Numero 08, 15 giugno 2021

PILLOLE

Toti minaccia le Pubbliche Assistenze di licenziamento

Nei giorni della pandemia, tutti lodavano l’impegno delle Pubbliche Assistenze e dei numerosi volontari alla guida delle ambulanze e addetti al soccorso e al trasporto dei malati. Molti di loro hanno pagato il loro impegno anche con la vita, insieme a medici e infermieri. Oltre ciò le P.A. si sono impegnate anche nella consegna di aiuti alimentari a famiglie bisognose. Per gratitudine la giunta regionale ligure ha tolto, a partire dal luglio 2021 con la legge reg. 15/2020, la possibilità di effettuare funerali. Un’attività storica che molte P.A. svolgono da sempre e che da un lato serve a calmierare i costi di un funerale e dall’altro dà occupazione a diversi lavoratori, costituendo uno strumento di entrate per sostenere il prezioso lavoro dei volontari. Complimenti presidente Toti!

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Propaganda fascista a Genova: la statua di Giorgio Parodi a Carignano

Ci risiamo: i rigurgiti neo fascisti allignano come saprofiti all’interno delle istituzioni corrompendone i principi ispiratori. Vigliaccheria e ipocrita perbenismo, fidando nella scarsa memoria storica della gente, fanno il resto. Per cui prendono uno dei fondatori della Moto Guzzi, il genovese Giorgio Parodi e gli dedicano una statua. Non in sella alla moto. No: i furbetti l’hanno vestito in divisa coloniale da aviatore nella guerra d’Etiopia. Aria truce e in mano una specie di libro, forse gli ordini per lanciare bombe chimiche sulla popolazione civile, come si fece. In più il giorno dell’inaugurazione sono pure passate a omaggiare il fattaccio le Frecce Tricolori: decine di migliaia di euro, inquinamento a parte, a nostre spese. Magari i giovani piloti avevano voglia di bombardare quella sconcia statua.

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Soppressi i treni Thello: portavano turisti francesi in Liguria

Bella, Bella impossibile. Le parole della Nannini si potrebbero applicare alla Liguria. Ponti che crollano, autostrade disastrate, ferrovie lente. Si pensa di puntare sul turismo, ma si ignora che il turismo ha bisogno di comunicazioni per poter arrivare a destinazione.

Dal prossimo 30 Giugno verrà cancellata anche l’ultima coppia di treno Thello che copriva la tratta Milano-Genova- Nizza- Marsiglia e viceversa. Molto utilizzata da turisti milanesi che volevano recarsi a Genova o nel ponente ligure e da turisti francesi che venivano in Liguria. La terza coppia di treni, l’ultima, che la Liguria perde in pochi mesi. Gli assessori regionali ai trasporti e al turismo non hanno nulla da dire. La Regione perché non si preoccupa dei trasporti per i cittadini e per i turisti?

EDITORIALI

La Liguria ha bisogno di salvatori della patria?

La nostra terra era universalmente celebre per la pratica del mugugno, aspetto caratteriale non sempre gradevole quanto rivelatore di un atteggiamento critico – tutto sommato utile – che preservava dai facili innamoramenti e dai pericoli della credulità di chi se la beve. Quanto i politologi (a cui piace parlare difficile) definiscono sana “ermeneutica del sospetto”.

Quel tanto di scetticismo necessario a cittadini responsabili. Una virtù che da anni è oggetto di sistematiche opere di smantellamento da parte di pubblici amministratori insofferenti dei controlli; il cui operato necessiterebbe di essere attentamente controllato. Mentre fioriscono miti locali consolatori in una società sempre più silenziosa: lo spirito dei tempi. Anche quelli nostri. Infatti.

Ormai la fa da padrona l’arte che chiamano “comunicazione”, che in effetti è soltanto la modalità di raggirare la pubblica opinione applicando alla politica le tecniche del marketing per la promozione di prodotti commerciali. Ovviamente una lezione che ci viene dagli Stati Uniti. Così diffusa nel luogo d’origine da creare effetti devastanti nella psicologia collettiva, che mettono a repentaglio persino l’esperimento democratico. Come evidenzia il fatto che nella cosiddetta “terra dei liberi” si sono eletti presidenti tanto inquietanti quanto inadeguati, quali George Bush jr. e Donald Trump. Gente sistematicamente dalla parte del privilegio, insediata alla Casa Bianca dal voto popolare. Mistero a cui tempo fa the Economist ha dedicato un’inchiesta, scoprendo che il 19% dei cittadini USA crede di far già parte della categoria dell’1% dei contribuenti più ricchi e il 20% immagina di raggiungerla presto. Un’illusione del benessere prodotta artificialmente. Come artificiale dalle nostre parti è l’idea che siamo avviati verso un futuro radioso, sempre se lasciamo liberi di fare a piacimento i nostri amministratori. I “Migliori” in scala locale. Magari evitando di esaminare la qualità delle scelte di cui siamo oggetto e prendendo per oro colato tutto quanto viene realizzato. Ad esempio l’epopea del ponte ricostruito a tempo record in val Polcevera, con tanto di presunti “modelli Genova” e i doni della magica matita con cui la star enfant du pays ha risistemato al meglio il crollo del Morandi.

L’impareggiabile Renzo Piano, sempre prodigo di doni alla sua città non meno che di attenzioni alla committenza del momento: da Burlando a Biasotti, poi Pericu e ancora Burlando e ora Toti. L’ultimo degli uomini della provvidenza in una Liguria un tempo incredula e diffidente, così sfinita da bersi la storia della salvezza calata dal cielo. Una sincope del giudizio che solo l’uso critico della ragione può evitare. La ripresa del dibattito pubblico come via d’uscita da una minorità inerme; a cui la Voce del Circolo Pertini intende contribuire aprendo una discussione pubblica proprio sul come è stata affrontata la catastrofe civica del ponte Morandi. Partendo dall’intervento dell’ing. Solari.

La redazione de “La Voce del Circolo Pertini”

Nicola Caprioni, Angelo Ciani, Monica Faridone, Michele Marchesiello, Carlo A. Martigli, Giorgio Pagano, Pierfranco Pellizzetti

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Riceviamo dall’ingegner Mauro Solari, già membro della Commissione e del Comitato Tecnico per l’Impatto Ambientale di Regione Liguria (1988-1998) e assessore all’innovazione della Provincia di Genova dal 2002 al 2007, questo contributo che apre una discussione critica sull’osannato “viadotto” post Ponte Morandi e sul significato complessivo dell’operazione intestata all’archistar Renzo Piano.

Il ponte San Giorgio e il “metodo Genova”

La realizzazione del ponte San Giorgio in sostituzione del ponte Morandi, crollato per assenza di manutenzioni adeguate, in soli due anni ha posto il “modello Genova” all’attenzione del Paese come metodo da imitare. Il suo successo viene ascritto in particolare alle capacità manageriali del nostro sindaco Bucci quale Commissario straordinario.

Sicuramente la realizzazione in due anni del “viadotto” San Giorgio è stato un successo ingegneristico. Quindi bravi ingegneri, gestori di commessa e maestranze per quanto fatto.

Tutto oro quel che luccica tanto da farne un modello cui ispirarsi? Al di là di meriti e demeriti il metodo Genova va esportato cosi come è, in quanto ha dato il miglior risultato possibile?

Il metodo ha aspetti positivi richiamando la normativa europea, la quale prevede che, quando vi sono fondati motivi d’urgenza, la gara si basi sul “metodo prestazionale”. Quindi, prima della gara d’assegnazione, non è necessario disporre di un progetto completo. Si chiede a chi partecipa di garantire che l’opera avrà determinate prestazioni.

È un metodo usuale per la fornitura di impianti tecnologici, non nelle opere di ingegneria civile. Inoltre la normativa europea prevede che l’ingegneria esecutiva possa essere sviluppata in parallelo con la realizzazione dell’opera seguendo il progredire dei lotti costruttivi, una volta risolta l’ingegneria definitiva. Invece la normativa italiana prevede che l’opera possa essere realizzata solo dopo l’approvazione di tutta l’ingegneria esecutiva, con tempi molto lunghi e tre livelli via via più di dettaglio: preliminare, definitiva e esecutiva. Comunque anche nel “metodo Genova originale” non viene saltato alcun parere: se ne spostano semmai i tempi di valutazione.

Diversa è la sua applicazione concreta, soprattutto quando deve passare per una certa Politica: poco di quello che è stato chiamato “metodo Genova” da un Politico in particolare, può essere ascritto al metodo medesimo. Intanto l’assegnazione dei lavori al consorzio guidato da Webuild è all’insegna dell’opacità. Tutto regolare, ma perché sono stati scelti loro e non – ad esempio –  la Cimolai, azienda specializzata in ponti che aveva presentato un progetto di minor costo e pure più bello (ovviamente il bello è soggettivo)? Quali i criteri di scelta? Ovviamente non c’era il tempo per una gara regolare. Ma fare un concorso d’idee della durata di 15 giorni, e scegliere il progetto ritenuto più valido in modo trasparente da parte di una commissione, magari internazionale, avrebbe ritardato così pesantemente la realizzazione dell’opera? Io non credo. Si è scelto un progetto pensato da una nota archistar, che in questo caso non ha espresso altro che un normale viadotto, con una peculiarità: è l’unico ponte al mondo a necessitare di un impianto di condizionamento costantemente in funzione, con costi energetici e manutentivi.

Oltre a ciò, e più importante, perché il Commissario non ha voluto considerare il suggerimento arrivato da più parti, compresi i tecnici incaricati dal MIT dell’analisi costi benefici della Gronda, di realizzare il nuovo ponte con tre corsie per senso di marcia? Sicuramente la A10 va potenziata almeno nel tratto Ge-Ovest – Pegli. Un ponte a tre corsie per senso di marcia sarebbe stato propedeutico al potenziamento della tratta più critica, Ge-Ovest – Ge-Aeroporto, anche se via Guido Rossa ha scaricato di molto questo tratto. Sarebbe “bastato” ampliare a tre corsie anche le gallerie Coronata per completare il potenziamento. Ora le gallerie restano a due corsie e non a norma. E comunque si poteva anche in un secondo momento realizzare due nuove gallerie parallele alle precedenti per ottenere lo stesso risultato. Tale potenziamento ora è precluso. Perché non l’hanno fatto? Penso perché “tanto si farà la Gronda”, non considerandone i costi e gli impatti ambientali e la scarsa utilità (solo il 20% in meno di traffico). Come progettista della Genovina non posso che riaffermare che tale scelta costa meno, ha meno impatti e soprattutto è più funzionale perché toglie il 40% del traffico dalla A10.

Ma la critica più importante è che è stata mortificata la partecipazione dei cittadini. Dibattito pubblico e Valutazione di Impatto Ambientale non sono inutili orpelli burocratici, ma servono per migliorare i progetti, costringendo a studiare e valutare le alternative, e per ridurre i conflitti sul territorio. Basta studiare la genesi, ormai 60 anni fa, della VIA nata proprio per questi scopi.

Mauro Solari

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FATTI DI LIGURIA

La Casa del Popolo di Montaretto sta crollando: serve aiuto

Montaretto è un piccolo gruppo di case abbarbicato al monte. Dall’alto domina un paesaggio solenne e aperto sul mar ligure, sopra Bonassola. Ai margini del bosco, tra piccoli filari di vigna, piante di fico e olivo. Una bellezza indescrivibile per chi non l’ha mai vista.

La strada per raggiungerlo lo nasconde a un turismo di massa chiassoso e invadente. Qui si sente parlare il dialetto ligure nella sua cadenza levantina. Sino agli anni ’60 il paese era isolato. Gli abitanti si costruirono da soli la strada.

Qui sono tutti piccoli contadini, anche se molti vanno a lavorare nelle fabbriche della Spezia o alla Fincantieri di Sestri Levante.

Nel paese c’è un piccolo tesoro. Una bella, grande, luminosa Casa del Popolo, che è anche circolo ARCI, ed è l’unico bar e luogo di ritrovo del paese. Il Primo Maggio, per tradizione, ha sempre organizzato una mitica festa, che richiamava amici e compagni da Genova, La Spezia e da tutto il levante ligure. Ravioli, pansoti, asado, gattafuin e altro. Tutto fatto da mani sapienti di volontari e volontarie locali. Dai tavoli l’opportunità di sedere con una vista impareggiabile in uno straordinario contesto di calma e bellezza.

La Casa del Popolo di Montaretto di Bonassola non era però solo questo. Nella grande sala, dove a volte si ballava, si sono tenuti convegni, incontri, dibattiti.

Chi leggesse l’elenco dei partecipanti resterebbe meravigliato nello scoprire alcuni dei più bei nomi della cultura nazionale e internazionale, o nomi noti di politici della sinistra italiana e del sindacato. Ai lati della sala campeggiano i ritratti di Gramsci, Che Guevara, Turati, Ho Chi Min e Pertini, insieme a foto di manifestazioni operaie e antifasciste.

Ora, duramente colpita dalle chiusure imposte dal covid, la Casa del Popolo ha un problema. Come tanti edifici in Liguria è costruita su un pendio, rubando pochi metri alla montagna. Gli anni e gli agenti atmosferici l’hanno segnata. Occorre intervenire immediatamente sulle fondamenta o la Casa del Popolo crollerà. I paesani sono pochi e con le loro magre risorse non possono far fronte a tanta spesa. Neppure possono aiutare le feste, che, nel passato, riuscivano con le loro entrate a mantenere le attività del circolo.

C’è bisogno dell’aiuto di tutti! Basta un piccolo versamento. Dieci, 20 o 50 Euro: salverai un patrimonio di bellezza e cultura unico nel suo genere.

WWW.MONTARETTO.IT

BONIFICO SU IT32V0623049781000043887177

CAUSALE: contributo liberale alla campagna “teniamola su”.

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FATTI DI LIGURIA

Welfare e povertà

I cambiamenti intervenuti nella povertà non sono solo quantitativi (aumento del numero dei poveri) ma soprattutto qualitativi (mutamento nella tipologia dei poveri). Molti provengono da una condizione di anche modesta agiatezza, cui la povertà era del tutto sconosciuta. Per costoro, l’essere ‘diventati’ poveri, e non ‘nati tali’, è una condizione doppiamente intollerabile. La semplice ‘assistenza’ non basta loro. Bisogna offrirgli piuttosto il recupero della precedente condizione.

Più in generale, il fenomeno della ‘nuova povertà’ comporta il cambiamento del welfare, inteso come l’insieme degli strumenti posti in essere per promuovere l’eguaglianza e combattere la povertà: quella nuova accanto a quella vecchia (che non smette di esistere).

Ciò significa passare dal (pur benemerito) welfare assistenziale a nuove, condivise forme di welfare generativo. La lotta ‘generativa’ alla povertà deve diventare fattore di innovazione e ri-qualificazione sociale, facendo delle spese destinate a quello scopo non un costo ma un investimento, chiedendo a tutti, anche a chi viene aiutato, di rivendicare le proprie responsabilità e di valorizzare le proprie capacità, evitando la pura e semplice dipendenza assistenziale (che costituisce in molti casi l’orizzonte perverso del reddito di cittadinanza).

Un diritto diventa sociale a pieno titolo solo se genera benefici per la persona ‘assistita’ e, contemporaneamente, per la società. Il principio che regge ogni iniziativa di welfare generativo è “non posso aiutarti senza di te”, o “cosa puoi fare per la società con l’aiuto messo a tua disposizione?”

È questo l’obiettivo principale del ‘welfare generativo’, di cui alcuni esperimenti sono in corso in Italia. Gli esempi e le iniziative non mancano: dal lavoro socialmente utile degli anziani autosufficienti, al servizio civile, alle molteplici forme di lavoro per utilità sociale.

Il Comune di Bologna ha attivato un percorso di lavoro sulle ‘pratiche generative’, realizzando un protocollo operativo messo in pratica in via sperimentale, e con successo, in un gruppo di casi.

Un’ analoga iniziativa è stata presa dalla Provincia di Cremona (progetto ‘Farelegami’), in collaborazione con la Fondazione Cariplo e i Comuni di Cremona e Crema. La Compagnia di San Paolo ha lanciato il bando ‘Intrecci- Casa Cura Comunità’ per la promozione della domiciliarità come luogo in cui la persona sceglie dove e con chi vivere.

La Liguria manca ancora da questo quadro ‘allo stato nascente’. Una recente inchiesta sulla ‘povertà in Liguria’, svolta dalla CGIL a cura di Anna Giacobbe, fornisce un quadro confortante e apprezzabile delle molteplici iniziative – ai livelli regionale, provinciale e comunale – volte a contrastare il crescente impoverimento della popolazione ligure. Quel quadro non contiene tuttavia alcun riferimento alla possibilità di modificare o integrare sperimentalmente il vecchio modello ‘assistenziale’ (che, di fatto, trova una nuova consacrazione nazionale nel reddito di cittadinanza) nella direzione del welfare ‘generativo’.

È ora il tempo di sollecitare le istituzioni liguri a seguire gli esempi virtuosi di Bologna e Cremona, facendo sì che il welfare non costituisca più un problema, ma un’opportunità.

MM

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FATTI DI LIGURIA

Riceviamo e pubblichiamo

Il Piano di Legambiente per il Centro Storico di Genova

Rivitalizzare il Centro Storico, restituire gli spazi alle persone, azzerare l’inquinamento, garantire la sicurezza e favorire il commercio e il turismo. Questa visione è a portata di mano mettendo in atto – Comune e cittadini – 25 azioni strategiche per rendere il Centro Storico il primo quartiere senz’auto della città. Restituendo gli spazi occupati da auto e moto agli abitanti e quindi anche a commercio e turismo; consentendo alle persone di andare a piedi in sicurezza; favorendo i mezzi sostenibili (biciclette, monopattini e mezzi pubblici) negli spostamenti. Creando una zona emissioni zero tra Brignole e Principe.

La mobilità auto-centrica provoca danni. I trasporti sono la principale fonte europea di emissioni di carbonio e una delle fonti maggiori di inquinamento atmosferico, che causa 58.600 morti premature all’anno solo in Italia. Le automobili sono il mezzo meno efficiente e meno intelligente per spostarsi in città: creano code, intasano il traffico e rallentano gli spostamenti. Una persona in un’auto in movimento occupa 140 mq di spazio contro i 7 mq di una persona in tram, 5 mq di una in bicicletta e 2 mq di una persona a piedi. Inoltre l’automobile è, insieme alla casa, una delle principali voci di spesa nel bilancio familiare (mediamente circa 3.200 euro l’anno). 3 azioni sull’accesso di auto, moto e furgoni. L’accesso di veicoli privati e non commerciali al Centro Storico sia consentito esclusivamente in caso di gravidanza, disabilità, infortunio e malattia. Oggi moltissime vie e piazze sono di fatto dei parcheggi. Una situazione fuori controllo. Favorire al massimo le imprese di delivery (trasporti/consegne/traslochi) con mezzi elettrici e a impatto zero.

4 azioni sulla sicurezza. Istituire Zona 10 km/h con precedenza pedoni in primis e ciclisti per tutto il centro storico salvo eccezioni. Istituire Zona 30 km/h per tutte le vie di bordo e di scorrimento dove passano i mezzi pubblici. Istituire Zone scolastiche sicure nei pressi delle scuole, dove i veicoli non possano accedere durante gli orari di ingresso/uscita e dove in generale il limite di velocità sia 10 km/h. Apporre segnaletica evidente per ricordare che la precedenza, nelle zone pedonali e ZTL Centro Storico, va data ai pedoni sempre (salvo le vie di scorrimento dove passano i mezzi pubblici) e che anche le biciclette e monopattini, pur appartenendo a una mobilità da incentivare, devono procedere nei limiti previsti dalle norme vigenti.

7 azioni per biciclette e monopattini. Installare stalli biciclette diurni in punti strategici. Creare parcheggi bici notturni in fondi, piani terra e spazi confiscati, dotati di sistemi antintrusione. Indicare con segnaletica verticale percorsi pedonali e ciclabili con percorrenze in minuti. Favorire pedibus e bicibus per le scuole, incentivandone la progettazione e la realizzazione tramite segnaletica. Creare velostazioni di interscambio coperte e sicure in punti attorno al Centro Storico. Ammodernare lo sharing comunale delle biciclette e introdurre lo sharing dei monopattini, rifornendo le zone strategiche di interscambio come stazioni, grandi piazze e grandi capolinea. Sviluppare nelle loro potenzialità assi ciclabili perimetrali al centro storico per dare sia nuovo impulso al flusso turistico sia supporto alla mobilità degli abitanti e dei lavoratori: un asse a mare da Boccadasse a Sampierdarena superando l’ostacolo Fiera e riparazioni navali; un asse da Caricamento attraverso San Lorenzo e via XX Settembre fino alla stazione Brignole, connettendo la Val Bisagno.

Andrea Agostini

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Semplificazioni sì, mancanza di controlli no

Si fa un gran parlare del “modello Genova”, ispirato ai tempi straordinariamente veloci con i quali è stato ricostruito il ponte Morandi. Se da un lato può essere motivo di orgoglio per i genovesi, così come lo fu la incredibile ricostruzione in pochi mesi delle zone colpite dalle gravi alluvioni del 2014, che suscitò l’ammirazione dell’allora presidente della Repubblica Napolitano, sorpreso da tanta laboriosità, dall’altro occorre mantenere alta la vigilanza contro l’accantonamento di norme a tutela della sicurezza di lavoratori e utenti; così come per inibire aggressioni all’ambiente, alla salute pubblica e all’inquinamento.

C’è chi vorrebbe la totale liberalizzazione degli appalti. In questo modo si conquisterebbe l’eterna gratitudine delle mafie, pronte a fare concorrenza sleale alle imprese oneste col sistema del massimo ribasso. Chi vorrebbe ridurre la vigilanza sulla sicurezza. In un paese con un numero impressionante di morti sul lavoro, senza eguali nella comunità europea. Chi vorrebbe “semplificare” le norme sullo smaltimento di inquinanti o sulle emissioni dannose in atmosfera.

In realtà servono cose molto semplici. Eliminare il burocratismo è la prima.

Come in un episodio capitatomi in questi giorni. Ho dovuto sgombrare un piccolo appartamento per ospitare mia suocera, rimasta sola a Milano a 86 anni d’età. Devo smaltire gli ingombranti, che non posso portare alla discarica comunale da solo. Chiamo l’apposito servizio. Non accetta più di tre pezzi alla volta e considera un divano a tre posti come tre pezzi. Lo stesso vale per altri oggetti.

Così devo fare più prenotazioni, tutte scritte. Fornisco i miei dati. Poi mi chiede il codice di smaltimento, riportato annualmente sulle “tassa per la rumenta”. Trovarlo è difficile. Le imprecazioni si sprecano, devo recuperare la cartella apposita. Per fortuna c’è mia moglie, più precisa di me, che fornisce il dato. E bastava un semplice codice fiscale.

Solo un piccolo esempio dell’approccio burocratico, che per attivarsi richiede ben 5 domande.

Lo stesso per le vaccinazioni. Ho amici francesi, inglesi e statunitensi: in nessun caso si riscontra un approccio burocratico come in Italia. Là ti vaccinano, punto e basta.

Giorni fa ero con mio genero. Produce vino. Doveva spedire una partita negli Stati Uniti. Tutti i documenti sono in regola, prima di consegnare al corriere deve compilare una nota (un po’ complicata), portarla in Comune a vistare e timbrare, tornare in azienda, allegare una copia ai palets, fare firmare la ricevuta al corriere, tornare in Comune e timbrare nuovamente il documento.

Pura burocrazia senza fini pratici.

Ciò che serve è sfoltire le documentazioni e la duplicazione di ruoli tra enti, diminuire le stazioni appaltanti, eliminare certificati inutili e carte bollate. Invece, assumere competenze: ingegneri, tecnici, medici, biologi, chimici, geologi, ecc. perché i controlli siano eseguiti davvero e sul posto. Senza tanta carta da archiviare.

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Il 21 giugno il nostro redattore Carlo A. Martigli presenta alla libreria Feltrinelli di Genova il suo nuovo romanzo “999 – l’origine” (Mondadori)

Librai indipendenti alla riscossa

In questo periodo arrivano a pioggia richieste di investimento in Amazon da parte di varie organizzazioni di trading, molto borderline. In effetti, tra alti e bassi (basta vedere un qualsiasi grafico) chi avesse investito un anno fa 1.000 euro, oggi ne avrebbe circa 1.300. Merito, o colpa, del Covid, che ha determinato la corsa agli acquisti on line, soprattutto per quanto riguarda il mercato dei libri. Ciò ha determinato, durante i primi mesi del lockdown, cali fino al 70% per quanto riguarda le librerie indipendenti. Ma con tutto il rispetto per il multimiliardario Bezos, per fortuna, o meglio per merito degli stessi librai, oggi non è più così. Anche in Liguria, negli ultimi mesi, oltre alla riapertura di molte attività che sembravano in crisi totale, sono nate nuove librerie, con un incremento delle vendite tra il 30 e il 40%. E questo nonostante, da parte della Regione, non sia stato fatto assolutamente nulla per aiutare questo settore, colonna portante della cultura. Con tutta la buona volontà, un assessore non può detenere (dal sito ufficiale della Regione) “Politiche socio sanitarie e Terzo Settore, Politiche giovanili, Scuola, Università e Formazione, Cultura e Spettacolo, Programmi comunitari di competenza”, tutto insieme. Un melting pot che mischia la sanità con la scuola, lo spettacolo con attività no profit, ad orientamento al sociale e non governative, che possono riassumersi nel c.d. terzo settore. E la cultura con le politiche giovanili. Si aiutano bar e ristoranti (sacrosanto) dando loro gratuitamente spazi esterni per poter riprendere l’attività: si incentiva insomma il cibo per il corpo ma non per la mente. Per i librai indipendenti, i piccoli e medi imprenditori, che alle spalle hanno solo il lavoro e l’impegno personale, non è stato fatto assolutamente nulla. Eppure sarebbe bastato poco, offrendo loro nuovi spazi, iniziative, mercati specializzati. La Fiera del Libro di questi giorni, a Genova, è deprimente, sparsa un po’ dappertutto. Se viene permesso ai mercati antiquari di utilizzare la piazza e i locali del Ducale, non si vede il motivo per cui la stessa cosa non viene autorizzata per i librai. Si dice perché “il decreto attualmente in vigore non permette di radunarsi nelle location storiche della Fiera del Libro di Genova”. Quisquilie e pinzillacchere diceva il buon Totò, per una citazione culturale… Il fatto è che libri e cultura, e chi ne produce, sono invisi a chi usa l’ignoranza per propagandare idee che arrivano alla pancia ma non al cervello. Una società che legge produce anticorpi, innalza barriere contro il pensiero unico, induce a pensare e a riflettere e questo è generalmente inviso a chi detiene il potere. Era forse più onesto lo slogan “libro e moschetto”: adesso siamo per fortuna senza moschetto ma disgraziatamente senza libro. Meglio pensare a un antico proverbio arabo “un libro è un giardino che puoi custodire in tasca”. E i librai sono i nostri giardinieri, quelli indipendenti, anche nostri amici.

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La focaccia, tradizione preziosa che Toti svende per una marchetta

La notizia

La focaccia, insieme alla farinata, è uno dei simboli della Liguria, in quanto “ammazza-fame” gustoso ed economico. Risulta irritante apprendere che il presidente della nostra Regione – Giovanni Toti – svilisce un simbolo della nostra cultura a omaggio clientelare per suoi amici di Comunione e Liberazione. Ossia il movimento affaristico-cattolico, che ha occupato con posizioni di potere e rendita la sanità e le case di riposo in Lombardia; che sta estendendo i suoi tentacoli ovunque e ha deciso di “donare” – dietro l’obolo di ben 90.000 euro – uno stand istituzionale di Regione Liguria al meeting annuale che i giovani clericali tengono annualmente a Rimini. Un obolo pagato da Toti ovviamente con soldi pubblici. Cosa farà lo stand? Distribuirà focaccia, svolgendo – a detta del “donatore con denaro altrui” – propaganda al turismo ligure. Indovinate chi è stato invitato quale guest star al meeting? Giovanni Toti, naturalmente.

Il tema in questione: perché simbolo della nostra cultura?

Tra l’altro perché ha svolto in altri tempi – specie nella versione focaccia al formaggio di Recco – il ruolo di ambasciatrice della nostra terra in America Latina; promuovendo una gastronomia che diventava custode di identità in paesi lontani.

Proprio sulle rive del Rio della Plata il flusso dell’immigrazione dall’Italia vede la prevalenza dei liguri già nei primi decenni del XIX secolo, a quel tempo carbonari e mazziniani in fuga dopo il fallimento dei moti rivoluzionari scoppiati tra il 1821-1831 e poi 1833-1847. Lo testimoniano i loro cognomi di chiara origine rivierasca: Carrega, Bertora, Cichero, Caffarena, Baglietto, Dallorso, Tassara, Lavarello, Maggiolo…

Avvicinandosi il XX secolo aumentò il flusso migratorio insediato nel quartiere della Boca (Boca del riachuelo de los Navios) di Buenos Aires. Che si inseriva con estrema naturalezza nella società australe diffondendo l’apprezzamento per i cibi dei propri luoghi d’origine. Figura popolare dell’epoca è Don Antonio Castagnola (Tugnin), il quale, al grido “a l’è cada”, attirava moltitudini di bochensi in attesa di una gustosa fainà. Al tempo stesso le cronache locali raccontano che la focaccia al formaggio divenne celebre nella Boca grazie alla panetteria El Riachuelo di Agustin Banchero, nato a Genova nel 1890. Il successo economico gli permise di aprire – nel 1932 – il Rancho Banchero, un ristorante rinomato a livello mondiale, meta di artisti famosi in visita al quartiere. Rodolfo Valentino compreso. Un trionfo non solo gastronomico, avvalorato dal fatto che la proposta ligure monopolizzò la preferenza alimentare argentina in materia di quanto oggi chiamiamo food street. Segno di un’egemonia che andava a scapito della penetrazione della pizza napoletana. Si può dire, a differenza di quanto è avvenuto nel resto del mondo.

Ricordiamo queste lontane vicende per dire che i raffinatissimi cibi “poveri” della nostra cucina andrebbero trattati con il massimo di rispetto e consapevolezza.

Mentre in quel di Rimini si consuma una marchetta vera e propria. I nostri antichi conterranei dall’altro lato del mondo – Banchero e Tugnin Castagnola in testa – si rivoltano nella tomba davanti all’insipienza avida di potere – spacciata per il non plus ultra dell’arte comunicativa – di Piazza De Ferrari.

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Riceviamo dal federalista europeo Enzo Barnabà

Onore a Salvatore Bono

La Resistenza armata italiana inizia la sera dell’8 settembre nella Stazione centrale di Nizza.

Il proclama dell’armistizio viene diffuso dall’EIAR alle 19,42. Tra i nostri militari c’è grande gioia: “La guerra è finita, tutti a casa!”. I soldati del Comando Militare di Stazione vorrebbero tornare in Italia. Racconta il sottotenente Salvatore Bono, comandante in seconda: “Li convinsi che dovevamo controllare lo snodo vitale nel quale prestavamo servizio e ordinai lo stato d’allarme”.

Dal suo osservatorio Bono intuisce che le cose non vanno per il verso giusto. Assieme ai reparti della 4a armata che abbandonano il territorio francese, stanno transitando in direzione Ventimiglia minacciose unità tedesche. “Stanotte avverrà qualcosa di grave”, afferma. Lamentando lo scarso senso di responsabilità del Comando di Piazza.

In effetti, un paio d’ore dopo il commando di una sessantina di tedeschi cerca di impadronirsi della Stazione giocando sulla sorpresa. Gli italiani, comandati dal capitano Breveglieri, non sono più di dieci tra soldati e carabinieri. I tedeschi intimano la consegna delle armi. Il capitano cerca di parlamentare. Ma dopo cinque minuti interrompe l’inutile discussione e impartisce l’ordine: “baionetta in canna!”. È il momento per Bono di passare all’azione: “Il fuoco della mia pistola rompe il gelo. Freddo l’ufficiale nemico, il suo caporale e ferisco due soldati. I tedeschi rispondono al fuoco uccidendo Breveglieri. Scarico i rimanenti colpi della pistola sui nemici. É l’inferno: tutti si riparano dove possono e sparano. Con quattro soldati mi rifugio in uno sgabuzzino. I carabinieri si rifugiano in una galleria. La stazione precipita nel silenzio e nel buio. Un maggiore tedesco con la pistola spianata viene ad esplorare lo sgabuzzino. Lo afferro per il collo mentre uno dei miei uomini lo disarma. I nemici rimasti fuori lanciano una granata che fa esplodere quella che io tenevo in mano con la sicura sganciata, pronta per il lancio. Ho chiara coscienza che è la mia fine”.

Salvatore ha perso il braccio destro, l’occhio sinistro e parte della mascella. È trasportato in ospedale. L’indomani mattina un alto ufficiale tedesco fa visita ai feriti. Osservando Bono, esclama: “Quest’ufficiale ha salvato l’onore dell’esercito italiano”. Di un esercito allo sbando.

Bono ha 23 anni: è nato il 23 aprile 1920 a Campobello di Mazara, in provincia di Trapani, da genitori poverissimi. Nel luglio 1944, dimesso dall’ospedale, torna in Italia per sfuggire alle rappresaglie della Gestapo. Nel dicembre lo ritroviamo a Stresa con la brigata partigiana Stefanoni. Nel 1947, rientrato in Sicilia, apprende di essere stato insignito della medaglia d’oro al valor militare. Fatto rarissimo per un vivente.

Nello stesso anno, completata la terapia post-traumatica, Bono viene assunto presso il MAE. Opta per la sede consolare di Nizza, dove rimarrà per trent’anni. Lo si ricorda molto attivo nella ricucitura dei rapporti tra le due “sorelle latine” che la pugnalata mussoliniana aveva gravemente ferito; sostenitore entusiasta del processo di costruzione della Comunità Europea. Ogni 8 settembre si reca nella Stazione cittadina insieme a ex combattenti e antifascisti per commemorare l’evento del 1943. Ormai in pensione, rientra a Campobello. Ma non manca di ritornare nella sua amata Nizza.

Dirà sempre: “Ho fatto solo il mio dovere pagando il prezzo che andava pagato”. Morì il 28 maggio 1999 all’età 79 anni. Oggi quasi nessuno a Nizza ricorda più Salvatore Bono. Qualche mese fa, tramite il MAE abbiamo avanzato la richiesta al Comune di una lapide in suo ricordo. La domanda, supportata da ANPI e dall’Istituto Storico di Imperia, è stata accolta. Ora la palla passa ai francesi.

Enzo Barnabà

P 08

FATTI DI LIGURIA

Donne o Uome?

Quando ero ragazza il pensiero delle donne rappresentava un contributo importante alla causa di una società migliore, perché più libera e più giusta, ed era moneta corrente nel dibattito pubblico il tema della “femminilizzazione della società”. Ossia il rifiuto dell’aggressività insita nel darwinismo sociale, che pretendeva di dare dignità culturale al diffuso luogo comune machista, per un’idea di convivenza più amichevole e rispettosa dell’altrui soggettività. Si parlava di sorellanza come di una cultura. Una dolcezza di fondo che non significava arrendevolezza, mancanza di fermezza. Un modo di essere meno subalterno e più dignitoso che ritrovavamo anche negli esempi di donne impegnate in politica. Penso a Tina Anselmi, penso a Nilde Jotti.

Da allora tanta acqua è passata sotto i ponti e le stagioni della vita si sono mosse in tutt’altro senso. E il clima mentale è venuto raffreddandosi sempre di più, diventando il nuovo spirito del tempo. Un tempo in cui la quint’essenza del machismo volgare poteva deridere senza suscitare sdegno (anzi, strappando compiaciuti sorrisi ironici) una parlamentare assolutamente rispettabile come Rosy Bindi; definita da Berlusconi “più bella che intelligente”. E da che pulpito…

Tutto questo perché era avvenuto qualcosa di terribile, come segnalava Maria Grazia Turri nel suo “Manifesto per un nuovo femminismo” (Mimesis, 2013): il ritorno in campo di un pensiero reazionario intenzionato a ripristinare antichi rapporti di forza tra i generi, alla base del paradigma gerarchico patriarcale.

«Dopo più di trent’anni di una cultura che esalta con tutti i mezzi l’individualismo non possiamo non pensare che i nostri comportamenti, le nostre esperienze e le nostre riflessioni ne siano rimasti immuni, così il femminismo non ne è stato esentato e ha alimentato il suo risvolto psicanalitico, il narcisismo» (pag.31). Per cui oggi i modelli del protagonismo al femminile sono diventati “la donna in carriera”, più maschio del maschio, e “la donna oggetto”, predatrice attraverso il richiamo sessuale. Sempre meno donne, sempre più uome; appiattite su un immaginario maschile che le condanna alla subalternità. Spettacolo deludente riproposto in Liguria dallo scenario locale delle nostre “quote rosa”: la Paita, soprannominata “Lella te spiezzo in due”, la Roberta Pinotti, che quando era deputata sgomitava per sostituire il maschietto Forcieri come referente della lobby delle armi, l’Ilaria Cavo, guardiana in regione dell’estetica Mediaset, in nome della quale ha spianato un’istituzione meritevole come la Fondazione Palazzo Ducale per renderla “più glamour”. Personaggette indifferenti alle parità di genere e concentrate solo sulla carriera.

Maura Galli

P 09

FATTI DI LIGURIA

L’uso propagandistico della storia (P09)

Nello spazio di 48 ore abbiamo registrato in Liguria due esempi di uso propagandistico della storia.

A Savona la signora Sindaco intervenendo ad una cerimonia dedicata a Pertini ha ritenuto di doverne omettere le vicende legate all’antifascismo e alla Resistenza descrivendo l’ex- Presidente della Repubblica come un tranquillo avvocato di provincia prestato alla politica; a Varazze un consigliere regionale (ex-Sindaco) parlando del libro scritto da un esponente socialista su Matteotti ha pensato bene di dimenticare come la fine della vita di Matteotti dipese dal suo assassinio perpetrato dalle squadracce fasciste.

C’è da riflettere perché non siamo davanti a distorsioni dovute a ignoranza dei fatti.

In realtà stiamo assistendo all’evoluzione di quel revisionismo storico sorto fin dagli anni ’80 (pensiamo a Nolte) in reazione a un “uso politico della Storia” che sicuramente, nel caso delle vicende dell’antifascismo e della Resistenza in Italia, ha attraversato una lungo fase del dopoguerra: un “uso” dovuto e giustificato dalle particolari condizioni di “bipartitismo imperfetto” che ha contraddistinto il nostro sistema politico, coinvolgendo anche (e fortemente) l’intero impianto riflessivo dell’intellettualità italiana, all’epoca impregnata per lo più di storicismo.

Lo stesso fondamentale saggio di Claudio Pavone sulla “moralità” della Resistenza non è stato poi letto nel senso del recupero di un equilibrio storico-politico nel giudizio complessivo; ma usato, al momento del mutamento del quadro internazionale e del relativo smottamento della “Repubblica dei partiti” come giustificazione di un revisionismo “a maglie larghe” attraverso le quali non sono passati solo i romanzi di Pansa ma anche – e soprattutto – la logica dei “ragazzi di Salò”.

Ci troviamo ormai ben oltre quella fase storica e stiamo approdando ad un particolare utilizzo propagandistico della memoria storica: il metodo utilizzato in Liguria nel corso delle due occasioni citate da parte di esponenti istituzionali, rappresenta un fenomeno che arriva da più lontano e interessa l’insieme del “modello politico”.

Più o meno da trent’anni tale “modello” italiano ha mutato segno: da luogo di forte partecipazione politica e sociale a terreno di “esclusione” per larghe fette di popolazione, lasciata in balia di una forma continua di propaganda basata sulla paura e sulla miseria culturale.

Questi fattori hanno messo da parte una cultura politica “alta” che sbarrava la strada a certi modelli e a determinati meccanismi comportamentali anche usando – perché no? – l’ideologia; soprattutto proponendo un sistema di valori non destinato alla raccolta indiscriminata del consenso.

L’analisi dei fatti di cui si sta discutendo deve servire a far riflettere su quando e come sia stata abbandonata la strada della ricerca storica intesa come fondamento dell’analisi politica.

Le possibilità di riprendere questo metodo passano attraverso un progetto di vera e propria riorganizzazione culturale dell’agire politico.

La cultura, anche quella classica degli “studi solidi” di definizione gramsciana non può essere usata per costruire fittizie “élite” ma come fattore pedagogico di massa.

Il rapporto tra cultura e politica da realizzarsi attraverso il passaggio dell’analisi storica deve essere ancora considerato come il vero e proprio discrimine di fondo nella diversa qualità dell’intervento pubblico, come risultato del nesso tra teoria e prassi in luogo dell’improvvisazione retorica destinata all’immediatezza dell’intreccio perverso tra opportunismo e utilità.

Franco Astengo

P 10

FATTI DI LIGURIA

La povertà come grande questione di civiltà

Il 2020 ci ha portato un milione di poveri assoluti in più: ora siamo a 5,7 milioni in Italia, secondo i dati Istat. Oltre ai “soliti casi” – famiglie numerose, persone del Sud, immigrati, persone con basso titolo di studio – questa volta ci sono anche molte persone del Nord. È un segno del dramma del lavoro. Quando avremo i numeri, sapremo anche quanti sono i poveri relativi, cioè le persone a rischio di povertà. Erano più di un quinto degli italiani nel 2019.

Sorge subito la domanda: “Ma le misure prese sono state efficaci?”.

Così risponde Roberto Rossini, ex Presidente delle ACLI:

“Se non fossero state varate alcune misure – dal blocco dei licenziamenti alla Cig in deroga, dall’estensione della durata dei sussidi di disoccupazione al bonus per gli autonomi, dal Reddito di cittadinanza (Rdc) al Reddito di emergenza (Rem) – non avremmo ‘solo’ un milione di poveri in più, ma quasi 3. […] Le misure varate sono state molto efficaci”.

Il che non significa che non debbano essere migliorate: bisogna farlo, per ridurre il numero dei poveri. Certamente il Rdc va rafforzato. Se ne è discusso anche nella nostra newsletter, grazie a due contributi stimolanti (“Le povertà sono di due tipi. Il caso Liguria”, PFP, 31 marzo 2021, e “Reddito di cittadinanza, una misura giusta nata male”, NC, 15 aprile 2021).

Innanzitutto non dobbiamo abbandonare lo spirito “sociale” e “popolare” che è stato all’origine delle misure citate. In quanto a infrastrutture sociali inseguiamo ancora gli obiettivi europei di vent’anni fa. Supereremo il gap con il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr)? Non sembra che ci siano le risorse sufficienti. Non si trovano i soldi perché si pensa che il sociale sia un costo e non un investimento, e che poi, alla fine, ci penseranno le famiglie.

Sul Rdc, in particolare, occorre partire da una distinzione che andrebbe fatta a monte: dei 3 milioni di percettori di Rdc, meno della metà è abile al lavoro, e tra questi più del 70% ha un titolo di studio che non supera la terza media, vive in territori con bassa domanda di lavoro e spesso è disoccupato di lungo periodo. Una buona parte della popolazione che percepisce il Rdc è quindi “strutturalmente indisponibile” a svolgere ruoli lavorativi. Ma non per questo non ha diritto a un “reddito di dignità”!

Gli altri sono disoccupati che vanno aiutati ad arrivare a fine mese e ad investire in un percorso di vita. Che magari preveda anche il rifiuto a lavorare in condizioni di sfruttamento tali da trasformare il lavoro stesso in una sorta di regalia da accettare a ogni condizione. Un rifiuto in nome della propria dignità. È troppo facile prendersela con i giovani “sfaccendati” senza riflettere su cosa sta diventando il lavoro oggi, con i diritti acquisiti in decenni di battaglie che sono in buona parte perduti.

Servirebbe che certi imprenditori fossero meno “accattoni”, e che i giovani lavoratori conoscessero meglio i propri diritti. Servirebbero il rafforzamento del welfare locale nella presa in carico dei soggetti in povertà, il potenziamento della formazione dei giovani per acquisire le competenze utili a trovare lavoro, il miglioramento delle politiche attive del lavoro. In questi giorni 103 spezzini percettori di Rdc hanno iniziato o stanno per iniziare attività socialmente utili nei Comuni: è una delle strade da intraprendere. Detto questo, c’è certamente qualche percettore di Rdc che imbroglia e, più che stare sdraiato sul divano, lavora in nero. È necessario, quindi, evitare che ci siano abusi. Ma la grande maggioranza dei percettori di Rdc che può lavorare vorrebbe “solamente” un lavoro vero e dignitoso.

GP

 P 11

FATTI DI LIGURIA

Savona 2021: la struttura della modernità

Ecco i punti sui quali nell’immediato futuro si giocherà l’ingresso di Savona e del suo comprensorio nella compiuta “modernità”:

1) La ripresa demografica, dopo quasi 50 anni di costante calo;

2) Nuove relazioni istituzionali e intercettazione dei flussi di finanziamento in funzione del PNRR e oltre;

3) Piano regolatore delle connessioni e città digitalizzata;

4) Territorio, sanità, servizi sociali;

5) Comprensorialità e patto territoriale.

Sarà necessario porre al centro della prossima competizione elettorale amministrativa quelle soluzioni progettuali che risulteranno come le più adeguate al proposito.

Bisognerà avere ben chiaro un esito positivo, di crescita e di progresso per la nostra città, identificato in due soluzioni possibili:

  1. a) l’uscita da una fase segnata da acquiescenza dell’intervento pubblico a pressioni speculative e corporative;
  2. b) la ripresa di una capacità di essere “Capoluogo” sia su base regionale, sia rispetto a riferimenti economico-geografici che guardino alle nostre spalle a zone di maggiore e più solido sviluppo.

Per arrivare a svolgere una funzione positiva nella direzione indicata sarà necessario adeguare la struttura organizzativa di governo e di funzionamento del Comune.

Prima di tutto mettere mano alla struttura della Giunta. Non è possibile pensare a una suddivisione tradizionale degli assessorati per “deleghe” fin qui considerate assonanti per materie.

La funzionalità di una Giunta capace di affrontare le nuove tematiche fin qui riassunte deve passare da un intreccio di lavoro che si sviluppi assieme per “deleghe” e “progetti” facendo così emergere una inedita “flessibilità operativa”.

Ad esempio l’auspicata “Città digitalizzata”, predisposta a ospitare postazioni lavorative da remoto per nuovi residenti stabili, dovrà tenere assieme alcune caratteristiche reclamate da queste categorie di operatori: oltre l’indispensabile velocità di connessione, servirà individuare sedi di co-working quale punto di evoluzione dell’home working e assicurare un livello di vita adeguato anche sui terreni della cultura, della sanità, del tempo libero, della sicurezza, della mobilità.

In questo ambito ci saranno da affrontare anche i due livelli di “digital divide”: quello della possibilità di utilizzo degli strumenti informatici (si ritorna qui al discorso sulla connessione) e quello della “conoscenza” e, di conseguenza, della necessità di diffusione della cultura digitale.

Ancora ci sarà da riflettere sul cambiamento in atto rispetto ad una fase nella quale la politica di spesa degli enti Locali era sottoposta a vincoli e pressioni di “contenimento”, a una prospettiva che si preannuncia espansiva sul piano della spesa pubblica.

Alla strutturazione della trama di governo debbono corrispondere, inoltre, sia una dimensione sovracomunale permanente, sia un adeguamento della pianta organica sulla base del quale operare una ri-articolazione nella suddivisione del lavoro all’interno della struttura e un processo di qualificazione e di rinnovamento della dirigenza in particolare in alcuni settori strategici: la capacità di riorganizzazione e di flessibilità “orizzontale” della dirigenza e dei quadri intermedi risulterà fondamentale per la riuscita di un progetto di corrispondenza dell’operatività quotidiana dell’ente rispetto alle ineludibili esigenze che emergeranno nell’affrontare i nodi che si presenteranno al futuro della pubblica amministrazione e che qui sono stati ricordati soltanto in una dimensione molto schematica.

Franco Astengo

P 12

FATTI DI LIGURIA

Proteggere il tessuto associativo come bene comune

Mentre la tragica stagione della pandemia sembra volgere – se non verso una improbabile fine – nella direzione di una più efficace e diffusa risposta da parte della scienza e delle istituzioni, è giunto il momento di fare il conto dei morti.

Di questo conto fanno parte non solo gli individui, ma anche le entità sociali – circoli, associazioni, centri del terzo settore – che la pandemia sta condannando all’estinzione: vuoi per il crollo delle iscrizioni, vuoi per il venir meno delle risorse pubbliche loro destinate, vuoi per le chiusure di fatto e il protrarsi degli effetti dovuti al distanziamento sociale, vuoi infine per la colpevole indifferenza delle istituzioni.

Il dato più impressionante, espressivo del fenomeno, è quello relativo al crollo delle iscrizioni ai circoli ricreativi, la cui operatività sociale risulta oggi grandemente compromessa, specialmente in Liguria.

Il rischio è di vedere sparire poco a poco un autentico, diffuso patrimonio di cultura e partecipazione: sia per mancanza di mezzi che di adesioni, mentre continuano a correre, inesorabili, i costi rappresentati da tasse, tariffe, affitti e stipendi e nessuna forma governativa di accesso al credito è prevista in favore dei ‘circoli’.

Le istituzioni – a livello nazionale come locale – sembrano essersi dimenticate di questo prezioso patrimonio, che negli anni è andato a coprire le lacune degli interventi pubblici a favore di fasce sempre più larghe di popolazione: anziani, certo, ma anche giovani, donne, poveri, immigrati.

I circoli Arci – una realtà, nella sola Genova, di 24 mila soci e 150 associazioni – si dedicano ormai alle iniziative e alle situazioni più diverse. Nelle parole del rappresentante genovese, Stefano Kovac, «la loro realtà è diversa da quella che si poteva immaginare anche solo dieci anni fa: oggi ci sono molte attività diverse dal classico circolo con bar e anziani che giocano a carte. C’è chi si occupa di bambini sotto varie forme, chi organizza corsi di informatica per anziani, di educazione musicale, ‘sportelli’ di supporto psicologico e assistenza legale, corsi di lingue e di fotografia. Persino il ballo ‘liscio’ appartiene a questo ruolo prezioso e insostituibile per il tessuto sociale di una comunità».

L’associazionismo svolge poi un ruolo importante nella raccolta e distribuzione alimentare, in sinergia con altri soggetti impegnati nell’attuazione concreta della solidarietà.

In questo senso può dirsi che l’associazionismo riveste un ruolo fondamentale nella prospettiva del cosiddetto welfare generativo, che non si limita a produrre assistenza, ma coinvolge e restituisce dignità sociale a chi se ne avvale.

Quanti si muovono in questa logica del bene comune (che è poi la logica della nostra Costituzione), piuttosto che in quella – pur legittima – del profitto, non dovrebbero trovarsi regolarmente in coda nell’attribuzione di aiuti e agevolazioni da parte delle istituzioni: aiuti e agevolazioni che si devono considerare non solo come un ‘costo’ ma anche – forse soprattutto – come un prezioso investimento.

MM

P 14

FATTI DI LIGURIA

Il giugno femminista del 2001 (e anche di 10 anni dopo) raccontato a chi non c’era

 â€œÃˆ il femminismo il vero umanismo, e il pensiero politico che unifica tutte le grandi utopie: quella socialista, quella pacifista, quella nonviolenta, quella anticapitalista. Il vero obiettivo comune da raggiungere è la solidarietà tra le donne, una solidarietà politica nella quale si esaltino le cose che ci uniscono e si continui a lavorare su ciò che ci divide”. (Nawal Al Sadawi)

“Mi sembra di poter rivolgere agli uomini un caldo appello perché finalmente vadano oltre il loro triste, monotono, insopportabile simbolico di guerra, che trasforma tutto in militare: l’amore diventa conquista, la scuola caserma, l’ospedale guardia e reparti, la politica tattica, strategia e schieramento. In questo modo non si va oltre lo scontro fisico in uniforme ed è chiaro che la parte non bellicosa della popolazione non partecipa, il movimento diventa sempre più militarizzato, e si va incontro a un sicuro insuccesso: i poteri forti si rafforzano sulla nostra stupidità”. (Lidia Menapace)

Sono le parole di due grandi intellettuali politiche, attiviste e femministe che se ne sono andate durante la pandemia e che, in modi diversi, sono state di ispirazione, venti anni fa, per chi ha partecipato, un mese prima delle iniziative del luglio 2001, alle giornate di riflessione e incontro realizzate a Genova a PuntoG-genere, globalizzazione. Sono passati 20 anni, da quel giugno e quel luglio che, nel 2001, cambiò le vite di centinaia di migliaia di persone: il G8 di Genova, infatti, è stato un evento spartiacque sia a livello personale che politico, proprio all’inizio del nuovo secolo. Ci lamentiamo, con ragione, del rischio e del pericolo di perdita di memoria da parte delle giovani generazioni.

Eppure, nonostante la pandemia e le relative emergenze che questa ha portato con sé la sorpresa è stata che, sin dai primi mesi del 2021, mi sono arrivate molte richieste da parte di giovani donne e uomini, dai vent’anni in su, che mi hanno domandato su Genova 2001, perché vogliono sapere, vogliono capire. Hanno bisogno del racconto reale di chi c’era e il G8 l’ha vissuto sulla propria pelle. Nel 2001 sono stata una delle venti portavoce del Genova Social Forum, in rappresentanza del movimento femminista allora riunito nella Marcia mondiale delle donne. Per provare a rispondere alle tante domande di chi non c’era, vent’anni fa, ho scritto Voi siete in gabbia, noi siamo il mondo. Punto G. Il femminismo al G8 di Genova (2001-2021). Nel giugno 2001 oltre 140 organizzazioni femminili e femministe diedero vita, in vista del G8, alla prima edizione di PuntoG-genere, globalizzazione. Con oltre 1500 attiviste pacifiche riunite a Genova da tutto il mondo, quei giorni di giugno 2001 di enorme fatica e pura felicità fecero vivere a noi che vi prendemmo parte e alla città, ancora aperta e senza le drammatiche recinzioni, l’illusione che l’intelligenza collettiva di donne tanto diverse come storia, età, retaggi e allo stesso tempo così in sintonia sul desiderio di trasformare il mondo potesse avere la meglio sull’ottusità della violenza. Voi siete in gabbia, noi siamo il mondo, gridavano in tante. Così ho voluto intitolare il libro con il quale racconto di quell’incontro, replicato poi dieci anni dopo sempre a giugno a Genova, per mettere al centro la critica femminista alla globalizzazione. C’è, infatti, una me che ha fatto politica come femminista prima del G8, e la me dopo quei nove mesi di partecipazione al tavolo dei portavoce del GSF. Quello sguardo, allora premonitore, è ancora oggi limpido, attuale e più che mai necessario. È per questo che a 20 anni da quei fatti ho sentito la necessità di questa narrazione che riposiziona lo sguardo e il nostro punto di vista, a favore di quante e quanti, vent’anni dopo, chiedono a chi c’era di raccontare.

Monica Lanfranco, giornalista, formatrice, attivista femminista