scali (legge Del Rio, di renziana memoria) mettono in crisi la prima industria savonese – il suo porto – azzerandone la capacità propulsiva; la cervellotica sommatoria di camere di commercio tra loro lontane e disomogenee (le CC di Savona e Imperia unificate con quella di Spezia) cancellano il tavolo rappresentativo delle categorie economiche; la finta abolizione delle Provincie, trasformate in città metropolitane, produce subalternità totale agli interessi del capoluogo e determinano esplosioni di insofferenza popolare, come quelle nel chiavarese contro la diga ecomostro sull’Entella promossa da Bucci.

Perché stupirsi se oggi la ex comunista Raffaella Paita sgomita per farsi imbarcare sul carro della destra alle prossime amministrative? È solo il palese effetto della glaciazione democratica che consente a questo personale in carriera di pattinare sulla pelle dei liguri. In attesa di un disgelo che richiederebbe la forte ripresa del civico dibattito: dalla bonifica civile attraverso il recupero della smarrita etica pubblica alla selezione di nuove dirigenze; all’individuazione di aggregazioni sociali alternative a quelle che sorreggono “la casta”: il blocco (storico?) degli abbienti e degli impauriti.

La redazione de “La Voce del Circolo Pertini”

Nicola Caprioni, Daniela Cassini, Angelo Ciani, Monica Faridone, Michele Marchesiello, Carlo A. Martigli, Giorgio Pagano, Pierfranco Pellizzetti

Hanno scritto per noi:

Andrea Agostini, Franco Astengo, Enzo Barnabà, Giorgio Beretta, Pieraldo Canessa, Roberto Centi, Comitato spontaneo amici del Tariné, Cooperativa Il Ce.Sto, Battistina Dellepiane, Egildo Derchi, Erminia Federico, Maura Galli, Luca Garibaldi, Valerio Gennaro, Antonio Gozzi, Santo Grammatico, Roberto Guarino, Monica Lanfranco, Giuseppe Pippo Marcenaro, Maurizio Michelini, Anna Maria Pagano, Paola Panzera, Marianna Pederzolli, Enrico Pignone, Bruno Piotti, Bernardo Ratti, Ferruccio Sansa, Mauro Solari, Giovanni Spalla, Gianfranco Tripodo, Gianmarco Veruggio, Franco Zunino.

LETTERE ALLA NEWS

Riceviamo questo messaggio dall’ing. Roberto Guarino, autore con i colleghi Egildo Derchi e Gianfranco Tripodo di un intervento sulle prospettive della siderurgia sulla news del 31 luglio

In riferimento all’intervento apparso a fine luglio su questa news e relativo al comparto siderurgico italiano, apprendiamo che un altoforno dell’Ilva di Taranto è rientrato in esercizio. Si tratta dell’AFO 4, fermo da tempo per una manutenzione orientata alla sua ambientalizzazione complessiva e alla totale depurazione degli effluenti dall’impianto. Tali effluenti hanno ora parametri ben al di sotto dei valori richiesti dalla normativa UE. Come si evidenziava nell’articolo citato, Cornigliano senza i prodotti di Taranto è destinato a morte lenta. La ripresa della produzione di ghisa, necessaria per realizzare coils di qualità, è un’ottima notizia per Cornigliano (come anche per Novi), i loro addetti e, di conseguenza, per Genova e hinterland. Roberto Guarino.

La nostra “firma” Giorgio Pagano ci invia questa importante segnalazione:

No alla manifestazione bellica SeaFuture 2021 alla Spezia (28 settembre – 1° ottobre)

Cara Voce del Circolo Pertini,

diamo spazio anche in questa newsletter alla protesta – su cui abbiamo già scritto il 31 maggio e il 15 luglio – contro i frequenti scali nel porto di Genova delle navi cargo della compagnia saudita Bahri, accusata di trasportare armamenti nello Yemen che, dal 2015, è teatro di una violenta guerra civile.

Il 22 luglio il Collettivo Autonomo dei Lavoratori Portuali (CALP) e l’Unione Sindacale di Base (USB) di Genova hanno organizzato un presidio sotto Palazzo San Giorgio, sede dell’Autorità Portuale, per protestare contro l’arrivo di una di queste navi, la Bahri Jazan.

Lo scopo era quello di conoscere il carico della nave per verificare che fosse conforme alle norme di sicurezza dei lavoratori, nonché a quelle di diritto internazionale. Le due associazioni hanno consegnato due lettere di richiesta. La prima riguarda il fatto che le navi, sospette di trasportare esplosivo, potrebbero rappresentare un “serio problema per la sicurezza dei lavoratori”. Il contenuto della seconda lettera, invece, richiede “l’applicazione della legge 185 sul divieto di esportazione e vendita di armi”.

La legge 185, approvata nel 1990, regolamenta il controllo dell’esportazione, dell’importazione e del transito di materiali di armamento. Il primo articolo vieta l’esportazione di armi verso “Paesi in stato di conflitto armato”, come lo Yemen. Nell’articolo si vieta anche l’esportazione di materiale bellico nel caso in cui possa “entrare in contrasto con la Costituzione, con gli impegni internazionali dell’Italia e con i fondamentali interessi della sicurezza dello Stato”. E ancora, nel caso in cui non siano presenti “adeguate garanzie sulla definitiva destinazione dei materiali”.

Weapon Watch, una ONG con sede a Genova che monitora le spedizioni di armi nei porti europei e del Mediterraneo, ha ricordato che il primo tentativo di impedire il carico di munizioni e armamenti destinato alla guerra in Yemen risale al maggio 2019. Da allora la lotta dei portuali genovesi – che ha comportato per cinque di loro la messa sotto inchiesta per associazione a delinquere – non si è mai fermata, fino al pieno sostegno ricevuto da Papa Francesco. Finora, però, il Governo italiano non ha fatto nulla per meglio regolamentare il traffico di armi, ma ha anzi allentato le restrizioni imposte alle esportazioni di materiale bellico verso l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, precedentemente sospese a causa del coinvolgimento di entrambi i Paesi nel conflitto in Yemen. In mancanza di ciò, non resta che la strada del boicottaggio e degli scioperi contro le “navi della morte”.

La protesta della Liguria contro la guerra deve ampliarsi e coinvolgere altri attori sociali e politici. La prossima occasione sarà la manifestazione SeaFuture 2021 alla Spezia, che è diventata la nuova esibizione navale-militare in sostituzione della Mostra navale bellica che si teneva a Genova negli anni Ottanta: un evento promosso dal comparto navale militare e una piattaforma di affari per le aziende del settore “difesa e sicurezza” ammantato di sostenibilità ambientale e innovazione tecnologica. SeaFuture 2021 si terrà dal 28 settembre al 1° ottobre prossimi. Il prossimo numero della newsletter darà ampio spazio alla mobilitazione per “riconvertire” SeaFuture e perché la legge 185 sia pienamente attuata.

GP

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FATTI DI LIGURIA

Infrastrutture liguri 1: come eravamo

Il 75% delle gallerie delle autostrade liguri è fuori norma. I viadotti non stanno meglio. Questo il risultato della gestione Benetton di Autostrade. Ora è vero che la Liguria è isolata. Ma il problema non è legato alla carenza di infrastrutture come una campagna ossessiva cerca di farci credere, ma alla loro obsolescenza.

La Liguria è la regione italiana col maggiore indice di occupazione di suolo per le infrastrutture autostradali, pari a 0,069 km/km2. (5.422 km2, con 375 km di autostrade). La seconda, molto distanziata, è il Piemonte con indice 0,034.

Anche per infrastrutture ferroviarie la Liguria si colloca al primo posto con un indice di 0,058 km/km2 (5422 km2, con 318 km di ferrovie). Segue il Lazio con indice 0,047 km/km2.

Si tratta però di infrastrutture vecchie. Le linee ferroviarie sono state realizzate nell’arco di meno 50 anni nella seconda metà dell’ottocento, con l’esclusione della Savona – Ceva via Altare che è stata terminata nel 1954.

Le Autostrade liguri, con l’esclusione della Camionale del 1935, sono state realizzate in un ventennio dal 1956 al 1977.

Nell’ottocento il Regno di Sardegna prima ed il Regno d’Italia poi hanno realizzato le prime ferrovie con scopi sia militari sia commerciali. La prima ferrovia Torino – Genova (1853) serviva per unire la capitale con il porto di Genova sia per favorire l’import-export delle merci che per meglio controllare la riottosa città. Ricordo che Genova si ribellò ai Savoia nel 1849, ribellione soffocata nel sangue dai bersaglieri di Lamarmora. Analogamente la Pontremolese pensata nel 1860 doveva unire l’arsenale di La Spezia con la piazzaforte di Piacenza in funzione antiaustriaca.

Diversa la motivazione della realizzazione della rete autostradale. Eravamo nel pieno del boom economico italiano. Genova costituiva uno dei vertici del triangolo industriale. Uno degli elementi fondanti del boom degli anni ‘50-60 fu la produzione a basso costo dell’acciaio di Stato, in particolare per l’industria automobilistica e per quella del bianco (lavatrici, frigoriferi, …) di cui l’Italia era leader europea indiscussa. Da qui la necessità di realizzare nuove infrastrutture viarie per collegare l’acciaio fabbricato nello stabilimento Oscar Sinigaglia di Cornigliano con gli utilizzatori nella pianura Padana e a Torino. Non estranea alla scelta di puntare sulla gomma a discapito delle ferrovie fu la FIAT, col peso politico che esercitava nell’Italia dell’epoca, che non a caso realizza anche l’autostrada Torino – Savona.

Ma la Liguria non era solo siderurgia, ma anche meccanica, motori elettrici, elettronica, navi, armi. Era una realtà con una grande capacità produttiva e con grandi conoscenze tecniche diffuse, concentrate in particolare nelle grandi aziende a partecipazione statale. Tutto ciò senza dimenticare le realtà portuali di Genova, La Spezia e Savona. Da qui la necessità delle interconnessioni col resto del paese e con il nord in particolare.

Con la crisi delle partecipazioni statali a partire dagli anni ‘90 del novecento, parte dei processi di deindustrializzazione e terziarizzazione dell’economia, si ha un minore interesse per queste interconnessioni, che vengono cedute dallo Stato ai privati.

Contestualmente si ha un forte declino demografico, solo in parte compensato dall’immigrazione, che fa della Liguria la regione più vecchia d’Italia. L’attuale situazione delle nostre infrastrutture è anche figlia di quelle scelte.

Mauro Solari

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FATTI DI LIGURIA

Toti dà da mangiare a Comunione e Liberazione con i soldi pubblici

Come sostenere l’economia ligure? Il presidente Toti ha avuto un’intuizione geniale. Ha individuato i settori portanti e deciso di sostenerli nelle sedi più adeguate.

Lo scorso anno, non potendo elargire un contributo diretto a Comunione e Liberazione, il gruppo affaristico della destra clericale, ha inventato di regalare generosamente € 90.000 (novantamila) al meeting riminese di C.L.  per la promozione dell’oliva taggiasca.

Quest’anno si è ripetuto, altri € 90.000 (novantamila) per la promozione delle trofie e della focaccia al formaggio di Recco.

Comunione e Liberazione ha un “braccio armato”, che opera nel ramo economico e finanziario; si chiama Compagnia delle Opere, la società tramite la quale il famoso “celeste” Formigoni, dirigente di C.L. ed ex presidente della Regione Lombardia ha distrutto la sanità pubblica, per affidarne tutte le parti più redditizie nelle mani di C.L. Il danno è stato evidente quando è scoppiata la pandemia da Covid e, non a caso, la Lombardia, è stata la regione che ha subito i maggiori danni sanitari. Per questo Formigoni è stato condannato ed è finito in carcere.

Naturalmente la parte più di scarto del marciume lombardo è stata presto dirottata in Liguria, dove i vari dirigenti della sanità hanno come curriculum professionale solo quello di far parte della ghenga ciellina.

La Corte dei Conti ligure forse farebbe bene a dare un’occhiata a questi finanziamenti politici surrettizi, che servono a Toti per pavoneggiarsi al meeting ciellino di Rimini, dove è intervenuto in un dibattito caratterizzato dal pluralismo (rigorosamente limitato alla destra) con la Gelmini e il presidente della Regione Marche, il camerata Acquaroli.

Toti ha voluto così commentare questa sua nobile impresa: “Partecipiamo al meeting di Rimini con l’obiettivo di valorizzare i prodotti della nostra terra. Abbiamo dimostrato di saper superare le difficoltà anche grazie alle campagne di promozione del territorio come questa, mettendo in vetrina le nostre eccellenze” Guarda caso le va a promuovere non a New York, a Pechino o a Parigi, ma proprio al meeting di una forza politica che lo sostiene. Impudico continua: “Fino ad oggi sono state distribuite 1700 porzioni di focaccia col formaggio e 1500 bibite. Un’occasione come il meeting di Rimini non può essere tralasciata; la promozione della nostra regione passa anche da appuntamenti come questo, da campagne che permettono alla Liguria di mettersi in vetrina con tutte le sue eccellenze”

Una domanda sorge spontanea, ma se amministrazioni di diverso colore politico avessero dato contributi simili alle feste dell’Unità, cosa sarebbe successo?

Caro Toti, come diceva il grande Totò “Ma mi faccia il piacere!”.

NC

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FATTI DI LIGURIA

Il formaggio del mistero (con comica finale)

Di nuovo a parlare di sanità ligure: la mia innanzitutto, con sette costole rotte e scomposte, a causa di uno spintone, tecnicamente tamponamento, da parte di un furgone contro il mio scooter. Ma, a parte i personali dolori molto fisici e poco wertheriani, la sanità ingloba più o meno l’80% delle risorse di una regione, è quindi giusto che sia sempre sotto la vigile lente del cittadino, visto che quella dei suoi amministratori è spesso opaca, e a volte perfino involontariamente comica. Partiamo dall’opacità, e da uno dei prodotti nazionali per cui siamo orgogliosi nel mondo: il formaggio da grattugiare, sia esso parmigiano reggiano o grana padano. Sul carrello accanto al mio letto, giace una busta verdina di “grattugiato” (conservo le prove a casa), con un nome altisonante “Gran Moravia”. Che tanto somiglia per colore e confezionamento alla bustina del “Grana Padano”: Gran-Grana, dai furbetti del marketing. Leggendo l’etichetta scopro che è un “prodotto Brazzale realizzato nel proprio caseificio di Litovel – Repubblica Ceca – con latte munto esclusivamente nelle fattorie della filiera sostenibile (?) (il punto interrogativo è dell’estensore) in Gran Moravia”, che poi sarebbe una regione del centro-est Europa ma che non esiste più da secoli. E il produttore italiano Brazzale specifica subito sul proprio sito (excusatio non petita accusatio manifesta) che questo progetto nella Repubblica Ceca “non deve essere identificato come un’operazione di delocalizzazione produttiva ma di internazionalizzazione”. A parte il fatto che tale differenza pare inventata da un progenitore dell’avvocato Azzeccagarbugli, ma che un ospedale pubblico, cioè noi, compri il grattugiato all’estero di un’azienda italiana delocalizzata (cioè che va all’estero per pagare meno di tasse e di forza lavoro, magari licenziando in Italia o costringendo i lavoratori italiani ad andare all’estero) quando abbiamo fior di prodotti italiani, mi sembra una bieca operazione commerciale sulla pelle dei pazienti. Sempre pronto a cambiare idea, anche perché gli amministratori che hanno fatto una simile scelta, come stigmatizza Antonio nell’orazione shakespeariana, sono sempre uomini d’onore come Bruto. Dulcis in fundo la comica finale: arriva la nuova tessera sanitaria a casa. Perfetto. Tutto super fast elettronicamente digitale, con un sacco di gadget in più grazie al microchip integrato. Peccato che… per attivare la tessera uno debba “recarsi personalmente presso appositi sportelli con un documento d’identità valido”. Ma come, si fa l’identità digitale, si fanno contratti miliardari con la PEC, si attivano carte di credito milionarie e si aprono conti bancari tramite pc, e per attivare la super tessera sanitaria si deve andare di persona personalmente (direbbe il gran Catarella di Camilleri) presso dei fantomatici sportelli che la lettera stessa della Regione dice che ancora non esistono, e che l’elenco “verrà reso disponibile sul portale internet di Regione Liguria”! E allora non si poteva fare tutto on line con possibilità di chi non ha Internet di recarsi poi nello sportello fantasma? Lo sgorbio in fondo è la firma di Giovanni Toti: presidente, magari controlli, prima di firmare. Mi ha pure fatto ridere e non potrei, con le costole rotte.

CAM

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FATTI DI LIGURIA

Sfida al pericolo sulle autostrade liguri

Pensare che per 25 anni della mia vita ho percorso centinaia e centinaia di volte le autostrade liguri da Sarzana a Ventimiglia, non facendomi mancare neppure le piccole varianti come la A7, A 26, A 15, A 6, che però sono liguri per brevi tratti. Conosco ogni curva, area di sosta, grill, casello e persino ponti e gallerie.

Leggo, oggi, che il 75% delle gallerie autostradali liguri sono FUORILEGGE. Fu proprio la caduta di parte della volta della galleria “Bertè” sulla A 26 nei pressi di Masone a dare il via all’indagine, che ha portato alla rivelazione di questa sconcertante verità.

Dopo il tragico crollo del ponte Morandi e i dubbi sulla sicurezza di molti viadotti. Dopo la scoperta che le barriere antirumore erano pericolose e avrebbero potuto volare via, andando a colpire i mezzi in transito, ora si aggiunge la sconvolgente notizia delle gallerie insicure al 75%, cioè 3 su 4.

Pensare che, soprattutto nelle giornate di pioggia, quando violenti acquazzoni si scaricavano come secchi d’acqua sui vetri della mia auto e rendevano difficoltosa l’andatura, ero felice di trovare una galleria, dove poter viaggiare senza la pioggia e senza le nuvole d’acqua sollevate dai grandi TIR che correvano a fianco.

La galleria mi dava sicurezza, senso di protezione. Di notte era illuminata, mentre la strada era buia. Un paio di volte, nel caso di grandinate, la usai, al pari di altri automobilisti, come rifugio, fermandomi con le luci d’emergenza lampeggianti.

Ora entrare in autostrada è una vera sofferenza, tra restrizioni di carreggiata, cambio di corsia di marcia. Entri in una galleria semibuia e ti spaventa vedere la mole di un grosso camion, che procede spedito sulla corsia opposta alla tua, separato da una semplice fila di piccoli birilli di plastica.

I tempi di percorrenza sono diventati molto più lunghi, la guida si è fatta più faticosa e pericolosa. L’unica cosa che non è cambiata è il pedaggio. Scusate, stavo dicendo una bugia, è cambiato anche il pedaggio, ovviamente, è aumentato, si sa le società concessionarie devono rifarsi delle ingenti spese di manutenzione (quelle che non hanno mai fatto).

NC

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FATTI DI LIGURIA

 Pubblichiamo la prima puntata del reportage di Andrea Agostini sull’evoluzione socio-economica della Valpolcevera; storica culla della prima rivoluzione industriale genovese, oggi sconfortante quanto palese testimonianza dell’incapacità di affrontare in positivo le sfide della de-industrializzazione.

  1. Valpolcevera, una valle violentata da 50 anni e più

La Valpolcevera era una grande area industriale, una delle più importanti d’Italia. C’erano due raffinerie, un’acciaieria, importanti centri produttivi dell’Ansaldo, una ricca presenza di piccole e medie industrie. Il tutto comportava una fiorente occupazione, un reddito medio piuttosto elevato rispetto agli standard anche di altre parti della città e una compattezza del tessuto sociale molto importante. Negli ultimi 50 anni sono sparite l’acciaieria, due grandi aziende del gruppo Ansaldo, un’azienda molto grande del gruppo Leonardo, officine delle ferrovie, uno dei più grossi e antichi oleifici genovesi, la fabbrica dell’Eridania. Nella valle sono spariti tre ospedali e pure la sede dell’INPS, oltre a tante medie e piccole imprese, negozi di vicinanza e quant’altro. Cosa li ha sostituiti? La diga di Rivarolo e le sue sorelle a destra e a sinistra, una sfilza di centri commerciali a basso reddito precario, che sono anche fortissimi attrattori di traffico dall’esterno e di inquinamento dell’aria e acustico, centri logistici e depositi di camion. Hanno chiuso i due più importanti centri di lavorazione delle ferrovie (al Campasso e Figino) seppellendoli sotto tonnellate di terre da scavo e, tanto per tirare su il morale, due strade a scorrimento veloce per le auto private, la linea dell’alta velocità, la disabilitazione della linea ferroviaria di Valle bassa. In aggiunta hanno fatto il centro logistico per la frutta e la verdura, il centro logistico per il gruppo Basko, il centro logistico per l’IKEA, quelli per Amazon e per Spinelli, il centro di smistamento della spazzatura a San Quirico. In sostanza una valle viva e con reddito medio abbastanza elevato, con un solido tessuto sociale, è stata distrutta nella sua identità e abbandonata a se stessa. O meglio, lasciata al servizio di grandi imprese, spesso multinazionali, senza alcun interesse per Genova se non il profitto (che non rimane a Genova). Un’occupazione a basso reddito precario, depositi di monnezza, aree per parcheggio di camion e di containers vuoti. In sostanza: una desolazione. Ma non è finita: buttando fuori i residenti che ci abitavano da lungo tempo hanno iniziato i lavori per il terzo valico, per il nodo ferroviario e ora si sono inventati la linea merci dal porto verso il nord. Quella stessa infrastruttura che se fosse trasformata in linea metropolitana porterebbe un enorme vantaggio eliminando migliaia di auto da una valle stretta ed intasata; permettendo a tutti i residenti di raggiungere centro città e luoghi di lavoro in pochissimo tempo. Invece in questa valle oramai dormitorio vogliono creare una grande linea merci: in sostanza dal porto usciranno 42 treni lunghi 750 metri di sole merci e si dirigeranno verso nord. Questi treni, compresi quelli a rischio, quelli pericolosi, quelli che si sono incendiati a Viareggio, quelli che si sono incidentati in Lombardia, passeranno sotto le case e persino sotto l’ospedale di Sampierdarena, passeranno davanti alle case del Campasso e a Certosa transiteranno in uno stretto vicolo chiuso da file di case attualmente di residenza. I treni passeranno a 3/5 metri dalle finestre di case, le strumentazioni per abbattere i volumi e i rumori saranno parziali nel senso che abbasseranno di poco i rumori, ma certo non riporteranno la situazione alla condizione attuale. In più chi si affaccerà alle finestre si troverà di fronte dei muri per protezione da rumore, dalle polveri e da quant’altro Ma allora uno dice qual è l’interesse a questa linea?

Andrea Agostini (continua)

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FATTI DI LIGURIA

Furbizia fuori dal Comune

Il problema è grave: il prossimo inverno Livigno chiuderà per manutenzione gli impianti sciistici da dicembre a marzo. E per un accordo tra tutti i gestori, la prossima estate gli stabilimenti balneari saranno chiusi, sempre per manutenzione. La notizia ha suscitato da parte di tutti un senso di ridicolo da una parte e di stupidità dall’altro, perché nessuno voleva credere a provvedimenti del genere. Un’assurdità sesquipedale chiudere le attività turistiche durante la stagione propizia. Se ci sono lavori da fare, per ammodernamento o mantenimento, andrebbero fatti durante il periodo di minore afflusso turistico. Di un’evidenza così lapalissiana che anche l’originale Jacques II de Chabannes de La Palice non avrebbe pensato a stigmatizzare. Tra l’altro il signore dell’ovvio fu gravemente ferito a Genova e chissà se proprio per questo motivo si è voluto onorarlo con una perla che sembra assurda ma è vera. Come non è vera la boutade su Livigno e i titolari di spiagge, è purtroppo drammaticamente reale quello che sta accadendo appunto a Genova. Tutto questo accade grazie alla lungimiranza dell’AMT il cui acronimo che sta per Azienda Municipalizzata Trasporti sarebbe piuttosto da reinterpretare come Azienda Mal Tenuta. Con un provvedimento suicida quanto assurdo, l’AMT ha chiuso la funicolare Zecca Righi dal 7 giugno fino a data imprecisata (forse primi di settembre, ma è data indicativa). Motivazione: sostituzione dei quadri elettrici e banco di comando, rinnovamento dispositivi di sicurezza, stesura cavi per fibre ottiche e, opera che richiede anni di lavoro, “installazione di pannelli informativi presso tutte le stazioni”. Il tutto controllabile nello sbiadito volantino a largo Zecca. Ragionando, nessuno ritiene che la nostra funicolare sia Disneyland ma nel periodo estivo, benedetta AMT, è pur sempre un’attrazione per i turisti italiani e stranieri e anche per i liguri che vorrebbero godersi il fresco del Righi. Con umiltà: tutti questi fondamentali lavori non si potevano fare prima (o dopo) la stagione estiva? O forse non si possono fare perché ci sono le ferie? A pensar male si fa peccato? O è solo dabbenaggine? Sindaco Bucci, visto che il Comune ha il 94,94% delle azioni AMT, magari una tiratina d’orecchi a chi non sta facendo un bel servizio né a lei né ai genovesi né ai turisti?

CAM

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FATTI DI LIGURIA

Il futuro urbanistico di Sanremo: nuovo cemento in arrivo

La lezione di Italo Calvino sulla speculazione edilizia non ha insegnato nulla.

La narrazione ufficiale dell’Amministrazione Comunale parla di abbellimento del territorio e del paesaggio, nonché di riqualificazione edilizia.

La realtà è diversa: è giusto dire la verità anche se siamo voci nel deserto, essendo stato questo “nuovo” Piano Urbanistico Comunale accolto e approvato con entusiasmo da tutte le parti politiche a maggio di quest’anno, di concerto con l’Amministrazione regionale. Un’attenuante o un’aggravante?

Certo è che l’unica contrarietà è stata pubblicamente espressa dai partiti, dalle liste e dalle associazioni della sinistra che non hanno più rappresentanza in Consiglio Comunale; in una realtà socio-economica come quella sanremese fatta di intrecci di interessi dai variegati (e spesso coincidenti) colori politici!

Stiamo parlando infatti di una nuova edificazione nella fascia collinare attraverso sostituzioni e accorpamenti (ampliamento +20% superficie), piscine (50 mc) e garage interrati (+35% della superficie agibile, anche non collegati fisicamente e anche in fascia costiera), porticati, balconi e terrazzi (+40% di ampliamento), delocalizzazioni (trasferimenti) di volumi da zone agricole più in centro.

Non contenti, all’orizzonte appare – inoltre – una nuova integrazione regionale (Piano Casa); e cioè una nuova possibilità di incrementi abitativi nelle zone agricole dal 20 al 35%.

E che dire del progetto forse più impattante, ossia l’operazione di restyling del porto vecchio? Sostanzialmente una privatizzazione che ne rappresenterà una radicale modificazione, a partire da Via Nino Bixio, già oggi trasformata dal taglio feroce dei pini marittimi che la costeggiavano.

Su questo fenomeno di ulteriore cementificazione della costa, che riguarda tutto il Ponente ligure, ritorneremo presto e approfonditamente.

La verità è che l’abbellimento a cui gli amministratori pensano nasconde un piano (ben congegnato tra grandi e piccoli interessi) di ulteriore consumo di suolo e di spazio pubblico, aumento di cubature e cemento. Si torna indietro, indifferenti ai cambiamenti climatici e alle nuove emergenze.

Senza alcun progetto e alcuna attenzione alle periferie, alla necessità di manutenzione di strade e altre infrastrutture, di spazi pubblici di vivibilità, socializzazione e servizi comuni, di aree verdi.

Tutto ciò in una città che, pur tentando di resistere nell’antica bellezza, “vanta” decine di migliaia di appartamenti vuoti, la costa più cementificata e ora anche tutta la collina, il patrimonio storico non considerato o peggio svalutato, i beni pubblici svenduti, la vulnerabilità del territorio sottaciuta.

L’edilizia di speculazione sembra essere l’unica attività prevista, e per il futuro della nostra città non c’è nessuna visione d’insieme che tenga conto dell’ambiente, della vivibilità, del benessere di tutta la collettività, nonché della immagine e dell’attrattiva turistica di un intero territorio di frontiera, che sembra riaprirsi ad un nuovo sacco.

DC

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FATTI DI LIGURIA

“La città del quarto d’ora”. Invito a una discussione

Intorno al Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) non si è alimentato nessun dialogo sociale su come utilizzare, e con quale visione di prospettiva, i finanziamenti europei. Ma senza una conversazione pubblica che costruisca una visione condivisa l’occasione rischia di essere sprecata.

Facciamo l’esempio delle città, che catalizzeranno molte risorse. I Comuni liguri hanno rovistato nei cassetti per tirar fuori vecchie proposte. O ne stanno preparando di nuove. Ma con quale idea di città? Non lo sappiamo, perché non se ne discute in nessuna occasione.

Tempo fa ho proposto, alla Spezia, di lavorare, come a Parigi, alla “città del quarto d’ora”. Una città in cui i servizi essenziali e tutto ciò che serve nei diversi quartieri sia raggiungibile in non più di un quarto d’ora, a piedi o in bici. Una città multicentrica, con il passaggio dal concentrato al distribuito, da pochi centri commerciali a tante botteghe di quartiere, e così via: la mobilità sarebbe totalmente ripensata, perché l’auto servirebbe molto meno. Una città in cui alla prossimità delle funzioni corrisponda una prossimità delle relazioni, con maggiori opportunità per le persone di incontrarsi, dialogare e conversare per progettare assieme il futuro, avere cura reciproca e dell’ambiente.

L’unico scenario compatibile con l’impegno di lasciare ai giovani una città sostenibile.

Per saperne di più consiglio la lettura del libro di Ezio Manzini, professore onorario al Politecnico di Milano, “Abitare la prossimità – Idee per la città dei 15 minuti”. Potrebbe essere questo – la “città del quarto d’ora” – lo scenario condiviso attorno a cui muoversi con progetti concreti e tecnicamente fattibili per utilizzare i finanziamenti europei. Secondo Manzini esistono, oltre a questo, altri due scenari, entrambi da evitare: “Uno di essi è la città delle distanze: la città modernista divisa in zone monofunzionali separate tra loro, che oggi prova ad aggiornarsi auto-definendosi “smart” e affidando alla tecnologia la soluzione di tutti i problemi che lei stessa ha generato. L’altro scenario è la città del tutto a/da casa: la città in cui si lavora, studia e consuma stando nel proprio spazio privato. Una maniera di pensare e di fare che, in nome di una pretesa comodità (per chi sta dalla parte del cliente) produce un diffuso distanziamento sociale (che, a pandemia finita, si praticherà non per obbligo ma per convenienza). Uno scenario emergente, spinto dai colossi delle piattaforme e dall’opportunità di pigrizia asociale che offre”.

Purtroppo il confronto tra i tre scenari non si fa. Nei prossimi mesi in molti piccoli e grandi Comuni dell’Italia e della Liguria i cittadini sceglieranno il nuovo Sindaco. Impegniamoci perché i diversi candidati siano attivi nel proporre idee di città, programmi per attuarle e linee guida per l’utilizzo dei fondi del Pnrr. E proponiamo loro lo scenario innovativo. Altrimenti a prevalere saranno gli scenari basati sulle inerzie dei sistemi e sul potere dei più forti.

GP

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FATTI DI LIGURIA

Una testimonianza antifascista per le giovani generazioni

Nicola Caprioni, nella newsletter del 15 luglio, ha raccontato i “Fatti di Sarzana”: il 21 luglio 1921 i carabinieri e gli arditi del popolo, sotto la guida del sindaco socialista Arnaldo Terzi, cacciarono i fascisti. Ma che successe nel resto della regione? Per i fascisti la Liguria, ancora per tutta la prima parte del 1921, era una nota dolente: sia per la forza dei “sovversivi”, sia per l’atteggiamento delle autorità, che conducevano direttamente la repressione senza delegarla allo squadrismo. Il fascismo cominciò quindi ad agire in Liguria in ritardo rispetto ad altre regioni, nelle quali aveva mostrato una forte carica violenta fin dagli ultimi mesi del 1920. Come in Toscana, la regione in cui il fascismo raggiunse probabilmente il grado più elevato di violenza e di crudeltà. L’influenza del fascio toscano si fece sentire forte alla Spezia. Sarzana era sempre più isolata. Le prime violenze accaddero il 12 giugno, poi il 17 luglio. La situazione cominciò a cambiare anche nel resto della Liguria: il 4 luglio i fascisti di Sestri Ponente assaltarono la Camera del Lavoro – uno dei simboli operai della regione – mentre le forze dell’ordine li lasciavano fare.

A Sarzana si chiuse un ciclo dell’antifascismo, che non ebbe mai più l’intensità del periodo febbraio-luglio 1921. Mussolini fece la mossa del patto di pacificazione con i socialisti. Ci fu la rivolta dei fasci contro il patto, che comunque Mussolini non rispettò: il valore del patto fu, nei fatti, nullo. I mesi da agosto a novembre furono punteggiati da numerosi episodi, grandi e piccoli, di violenza in tutta la Liguria: ancora a Sestri Ponente (29 luglio), a Cornigliano (2 settembre), nel centro di Genova (4 e 25 settembre), a Masone (13 settembre), a Propata (30 ottobre), ad Albisola Superiore (3 novembre), a Rivarolo (4 novembre), a Pegli (10 novembre), a Voltri (18 novembre).

L’articolo di Giovanni Zibordi sul giornale genovese “Il Lavoro” del 22 dicembre 1921, intitolato, “Il bilancio consuntivo del fascismo pel 1921”, insisteva sulla violenza del fascismo come “sistema”:

“La violenza fascista è sistematica e sistematizzata con potente, palese, dichiarata organizzazione; la violenza fascista è programmatica e teorizzata e preparata metodicamente, come un mezzo ordinario di propaganda e di azione”.

La violenza fascista assumerà, nel 1922, un carattere sempre più sistematico, fino alla marcia su Roma e al “ristabilimento dell’ordine”. Ma quale ordine? Era stato facile profeta Giuseppe Bertelli, in un articolo sul giornale anarchico spezzino “Il libertario” dell’8 febbraio 1921:

“Qual è il fine dei fascisti? ‘La difesa della patria e dell’ordine’, rispondono essi? Ma quale patria: quella di oggi o quella di domani? Quale ordine? Quello del lavoro o quello dei pescicani?”

GP

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FATTI DI LIGURIA

Allarme lavoro nella provincia di Savona

L’Ufficio Economico della CGIL Liguria ha presentato, con elaborazioni e grafici, su dati di fonte ISTAT, INPS ed INAIL anche per il 2020, anno primo dell’Era Pandemica, un interessante e prezioso studio sull’economia e sul lavoro in Liguria. Mi soffermerò sui dati relativi alla Provincia di Savona, dati piuttosto allarmanti, come per la verità per l’intera Regione.

In primo luogo occorre sottolineare il calo demografico, ormai una costante da diversi anni, che ha colpito la provincia di Savona anche nel 2020 (meno 1,13%), peraltro in misura maggiore rispetto alle altre province liguri. La città capoluogo di provincia è quella che ha subito la flessione maggiore (meno 873 abitanti, pari all’ 1,47%). Il dato più pesante naturalmente riguarda l’occupazione: nel 2020 la provincia savonese ha perso, rispetto al 2019, 3.136 occupati (-2,9%), il calo maggiore tra le province liguri. I più colpiti sono stati maschi, dipendenti nell’industria manifatturiera e nel commercio-turismo. In particolare il turismo ha subito una flessione, come peraltro prevedibile, davvero notevole, con 544.935 arrivi in meno (-42,3%) e con 2.137.065 presenze in meno (-39,9%). Dati pesanti, a cui si aggiungono 10.250.614 ore di Cassa Integrazione (+309% sul 2019), 7.782 persone coinvolte dal Reddito di Cittadinanza/Pensione di Cittadinanza (il 15,6% del totale in Liguria) e 3.293 dal Reddito di Emergenza. Per completare questo quadro a tinte fosche, il 2020 vede, nel savonese, 3.293 denunce di infortunio sul lavoro, di cui il 15,4% per COVID 19 e 8 morti, di cui 1 per COVID.

Il COVID naturalmente, oltre ad aver avuto conseguenze pesantissime sull’economia e l’occupazione, ha contribuito notevolmente al calo demografico di cui sopra. I decessi in provincia di Savona nel 2020 sono infatti aumentati di ben 480 unità rispetto alla media del quinquennio precedente.

L’aumento degli inattivi tra i 15 e i 64 anni nel 2020 rispetto all’anno precedente è stato del 2,79% in provincia di Savona, in questo caso inferiore alla media ligure del 5,11%. Come già sottolineato, il dato più allarmante riguarda l’aumento dei disoccupati maschi, pari addirittura al 27%, solo in parte compensato dalla riduzione della disoccupazione femminile (-11,3%). Nella sola industria si sono persi 1.554 posti di lavoro (-6,2%).

La provincia di Savona, con il calo del 2020, ritorna indietro di ben 16 anni sugli stessi (minimi) livelli occupazionali del 2004. Il picco del 2009 è ormai un miraggio, da allora si son persi 10.171 occupati (-8,8%), mentre nel frattempo e più precisamente dal 2010 si son persi 18.689 abitanti (-6,5%).

L’occupazione maschile ha perso in 4 anni 6.591 occupati (-10,2%), mentre quella femminile, fortunatamente, ha subito una flessione più contenuta (- 530 unità, pari all’1,1%).

Per concludere, un dato ulteriormente non certo incoraggiante: la provincia di Savona nel 2008 rappresentava il 17,1% del valore aggiunto dell’intera Liguria, l’ultimo dato disponibile, quello del 2018, riduce tale percentuale al 15,8% e mentre la Regione nel suo complesso è tornata sopra ai livelli del 2008 (+0,83%), la provincia di Savona è ancora pesantemente sotto (-6,9%).

Dati dunque francamente molto preoccupanti, in buona parte frutto della pandemia, ma non c’è dubbio che esista anche una crisi strutturale da cui dobbiamo aver la capacità di uscire con innovazione e intelligenza, con l’obiettivo di progettare un futuro sostenibile.

Franco Zunino

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FATTI DI LIGURIA

Lettera aperta all’arcivescovo Tasca sui fatti del Galliera

Caro arcivescovo, è l’ora finirla. La storia del nuovo Galliera è nata male, sta finendo peggio; distruggendo quel poco di credibilità che la chiesa genovese ha saputo mantenere; e sicuramente Papa Francesco avrebbe voluto rafforzare tuo tramite.

La vicenda è antica e nasce da un accordo non scritto fra il Presidente della Regione Claudio Burlando e l’arcivescovo di Genova Bertone. Siccome sono convinto che quando andrai in pensione non ti piazzerai in un attico dei palazzi Vaticani, ristrutturato a spese di pecorelle ignare, ritengo sia il caso che tu la smetta di avallare progetti che promuovono un’idea di chiesa, un’idea di rapporto con la città e i credenti che non appartiene più ai vertici alla tua chiesa. In questo senso ricordo che i soldi per il nuovo Galliera arrivano in gran parte dai cittadini; in particolare da quelli che vivono nelle aree più disagiate a Ponente e che hanno visto il finanziamento del loro nuovo ospedale stornato a favore del Galliera per un accordo di potere sulla testa di tutti i genovesi.

Dopo tre sentenze consecutive di condanna, i maggiori responsabili dell’operazione ancora sulla scena osano dire che andranno avanti, con il loro progetto già respinto dalla Magistratura. Ribadisco: le sentenze contrarie sono già tre (e la prossima riguarderà la probabile condanna del Cardinale Bagnasco da parte della Corte dei Conti). Eppure sono ancora lì a inveire contro chi chiede giustizia da anni, come fosse un sacrilegio.

Insomma, finché a guidare la baracca ci saranno persone incapaci di elaborare proposte che stiano in pedi, fino a che a guidare la baracca saranno le persone che hanno buttato a mare il progetto Galliera 2000 (approvato in tutte le sedi e senza contrasti) o si rifiutano di concedere gli spazi vuoti dell’ospedale in piena crisi Covid , non andremo da nessuna parte; e probabilmente ti ritroverai in tribunale a rendere conto dei soldi che non potevi e non dovevi spendere il quel modo e in quella misura. Sei l’arcivescovo di tutta Genova e tutta Genova ha bisogno di una nuova sanità. Una sanità di territorio, di vicinanza, di prevenzione; quella che non è sostenuta da Big Pharma e dai politici collusi con essa, in tutto il mondo e sulla pelle delle persone. Ti ricordo che i politici genovesi sono sodali di quelli europei che hanno votato la non sospensione del copyright sui vaccini. È con questi che vuoi interloquire? Il Gaslini e il Galliera sono due eccellenze che non hanno bisogno di nuove costruzioni e nuovi conflitti col territorio Ma la chiesa di Genova, di tutta Genova, sa bene cosa questa città chiede alla politica e lo chiede anche a te. Io ti chiedo, con tutto il rispetto per la carica che rivesti, di aprire una fase d’ascolto sul territorio per indirizzare le risorse umane ed economiche della curia in una direzione diversa da quella dei tuoi predecessori: basta baldi manager e grandi industriali. Magari cattolicissimi, quanto lontanissimi dalla tua gente e dal pensiero di Papa Francesco. Basta con la chiesa che fa affari con la rendita fondiaria, gli immobiliaristi e le banche; che cede i conventi e le proprietà ecclesiastiche per far soldi, per residenze e cliniche di lusso. Pratica tuttora costantemente applicata in tutta la diocesi. C’è bisogno di una svolta, di idee nuove, di spirito cristiano. È quanto mi aspetto da te: quanto la Genova degli affari non vuole, che la Roma degli affari non vuole. Ma che la gente umile, bisognosa di ascolto e aiuto, ti chiede disperatamente.

Ognuno deve fare la sua parte: sei stato mandato a Genova con un compito molto importante e sono certo che sei in grado di adempierlo.

Andrea Agostini

P.S. Nel frattempo è arrivata la quarta sentenza a favore dei cittadini. Che gli amministratori cocciuti e presuntuosi se ne vadano a casa con le pive nel sacco. Arcivescovo, liberati dai cattivi consiglieri!!!

A.A.

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FATTI DI LIGURIA

Renzo Piano: il nuovo Umanesimo sarà ospedaliero … e a Genova?

Il 5 aprile 2021 Renzo Piano descriveva sul Secolo XIX l’ospedale d’avanguardia che sta progettando nella banlieu nord di Parigi. “Non entro nella diatriba tra pubblico e privato ma non possiamo negare che la salute deve essere pubblica. Oggi i danni dello smantellamento sono noti a tutti”.

Secondo Piano l’ospedale deve essere “bello: la pandemia ci insegna che bellezza e scienza devono viaggiare unite. Umberto Veronesi lo teorizzava già 20 anni fa. Nel 2000, da ministro della Salute, mi disse: ‘dobbiamo lavorare su un progetto di ospedale nuovo’ Concordammo che gli ospedali dell’800 a padiglioni erano architettonicamente molto belli. Piccole città della salute con un’ala separata dall’altra. Nel ‘900 furono sostituiti da ospedali a monoblocco, in cui la tecnica medica prese il sopravvento ma la dimensione umana cominciò a latitare”.

La sintesi auspicata dei due modelli viene applicata in Francia, non a Genova: da chi dipende? “Dal ministro competente e da Martin Hirsh, direttore generale degli ospedali di Parigi, dal governo e dalla città: questa è un’epoca di cambiamenti. Parigi è capace di colpi d’ala.”

Nel nuovo ospedale a nord di Parigi “la natura sarà ovunque. Una cittadella della salute che ospiterà cinquemila persone tra personale sanitario, pazienti e familiari. A ogni livello i malati dovrebbero sempre avere le foglie degli alberi davanti agli occhi. Stanze con soffitti molto alti e la luce dovrà essere ovunque.” Perché i soffitti così alti? “Perché è più facile cambiare l’impiantistica e i nuovi ospedali saranno flessibili.”

Θ…..Θ…..Θ

Lo scorso 4 agosto il T.A.R. Liguria ha accolto il ricorso di un gruppo di abitanti di Carignano annullando gli atti che dal 2009 autorizzavano l’iter di costruzione del nuovo ospedale Galliera per la mancanza della V.A.S. (Valutazione Ambientale Strategica).

Il 13 agosto il vicepresidente del Galliera, Giuseppe Zampini, comunica che, a seguito di alcune donazioni milionarie, l’ospedale non intende più convertire in complessi residenziali i 5 padiglioni ospedalieri che nel 2009 voleva dismettere con la variante urbanistica approvata dal Comune. Se questa intenzione verrà confermata, si può dire che, grazie ai cittadini del quartiere, Genova si sarà risparmiata l’ennesima speculazione edilizia, mantenendo a uso pubblico il complesso donato dalla Duchessa di Galliera. Anche se vale la pena ricordare che negli anni ’80 i venti padiglioni del Galliera ospitavano oltre 1.500 posti letto di degenza, oggi ridotti a 500. E il nuovo ospedale li dimezzerebbe ulteriormente.

A questo punto ci si chiede: se tutti i padiglioni del Galliera verranno mantenuti a destinazione sanitaria, che bisogno c’è di spendere centinaia di milioni di euro e contrarre mutui trentennali per sventrare la collina, comprimendo tutte le funzioni ospedaliere in un monoblocco semi-interrato senza luce naturale e verde a vista?

I venti padiglioni, adeguatamente rinnovati, potrebbero offrire cure ospedaliere, servizi diagnostici ambulatoriali, terapie riabilitative, accoglienza ai lungo degenti, ricovero per gli anziani ma anche servizi di educazione alla salute e di medicina preventiva e predittiva aperti a tutta la popolazione; nonché centri di ricerca sulle malattie dell’invecchiamento. Gli spazi verdi andrebbero riqualificati a uso dei ricoverati: rimodulazione virtuosa di un ospedale alle esigenze socio-sanitarie del territorio.

Perché Renzo Piano, celebre genovese come la Duchessa, non si cimenta in una rispettosa opera di rinnovamento delle strutture esistenti, ricreando un’organica cittadella della salute nel verde; aggiornando quella voluta dalla benefattrice?

Paola Panzera

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FATTI DI LIGURIA

Alla questione diga sull’Entella e al relativo stallo della politica chiavarese la nostra news aveva dedicato un articolo sul numero del 30 giugno (“Chiavari: in tempu de guera, ciü musse che tera”). Ora la situazione si è sbloccata. Per gentile concessione della news ‘Piazza del Levante’ 5 agosto 2021, pubblichiamo la sintesi di una ricostruzione della vicenda, ricca di spunti su cui meditare, a firma Antonio Gozzi.

Chiavari vota sulla diga Perfigli. E il Pd non c’è

Giovedì 29 luglio il Consiglio Comunale di Chiavari ha approvato all’unanimità la delibera di recesso dall’accordo di programma per la cosiddetta diga Perfigli.

Da notare l’uscita al momento del voto del consigliere Cama del Pd, così come avevano già fatto i consiglieri di Lavagna del suo partito. Conferma che il Pd – anche se non osa dirlo apertamente – resta l’unica forza politica favorevole alla diga Perfigli. Che tristezza!

Tale delibera, conforme a quelle approvate dagli altri Comuni della piana dell’Entella, ricostruisce un’unità politica finora mancata per l’ambigua posizione chiavarese. L’esito unitario non è stata una passeggiata, ma il frutto di una battaglia civica che ha visto all’opera l’intelligenza tenace del Sindaco di Lavagna Gian Alberto Mangiante nell’allineare le amministrazioni.

Mentre le incertezze iniziali del Comune chiavarese, di cui ancora non si comprendono le ragioni (non far infuriare un’altra volta Bucci, dopo il già difficile passaggio sulla rumenta? Dimostrare che Chiavari aveva potere di veto?) sono sotto gli occhi di tutti.

Mesi fa in Regione, a fronte della posizione netta degli altri partecipanti, l’ineffabile consigliere Giorgio Canepa, rappresentante della Civica Amministrazione chiavarese, se ne usciva come da verbale: “…il Comune di Chiavari è contrario alla realizzazione del secondo lotto, mentre per il primo lotto farà una verifica”. Ricordiamo che il primo lotto è quello tra il ponte della Maddalena e il mare; su cui dovrebbe sorgere l’obbrobrio Perfigli.

Identica lunghezza d’onda per il Presidente del Consiglio Comunale Antonio Segalerba, il quale rispondendo al mio “sermone del giovedì” (copyright suo, ma ha portato fortuna) teorizzò con traballanti argomenti giuridici che il Comune di Chiavari non poteva recedere non essendo destinatario dell’opera.

Quando parte una petizione popolare per chiedere al Comune di compiere tale atto, il Sindaco Marco Di Capua sbrocca e oltre a insultare gratuitamente il sottoscritto definisce le associazioni proponenti “ambientalisti da salotto e cortigiani”. Intanto la raccolta raggiunge le 1700 firme. Nonostante gli attacchi e gli insulti del Sindaco (ma perché lo fa? Essendo stato da sempre contro la diga) un pezzo importante della sua maggioranza aderisce alla petizione degli “ambientalisti da salotto” e pubblicizza sui social la propria firma. A quel punto i giochi sono fatti e anche Avanti Chiavari, la lista di Segalerba, annuncia l’ok. Un altro comportamento incomprensibile: perché prima si dice che legalmente non si può fare e poi lo si fa? Boh.

Sicché l’Amministrazione decide di andare in aula dando alla pratica un profilo quasi routinario: meglio non scontrarsi con l’opinione pubblica alla vigilia di una campagna elettorale, specie su un tema delicato come l’ambiente.

Ancora una volta l’unico fuori dal mondo è il consigliere partecipattivo Canepa, che prosegue a insultare “gli ambientalisti da salotto”; i quali lo mandano a quel paese, anche perché in campagna elettorale costui cercava il loro voto. La questione Partecip@ttiva meriterebbe un approfondimento: perché un movimento di cattolici di base, con i migliori intenti di partecipazione democratica, si fa rappresentare dal ‘gerarca minore’ Canepa; manager internazionale, famoso soltanto per aver realizzato piste ciclabili sui marciapiedi pedonali?

In conclusione, per ora una battaglia vinta solo sulla carta. Bisogna fermare i lavori già assegnati. Sarebbe bene che tutti i Sindaci della Piana sostenessero Mangiante nell’interlocuzione con Toti e Bucci. Comunque la vicenda Perfigli è la cartina di tornasole del malessere profondo che cova da mesi nella maggioranza; facendo emergere per la prima volta temi su cui il consenso dei cittadini nei confronti di questa Amministrazione è tutt’altro che bulgaro.

Antonio Gozzi