Numero 15, 15 ottobre 2021

PILLOLE

Toti, Fidanza & nazisti milanesi

L’inchiesta Fanpage su Fratelli d’Italia e la destra milanese, con protagonista Carlo Fidanza, europarlamentare di FdI, ha messo in luce ambienti inquietanti, orge di saluti romani, svastiche, inni a Hitler, cinismo sui migranti. Più grave ancora è la rivelazione dei finanziamenti in nero e sulle “lavatrici” di denaro sporco, in un intreccio di neofascisti, massoneria deviata e servizi segreti.

Va ricordato che Carlo Fidanza fu scelto da Toti come stretto collaboratore nel 2015 e “piazzato” con nomina diretta commissario dell’agenzia della Regione Liguria per il turismo “In Liguria”.

Ora colpisce il silenzio di Giovanni Toti: non ha neppure preso le distanze da chi esalta Hitler e gestisce fondi neri. Non ha chiarito la storia dei suoi rapporti con Fidanza. Secondo voi, lo farà?

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Familismo immobiliarista

Quando “la magica matita” (come la definiva un giornalista “Premio Pulitzer di Bargagli”) del Renzo Piano sempre attento al business disegnò l’affresco del waterfront di Genova, ci fu la sollevazione di ambientalisti e architetti democratici. Indignati per l’idea di costruire abitazioni tra Palasport e Padiglione Blu. Secondo consolidata abitudine l’operazione è andata avanti nel menefreghismo del ceto politico al potere. Tra l’altro affidando le vendite dei 240 appartamenti a firma Piano al Gruppo Gabetti dove lavora la signora Gigliola Paciocchi. La di certo professionale professionista è sorella di Pietro, assessore al Bilancio e Lavori Pubblici della giunta Bucci. Guarda caso, avvocato che patrocina le cause di Comune e Regione (ospedale Galliera). Sentore di conflitti d’interessi?

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Ritorno al cemento e al mattone

Questa nostra classe politica a forte vocazione affaristica forse sta raggiungendo il fondo del barile sanitario da raschiare per le svendite ai privati e ora cerca nuove alternative per realizzare gli ultimi accaparramenti. D’altro canto, stante la sua accertata assenza di capacità innovativa, il “nuovo” si sta rivelando un ritorno al passato: la speculazione immobiliare. Come si verifica nella distruzione dell’area fieristica genovese, venduta (lo sapevate?) alla CdS Holding di Brescia, che accantona l’idea di realizzare alloggi per studenti e mette in cantiere uffici e un hotel al posto del Palazzo Nira. Poi per quali clienti, vista l’assenza di politiche per l’attrattività turistica e di contrasto al declino demografico? Solo la solita ricetta alla milanese delle grandi opere berlusconiane. Il macro in micro.

EDITORIALI

Un paradiso mediterraneo sotto minaccia

L’Isola Palmaria rappresenta da sempre l’affaccio a mare per la gente del nostro Golfo: un bene prezioso e insostituibile. Ora, dopo decenni di vincoli di natura militare, siamo di fronte ad un processo di sdemanializzazione nella disponibilità del Comune di Porto Venere.

Per valorizzare questi beni Comune e Regione hanno elaborato un progetto – Il Masterplan – di sviluppo turistico per target medio-alti che, per essere bilanciato economicamente, prevede la vendita diretta ai privati o l’affidamento ultradecennale dei beni ancora di proprietà pubblica; inoltre, in barba alle norme di legge sul passaggio gratuito ai Comuni dei beni demaniali, la ristrutturazione dei beni rimasti in disponibilità della Marina con denari del Comune. Ossia la privatizzazione di larghe parti dell’isola, un aumento del cemento con i previsti accorpamenti dei volumi esistenti (oggi in gran parte interrati), la sostituzione di un bosco maturo con improbabili coltivazioni, una serie di attività legate alla fruizione turistica (nuovi pontili, una cremagliera sul bordo della falesia di fronte alla chiesa di  San Pietro a Porto Venere, percorsi illuminati e anfiteatro nella zona del Pozzale per spettacoli notturni), che andrebbero a snaturare gli splendidi e delicati ambienti terrestri e marini che hanno valso all’Isola l’inserimento in un parco comunale regionale ed il riconoscimento di sito UNESCO.

Dal 2016 stiamo muovendoci per impedire la svendita e la trasformazione dell’Isola. Dal 2018, in occasione della presentazione ufficiale del progetto di valorizzazione, il Movimento PalmariaSI MasterplanNO, ha raccolto più di 15.000 firme contrarie, trasmesse al presidente della Regione e al Sindaco del Comune di Porto Venere. Espressione democratica che venne sprezzantemente abbandonata sopra un termosifone della sala Consiliare.

Da allora il movimento è cresciuto, ha costituito l’associazione Palmaria APS avviando una raccolta fondi sulla piattaforma buonacausa.org.

Nonostante la pandemia, abbiamo promosso moltissime iniziative sull’isola e a terra, onde sensibilizzare l’opinione pubblica sull’argomento: incontri, passeggiate conoscitive, installazioni artistiche coinvolgendo scuole ed enti. Abbiamo prodotto un docufilm, visibile sulla nostra piattaforma Palmariasi.org, che spiega le ragioni della nostra battaglia con la preziosa collaborazione del regista Stefano Fontana e del fotografo Pino Bertelli. Abbiamo inoltrato una petizione al Parlamento Europeo che, previa indagine preliminare, ha dichiarato condivisibili le nostre obiezioni; e ora attende chiarimenti da Regione e Comune. Abbiamo elaborato un progetto che stiamo presentando via web e nel corso di eventi. Tale proposta vuole preservare l’equilibrio naturale dell’Isola proponendo una fruizione che permetta a tutti di immergersi nella natura mediterranea. Ma vi si evidenzia anche il limite di sostenibilità dei flussi di visitatori, mai valutati nel Masterplan e rimandata ad una fase successiva; come se fosse normale fare previsioni senza tener conto del loro impatto reale. Difatti il Masterplan è un attacco alle potenzialità e ai valori di Palmaria. Purtroppo solo uno dei mille problemi di occupazione e degrado ambientale del golfo della Spezia, detto anche “dei veleni”.

La politica regionale ha da tempo imboccato una strada molto pericolosa: la cosiddetta “valorizzazione” delle aree interne liguri (nient’altro che la cancellazione dai vincoli normativi esistenti), la delega a Commissari specifici per la gestione accentrata di numerose aree pregiate. E la stesura del nuovo Piano Territoriale Regionale evidenzia che la tanto declamata “valorizzazione” è puramente speculativa. Come ne dà prova il simbolo del dollaro riprodotto nelle carte sull’isola.

Ora il Masterplan sta entrando in fase attuativa. Per questo ci rivolgiamo a quanti hanno a cuore il futuro minacciato del nostro Golfo: chiediamo di leggere su www.palmariaSI.org le nostre ragioni; di iscriversi al gruppo Fb PalmariaSI Masterplan NO!; di firmare la nostra petizione su change.org; di aiutarci con un contributo su buonacausa.org; di iscrivervi alla nostra Associazione PalmariaAPS; di contattarci su PalmariaSI.masterplanNO@gmail.com

Comitato Palmaria Sì – Masterplan No

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Cronache autunnali di furbacchioni e coprifuochi

Lunedì 4 ottobre. Mentre la Destra nazionale incappava in una sonora sconfitta nelle elezioni amministrative in un migliaio di Comuni, tra cui Napoli e Bologna (ma forse la vera sconfitta è stata la democrazia politica, visto che metà dei cittadini si è astenuta dal voto, in larga misura non trovando nell’offerta elettorale nulla in cui riconoscersi), la Destra genovese e ligure si trovava a dover affrontare l’imprevedibile (sic!) emergenza rappresentata da un acquazzone autunnale in arrivo. E la risposta è stata quella codicizzata in senso bipartisan da quando la disavventura della sindaco Marta Vincenzi ha fatto capire che l’emergenza pioggia va presidiata da parte della classe politica mettendo prima di tutto in salvo le proprie terga. Così è scattata la solita teatralizzazione dell’emergenza sotto forma di allerta rossa. Un’abitudine procedurale ormai ricorrente ogni volta che compare all’orizzonte la minaccia – piccola, media o grande che sia – di un possibile scroscio di pioggia. Dunque, l’operazione genovese di blindatura della città, con la chiusura del metro e della stazione Brignole, delle scuole e perfino delle piscine. Un vero coprifuoco mentre nel capoluogo regionale le precipitazioni sono rimaste nello standard stagionale. Ma non si è interrotta la campagna terroristica dei media compiacenti nel profetizzare imminenti allagamenti e frane.

Certo, nel savonese le precipitazioni sono state più consistenti che nel genovese e hanno causato danni. Ma il problema è un altro: l’uso degli annunci come alibi da parte di questo ceto amministrativo che cerca solo di sgravarsi dalle responsabilità di non aver svolto le doverose opere preventive. E chi in questi mesi andava a vedere le pacifiche famiglie di cinghiali pascolare nel greto del Bisagno avrà notato le montagne di rifiuti abbandonati, elettrodomestici arrugginiti e ostruzioni varie che trasformeranno la prossima piena torrentizia in una nuova inondazione mortifera. Ma questa volta sindaco e assessori avranno un alibi inattaccabile: aver gridato “al lupo, al lupo”. Contestuale fuga dalle proprie responsabilità. La regola vigente nel regno totiano come imperava in quello burlandiano.

Qualcosa si muove? Quel qualcosa è successo ad Ameglia, il piccolo Comune di poco più di 4.000 abitanti in provincia della Spezia.

Proprio ad Ameglia abitano da anni Giovanni Toti e il suo fido scudiero Giacomo Giampedrone. Da qui l’allora sconosciuto giornalista Mediaset spiccò il volo verso l’affermazione politica. Strappò il Comune al centrosinistra e, a catena, iniziò a conquistare tutti i Comuni della zona e i principali Comuni liguri, sino a diventare presidente della Regione.

Anche ad Ameglia si sono svolte le elezioni e ha vinto il centro sinistra eleggendo Umberto Galazzo a sindaco. Il candidato di Toti ha clamorosamente perso. Un segnale benaugurante? Solo se emergerà una vera alternativa etico-politica e non una clonazione del passato.

La redazione de “La Voce del Circolo Pertini”

Nicola Caprioni, Daniela Cassini, Angelo Ciani, Monica Faridone, Michele Marchesiello, Carlo A. Martigli, Giorgio Pagano, Pierfranco Pellizzetti

Hanno scritto per noi:

Andrea Agostini, Franco Astengo, Enzo Barnabà, Maddalena Bartolini, Giorgio Beretta, Pieraldo Canessa, Roberto Centi, Comitato Palmaria Sì – Masterplan No, Comitato spontaneo amici del Tariné, Cooperativa Il Ce.Sto, Battistina Dellepiane, Egildo Derchi, Erminia Federico, Maura Galli, Luca Garibaldi, Valerio Gennaro, Lara Ghiglione, Antonio Gozzi, Santo Grammatico, Roberto Guarino, Monica Lanfranco, Aleandro Longhi, Giovanni Lunardon, Giuseppe Pippo Marcenaro, Maurizio Michelini, Anna Maria Pagano, Paola Panzera, Marianna Pederzolli, Enrico Pignone, Bruno Piotti, Bernardo Ratti, Rinascimento Genova, Ferruccio Sansa, Mauro Solari, Giovanni Spalla, Gianfranco Tripodo, Gianmarco Veruggio, Franco Zunino.

FATTI DI LIGURIA

P 01

Città e Terre Alte: una relazione preziosa

Quando posso mi rifugio in Appennino, a Varese Ligure, in Alta Val di Vara. Conosco bene quest’area interna. Ma anche altre, per la vicinanza dell’Alta Val di Vara con le “Terre Alte” al confine tra Liguria, Emilia e Toscana: lo Zerasco, la Val di Taro, la Val Graveglia, la Val d’Aveto, la Val Petronio. Ci sono nuovi segnali: non solo più turisti, ma anche giovani che tornano, e cittadini che scelgono le “Terre Alte” per viverci. Certamente sono segnali ancora insufficienti. Occorre che non si perdano più terre fertili, che non vadano più in rovina patrimoni abitativi, che non si deteriorino più i nostri boschi e la nostra biodiversità, anche animale. Che tornino le economie agricole e forestali di un tempo, ma anche le scuole e i servizi sanitari. Insieme a un nuovo turismo e a una nuova cultura. Perché nelle “Terre Alte” c’è un rapporto diretto con la natura, e con i suoi prodotti alimentari. Perché le “Terre Alte” custodiscono un patrimonio artistico e architettonico qualitativamente altissimo. Perché c’è più senso della comunità.

Tutto ciò non è “contro le città”, anzi. Non dobbiamo contrapporre le aree interne e le città, ma semmai puntare a un’osmosi. Le nostre città non possono vivere senza le aree interne, e viceversa. La ricchezza dell’Italia, e della Liguria, sta nella diversità e varietà, nel policentrismo territoriale, antropologico, sociale e culturale. In questa Italia e in questa Liguria policentriche la marginalizzazione dei territori interni non è inevitabile. Nel “piccolo luogo” si possono ripensare nuovi modelli di abitare e di lavorare, stabilire connessioni più dense con la natura, inventare una nuova socialità e pratica di vita. Non contro le città, ma per cambiare anche le città.

Bisogna liberare il potenziale delle “Terre Alte” e di tutti i territori oggi in via di abbandono. Sono tanti i luoghi da riabitare, invertendo la tendenza che ha messo i grandi agglomerati al centro e marginalizzato tutto il resto. Una tendenza frutto della cultura neoliberista, che ignora i saperi che “non valgono” sul mercato e che spinge a concentrarsi nelle città. Occorre riabitare i territori marginalizzati, per riabitare l’Italia e la Liguria intere. Cambiare sia le aree interne che le città.

Il ripopolamento delle “Terre Alte” servirebbe a decongestionare e a migliorare le città. Fino ad ora città e campagna-montagna hanno rappresentato due modelli alternativi. Oggi invece il loro rapporto dovrebbe essere, come accennato, di osmosi. Bisogna fare due rivoluzioni parallele, unite dal bisogno di uno stile di vita più ecosostenibile e basato sulla prossimità: la rivoluzione che ripopoli le terre desolate e la rivoluzione delle “città del quarto d’ora” (si veda “La città del quarto d’ora. Invito a una discussione”, sulla Voce del 15 luglio e del 31 agosto). Per fare un esempio: il borgo di Varese Ligure dovrebbe tornare ad essere la piccola città che era un tempo; e La Spezia dovrebbe tornare ad essere una città di borghi urbani contemporanei, di quartieri in cui decentrare i servizi e il verde. Entrambe dovrebbero tornare ad essere una comunità di vita.

Qualcosa si muove, dicevo all’inizio. La politica dovrebbe assecondare questo movimento. Questo dovrebbe essere il suo compito: saper interpretare “segnali di futuro” che individui, territori e gruppi sociali stanno praticando, cercando di supportarli.

GP

FATTI DI LIGURIA

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La precarietà non è una condanna del destino

Da tempo la nostra news raccoglie e pubblica elementi sul fenomeno della precarizzazione del lavoro in Liguria, che la pandemia ha solamente accentuato. I dati del Ministero del Lavoro, resi noti con il rapporto Banca d’Italia, registrano – sì – un saldo positivo di 25.792 nuovi contratti di lavoro sul territorio da gennaio a giugno 2021; ma 22.836 – almeno 8 su dieci – sono a tempo determinato, con una crescita del +428% rispetto al 2020 e con 6 mila contratti in più anche rispetto al 2019. Nel frattempo, i contratti a tempo indeterminato, che erano 3.589 nel 2019, ultimo anno pre-covid, sono scesi a 1.542. Per quanto riguarda la distruzione dei posti di lavoro, la provincia di Imperia ha perso in media il 2,12% di dipendenti (1.689 persone); nel 2020 la provincia savonese, rispetto al 2019, ha subito una riduzione di 3.136 occupati (-2,9%), il calo maggiore tra le province liguri; a La Spezia il 2020 segna il calo di occupati più contenuto tra le province liguri (-1,16%) anche per la peculiarità di alcuni settori produttivi che non si sono mai totalmente arrestati nemmeno durante l’emergenza sanitaria (soprattutto difesa e nautica).

Attendiamo il dato per Genova e il Genovesato, sempre in ritardo; a conferma che anche l’area centrale nutre una costante allergia al confronto con i veri tratti del reale. Che magari potrebbero smentire prospettive politiche basate su emotività e impressionismi destituiti di fondamento. Pratiche che confermano – se ce ne fosse bisogno – la domanda retorica che avrete avuto più volte modo di leggere nei nostri post: esiste una politica industriale di Regione Liguria?

Una risposta sistematicamente evitata, tanto che andamenti significativamente negativi come quello occupazionale o vengono rimossi oppure edulcorati in narrazioni consolatorie. In due sensi: da un lato prospettando trend illusori di “arrivano i nostri” sotto forma di incoronazioni a capitale di qualcosa (dell’hi-tech, della portualità mediterranea, dello slow fish…), oppure ipotizzando soluzioni semplificatorie che aprirebbero la via a nuovi Secoli d’Oro. In questo secondo caso la convinzione largamente diffusa nell’establishment genovese che sbloccando i collegamenti si invertirebbe d’incanto l’attuale declino. Fanciullesco balocco intellettuale che non regge – ad esempio – all’obiezione avanzata dal nostro collaboratore Mauro Solari: se siamo isolati (a differenza degli anni ’60, quando – ad esempio – fu costruito il ponte Morandi) è perché chi sta fuori non è particolarmente interessato a collegarsi.

Sicché torniamo sempre al punto di partenza: siamo noi liguri che dobbiamo creare interesse per la nostra proposta d’area. Quindi, il problema della politica industriale su base regionale.

PFP

FATTI DI LIGURIA

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Continua il tormentone Galliera

Anni fa un gesuita, poi diventato un importante cardinale, decise di confrontarsi pubblicamente in duomo con alcune delle più belle menti non cattoliche della diocesi. Una parte significativa dei fedeli sollevò in udienza col vescovo il problema dei miscredenti in chiesa. Quello rispose: “non divido le persone tra credenti e non credenti, ma tra pensanti e non. Purtroppo devo constatare che nel mio gregge di non pensanti ce ne sono molti”.

Questa categoria dei non pensanti contribuisce non poco a selezionare le élite in ogni campo e istituzione. Non pensanti ma molto obbedienti, a loro volta circondati da non pensanti obbedienti. La causa dei disastri che verifichiamo giornalmente.

In un precedente intervento pubblico sul Galliera, consigliavo all’arcivescovo Tasca di fare pulizia tra i suoi consiglieri e nel CdA; ricco di devotissimi cattolici ricchi sfondati e capaci sì di fare i conti, ma solo dei profitti. Finora i risultati sul piano giuridico ed etico sono stati disastrosi nonostante le profumatissime parcelle pagate ai principi del foro (l’ufficio legale dell’ospedale non fu giudicato all’altezza della faccenda).

Altrettanto ha fatto il presidente Toti, già devoto non pensante e non scrivente, lui giornalista ai tempi della nipote di Mubarak e delle Olgettine, che per sanare il disastro della sanità regionale ha pensato bene di ingaggiare come consulente il professor Profiti; già passato per Genova senza lasciare tracce da fidato consigliere di un assessore regionale, di un precedente arcivescovo e dallo stesso Galliera. Altre le ha lasciate (e vistose) a Roma dove, presidente dell’ospedale vaticano Bambin Gesù, pagò coi soldi dell’istituto la ristrutturazione di un favoloso attico con terrazza sui tetti di Roma in uso dell’allora segretario di Stato. Ciò gli ha procurato fama mondiale in materia di gestione dei beni ecclesiastici, con conseguenze giuridiche che l’hanno impegnato un certo periodo a difendersi in tribunale.

Per qualcuno il suo ritorno in pista a Genova a fianco del presidente Toti è una garanzia.

Si muove pure il sindaco Bucci, che alla sola idea di una procedura abbreviata va in solluchero. E siccome è un non pensante (nel senso accennato) era convinto che i sottoposti, rintronati dai suoi urlacci, avessero la soluzione. Purtroppo costoro sono il prodotto di lunghi anni di pedissequa obbedienza e non possiedono le competenze per sciogliere l’ingarbugliatissimo procedimento Galliera; che neanche il principe del foro, quello sì molto competente quanto costoso, seppe risolvere. Quindi, via alle procedure semplificate e ai ricorsi al Tar, con esisti catastrofici.

A questo punto mi auguro che un amico vero, se ne esiste uno, dica loro: Toti, Tasca, Bucci, lasciate perdere. Il Galliera non è cosa per voi. Fate dell’altro. Magari un supermercato, una casa di cura, un convento in vendita sono obbiettivi all’altezza vostra e dei vostri consiglieri. Ma forse questo amico non si trova. Così ci rivedremo in tribunale. Dispiace solo che noi spendiamo i nostri soldi e loro quelli degli altri, i poveracci che dovrebbero tutelare.

Andrea Agostini

FATTI DI LIGURIA

P 04

Turboturismo o altroturismo?

Secondo il report di Confindustria Genova nel primo semestre 2021 le migliori performance nell’economia sono state registrate dai settori manifatturieri. Più timidi i segnali di ripresa nel turismo, che ha fatto registrare un fatturato in aumento del 2,2%, raffrontato al -51% del semestre “horribilis” del 2020. Tuttavia i livelli pre-Covid sono lontani. É prevedibile che i numeri liguri siano analoghi. I dati di luglio e agosto sono invece positivi. A livello nazionale un’indagine della Cna ha segnalato numeri record: 23 milioni di italiani, oltre un terzo della popolazione, hanno trascorso le vacanze nel nostro Paese. Erano stati 17 milioni nel 2020 e 18 nel 2019, l’ultima estate pre-Covid. In un anno, dunque, si è registrato un aumento del 35,3%. 15 milioni di persone hanno scelto gli hotel, mentre i restanti 8 hanno preferito strutture extra-alberghiere. I 6 milioni di turisti stranieri hanno in parte rilanciato le città d’arte. Ma sono state soprattutto le località marine a trainare il record del settore. «Il tutto esaurito ha segnato le spiagge da un capo all’altro dell’Italia in misura significativa», scrive Cna. Vedremo i dati liguri, ma il dato nazionale dovrebbe essere confermato.

Tutto bene, allora? L’esplosione di presenze, se fa esultare gli operatori, ha anche intensificato gli aspetti più problematici del turismo di massa. Sia nella gestione dei flussi di persone, che dal punto di vista ambientale: traffico fuori controllo, macchine parcheggiate ovunque, sporcizia dilagante, spiagge strapiene, aree protette prese d’assalto. L’impatto è anche sociale, nel senso di uno svuotamento dall’interno della vita dei territori. Il “turboturismo” cannibalizza i luoghi, li riduce a location.

Un altro effetto deleterio è stato quello di demonizzare ancor di più lo spazio pubblico e comune, ovvero di concederlo ai privati (tavolini sulle strade, sui marciapiedi e sulle piazze, arenili già liberi affidati agli operatori balneari) come forma di risarcimento economico. Una fagocitazione dalla quale nessuno sarà facilmente disposto ad arretrare.

Lo sfruttamento intensivo dei centri storici e dei litorali e il consumo delle risorse ambientali e sociali – di questo si deve parlare, piuttosto che di generico «degrado» – non può che preoccupare. E spingerci ad avere il coraggio di cimentarsi su una «conversione ecologica dell’economia turistica».

Gli aspetti problematici emersi in questi mesi evidenziano che il nostro modello turistico, rigido e pesantemente ancorato alle destinazioni di massa, non regge più. Non si può più puntare sui grandi numeri pensando che con frotte di viaggiatori conformisti si possano impennare i fatturati senza curare la qualità dell’accoglienza, propinando le solite mete e inducendo al consumo oltre i limiti della sostenibilità.

Eppure, mentre lo sfruttamento di massa sega il ramo su cui il turismo posa – l’attrazione ambientale –, cresce il pubblico che si rifiuta di consumare i luoghi. Chi governa il settore deve cogliere l’enorme distanza che separa la fugace emozione turistica dall’esperienza del viaggio. Capire quanto sia diverso intruppare il cliente su una spiaggia e incolonnarlo davanti a un sentiero, oppure accoglierlo in una casa, introdurlo in un luogo e accompagnarlo alla conoscenza.

Il turismo di massa consuma anonimi territori, l’altro turismo li svela.

Gli agriturismi, i B&B e le locande a conduzione familiare e flessibile possono riaccendere i territori, favorire l’incontro tra residente e turista e aiutare le produzioni locali. Abbiamo decine di borghi nella Liguria profonda, lo scheletro della regione. Potrebbero diventare la nostra nuova ricchezza.

Infine: il problema non è solo quello del numero dei turisti e della valorizzazione turistica dell’entroterra, oggi meno “battuto”. Il problema è anche quello del numero dei residenti, che in questi luoghi sta calando. E dunque di politiche di governo dei prezzi del mercato immobiliare e di costruzione dei servizi necessari per fermare l’esodo dei residenti. Per reintrodurre residenze popolari e per soddisfare le esigenze produttive di nuove imprese giovanili. L’entroterra ha bisogno di più turisti, ma anche di tornare ad essere – o di restare – un luogo con un’anima e una memoria.

GP

FATTI DI LIGURIA

P 05

Riceviamo da Giovanni Lunardon questa interessante testimonianza.

La vera storia dei presunti martiri di Manfrei

Ieri sera, ho assistito a Masone al Museo Tubino alla presentazione di questo libro scritto da Amedeo Durante con la curatela di mio padre.

Affronta con rigore storico un tema a lungo oggetto di controversie, polemiche e anche ignobili strumentalizzazioni politiche: il destino dei 200 Maro’ del presidio di Sassello nei giorni a cavallo del 25 aprile 1945.

Per la destra fu un eccidio di massa perpetrato dai partigiani con i corpi occultati chissà dove sul monte Manfrei in Comune di Urbe.

Così disse per la prima volta nel 1958 il Secolo d’Italia, poi ripreso dal Giornale della Liguria, versione fatta propria da Pansa e da ultimo propagandata da Angelo Vaccarezza, attuale capogruppo di Cambiamo, nella sua ormai tristemente tradizionale battaglia contro la Resistenza e la sua memoria.

La celebrazione dei così detti martiri di Manfrei è’ diventata meta costante, ogni anno, di un vero e proprio pellegrinaggio di nostalgici della Repubblica Sociale a cui l’indomito Vaccarezza ha partecipato più volte anche con la fascia istituzionale, al tempo in cui era Presidente della Provincia di Savona, vomitando il solito fiume di insulti e contumelie sui partigiani.

Ora questa ricerca rimette a posto la verità con dovizia di testimonianze e di documenti. Incontrovertibili. Non ci fu nessuno eccidio. Nessuna fossa comune.

La leggenda nera di Manfrei è una balla a tutto tondo, una macabra invenzione revisionista.

I 200 Maro’ del Presidio di Sassello, guidati dal tenente colonnello Giorgio Giorgi, si consegnarono spontaneamente a Palo ai partigiani della Brigata Emilio Vecchia, dopo la resa del Presidio stesso.

Poi, furono portati dai partigiani della Brigata Buranello a Sestri, quindi presi in consegna dagli americani a Nervi e portati nel campo di Coltano, vicino a Pisa. Undici furono giustiziati dai partigiani, dopo essere stati consegnati a questi ultimi dai loro stessi compagni d’arme e dopo aver confessato i loro crimini.

Erano quelli che si erano macchiati di gravi efferatezze contro civili e partigiani nei rastrellamenti del 44/45. Tutti gli altri raggiunsero incolumi il campo di Coltano.

Questo quanto è successo per davvero, come si evince anche dalle testimonianze dello stesso tenente Giorgi e del cappellano militare dei Maro’. Il resto attiene al mondo della falsificazione storica.

Vale la pena di leggerlo, questo libro. Poi ciascuno darà il suo giudizio. Difficile però continuare a raccontare la balla di Manfrei. Il revisionismo si batte con la ricerca storica. I fatti resistono sempre. Anche al più disinvolto manipolatore.

Giovanni Lunardon

FATTI DI LIGURIA

P 06

Toti sospende la vendita di ospedali ai privati a Cairo e Albenga

La privatizzazione della rete ospedaliera ligure e del servizio sanitario in genere conosce una battuta di arresto. Regione Liguria ha comunicato la revoca della procedura di affidamenti ai privati degli ospedali San Giuseppe di Cairo Montenotte e S. M. della Misericordia di Albenga.

La retromarcia parziale e un po’ sospetta di Toti, che trattiene per sé la delega alla sanità nella sua corsa sfrenata verso la cessione al privato della sanità ligure (naturalmente solo le parti redditizie, perché quelle che rappresentano un costo rimarrebbero a carico del pubblico), è dovuta ai problemi insorti tra i due gruppi di privati in gara tra loro per aggiudicarsi gli ospedali, prima davanti al TAR e, ora, al Consiglio di Stato, con l’incertezza sui tempi sia per l’aggiudicazione definitiva, sia per eventuali perizie o ulteriori ricorsi nelle more della procedura.

“Il motivo principale” spiega Toti “è che quei due ospedali rientrano nei piani dettati dalla pandemia e dalle scelte di politica sanitaria nazionale, orientate a potenziare la sanità territoriale e a recuperare da un lato le liste di attesa generate dalla domanda, che si sono accumulate durante la pandemia e dall’altro la mobilità passiva”. “Per quanto riguarda Cairo il PNRR ci offre l’occasione di offrire alla Valbormida un presidio sanitario pubblico importante, che quella valle chiede da tempo, con investimenti pubblici e con una vocazione bel precisa e coerente con la revisione dei presidi e della medicina del territorio. Alla fine del percorso di definizione in corso e a valle delle intese in conferenza delle regioni, sarà destinato ad essere Ospedale di Comunità, come previsto dal PNRR congiuntamente ad una casa della salute con i medici di medici di medicina generale e i pediatri di libera scelta di quel territorio e con una piastra ambulatoriale annessa”.

La revoca della procedura di affidamento al privato della gestione riguarderà anche l’ospedale di Albenga, in quanto facente parte – con Cairo – del medesimo lotto del bando di gara. Toti spiega che intende impiegarlo come hub di smaltimento delle liste di attesa, rimandando e non escludendo sperimentazioni gestionali col privato per l’erogazione di singole prestazioni.

La procedura di gara europea è divisa in due lotti, il primo relativo alla ASL 1 per l’affidamento ai privati dell’ospedale di Bordighera ed il secondo relativo all’ASL 2 per gli ospedali di Cairo e Albenga. Era stata pubblicata nel febbraio 2018, con l’aggiudicazione definitiva a gennaio 2020.

Contro l’aggiudicazione del solo lotto della ASL 2 per Cairo e Albenga era stato presentato ricorso al TAR ed è attualmente pendente l’appello al Consiglio di Stato.

In realtà Toti revoca la privatizzazione solo momentaneamente, perché ha problemi legali, ma comunque cancella l’ospedale, sostituendolo con un “ospedale di comunità” e piastra ambulatoriale, mentre è probabile che svuoti Albenga, finché non troverà un partner privato furbo e “conveniente” cui affidare i reparti che contano per fare soldi, cioè la chirurgia di elezione. Nel comunicato stesso Toti non esclude affatto la privatizzazione, non più la svendita complessiva dei due ospedali, ma l’erogazione di singole prestazioni.

Ancora meglio per il privato, che avrebbe dovuto gestire piccoli ospedali, compresi i costi di servizi come il pronto soccorso che non rendono, mentre con l’affidamento di “singoli servizi” o “pacchetti” avrà la gestione dei reparti e servizi che generano utile.

Nel frattempo pare emergano problemi anche per la privatizzazione di Bordighera, mentre a Levante il 9 ottobre si è tenuta a Sarzana una manifestazione pubblica contro le politiche sanitarie di Toti, la privatizzazione della salute e lo svuotamento del nuovo ospedale di Sarzana. Mentre il vecchio ospedale della Spezia crolla letteralmente a pezzi.

NC

FATTI DI LIGURIA

P 07

Come privatizzare male un servizio socio-sanitario pubblico che funziona

Qui si parla di Casa Serena a Poggio di Sanremo, residenza protetta per anziani dagli anni ’60; punto fermo della città e di un ampio bacino d’utenza con i suoi 180 posti a gestione pubblica.

Tutto esplode nella gestione fallimentare del periodo Covid: decine di contagi e decessi tra gli ospiti con le prime avvisaglie del disegno di smantellamento che ha portato l’Amministrazione Comunale a bandire in pochi mesi ben 2 gare per la vendita di immobile e azienda. Poi aggiudicati all’unico partecipante con una operazione “frettolosa”, neppure conveniente per il Comune. Certamente senza garanzie per ospiti e lavoratori. Motivo? Fare cassa svendendo.

All’inizio di settembre iniziano i conflitti annunciati, con totale dimezzamento del personale: pulizia, infermieristica, specialistica, socialità (numeri e orario); la conseguente riduzione delle prestazioni agli ospiti (molti servizi sociali e sanitari soppressi); la contrazione dei posti e l’abbassamento complessivo della qualità nella cura.

In meno di un mese dall’aggiudicazione al privato si susseguono proteste, scioperi, sopralluoghi di ASL, ALISA, NAS, interventi delle forze dell’ordine e della Magistratura, inadempienze e contestazioni, richiesta di dimissioni del Sindaco e dell’Assessore competente, revoca dell’affidamento da parte del Comune, ricorso al TAR da parte del privato, sospensiva della revoca, controricorso del Comune, rigettato e prossima udienza di merito. Il danno e la beffa!

Le forze socio-politiche si attivano con una petizione contro la privatizzazione di Casa Serena che in pochi giorni raccoglie centinaia di firme. Raccolta che continua perché l’Amministrazione insiste con la privatizzazione.

Per ora non sappiamo che ne sarà della struttura e degli ospiti (ormai un centinaio).

L’intera comunità imperiese è scossa dalla vicenda che tiene banco da settimane, nel silenzio assordante della Regione. Questa non è ‘solo’ una questione amministrativa, sindacale e politica, è l’emblema di un approccio che penalizza la sanità pubblica in una fase che ne ha già mostrato l’impoverimento dopo anni di tagli e svendite.

Nel Ponente e in tutta la Liguria non è nuova questa tendenza a privatizzare sanità e assistenza, a vendere presidi: il caso dell’ospedale di Bordighera, i vari mega progetti – assai contestati – di struttura ospedaliera unica, l’inserimento massiccio di case di cura private per anziani abbienti.

Le forze civiche, sociali e di sinistra continuano la campagna per dare voce alla comunità che non intende disfarsi di un bene pubblico. In base al principio che, a fianco del pareggio di bilancio economico, l’amministrazione deve stilare un bilancio sociale: l’indicatore che misura quali/quantitativamente la civica soddisfazione dei servizi erogati.

La presa di coscienza durante la pandemia che solo la struttura pubblica è stata in grado di affrontare l’emergenza sanitaria dovrebbe portare a politiche che diano priorità alla sicurezza sociosanitaria rafforzando strutture e servizi territoriali. Perché i luoghi di protezione delle fragilità sono un diritto essenziale che non può essere ridotto a merce per ripianare bilanci.

DC

FATTI DI LIGURIA

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Le politiche del Comune di Genova contro i più giovani

Genova, si sa, è città inospitale nei confronti di chi – venendo da fuori – ne accetta il riluttante abbraccio. Ma, ancora di più, inospitale Genova lo è nei confronti dei propri abitanti, specie di quelli più deboli, quelli che non possono decidere oppure non si sentono di abbandonarla. Primi tra tutti, i bambini e il loro necessario, amorevole complemento: le mamme.

È di questi giorni la notizia della chiusura della ‘Città dei bambini’, sorta miracolosamente, alle origini del Porto Antico, sul modello di quella parigina della Villette, basata su cinque approcci: io mi scopro, io so fare, io mi oriento, io sperimento e ‘tutti insieme’.

Quante mamme, negli anni trascorsi, hanno trovato nella ‘città dei bambini’ non solo un’occasione di svago, ma anche e soprattutto l’opportunità di conoscere meglio il proprio bimbo, riconoscendosi nei suoi confronti.

Ora – si apprende – la ‘città’ è stata chiusa definitivamente al suo pubblico molto speciale. La chiusura accompagna – al primo piano dei ‘Magazzini del Cotone’ – il brutale smantellamento del ‘Port Center’, modello in miniatura del porto genovese e altra occasione di divertente apprendimento per i ragazzi. Il grande mappamondo che testimoniava dei collegamenti del porto col resto del mondo giace ora abbandonato (o in stato di fermo?) sotto il portico della Prefettura. Non si conosce la sorte delle altre preziose attrezzature costate alla collettività fior di quattrini.

Il pesante ridimensionamento della biblioteca De Amicis – sempre al primo piano dei Magazzini del Cotone, altro luogo dedicato all’avvicinamento dei giovani al mondo dei libri – completa una manovra evidentemente mirata a liberare un’area così preziosa, in vista di una ‘messa a reddito’ più lucrosa. Come sembra essere nelle più intime corde del sindaco-manager, o manager-sindaco, Marco Bucci.

Quanto alle mamme e ai loro bambini, si accontentino dei parchi malandati o mal-frequentati, dei giochi arrugginiti, dei selciati dissestati, dell’assenza di agevoli attraversamenti, dei trasporti pubblici di fatto inaccessibili alle carrozzine.

MM

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Femminicidio, vergognoso primato ligure
Per femminicidio non s’intende l’uccisione tel quel di una donna, bensì il fatto che l’uccisore è un uomo e che il motivo per cui la donna viene uccisa risiede proprio nel fatto di essere donna. Può sembrare che l’orrore del fatto risieda anche nella semantica della parola stessa, del suo significato che in qualche modo suona di sé quasi dispregiativo. Per capirne l’origine ricordo che il termine, nella lingua nostrana, nasce per la prima volta nel 1888, in un commento della commedia Giacinta di Luigi Capuana. Quindi termine tipico di un uomo: se fosse nato da una donna non avrebbe infatti usato il termine “femmina” ma piuttosto di “donna”. Nei trattati di criminologia si usa – meglio – il termine femicidio, da “female” uno dei pochi casi in cui l’inglesismo non mi dispiace. Tuttavia sarei più lieto di un termine maggiormente rispettoso, anche semanticamente. E visto che, pur con il suo tempo, anche l’Accademia della Crusca recepisce i neologismi, userei il greco di gineceo, da guné, gunaikòs, proponendo ginecidio. Ma andando alla sostanza, oltre che alla forma, questa forma vigliacca e prevaricatrice di omicidio, secondo le più recenti indagini Istat, è commessa al 90% da mariti, amanti e fidanzati: quella mentalità perversa e vetero maschilista per la quale l’uomo ha una sorta di diritto di vita e di morte sulla compagna. In Italia, questa mentalità, per tradizione, era ed è riferita alle regioni meridionali, e in effetti la realtà territoriale con l’incidenza maggiore è la Sicilia: qui, nel 2019 sono state uccise dieci donne e per nove di loro a compiere l’omicidio è stato il partner (Sole 24 Ore, 13 Febbraio 2021). Ma il dato inquietante che ci riguarda da vicino è che la Liguria è al secondo posto nazionale di questa triste classifica, con una percentuale del 75%. Per quale motivo una regione come la nostra, con antichi retaggi di rispetto nei confronti della donna e addirittura di linee matriarcali di potere si ritrova in questa vergognosa graduatoria? Credo che una risposta plausibile possa ritrovarsi in quel genere di mentalità che politicamente trova di questi tempi il suo ambito nei rigurgiti neo fascisti, dove da sempre la figura della donna è relegata in quello che, appunto in epoca fascista, si sussurrava ammiccando, fosse il ruolo della donna, ovvero le tre c: chiesa, cucina e camera da letto. La propaganda della destra sulla criminalità da immigrati è ormai una bufala conclamata. Il crimine in ascesa è quello invece quello contro le donne: e la prevenzione migliore non è armare la polizia locale di teaser o bolawrap ma la cultura del rispetto, parole che da noi sembrano diventate entrambe sconosciute. D’altra parte ignoranza e arroganza sono inversamente proporzionali alla cultura in genere, e dove questa esiste, esiste il rispetto, la dignità e la parità dei sessi.

CAM

FATTI DI LIGURIA

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Riceviamo dalla Segretaria Generale CGIL La Spezia con il contributo dell’ufficio economico Liguria, resp. Marco De Silva

Occupazione spezzina: analisi ragionata dei dati

Se analizziamo i dati riguardanti l’occupazione dal 2008 al 2020 noteremo che La Spezia è la provincia ligure con il picco occupazionale più recente (2019) e quella che tra il 2019 e il 2020 segna il calo di occupati più contenuto tra le province liguri (-1,16%) anche per la peculiarità di alcuni settori produttivi che – di fatto – non si sono mai totalmente arrestati nemmeno durante l’emergenza sanitaria (soprattutto difesa e nautica).

Nonostante ciò detiene la percentuale di occupazione femminile più bassa (42,3%) calata ulteriormente del 4,25% dal 2019 al 2020. Dato che diventa ancora più preoccupante se teniamo in considerazione l’ulteriore perdita di occupazione “femminile” nel 2021 dovuta all’emergenza sanitaria che sappiamo aver colpito soprattutto il “lavoro delle donne” (i dati ufficiali non sono ancora disponibili).

La Spezia è la provincia con il minor numero di lavoratori indipendenti in Liguria, aumentati del 10,2% tra il 2019 e il 2020 (+2.142), questi rappresentano il 26,4% del totale dell’occupazione spezzina; i lavoratori dipendenti, al contrario, sono calati del 4,7% (-3.170) e rappresentano il 73,6% dell’occupazione complessiva della provincia. Ciò è probabilmente dovuta alla storica presenza di enti pubblici e partecipate.

L’industria, recuperando nel 2020 l’1,6% sul 2019, vale il 18,2% del totale dell’occupazione e sfiora i 16.000 occupati di cui solo il 20% indipendenti, ma dal picco del 2010 (21.339) perde 5.415 unità; l’industria manifatturiera rappresenta il 78,6% sul totale dell’industria spezzina e le costruzioni il 21,4%.

I servizi, che rappresentano l’81,4% degli occupati della provincia, calano dell’1,21% e all’interno del settore il Commercio-Turismo perde, nel 2020, il 5,5%, mentre le altre attività dei servizi rimangono sostanzialmente stabili. Gli occupati complessivi (71.239 nel 2020) per il 72,4% sono dipendenti e per il 27,6% sono indipendenti: questi ultimi sono aumentati del +10,3% tra 2019 e 2020 toccando il picco dal 2008. Del totale 21.872 sono impiegati nel commercio, negli alberghi e nella ristorazione (30,7% del totale dei Servizi) e 49.367 in altre attività dei Servizi (69,3% del totale).

L’agricoltura rappresenta solo lo 0,4% dell’occupazione provinciale.

Gli indicatori relativi ai cosiddetti NEET, cioè ai ragazzi dai 15-29 anni né occupati né inseriti in un percorso di istruzione o formazione, dimostrano che la media ligure nel 2020 è del 20,1% ed è quindi in aumento di 2,4 punti percentuali sull’anno precedente (il punto più alto nella percentuale di NEET liguri risale al 2014 con il 21,6% mentre quello più basso nel 2008 con il 12,9%).

La provincia di La Spezia con il 22,4% ha un aumento di 3,4 p.p. rispetto al 19% del 2019; viene quasi toccato il punto più elevato per la percentuale dei NEET (nel 2013 con il 22,5%) mentre quello più basso, ormai lontanissimo, era del 7,3% nel 2004. Spezia inoltre è l’unica provincia ligure in cui il tasso dei NEET è in aumento da tre anni consecutivi (era al 13,3% nel 2017) per un totale di incremento di 9,1 p.p.

Dato preoccupate insieme a quello relativo all’occupazione delle donne che dovrebbe orientare i futuri investimenti del PNRR per uscire dalla crisi pandemica.

Lara Ghiglione

FATTI DI LIGURIA

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Pubblichiamo la lettera aperta di Aleandro Longhi, già consigliere comunale genovese e poi parlamentare ligure per due legislature, che la stampa locale aveva silenziato

Il grande inganno degli ospedali genovesi

Nel luglio 2006 Claudio Montaldo, assessore alla sanità, annunciò la costruzione a Sestri del nuovo Ospedale del Ponente. Il 6 ottobre 2006, la Regione Liguria firmò un protocollo d’intesa con il Galliera per finanziare la realizzazione del nuovo ospedale. In Regione imperava Claudio Burlando, presidente del Galliera era il cardinal Bertone, vice presidente il dottor Profiti, che in contemporanea era anche direttore generale delle finanze della Regione. Quando il cardinal Bertone divenne Segretario di Stato in Vaticano anche Profiti si trasferì a Roma e divenne capo del Bambin Gesù. Al Galliera si insediò il cardinal Bagnasco, che continuò la politica del predecessore. I cittadini del Ponente e della Valpolcevera sono stati ingannati quando la Regione è stata guidata da Burlando, ma l’inganno è proseguito sotto la presidenza Toti, che si è premurato di far tornare a Genova Profiti, che ora occupa una posizione apicale nella sanità ligure.

Il Tar Liguria, su ricorso di alcune signore di Carignano, ha annullato tutti gli atti amministrativi dal 2009 al 2020 inerenti il progetto del nuovo Galliera: non era stata richiesta la valutazione di impatto ambientale. Chi pagherà il costo di tutti gli atti e le procedure?

Il Presidente Toti ha recentemente dichiarato che i cittadini che hanno fatto ricorso al Tar per contestare la costruzione del nuovo Galliera vogliono imporre a un’intera città la propria visione del mondo; che è solamente loro e di pochi altri snob del loro giro.

Toti dovrebbe vergognarsi e chiedere scusa. Ritengo che i democratici genovesi e in particolare quelli del Ponente e della Valpolcevera, debbano ringraziare le signore di Carignano che con la loro difesa della legalità, hanno creato i presupposti affinché gli oltre 150 milioni di euro di finanziamenti pubblici previsti per il Galliera possano invece essere utilizzati per la realizzazione del nuovo Ospedale del Ponente e sanare il grande inganno perpetrato da Regione Liguria.

L’arcivescovo Tasca, che è un francescano, dovrebbe stare dalla parte dei più deboli, degli abitanti di Ponente e Valpolcevera, che vogliono un ospedale pubblico e non una sanità privata. L’arcivescovo ha dichiarato di non prendere posizione per “non interferire”: ma ahinoi, è il Presidente dell’Ente Galliera, che dal 2006 ha pesantemente interferito, accaparrandosi i finanziamenti pubblici da utilizzare per il Nuovo Ospedale del Ponente. È tra l’altro piuttosto strano che il Galliera sia iscritto a Confindustria, che certo non fa opere di misericordia.

Il sindaco Bucci ha deciso che l’area degli Erzelli, già destinata al nuovo Ospedale del Ponente, in via provvisoria sia adibita per un anno a posteggio per camion, dimentico che anche un’altra area, quella delle acciaierie di Cornigliano, era stata assegnata in via provvisoria per due anni a Spinelli, come deposito di container che dopo 15 anni sono ancora lì! Due anni fa il bando della Regione per realizzare l’Ospedale del Ponente è andato deserto. Abbiamo ora scoperto che quell’area non era di proprietà pubblica, ma privata: complimenti. Toti e Bucci non si danno per vinti e assieme al consiglio di amministrazione del Galliera, vogliono continuare sulla loro linea e a spendere denaro pubblico per una realizzazione di cui nessuno sente la necessità.

Dobbiamo constatare che Comune e Regione continuano a discriminare Ponente e Valpolcevera. Bisogna ringraziare le donne di Carignano ed è necessaria una mobilitazione popolare, affinché si realizzi il Nuovo Ospedale del Ponente.

Aleandro Longhi

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Savona verso il ballottaggio

Le elezioni del 3-4 ottobre non hanno incrociato le grandi mobilitazioni sociali in atto, da quelle sull’emergenza ambientale a quelle per la difesa del lavoro dal ritorno della tracotanza padronale.

L’astensione ha vinto e Savona non è sfuggita alla regola.

Né è valso il richiamo all’attività del Municipio, ai bisogni concreti della quotidianità e alla necessità di imprimere una svolta dopo cinque anni di deprimente governo di destra. Alle fine i candidati Sindaci si sono spartiti 25.049 voti validi, 5.000 in meno rispetto ai 30.204 del primo turno 2016.

Sarà necessario analizzare al meglio questa disaffezione perché i dati registrano un abbandono delle periferie, che pure avevano partecipato attivamente nell’elaborazione progettuale della sinistra.

Solitudine, isolamento, sparizione dei minimi presidi sociali e culturali hanno rappresentato il mix che ha causato il distacco di quartieri un tempo centri attivi di vita collettiva. Mentre non vale la giustificazione del maltempo: già domenica la rilevazione delle 23 segnalava il calo di partecipazione.

In questo quadro la candidatura di Marco Russo si è affermata ben oltre le previsioni di un banale “testa a testa”: i quasi 12.000 voti del candidato della coalizione democratico – progressista hanno un significato di crescita non soltanto rispetto al precedente primo turno del 2016, quando Cristina Battaglia raccolse 9.601 voti, ma soprattutto rispetto all’estensione del voto in tutte le zone della città: Angelo Schirru prevale soltanto in 6 sezioni su 60.

Non può sfuggire che la candidatura Schirru è passata nell’indifferenza, non proponendo aggregazioni o vie di consenso non ancora battute dal centro – destra. Sicuramente non è apparsa un’operazione trasversale: difficoltà resa evidente dalla costante presenza sulla scena savonese del Presidente della Regione, vera incarnazione dell’autonomia del politico in tempi di “democrazia recitativa”. Né al centro – destra è riuscita l’operazione “maquillage” tentata in tutta fretta accantonando la Signora Sindaco prima cittadina uscente e gran parte dei suoi assessori: si è presentato privo di una lista di riferimento, una sufficiente idea di coesione e sicuramente ha pesato la riduzione ai minimi termini di Forza Italia, non compensata dal mediocre risultato ottenuto dalla lista intestata al candidato Sindaco.

Peraltro la candidatura Russo si è rivelata funzionale alla riaggregazione/ricomposizione del quadro politico sia a sinistra che al centro, realizzata attraverso la ricerca progettuale e programmatica e del confronto tra i diversi livelli di rappresentanza. Anche l’impronta “civica” sulla quale il candidato ha molto insistito è apparsa emergere all’interno di una definizione di “soggettività politica”.

Tale “soggettività politica” rimane l’imprinting dello schieramento di centro sinistra e ad essa va addebitato il maggior peso nel risultato. Per Marco Risso il vero ostacolo per la vittoria al primo turno è stato la “tenuta” della candidatura del Movimento 5 stelle: pur perdendo 5.000 voti nell’arco di cinque anni il candidato ha mantenuto una rilevante “massa critica”: tra l’altro incrementando di oltre 200 voti personali l’esito delle sue due liste, con la formazione furbescamente intitolata a “Conte”, seppure nettamente minoritaria.

Quindi fulcro del risultato è rimasto il vecchio simbolo del Movimento nel nome di battaglie del recente passato, con punte di consenso in periferia e qualche suffragio raccolto dal disciolto movimento “Noi per Savona”, in nome di una coerenza dell’opposizione che il gruppo rappresentato in consiglio prima dal compianto Domenico Buscaglia, poi da Daniela Pongiglione e Mauro Dell’Amico aveva mantenuto per vent’anni.

Ora Russo si avvicina al ballottaggio in pole position.

Banale affermare che il risultato non è scontato: oltre alla necessità di riportare al voto quanti si sono espressi a favore nel primo turno, occorrerà rivolgersi a tutta la Città ribadendo l’impostazione progettuale della candidatura e della coalizione.

Franco Astengo

FATTI DI LIGURIA

 

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Marina Militare italiana: vendesi usato sicuro

SeaFuture è il nome della fiera internazionale delle armi navali. Una delle più importanti al mondo, dove espongono tutte le aziende armiere. La Liguria è la regione d’Italia col maggior numero di aziende e di fatturato nel settore, con una concentrazione particolare in provincia della Spezia.

Fortissima l’affluenza di delegazioni e visitatori stranieri da tutto il Mondo.

Il quotidiano Il Secolo XIX dedicava l’intera pagina di apertura delle sue cronache locali all’evento con un titolo degno del festival di Cannes “Il supermissile di MBDA è la star di Sea Future”.

MBDA per chi non lo sapesse è un’impresa, nata da una costola di OTO Melara, oggi Leonardo, destinata alla produzione di missili. Conta 230 dipendenti e ha sede alla Spezia.

All’inaugurazione il ministro della Difesa Lorenzo Guerini (PD)ha usato toni entusiastici: «Il rifinanziamento del fondo per gli investimenti della Difesa previsto dall’ultima legge di bilancio ci ha consentito di promuovere mirate strategie per associare lo sviluppo della capacità militare di cui il Paese necessita, al consolidamento dei relativi settori tecnologici industriali, proiettando investimenti stabili in ricerca e innovazione, con le più ampie ricadute sul piano economico e occupazionale».

Però al termine ha rifiutato gli incontri con le associazioni pacifiste e anche con i sindacati dei lavoratori di CGIL, CISL e UIL. Grave per un ministro PD.

La Fiera nacque a Genova negli anni ’80. All’epoca aveva trovato una vivace contestazione, tanto che dal 2009 si è spostata alla Spezia; all’interno dell’area dell’arsenale militare ma senza quella connotazione esclusivamente bellica che acquisirà nel tempo.

A SeaFuture, come in ogni fiera che si rispetti, non manca anche il mercato dell’usato.

La Marina Militare Italiana ha venduto quattro vecchie navi ancorate ad Augusta alla Turchia. Quattro pattugliatori d’altura, radiati dai ruoli della Marina dal 2015, sono stati risistemati e venduti alla Guardia Costiera del Bangladesh. Diverse vecchie corvette sono andate alla Marina del Perù. In particolare Paesi poveri, che avrebbero bisogno di ben altro che armamenti, acquistano un usato dismesso, come un cittadino potrebbe acquistare un usato di seconda mano.

«C’è un mondo che affacciandosi sul mare ha bisogno di dotarsi di capacità marittime – spiegava l’ammiraglio Gianfranco Annunziata dello Stato Maggiore della Marina, project officer di SeaFuture – e cerca nell’usato una soluzione. La Marina italiana ha in via di dismissione un certo numero di unità navali, alcune delle quali a La Spezia durante SeaFuture. Potremo mostrare che navi con trent’anni di vita sono ancora pienamente operative ed efficaci».

Forti e motivate le proteste delle associazioni di base e dei cittadini che denunciano la fiera come “una piattaforma di affari per le aziende del settore “difesa e sicurezza” ammantato di sostenibilità ambientale e innovazione tecnologica”.

Le organizzazioni per la riconversione civile della fiera ricordano l’inquinamento nel porto militare di La Spezia “usato come discarica di liquami e rifiuti tossici anche radioattivi tuttora presenti”. Ora SeaFuture «intende dare lezioni sulla sostenibilità ambientale utilizzando gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite per il proprio green-washing, un’operazione di facciataper continuare a nascondere l’inquinamento prodotto da strutture come l’Arsenale Militare tuttora in buona parte ricoperto di eternit e amianto».

NC