Numero 09, 30 giugno 2021

LA VOCE DEL CIRCOLO PERTINI

PILLOLE

Che bella speculazione! Lo spirito imprenditoriale della Destra

Tutti conoscono Lerici e le sue belle frazioni marine: Tellaro, Fiascherino, San Terenzo, affacciate sul Golfo dei Poeti. Pochi conoscono la frazione del Senato di Lerici. Frazione contadina, dove il territorio valica il monte Caprione, scende sulla Val di Magra e arriva sino al Comune di Sarzana: alcune case sono fatiscenti, disabitate e – ma ne siamo sicuri? – “a elevato rischio idraulico”. I proprietari o gli imprenditori che acquistano le case chiedono di abbatterle. Il Comune di Lerici, sulla base del Piano casa della Regione, riconosce loro il diritto di ricostruirne la cubatura con un incremento del 50% della volumetria nel pregiato capoluogo con tanto di vista mare. Il valore degli immobili, naturalmente, si moltiplica, di almeno 10 volte o forse più. Questa è la politica delle amministrazioni che governano in Liguria e a Lerici. Cemento e costruzioni, con profitti altissimi a privati e territorio devastato.

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Toti & Autostrade: annunci roboanti, ma nulla di fatto

Si era nel pieno dell’emotività di massa, dopo il collasso del ponte Morandi e lo stato pietoso delle autostrade liguri. Con gli amministratori travolti dal crollo delle gallerie, dalle barriere anti rumore pericolose e dalle intercettazioni, che mettevano a nudo il cinismo nella famelica ricerca del profitto sulla pelle dei cittadini. Giovanni Toti, sfortunatamente presidente di Regione Liguria, dava fiato alle trombe, annunciando che lui, indomito leone combattente per la causa dei cittadini-utenti, avrebbe fatto causa per danni ad Autostrade. Applauso generale: finalmente un politico a difesa dei cittadini. Ora solo grazie ad un’interrogazione dell’opposizione in Consiglio Regionale, emerge la verità, taciuta da Toti e soci: “La Regione non ha ritenuto opportuno intentare specifica causa civile ad Autostrade”.

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Assessore Berrino, il tirocinio non è volontariato!

L’ennesima ingiustizia legalizzata in Liguria. Un tirocinante riceve un’indennità di 500 euro mensili. Se poi il tirocinio è estivo l’indennità minima risulta pari a zero. Ossia, in questo caso non ha nessuna garanzia di rimborso. Ci sono Regioni in Italia che hanno notevolmente alzato la soglia minima di indennità di tirocinio, per entrambe le tipologie. Questo perché il tirocinio non è volontariato. Si tratta sicuramente di un momento importante per la crescita delle competenze delle persone, ma che non deve in alcun modo essere utilizzato come una forma di sfruttamento della manodopera giovanile. L’Assessore regionale competente Berrino si faccia carico del problema: le indennità dei tirocini vengano equiparate al resto del Paese, sia immediatamente eliminata la gratuità dei tirocini estivi.

 EDITORIALI

 Proseguiamo la discussione sul dopo ponte Morandi ospitando un intervento tecnico dell’ingegner Roberto Guarino, già dirigente Italimpianti e Techint, che – tra l’altro – valuta le prospettive di durata nel tempo di quel viadotto a cui Renzo Piano garantiva “mille anni di vita”

Ancora sul dopo Morandi: perplessità sul viadotto Piano

La realizzazione del Ponte San Giorgio a Genova, in sostituzione del vecchio Morandi collassato nell’agosto 2018, è stata un esempio di efficienza realizzativa; pagando però un pesante prezzo sia dal punto di vista procedurale che di progettazione e costruzione.

In effetti è difficile capire la scelta dell’offerta più cara e meno referenziata solo perché Fincantieri ha sede a Genova (ma ha realizzato tutto altrove) e Impregilo è coinvolta nel Terzo Valico.

Sicché la progettazione induce la sgradevole sensazione di non avere avuto la possibilità, causa tempi demagogicamente imposti, di valutare possibili alternative progettuali; che avrebbero potuto evitare aspetti critici che impatteranno su tutta la vita del manufatto. Come l’esigenza di installare nei cassoni strutturali delle travi in acciaio un impianto di deumidificazione e condizionamento dell’atmosfera interna: l’impianto necessita una potenza installata di 380 kW e sofisticati sistemi elettronici di controllo, oltre tutto installati direttamente all’interno dei cassoni a 40 metri di altezza dove le ispezioni e/o manutenzioni saranno – come dire? – “impegnative”.

Nell’impatto emotivo si disse che Renzo Piano “donava il progetto” alla citta.

Beh, passare uno schizzo concettuale per progetto è un po’ troppo indulgente.

Certo, Piano volle che l’impatto visivo di travi e piloni ricordasse forme navali. Effetto ottenibile anche da una struttura tralicciata “fasciata” con pannelli esterni sagomati a forma di nave. Scelta che avrebbe permesso ampi spazi di ventilazione tra i pannelli, evitando così i 380 kW di cui sopra. Al contrario, la struttura cassonata chiusa utilizzata impone lamiere inferiori e superiori continue per garantire la resistenza; impedendo così la ventilazione. Una nostra valutazione supportata da calcoli strutturali ha evidenziato che il peso (quindi il costo) delle due soluzioni era in pratica equivalente.

Altri dettagli degli attuali cassoni lasciano a desiderare. Vedi le controventature a “L” con profili affiancati; come si suole dire, “schiena a schiena”. Tale soluzione nasconderà per sempre le due superfici affacciate l’un l’altra, che non potranno essere ispezionate né ridipinte. Al contrario tali controventature andavano realizzate in configurazione “a farfalla”, che permette ispezioni su tutte le superfici dei profili.

Veniamo ad aspetti relativi ai materiali utilizzati.

Il fenomeno del “cancro del cemento armato” è ormai noto. Non è vero che il tondino annegato nel cemento, quindi non a contatto con l’atmosfera, diventa eterno perché non soggetto a ossidazione. Tutti i ferri a vista dei piloni in cemento armato dei ponti liguri sono un esempio evidente.

Ovviamente dipende dall’impasto, dall’accuratezza dalla colata, dalla temperatura e da molti altri fattori (quindi l’integrità del tondino potrà avere durate molto diverse). Ma ipotizzare – vista la composizione chimica del cemento formata da ossidi di calcio, alluminio, silicio, ecc. – che neanche un atomo vagabondo di ossigeno possa legarsi all’acciaio del tondino è assai ottimistico. A questo punto la frittata è fatta: il tondino inizia ad ossidarsi e aumenta il volume. Il cemento si fessura, fa penetrare aria e umidità, il futuro del tondino è segnato.

Nel Ponte San Giorgio si sono perse occasioni anche dal punto di vista ricerca e sperimentazione. Tipo l’utilizzo di tondino zincato a caldo le cui caratteristiche avrebbero potuto triplicarne la vita utile. È vero che la zincatura diminuisce lievemente la resistenza strutturale dell’acciaio, ma sarebbe bastato un aumento di circa il 10% del diametro dei tondini per ovviare all’inconveniente.

Altra ottima occasione persa è il possibile utilizzo, per le travi orizzontali, di acciaio tipo CORTEN (acronimo di: CORrosione – TENsione: resistenza alla corrosione e alta resistenza); la cui adozione (almeno per lamiere e profili principali) avrebbe prolungato notevolmente la vita utile del manufatto; diminuendo di gran lunga la necessità di manutenzione (es. riverniciatura periodica). Il costo del CORTEN differisce di pochissimo da quello dell’acciaio tradizionale.

Ulteriore aspetto tecnico sacrificato sull’altare dei tempi di realizzazione promessa, è la maturazione dei getti in cemento. Come noto le gettate non possono superare una certa altezza causa la generazione di calore ed espulsione d’acqua durante la maturazione stessa. Un pilone come quello del San Giorgio (alto 40 metri) andava realizzato con almeno 6 gettate successive e 9 giorni di maturazione cadauna. Quindi, in condizioni normali la realizzazione di un pilone richiede circa 60 giorni. Questi tempi sono stati contratti all’inverosimile. Contrazione resa possibile aggiungendo all’impasto particolari additivi; con il possibile inconveniente di ridurre resistenza e durata nel tempo (mantenimento delle caratteristiche tecnico meccaniche) del getto stesso. Per la resistenza poco male: basta aggiungerne un po’. Per la durata basta “accontentarsi” di un periodo inferiore ai promessi 50 anni.

Roberto Guarino

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L’inarrestabile declino ligure: da piazza Alimonda alla Paita

Dopo gli anni di piombo e il crollo nel discredito della Prima Repubblica, agli albori del ventennio berlusconiano fece capolino sotto la Lanterna una nuova strategia della tensione; che già allora la società locale ormai esangue non ha saputo contrastare efficacemente. Così come i portuali genovesi del 1960 non avrebbero permesso le devastazioni e la sospensione di agibilità civile dello spazio cittadino a opera degli anarco-nazisti del Black Bloc.

Fu allora – nelle giornate afose di quel luglio 2001, mentre Genova era la sede dell’incontro rituale tra i Grandi della Terra, il G8 – che nello spazio civico stuprato, mentre innumerevoli giochi di potere seguivano il loro corso e un ragazzo moriva ammazzato dietro piazza Alimonda, cominciò a serpeggiare la sensazione che qualcosa si era definitivamente perduto: un antico spirito civico che diventava vigilanza democratica, soprattutto nel mondo del lavoro. La terra del bastian contrario (virato nel pittoresco del mugugno) aveva smarrito la congenita attitudine critica, abito mentale di quelli “che non se la bevono”. Così il XXI secolo ligure agli albori si rivela una stagione culturalmente intorpidita, dove la delega incontrollata al salvatore della patria – si tratti dell’archistar o di improvvisati amministratori con marcate attitudini illusionistiche – diventava immediata cessione di cittadinanza. “La grande bonaccia del mar delle Antille”, paventata da Italo Calvino, si accompagnava all’ignobile ammucchiata del ceto politico. La “casta” al basilico. In un primo momento come condivisione di pratiche liquidatrici di beni pubblici, per cui i periodici cambi di maggioranza in Regione (da Biasotti a Burlando e poi da Burlando a Toti) comportavano la riproposizione di analoghe politiche. Gradatamente, sotto l’ombrello del consociativismo, le dinamiche collusive hanno prodotto la spudoratezza dell’assuefazione: il superamento indecente di qualsivoglia distinzione, anche formale. Come dimostra chiaramente la notizia, apparsa sul Secolo XIX del 13 giugno, che sarebbe in gestazione una lista di renziani a supporto della riconferma del sindaco Marco Bucci nelle imminenti amministrative. Si fanno i nomi di navigati professionisti della poltrona ad ogni costo, con Arcangelo Merella che arriva a ipotizzare un’area riformista con i fascisti della Meloni e i tangentisti di Salvini. Madrina dell’operazione la solita Raffaella Paita, che già nelle regionali scorse aveva concorso a intossicare l’area di centro sinistra e a trasformare la candidatura Massardo in una barzelletta. Ma c’è del metodo nella follia entrista di costoro: il remake, già promosso da Matteo Renzi, di una ricetta screditata da decenni: la lezione dei due liquidatori della tradizione progressista – Bill Clinton e Tony Blair – che le elezioni si vincono se la Sinistra intercetta l’elettorato di destra. Puro opportunismo suicida, come dimostrano il referendum Boschi-Renzi e la parabola del Rignanese. Ma un opportunismo che avvelena e corrompe.

È proprio per combattere questo degrado della mentalità che è nata questa nostra piccola news, con le sue deboli risorse e la sola forza della parola. Facendo contro-informazione tanto sullo stato dell’arte di un viadotto come sul trasformismo di “rieccoli” politici. Una causa persa? Winston Churchill diceva che “le cause perse sono le uniche che meritano di essere combattute”.

La redazione de “La Voce del Circolo Pertini”

Nicola Caprioni, Daniela Cassini, Angelo Ciani, Monica Faridone, Michele Marchesiello, Carlo A. Martigli, Giorgio Pagano, Pierfranco Pellizzetti

HANNO SCRITTO PER NOI:

Andrea Agostini, Franco Astengo, Enzo Barnabà, Giorgio Beretta, Pierangelo Canessa, Roberto Centi, Comitato spontaneo amici del Tariné, Battistina Dellepiane, Erminia Federico, Maura Galli, Luca Garibaldi, Valerio Gennaro, Santo Grammatico, Roberto Guarino, Monica Lanfranco, Giuseppe Pippo Marcenaro, Anna Maria Pagano, Bruno Piotti, Bernardo Ratti, Ferruccio Sansa, Mauro Solari, Giovanni Spalla, Gianmarco Veruggio, Franco Zunino

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FATTI DI LIGURIA

Le mani di Enel ed Eni sulla transizione energetica anche in Liguria

La questione della transizione energetica riguarda anche la Liguria, sia perché Enel vuole costruire una centrale a gas alla Spezia al posto di quella a carbone, sia perché è Ansaldo Energia che dovrebbe costruire le turbine a gas di questo impianto. La vicenda è parte integrante di una grande questione nazionale-internazionale. Dobbiamo abbandonare tutte le fonti fossili – carbone, petrolio, gas – perché si stanno esaurendo e tra non molto ci lasceranno loro; e perché occorre uscire da un sistema produttivo che sta distruggendo la biosfera, cioè la nostra base vitale. Il modo in cui farlo non è tuttavia semplice, anche perché in gioco ci sono grandi interessi economici radicati nelle fonti fossili.

In questo contesto è tornata recentemente in auge la narrazione del gas come combustibile di transizione in attesa di un futuro basato sulle fonti rinnovabili. In tutto il mondo, e in Europa in particolare, il dibattito verte sulla definizione di ciò che è green. La decisione europea, che originariamente escludeva che il gas fosse green, è stata rinviata a dopo l’estate. Il gas potrebbe quindi rientrare tra gli investimenti considerati “sostenibili”, impedendo di raggiungere l’obiettivo – che l’Europa sta per fissare – delle emissioni zero entro il 2050 e svuotando così di contenuto il Green Deal europeo.  Ciò è il frutto della pressione molto forte delle industrie fossili: tra esse c’è Enel, che in Italia vuole costruire nuove centrali a gas facendo man bassa dei benefici garantiti dal capacity market per stabilizzare la rete e garantire l’approvvigionamento energetico. Obiettivo che può essere garantito da un’altra strategia, fondata sulle rinnovabili e sui sistemi di stoccaggio e accumulo di fonti, come le rinnovabili, intermittenti. Tuttavia l’offensiva delle industrie fossili potrebbe essere vincente, anche se 11 governi europei, guidati dalla Danimarca, hanno risposto con un documento anti gas.

Il governo italiano non è tra costoro, perché è troppo subalterno verso Enel ed Eni. Stretto tra un possibile sussulto di coscienza a livello europeo e le spinte ambientaliste provenienti dalla società, potrebbe però cambiare idea. Se dovesse insistere, sarà decisivo, per ogni centrale, il ruolo della Regione: basterà il suo diniego all’intesa, come dice la legge. È ciò che nel Lazio dice di voler fare Zingaretti rispetto al progetto dell’Enel a Civitavecchia, analogo a quello spezzino. Nei giorni scorsi Toti è stato costretto, dall’unità che si è creata a Spezia, a dire per la prima volta di essere “allineato al territorio” contro il gas. Bene, neghi l’intesa e proponga una nuova strategia energetica.

La nuova strategia garantirebbe molti posti di lavoro. Fatih Birol, Direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia (Iae), ha detto: “Ci sarà un crollo nella domanda di petrolio e di gas. Ma prevediamo che gli investimenti nelle rinnovabili produrranno 30 milioni di nuovi posti di lavoro, soprattutto nei settori del fotovoltaico, dell’efficienza energetica, delle nuove reti intelligenti di distribuzione. A fronte dei 5 milioni di posti di lavoro persi nell’industria dei combustibili fossili. La vera scommessa dei governi è gestire con saggezza questa trasformazione”.

È anche la scommessa delle imprese. La stessa Enel fa parte dell’Entso-E e della Electrification Alliance per lo sviluppo delle rinnovabili e ha creato Enel Green Power. Ansaldo darà vita ad Ansaldo Green Tech, per la realizzazione di pale eoliche e di sistemi di stoccaggio per l’energia da fonti rinnovabili. Non ci sono soluzioni semplici a problemi complessi, ma bisogna provarci. Altrimenti la “transizione ecologica” diventa una questione da talk show e sfugge alla grande questione del nostro tempo: un nuovo paradigma produttivo.

GP

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FATTI DI LIGURIA

La povertà come grande questione di civiltà

Il 2020 ci ha portato un milione di poveri assoluti in più: ora siamo a 5,7 milioni in Italia, secondo i dati Istat. Oltre ai “soliti casi” – famiglie numerose, persone del Sud, immigrati, persone con basso titolo di studio – questa volta ci sono anche molte persone del Nord. È un segno del dramma del lavoro. Quando avremo i numeri, sapremo anche quanti sono i poveri relativi, cioè le persone a rischio di povertà. Erano più di un quinto degli italiani nel 2019.

Sorge subito la domanda: “Ma le misure prese sono state efficaci?”.

Così risponde Roberto Rossini, ex Presidente delle ACLI:

“Se non fossero state varate alcune misure – dal blocco dei licenziamenti alla Cig in deroga, dall’estensione della durata dei sussidi di disoccupazione al bonus per gli autonomi, dal Reddito di cittadinanza (Rdc) al Reddito di emergenza (Rem) – non avremmo ‘solo’ un milione di poveri in più, ma quasi 3. […] Le misure varate sono state molto efficaci”.

Il che non significa che non debbano essere migliorate: bisogna farlo, per ridurre il numero dei poveri. Certamente il Rdc va rafforzato. Se ne è discusso anche nella nostra newsletter, grazie a tre contributi stimolanti (“Le povertà sono di due tipi. Il caso Liguria”, PFP, 31 marzo 2021, “Reddito di cittadinanza, una misura giusta nata male”, NC, 15 aprile 2021, “Welfare e povertà”, MM, 15 giugno 2021).

Innanzitutto non dobbiamo abbandonare lo spirito “sociale” e “popolare” che è stato all’origine delle misure citate. In quanto a infrastrutture sociali inseguiamo ancora gli obiettivi europei di vent’anni fa. Supereremo il gap con il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr)? Non sembra che ci siano le risorse sufficienti. Non si trovano i soldi perché si pensa che il sociale sia un costo e non un investimento, e che poi, alla fine, ci penseranno le famiglie.

Sul Rdc, in particolare, occorre partire da una distinzione che andrebbe fatta a monte: dei 3 milioni di percettori di Rdc, meno della metà è abile al lavoro, e tra questi più del 70% ha un titolo di studio che non supera la terza media, vive in territori con bassa domanda di lavoro e spesso è disoccupato di lungo periodo. Una buona parte della popolazione che percepisce il Rdc è quindi “strutturalmente indisponibile” a svolgere ruoli lavorativi. Ma non per questo non ha diritto a un “reddito di dignità”!

Gli altri sono disoccupati che vanno aiutati ad arrivare a fine mese e ad investire in un percorso di vita. Che magari preveda anche il rifiuto a lavorare in condizioni di sfruttamento tali da trasformare il lavoro stesso in una sorta di regalia da accettare a ogni condizione. Un rifiuto in nome della propria dignità. È troppo facile prendersela con i giovani “sfaccendati” senza riflettere su cosa sta diventando il lavoro oggi, con i diritti acquisiti in decenni di battaglie che sono in buona parte perduti.

Servirebbe che certi imprenditori fossero meno “accattoni”, e che i giovani lavoratori conoscessero meglio i propri diritti. Servirebbero il rafforzamento del welfare locale nella presa in carico dei soggetti in povertà, il potenziamento della formazione dei giovani per acquisire le competenze utili a trovare lavoro, il miglioramento delle politiche attive del lavoro. In questi giorni 103 spezzini percettori di Rdc hanno iniziato o stanno per iniziare attività socialmente utili nei Comuni: è una delle strade da intraprendere. Detto questo, c’è certamente qualche percettore di Rdc che imbroglia e, più che stare sdraiato sul divano, lavora in nero. È necessario, quindi, evitare che ci siano abusi. Ma la grande maggioranza dei percettori di Rdc che può lavorare vorrebbe “solamente” un lavoro vero e dignitoso.

GP

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FATTI DI LIGURIA

La Casa del Popolo di Montaretto sta crollando: serve aiuto

Montaretto è un piccolo gruppo di case abbarbicato al monte. Dall’alto domina un paesaggio solenne e aperto sul mar ligure, sopra Bonassola. Ai margini del bosco, tra piccoli filari di vigna, piante di fico e olivo. Una bellezza indescrivibile per chi non l’ha mai vista.

La strada per raggiungerlo lo nasconde a un turismo di massa chiassoso e invadente. Qui si sente parlare il dialetto ligure nella sua cadenza levantina. Sino agli anni ’60 il paese era isolato. Gli abitanti si costruirono da soli la strada. Qui sono tutti piccoli contadini, anche se molti vanno a lavorare nelle fabbriche della Spezia o alla Fincantieri di Sestri Levante. Nel paese c’è un piccolo tesoro. Una bella, grande, luminosa Casa del Popolo, che è anche circolo ARCI, ed è l’unico bar e luogo di ritrovo del paese. Il Primo Maggio, per tradizione, ha sempre levante ligure. Ravioli, pansoti, asado, gattafuin e altro. Tutto fatto da mani sapienti di volontari e volontarie locali. Dai tavoli l’opportunità di sedere con una vista impareggiabile in uno straordinario contesto di calma e bellezza.

La Casa del Popolo di Montaretto di Bonassola non era però solo questo. Nella grande sala, dove a volte si ballava, si sono tenuti convegni, incontri, dibattiti.

Chi leggesse l’elenco dei partecipanti resterebbe meravigliato nello scoprire alcuni dei più bei nomi della cultura nazionale e internazionale, o nomi noti di politici della sinistra italiana e del sindacato. Ai lati della sala campeggiano i ritratti di Gramsci, Che Guevara, Turati, Ho Chi Min e Pertini, insieme a foto di manifestazioni operaie e antifasciste.

Ora, duramente colpita dalle chiusure imposte dal covid, la Casa del Popolo ha un problema. Come tanti edifici in Liguria è costruita su un pendio, rubando pochi metri alla montagna. Gli anni e gli agenti atmosferici l’hanno segnata. Occorre intervenire immediatamente sulle fondamenta o la Casa del Popolo crollerà. I paesani sono pochi e con le loro magre risorse non possono far fronte a tanta spesa. Neppure possono aiutare le feste, che, nel passato, riuscivano con le loro entrate a mantenere le attività del circolo.

C’è bisogno dell’aiuto di tutti! Basta un piccolo versamento. Dieci, 20 o 50 Euro: salverai un patrimonio di bellezza e cultura unico nel suo genere.

WWW.MONTARETTO.IT

BONIFICO SU IT32V0623049781000043887177

CAUSALE: contributo liberale alla campagna “teniamola su”.

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FATTI DI LIGURIA

Chiavari: in tempu de guera, ciü musse che tera

Con questo titolo amaramente ironico il più autorevole imprenditore levantino della città metropolitana genovese – Tonino Gozzi – prende posizione sul settimanale chiavarese on line Piazza Levante del 24 giugno sulle ultime vicende politiche relative alla cosiddetta “Diga Perfigli”, il progetto altamente invasivo per la messa in sicurezza del tratto finale del fiume Entella che secondo i comitati ambientali e l’opinione civica non è altro che “un mostro di cemento”. L’opera che prevede la trincea larga venti metri e profonda sette per realizzare un devastante muraglione tra il ponte della Maddalena e il mare.

Tra l’altro, una storia che si trascina da vent’anni.

Tutto inizia nel 2001, quando Regione Liguria assegna 450 milioni di lire alla Provincia di Genova per uno studio di dettaglio, con annessa progettazione, degli interventi d’adeguamento idraulico del tratto terminale del fiume Entella nei Comuni di Carasco, Cogorno, Chiavari, Lavagna e Leivi.

L’anno successivo, a seguito del bando di gara, la Provincia affida i lavori di progettazione all’associazione temporanea d’imprese facente capo alla società Enel Hydro spa.

Nel 2004, il progetto è presentato ai Comuni interessati, e viene approvato con delibera il progetto preliminare, per un importo pari a 65 milioni di euro.

Intanto si comincia a valutare la questione degli espropri e delle varianti urbanistiche. E qui nascono le prime opposizioni. Inizia la battaglia da parte del Comitato Giù le mani dal fiume Entella e le pressioni per scongiurare un progetto così impattante. Ma mentre il discorso sul piano politico si intensifica, quello burocratico prosegue in silenzio: il Ministero dell’Ambiente finanzia le opere relative per un totale di oltre nove milioni. Cresce il fronte del no, ma cresce contemporaneamente la fattibilità di un’opera; che ormai ha la forza economica per essere realizzata.

Nel giugno del 2015 entra in carica la Giunta Regionale Toti, che inizialmente si dichiara contraria alla ‘Diga Perfigli’. Ma nessuno blocca l’iter, come più volte denunciato dal Comitato che, nel frattempo, presenta tre ricorsi al Tribunale delle Acque. Alle elezioni chiavaresi del 2017 tutti i candidati sindaco dicono no alla ‘Diga’. Lo stesso alle elezioni lavagnesi del 2019.

Il resto è storia recente: il Tribunale delle Acque boccia il ricorso del Comitato e a due giorni dalle elezioni per il rinnovo del Consiglio, la Regione dà il via libera all’approvazione dei decreti di esproprio. Naturalmente a urne ormai chiuse.

A questo punto le amministrazioni di Lavagna, Carasco e Cogorno annunciano l’uscita dall’accordo di programma. Ma quella di Chiavari si rimangia identici impegni presi in campagna elettorale. E senza spiegare perché. Un fatto politico che – scrive Gozzi – “consente all’area metropolitana e al suo sindaco Marco Bucci, di fare ciò di cui non vede l’ora: appaltare i lavori”.

Si avvicinano le scadenze elettorali amministrative e le avidità affaristiche rifioriscono?

PFP

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FATTI DI LIGURIA

 Battistina Dellepiane, titolare della libreria “Libro più” di Pontedecimo (oltre che presidente del CIV Ponte 2000 e Consigliere Nazionale di ALI – Associazione Librai Italiani) interviene sul tema affrontato da CAM lo scorso numero de la Voce del Circolo Pertini nel suo intervento “Librai indipendenti alla riscossa”

Essere librai indipendenti a Pontedecimo

Nel 2001 ho rilevato la libreria Libro Più dai miei amici che l’avevano fondata nel 1996 a Pontedecimo. Il mondo del libro mi ha sempre affascinata e comunque avevo già esperienza di commercio dal 1985.

Lo stesso anno ho fondato anche la casa editrice ed insieme allo storico della val Polcevera, Maurizio Lamponi, abbiamo stampato molti libri di storia locale e ligure.

La gestione della libreria è diventata sempre più impegnativa a causa della scontistica selvaggia della GdO e dell’e-commerce che ha fiaccato la resistenza di tante librerie.

Il lavoro pressante del sindacato, ALI-Confcommercio, in questi ultimi anni, ha però ottenuto alcune vittorie che aiutano la nostra sopravvivenza: lo sconto massimo del 5%, la tax-credit, il libro dichiarato “bene essenziale”. La battaglia da vincere è anche quella di: “stesso mercato – stesse regole”, perché non è accettabile che i grandi gestori dell’e-commerce guadagnino e non paghino le tasse dove incassano i profitti. Sarebbe importante che anche per la spesa in libri venisse prevista la detrazione fiscale così come si fa per le spese di palestra, veterinarie, funerarie, ecc.

Da quando sono libraia ho visto chiudere a Genova oltre dieci librerie che purtroppo non sono state tutte sostituite da nuove aperture. Mi è venuta a mancare la collaborazione di diversi colleghi con i quali abbiamo organizzato varie iniziative itineranti nella città. Con il Comune, nel 2014, è stato firmato un protocollo d’intesa che prevede la semplificazione burocratica ed agevolazioni per le librerie indipendenti. Probabilmente andrà aggiornato alla situazione dei giorni nostri.

La mia libreria opera nel territorio più a nord della città di Genova, serve e collabora con le biblioteche dei cinque Comuni della cintura ed oltre. Offre tutti i servizi che una libreria professionale deve fornire alla cittadinanza.

È un lavoro di relazioni: con le scuole di ogni ordine e grado, le amministrazioni, le associazioni del territorio ed a livello nazionale, gli editori, gli scrittori ed i fornitori. È un lavoro di ricerca e di stimolo alla conoscenza utilizzando tutti i mezzi a disposizione e con la pandemia, non solo è aumentato l’e-commerce, ma si sono diffusi gli incontri on line che spesso hanno allargato le platee delle presentazioni e facilitato certi impegni di lavoro. Presto, forse, si ritornerà alla quasi normalità, ma tutto il bagaglio di esperienze acquisite in questo periodo rimarrà per sempre a complemento del lavoro e relazione in presenza.

La professione del libraio è affascinante e stimolante, richiede continui aggiornamenti (ho frequentato corsi di Nati per Leggere, Andersen, Scuola UEM) e come tutte le imprese richiede esperienza approfondita del settore.

Noi librai dobbiamo fare la nostra parte così come la politica che deve promuovere e favorire al massimo la diffusione del libro e della lettura. Nei Paesi dove si legge di più le economie sono più avanzate perché solo con lo studio, la conoscenza, la consapevolezza e il senso critico si possono eliminare le barriere che impediscono la vera giustizia sociale e l’attuazione concreta dell’art. 3 della nostra Costituzione, tanto osannata, ma spesso rimasta sulla carta.

Alcuni miei clienti mi hanno detto che la mia originale libreria starebbe bene in una città come Londra, per il momento mi auguro di riuscire a portarla avanti qui a Genova.

Battistina Dellepiane

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FATTI DI LIGURIA

Gli ospedali liguri: la situazione reale

L’ultima notizia sul fronte dell’edilizia ospedaliera in Liguria è la gara andata deserta per il nuovo ospedale Galliera a Genova. L’aspetto più sorprendente è la vetustà delle strutture immobiliari di carattere ospedaliero in Liguria. L’ultima realizzazione veramente importante è stato il monoblocco del San Martino, che risale al 1971.

Da molti, moltissimi anni si discute dell’ipotesi dell’ospedale unico del ponente genovese, litigando sulla sua collocazione. Da ultimo si pensava di collocarlo sulla collina degli Erzelli, nobilitando in questo modo la gigantesca operazione speculativa su quell’area. La Regione voleva affidarlo a privati. Questi volevano maggiori profitti e, al momento, la situazione è bloccata.

Non va meglio alla Spezia, dove da anni si dovrebbe costruire il nuovo ospedale del Felettino, in sostituzione del decrepito ospedale Sant’Andrea. Dapprima Toti è riuscito a bloccare i lavori, ad appalto già assegnato, facendo sfumare anche i contributi destinati all’opera. Poi ha promesso il nuovo ospedale tra 5 anni, ma, nel frattempo, ha proposto un piano finanziario che fa un regalo di 80 milioni di Euro ai privati. Nel frattempo l’ospedale di Sarzana, inaugurato da meno di venti anni, una struttura moderna, progettata dal grande architetto Michelucci, viene svuotato e la sua sorte è incerta.

A Rapallo è stato costruito un ospedale a lato di un casello autostradale, nuovo con 120 posti letto, ma nessuno sa cosa farne. Si sono fatte diverse ipotesi, da centro riabilitativo ortopedico, alla privatizzazione come ospedale cardiochirurgico privato. Nel frattempo, nel Tigullio ci sono tre ospedali, Rapallo, Lavagna e Sestri Levante, incompleti e senza una definizione di ruolo.

In compenso nel ponente l’ospedale di Cairo Montenotte è stato svuotato di reparti e posti letto, il nuovo ospedale di Albenga, aperto dal 2004 è utilizzato solo in parte, mentre l’ospedale di Bordighera è stato ceduto a privati, ma sembra che alcuni pasticci burocratici lo riportino in mano pubblica. IL Santa Corona di Pietra Ligure, un tempo un vanto della sanità ligure, è stato depotenziato. Poco tempo fa, è persino crollato un soffitto.

Nel frattempo altre regioni si muovono. In Toscana la Regione ha realizzato un ospedale modello, quello della Versilia, considerato da esperti il miglior ospedale d’Italia per struttura e funzionalità, ha realizzato il nuovo ospedale di Cisanello a Pisa e ben quattro nuovi ospedali di concezione moderna a Lucca, Pistoia, Prato e Massa-Carrara. Il paragone è veramente impietoso per la nostra regione.

NC

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FATTI DI LIGURIA

Salvare Villa Angerer da chi vuole svenderla

Tutto il Ponente ligure è un territorio conosciuto per le bellezze naturali, paesaggistiche e per le testimonianze storico architettoniche della grande storia e delle comunità internazionali, che ne fanno un esempio invidiabile se valorizzato appieno in ambito turistico-culturale, con una visione forte d’insieme.

Rispetto alla tutela e valorizzazione del patrimonio storico (ville, palazzi, forti) in particolare, sembra invece che le Amministrazioni vadano sempre più decisamente verso la privatizzazione di questi beni, distogliendoli alla collettività e alla fruizione pubblica. In Liguria, come altrove.

Succede anche (e soprattutto) a Sanremo, dove ad inizio anno l’Amministrazione ha avviato una manifestazione di interesse per la concessione in uso a privati di Villa Angerer e Parco annesso, a condizioni svalutanti, una sostanziale privatizzazione con destinazione ad albergo.

L’Amministrazione ha persino rinunciato a pubblicizzare l’iniziativa a livello nazionale ed internazionale, vista la preziosità del bene. Risultato: un unico partecipante alla indagine di mercato, un albergatore sanremese. Quali garanzie di trasparenza e qualità d’intervento?

Villa Angerer rappresenta “quanto di meglio possa offrire Sanremo” (“Sanremo Liberty”, 2014) nel periodo tra fine Ottocento e inizio Novecento: dall’architettura, alla pittura, alle decorazioni, ai ferri battuti, ai marmi e legni intagliati, mosaici, ceramiche, vetri, affreschi, alle testimonianze da tutto il mondo portate dal proprietario austriaco, avvocato viaggiatore, bibliofilo, botanico Leopold Angerer.

All’esterno un giardino centenario, a cui si giunge attraverso uno scalone di marmo e ringhiere in ferro lavorato, un vero e fantastico labirinto con grotte, caverne, torrette, statue, ricco di rare piante esotiche, una serra sperimentale curata da Mario Calvino, illustre botanico padre di Italo Calvino, che qui abitò con la famiglia all’arrivo da Cuba nel 1925.

La Villa Angerer, situata in un contesto urbanistico di pregio, accanto al Casinò, fu acquistata negli anni ‘90 dal Comune, come sede prestigiosa per un museo del Festival, del Liberty o del gioco d’azzardo, attrattive specifiche per la città e l’intero Ponente.

Su progetto del Prof. Portoghesi, la Villa è stata oggetto di imponenti e qualificati lavori di restauro negli anni 2004-2008, rimasti da completare perché non più finanziati.

La Villa di per sé è già un Museo, un racconto del periodo del grande turismo a Ponente, tra i migliori esempi dell’architettura di pregio storico e culturale del nostro territorio.

Il patrimonio storico pubblico è una ricchezza da tutelare in modo consapevole e responsabile, un investimento per un futuro di qualità, come è già successo a Sanremo per il Forte di Santa Tecla e Palazzo Nota, recuperati e resi fruibili per la collettività e per un’offerta turistica distintiva. Un percorso virtuoso da continuare, in nome del nostro paesaggio e dell’identità storica di una comunità.

DC

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FATTI DI LIGURIA

Quanto la politica ligure è al femminile?

Riprendo un tema che avevo affrontato in questo spazio la scorsa volta, sotto choc per un video che mi ha girato un amico di Savona: l’osceno spettacolo delle ruspe al lavoro per lo sgombero all’alba di alcune famiglie Sinti da parte delle cosiddette “forze dell’ordine”, impegnate a buttare sulla strada la comunità di una trentina di persone, bambini e vecchi compresi, che occupava da almeno venti anni quello spazio innocuo. Ascoltando le grida disperate degli adulti e i pianti terrorizzati dei loro piccoli, mi chiedevo che cosa sia passato nella mente della sindaco Caprioglio, in fine mandato e – a quanto si dice – neppure intenzionata a ricandidarsi, mentre sono mesi che in Italia non si eseguono più sfratti, al punto di spingerla a concludere la sua non eccelsa vicenda amministrativa assumendo i panni della persecutrice di indifesi; cui si taglia perfino l’erogazione dell’acqua, in avvio di un’estate che si preannuncia particolarmente afosa e il Covid ancora incombe.

Davanti a tanta crudeltà gratuita l’unica risposta che mi so dare è quella di una concessione dimostrativa all’ala più muscolare e suprematista della propria maggioranza; per blandire una fetta di elettorato accecato dall’odio razziale e proprietario.

Eppure, quando Ilaria Caprioglio era comparsa sulla scena politica savonese, con il suo impegno dichiarato nella lotta all’anoressia (e nonostante la collocazione di schieramento: il partito di colui che Crozza ha soprannominato “lo sporcaccione di Arcore” e la vicinanza politica al machista Claudio Scajola), mi era sembrata una persona cui dare fiducia. Cosa è successo? Semplicemente la corsa a integrarsi in quel mondo opportunista e brutale che si dichiarava di voler cambiare.

Quanto ci raccontano troppi casi liguri di donne politiche in carriera. A Destra come a Sinistra. Per cui Ilaria Cavo si segnalava come coraggiosa reporter di un G8 di sangue in una televisione locale per finire alla corte prima di Bruno Vespa, poi di Berlusconi e ora nella reggia di Giovanni Toti in piazza De Ferrari, senza dare un segno di alterità rispetto ai suoi datori di lavoro. Intanto Raffaella Paita, cresciuta politicamente a sinistra da funzionaria nelle stanze del Partito Comunista spezzino, sponsorizza una lista sedicente “riformista” a supporto della riconferma del destrorso Bucci. E che dire della rovinosa parabola di Alice Salvatore, capogruppo Cinquestelle in Regione, il cui unico merito era quello di fungere da portavoce pedissequo del gran capo di Sant’Ilario.

Quando – tanti anni fa – ho cominciato a lavorare da impiegata in una piccola impresa, ricordo i dibattiti sulla cultura organizzativa e l’istanza per la femminilizzazione anche del mondo profit; intendendo con ciò una riduzione del tasso di aggressività insito nello stereotipo maschile con adeguate dosi di affettività e convivialità apportate dell’altra metà del cielo.

Ora, vedendo all’opera nei palazzi del Potere queste presunte consorelle, mi rendo conto di quanto la ruota del tempo abbia girato. All’indietro.

Maura Galli

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FATTI DI LIGURIA

Alla generazione post-G8 (P09)

Approssimandosi il ventennale dei tragici fatti accaduti a Genova in occasione del G8, si minacciano commemorazioni, esorcismi e lustrazioni varie. Come quasi sempre accade, l’apparato commemorativo dispiega tutta la sua capacità retorica per allontanare non solo l’interesse ma anche la semplice attenzione dei più giovani, di quelli che di quei fatti non sono stati gli atterriti testimoni.

L’apparato retorico, con tutti i suoi stereotipi, è ormai consolidato. La generazione post-G8, apparentemente, non deve fare altro che recepirli, sostituendoli a una ben informata conoscenza dei fatti.

Inconsapevolmente, la generazione del terzo millennio ha fatto proprie tutte le immagini prodotte dalle tragiche giornate di quel luglio genovese. I ‘Black Bloc’, inafferrabili casseur; la polizia ‘nemica’; la macelleria della Diaz e le torture di Bolzaneto. La morte di Carlo Giuliani in Piazza Alimonda.

C’è ora un gran bisogno – per i giovani – di parole e ragionamenti chiari e sinceri. Anche le immagini più vere e drammatiche, richiedono infatti di essere integrate da un distacco onesto, anche coraggioso, nella narrazione di quegli eventi da parte di chi li ha vissuti.

Ci sia consentito dunque di raccomandare qua alla curiosità dei più giovani due piccoli ma densi libri scritti da due protagonisti: un uomo delle Digos e un giornalista.

“G8, Genova 2001, storia di un disastro annunciato”, di Gianluca Prestigiacomo (ChiareLettere) e Giovanni Mari, “Genova, vent’anni dopo, il G8 del 2001, storia di un fallimento” (People).

Un ‘disastro’ e un ‘fallimento’ di cui ancora oggi scontiamo l’esito, anche questo – a nostro avviso – voluto e annunciato: la fine violenta di un movimento davvero ‘globale’, popolare, pacificamente organizzato, che da Seattle in poi aveva grandemente preoccupato i cosiddetti ‘grandi’ della terra.

MM

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FATTI DI LIGURIA

La nave della morte salpata da Genova

Liberty Pride, che bel nome. Evoca la libertà, l’orgoglio di essere liberi, ha anche un’assonanza con il “Pride” LGBT, ha un suono che annuncia che le cose cambieranno e che devono cambiare: basta con gli oscurantismi e con l’arroganza. Un nome che potrebbe benissimo diventare un movimento politico di rinnovamento. Ma le parole ingannano, perché Liberty Pride è un ossimoro, è il nome di una nave, duecento metri di lunghezza per trentadue di larghezza che trasporta un carico di morte: armi. Con una semplice app gratuita, Vessel Finder, si può vedere dove si trova. Al momento si sta dirigendo verso Livorno, ma la sua destinazione è Costanza, in Romania, una città sulle rive del Mar Nero. Di lì si perderà in quei mille rivoli che i mercanti di armi utilizzano per bypassare i regolamenti internazionali, fatti di buchi più che di reti. I portuali liguri hanno più volte cercato di bloccare queste navi, impedendo loro di sbarcare armi o di fare rifornimento, e lo stesso faranno quelli livornesi. E qui torniamo su un triste e dibattuto argomento. Perché Fincantieri ha ottenuto commesse per quattro miliardi per costruire navi da guerra fino al 2029, per l’Italia e soprattutto per l’estero, mantenendo così l’occupazione. Peccato che metà del lavoro sia stato appaltato a cantieri indonesiani: chissà quanti liguri se ne andranno a Giacarta a lavorare. Di orgoglio sono state le parole di Giuseppe Bono, settantasettenne cavaliere del lavoro, A.D. di Fincantieri: (da Il Secolo XIX) “confidiamo sempre che il governo e le forze politiche assecondino le aziende più forti e protagoniste nel mondo. Perché significa sostenere il sistema che sta attorno a noi”. Ha ragione, questo è il sistema che sta intorno alle guerre. Le armi, fanno parte della triade delle lobby più potenti al mondo, insieme alla finanza e alla farmaceutica. La droga è la sua partner borderline, perché con i suoi proventi, i piccoli staterelli e i signori della guerra comprano le armi che noi produciamo. È un serpente che si morde la coda: l’occupazione è sacrosanta, va difesa e implementata, ma a quale prezzo? Finché, come ha detto Bono, questo è il “sistema” non c’è soluzione. Nessun operaio o impiegato rinuncerebbe al posto di lavoro perché la sua azienda è coinvolta nelle guerre. La risposta può avvenire solo dalla politica, ma da quanto si vede intorno a noi, la speranza di applicazione dell’articolo 4 della Costituzione “…ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società” è ancora lontana. Questo dovere, al momento, è un’utopia. Anche se qualcuno ha detto che un’utopia è un sogno ancora non realizzato, ed è ancora dovere pensare di cambiare questo stato di cose. Come ha detto il nostro Fabrizio De Andrè: “Io penso che un uomo senza utopia, senza sogno, senza ideali, vale a dire senza passioni e senza slanci sarebbe un mostruoso animale fatto semplicemente di istinto e di raziocinio, una specie di cinghiale laureato in matematica pura”.

CAM

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 Fibromialgia, la malattia invisibile che istituzioni e media liguri hanno dimenticato

 Ogni 12 maggio in piazza De Ferrari a Genova celebriamo la “Giornata Internazionale di Fibromialgia” per tenere riflettori sempre accesi su una malattia semisconosciuta (solo un terzo egli italiani ne ha sentito parlare e viene diagnosticato solo un caso su due), definita come sindrome fibromialgica, che rende “invisibili” i pazienti perché non dà segni esterni del loro malessere, ma che rende la vita difficilissima, senza mai tregua dal dolore cronico che la caratterizza, dalla stanchezza continua, dall’insonnia e da un corollario di sintomi che arriva ad annoverarne fino a cento diversi. L’eziopatogenesi è sconosciuta, presumibilmente ha una base autoimmune (le ultime ricerche scientifiche vertono in quella direzione, ma non sono ancora stati trovati gli autoanticorpi specifici), è una sindrome sul paziente, che riceve la diagnosi anche dopo molti anni dall’esordio dei sintomi. Purtroppo nella realtà l’approccio multidisciplinare non si verifica quasi mai e il paziente di fatto, non si sente né compreso, né veramente preso in carico, aumentando la sua frustrazione e di conseguenza il suo malessere. La fibromialgia è stata definita anche una “malattia da ricchi”, perché tutte le spese sono completamente a carico del paziente. È una malattia complessa, dalla quale non si guarisce, che richiede anche la collaborazione del paziente per la remissione della sintomatologia: dieta adeguata, abolizione di fumo e alcool, attività fisica adattata, integrazione di micronutrienti, tecniche di rilassamento, fisioterapia, etc. I soli farmaci spesso sono del tutto inutili e il paziente viene definito “non responder” alla terapia. Ma la domanda sorge spontanea: forse era sbagliata la terapia?

La diagnosi è solo clinica, “ad escludendum”, ossia escludendo tutte le altre malattie con sintomatologia sovrapponibile. È una malattia ad andamento cronico, non è una malattia rara, perché si stima che in Italia ci siano almeno 2 milioni di casi diagnosticati. Molto probabilmente sottostimati. Non è inserita nei L.E.A. e quindi non ha nessun codice esenzione per patologia e non è inserita nemmeno tra le malattie invalidanti che consentono di ottenere dei punteggi nelle tabelle di invalidità civile, nonostante le battaglie portate avanti, negli ultimi 10 anni, dalle Associazioni dei pazienti e dai vari esponenti delle forze politiche di ogni colore! Nemmeno la ricerca è supportata e ai pazienti spesso vengono prescritti piani terapeutici identici per tutti o sono completamente abbandonati (questa è la percezione dei pazienti che esternano, specialmente sui social, la loro condizione). Il risvolto economico delle spese che il paziente deve sostenere continuativamente, unito alla sempre più frequente perdita del lavoro a causa della malattia stessa, connotano questa malattia, al di là del risvolto “medico”, anche in allarme sociale per questi cittadini che sono a maggior rischio economico, rispetto ad altri, non avendo nessun riconoscimento sia a sostegno della malattia sia di alleggerimento dei carichi di lavoro. Il caso ligure è davvero emblematico: dal 2013 ci battiamo inutilmente per la realizzazione di un registro medico dei malati, verso cui il soggetto politico non dimostra alcun interesse. Probabilmente per il difficile inquadramento elettorale. E anche i media locali concorrono ad abbandonare i di per sé abbandonati. Il 12 maggio scorso la nostra manifestazione si è svolta nell’assoluto silenzio-stampa.

Anna Maria Pagano, Comitato Assoutenti Fibromialgia

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 Volontariato e Terzo Settore dimenticati. La testimonianza di Savona

Il mondo del Volontariato, e più in generale il Terzo Settore, in questo terribile anno e mezzo di pandemia è stato di fatto completamente dimenticato dalla politica, soprattutto dal governo centrale. Ma pure da quello regionale e da molte amministrazioni locali.

La rete dei Circoli e delle Società di Mutuo Soccorso che nella nostra regione e più in generale nel nostro Paese da diversi decenni contribuisce, in modo significativo, alla tenuta del tessuto sociale, con interventi di natura solidaristica, culturale e ricreativa, per cittadini di tutte le età e in particolare per i soggetti più deboli e fragili, è stata lasciata in balia di se stessa. Eppure ha continuato a dare una mano fondamentale nella cura della socialità.

Ad esempio, per oltre un anno le SMS con licenza riservata ai soli Soci, che hanno una tradizione solidaristica ultracentenaria, sono state obbligate a rimanere chiuse, anche in zona gialla e non hanno potuto, a differenza delle attività commerciali, esercitare alcuna attività di ristorazione. Una decisione incomprensibile, contenuta nei vari dpcm. Infatti non si comprende perché si sia ritenuto più pericoloso consumare un pasto o prendere un caffè in una SMS anziché in un ristorante o in un bar. Naturalmente restare chiusi e nello stesso tempo continuare a pagare affitti e bollette, nonché continuare ad occuparsi di persone deboli, rese ancora più fragili dalla pandemia, dai senzatetto ai migranti, è stato durissimo; mettendo a dura prova la sopravvivenza stessa di molte realtà anche sul nostro territorio regionale. Solo a marzo di quest’anno si è posto fine a questa discriminazione nei confronti del Terzo Settore, tramite un emendamento normativo che permesso di somministrare alimenti e bevande anche nei circoli ricreativi e culturali.

Mentre ora più che mai sarebbe doveroso potenziare il welfare, soprattutto pubblico ma anche complementare (Volontariato e Terzo Settore), pensando anche a nuove modalità di socialità; soprattutto per le persone più in difficoltà, a partire dagli anziani. Sicché risulta politicamente inspiegabile che, finora, a questo settore fondamentale non sia stato erogato un euro di ristoro. Alla nullità o quasi fin qui espressa dal governo centrale si è accompagnata anche la noncuranza con la quale Regioni e Amministrazioni Comunali, in genere, si sono distinte nel disinteresse. Basti pensare alla vicenda della tassa sui rifiuti (la TARI): in alcuni Comuni, come a Savona, a differenza di analoghe attività di ristorazione, la riduzione non è stata applicata alle SMS. Oltre alla beffa di dover rimanere chiuse anche in fascia gialla, si è sommato il danno di non aver ottenuto alcuna riduzione della TARI, pur non avendo prodotto praticamente un chilo di rifiuto per tutto il 2020. Anche la possibilità di accesso al credito è stata per il Terzo Settore avviata molto tardi e con risorse esigue.

Questa discriminazione sta mettendo in seria difficoltà anche un’organizzazione come l’ARCI. Alcuni Circoli liguri e savonesi, fortunatamente pochissimi, non riusciranno più a riaprire dopo questa batosta e altri faranno una fatica tremenda a riprendere le attività. Sicuramente un danno rilevante per l’intera collettività.

Franco Zunino, presidente ARCI Savona

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FATTI DI LIGURIA

Bruno Piotti, medico specialista in sanità publica, ha svolto attività cliniche nell’Ospedale di Maputo in Mozambico dal 1979 e in vari Paesi dell’Africa, Medio Oriente e Sud Est Asiatico. Esperto di sistemi informatici per l’OMS a Ginevra, è ora consulente indipendente per programmi sanitari di vari enti e ministeri di Paesi poveri. Qui fa il punto sulla vicenda complessiva del biennio Covid-19 in Liguria.

Eravamo la maglia nera: due anni di Covid-19 in Liguria

Mortalità. Mentre oggi siamo raggiunti ogni settimana da dichiarazioni di Toti e di Bucci che tessono le lodi dei servizi sanitari della città e della Regione Liguria per la campagna di vaccinazioni, poco più di un anno fa c’era o silenzio o appelli accorati alla solidarietà collettiva e alla pazienza. E pazienti siamo stati anche troppo di fronte alla “favola” che in Liguria si moriva di meno. In realtà il tasso di mortalità era alla fine della prima ondata (febbraio-maggio 2021) il terzo più alto d’Italia dopo Lombardia e Valle d’Aosta (ISTAT-ISS, 2020). Anche nella seconda ondata (autunno e inverno) il Covid-19 ha avuto un alto tasso di mortalità diretta in tutte le ASL e, complessivamente nel 2020, un tasso standardizzato di mortalità per tutte le cause di 25.827 di decessi, che ha posto la Liguria al 5° posto in Italia: morti anzitempo sia per mancanza di cure (ospedali sbarrati), sia per aggravamento delle patologie esistenti causate dall’infezione.

Ospedali o assistenza di prossimità? La Giunta Toti/Viale/Locatelli non ha previsto il prevedibile, dato che i coronavirus circolavano in forme epidemiche ridotte da circa 15 anni in molti paesi, ma in compenso, nonostante l’infezione, non ha cambiato di una virgola la sua politica basata sul “modello Lombardia”: priorità agli ospedali, alle apparecchiature tecnologiche e alle nuove costruzioni, promozione del privato e disinteresse per la medicina territoriale. Ad agosto 2020, la Giunta vota centinaia di milioni per la costruzione di nuovi ospedali, mentre riserva alcune decine di milioni per il rafforzamento del territorio. La Liguria, la regione italiana con il più alto tasso di persone sopra i 65 anni (29 %, ISTAT) con molte patologie degenerative, ai quali andrebbero offerti dovunque, anche nelle vallate dell’interno, i servizi di assistenza di prossimità e socio-sanitaria, assistenza per le forme più leggere di perdita di autonomia, a cominciare dalla mobilità e dalla memoria. Mentre invece la Giunta promette “cure di eccellenza” in pochi ospedali, per le crisi acute, temporanee dei loro mali.

Il sistema informatico. Una delle “favole” che circolano sulla sanità è quella della eccellenza del sistema informatico e dei dati nella Regione. Il Direttore della società Liguria Digitale l’ha definito un “modello per l’Italia”. Tuttavia, la Agenzia per l’Italia Digitale (AGID) che è incaricata del monitoraggio periodico delle percentuali di attuazione e utilizzo dei fascicoli sanitari elettronici (FSE), il principale strumento digitale dei pazienti, colloca la Liguria al quartultimo posto seguita da Basilicata, Umbria e Abruzzo nella percentuale di attuazione e registra un misero 15.57 % dei referti pubblici di laboratorio digitalizzati. Durante la prima ondata, i medici di base non disponevano di un modulo digitalizzato per la notifica dei casi Covid-19 sino a maggio 2020. Le Aziende sanitarie non hanno un sistema integrato di informatizzazione del FSE, per cui i medici di San Martino non possono leggere tutti i parametri del FSE di un paziente trasferito da La Spezia e viceversa.

La campagna di vaccinazione. Nonostante gli apprezzamenti pubblici elargiti durante le visite del Coordinatore nazionale alla Fiera, la Giunta Toti non ha deliberato nessun investimento per i 19 Distretti sanitari della Regione per dare loro un ruolo direttivo durante la campagna di vaccinazione, né ha elaborato un piano di coinvolgimento  per i medici di base, né è stata data priorità al recupero funzionale di edifici pubblici ambulatoriali o ospedalieri periferici per le vaccinazioni, i quali, alla fine della campagna, sarebbero disponibili per altre funzioni. I due hub affidati a società private hanno sì permesso una larga visibilità, ma a fine aprile la Liguria con 35.1 % era sotto la media nazionale per la copertura delle persone oltre 80 anni. A vaccinazioni finite cosa rimarrà di quelle strutture oltre ai profitti dei privati? Altro che “modello Genova”, saremo destinati ad essere “maglia nera”?

Bruno Piotti