Numero 19, 15 dicembre 2021

PILLOLE

Le ordinanze dantesche di Bucci-Caronte

L’ordinanza 2021-343 del Sindaco Bucci stabilisce che dalle ore 16 del 3 dicembre fino alle 24 del 6 gennaio, è obbligatorio indossare “dispositivi di protezione delle vie respiratorie” nell’area “dell’elaborato grafico”. Anche una sciarpona di seta o cachemire? Infatti non si parla di mascherina chirurgica. Ciò detto i solerti funzionari hanno subito elaborato una app che avvisa il cittadino appiedato onde evitare che la polizia locale rilevi l’inosservanza e commini la multa. Un’altra app, scaricabile sempre dal sito del Comune, indica percorsi alternativi: per esempio, come passare dall’Acquasola per infilarsi in via Carcassi (esclusa) senza inoltrarsi in via San Giacomo e Filippo (incluso). Senz’app lasciate ogni speranza o voi ch’entrate nel centro di Genova.

Ó¿      Ó¿      Ó¿

Sandro Biasotti juventino?

Da il Fatto Quotidiano del 6 novembre: l’ex governatore di Regione Liguria Sandro Biasotti “è indagato per falso in bilancio. Le contestazioni riguardano il presunto maquillage dei conti delle autoconcessionarie facenti capo al Biasotti Group. Per il nucleo di polizia economica e finanziaria di Genova, le aziende sono state sopravvalutate in vari modi: crediti iscritti a bilancio anche se non recuperabili; sopravvalutazione di rimanenze; crediti in parte già riscossi. Una prima indagine si era concentrata sull’esterovestizione di aziende “fantasma”, usate per aggirare il pagamento dell’Iva. Biasotti ieri ha negato ogni addebito”. Che il senatore Biasotti stia meditando di passare al calcio sulla scia di Andrea Agnelli, presidente della Juventus indagato per plusvalenze sospette?

Ó¿      Ó¿      Ó¿

Bucci come Salandra 1921

Secondo gli storici il passaggio decisivo per la legittimazione del nascente fascismo, che già aveva mostrato il suo vero volto violento e assassino, fu la confluenza con i conservatori legge e ordine (i sedicenti “liberali” di Antonio Salandra) nel Blocco Nazionale alle elezioni del 1921. In sedicesimo la nostra giunta comunale salandrina imbarca sistematicamente fascisti e apologeti della violenza. Sicché il Sindaco Bucci oltre a circondarsi di chi teorizza la presa a calci dei poveracci (assessore Garassino) già nel 2019 concedeva a Casa Pound uno spazio per insediarsi nel centro di Genova. Ora – per pareggiare le apparenze – cinquanta manifestanti antifascisti contro quella provocazione sono rinviati a giudizio e rischiano fino a 17 anni di galera. Nell’assordante silenzio della stampa locale.

EDITORIALI

 â€œHome and Dry”, un segnale di futuro

“Home and dry” è una frase idiomatica inglese che in sostanza vuol dire “se hai una casa il più è fatto, tutto torna” – Januaforum, – Associazione di Promozione Sociale – con soci su tutto il territorio regionale ligure –, l’ha scelta per mettere in evidenza come il vedersi riconosciuto il diritto a una abitazione rappresenti un passaggio decisivo per sentirsi cittadini a pieno titolo e integrati in una comunità locale. Il progetto nasce dalla constatazione che la sola ‘accoglienza’ di richiedenti asilo, pur rappresentando un passo importante e un segno di civiltà, non è sufficiente a mettere in moto un processo compiuto di ‘integrazione’. In sostanza, finito il tempo della sistemazione con vitto, alloggio, insegnamento della lingua italiana e riconoscimento dello status di rifugiato, emerge la consapevolezza che mancano ancora due tasselli fondamentali per l’integrazione sociale. Si tratta dell’inserimento lavorativo e abitativo; quest’ultimo di fatto risulta l’ostacolo più difficile da superare. Il nostro mercato del lavoro con prevalente domanda di livelli a bassa o media qualificazione intercetta comunque diverse di queste persone che magari guadagnando tra i 1000 o i 1500 euro al mese non trovano una sistemazione abitativa decente.

Parliamo di persone che vivono in 5 o 6 in appartamenti affittati in nero, che dormono in macchine abbandonate, che hanno rimediato un rifugio di fortuna o che sono ospitate a tempo da qualche amico. Il Progetto “Home and Dry” interviene proprio in questa fase; attiva un processo di mediazione con i proprietari di immobili sfitti o con le loro agenzie, offre la garanzia di intestarsi il contratto di affitto (contratto 3 + 2 – con diritto degli occupanti a mettere la residenza) e avvia un processo di accompagnamento di singoli e di famiglie.

Il progetto è attivo da due anni e mezzo e ha trovato il grande apprezzamento di tutte le parti coinvolte, tanto è vero che spesso le agenzie immobiliari che hanno lavorato con noi continuano a cercarci per offrirci nuovi appartamenti in affitto e si allarga il numero di persone e famiglie che ci chiedono di aiutarli nella ricerca di una abitazione.

Ad oggi Home and Dry ha realizzato l’acquisizione in affitto di 7 appartamenti; 5 a Genova e 2 a Rapallo che hanno coinvolto 23 persone; in numero maggiore si tratta di convivenze di due o tre persone ma ne hanno beneficiato anche due famiglie. Nonostante finora il progetto abbia riguardato in prevalenza persone che hanno ottenuto il riconoscimento di “Rifugiato”, siamo convinti che questo modello, magari con opportuni aggiustamenti, possa essere utilizzato in tutte le situazioni personali e famigliari che necessitano di una regolare sistemazione abitativa. Questa iniziativa di Januaforum è stata alimentata finora solo attraverso l’autofinanziamento dei propri soci e l’aiuto di alcune realtà del terzo settore. Il prossimo 16 Dicembre 2021 alle ore 21,00, presso il Teatro degli Impavidi di Sarzana, ci sarà un evento musicale, promosso e organizzato da diverse associazioni locali, dal titolo “Una casa accogliente – un segnale di futuro”; questa iniziativa ha proprio la finalità di sostenere il progetto.
Sergio Schintu, segretario di Januaforum
 

Ó¿      Ó¿      Ó¿

C’era una volta la Liguria Industriale. Ora c’è crisi, spopolamento e cemento

Nel primo trentennio del dopoguerra la Liguria fu terra di immigrazione. Le industrie liguri erano fonte di lavoro e di ricadute occupazionali. Le persone più anziane non possono non ricordare imprese come l’Ansaldo prima dello “spacchettamento”, la San Giorgio di Prà, l’Italsider e l’Italimpianti, o aziende come Saiwa, Boero, la pettinatura Biella o il cotonificio di Rossiglione, la Piaggio di Sestri, persino la dolce Aura di Nervi, e altre. Non va meglio spostandosi a Savona dove si ricorda l’Ilva, la Mammuth, la Magrini-Galilei o la Fiat di Vado, per non parlare di Ferrania e delle industrie della Val Bormida o della Piaggio a Finale Ligure. Alla Spezia è deperito l’Arsenale marittimo militare, e sono scomparse aziende come San Giorgio elettrodomestici, Faggian, INMA, Montedison e la Vaccari di Ponzano Magra, la Sirma e la RDB in Val di Magra. Persino Imperia, la meno industrializzata delle province liguri, ha, da ultimo, subito la chiusura dello stabilimento Agnesi. Senza dimenticare che nell’area che va da Genova alla Spezia è scomparsa di fatto ogni attività industriale, fatta eccezione per lo stabilimento Fincantieri di Riva Trigoso. Hanno chiuso imprese come la FIT, la Lames, l’impermeabili San Giorgio, ecc.

Quale modello ha sostituito il vecchio assetto prettamente industriale della regione? Il problema pare che sia l’assoluta mancanza di un modello di sviluppo alternativo. I dati sul calo e invecchiamento della popolazione come quelli del contestuale calo del numero delle imprese iscritte alla Camere di Commercio ne sono evidente testimonianza.

La crisi della Liguria è in realtà una crisi infinita che dura da oltre 40 anni. L’industria ligure era in gran parte industria pubblica, si è palesata con alcune fortunate eccezioni, una crisi di capacità imprenditoriali della comunità imprenditoriale locale, che spesso si è rifugiata nell’investimento meramente finanziario o nella sciagurata politica della cementificazione. L’agricoltura, tranne che in provincia d’Imperia per l’olio e la floricoltura, ha sempre contato poco. In Liguria anche a causa dell’orografia del terreno e dell’alto costo delle poche aree insediative disponibili non si è mai sviluppato un tessuto di PMI, paragonabile a quello delle regioni contermini e men che mai esperienze come quelle dei distretti industriali. Siamo, oggi, di fronte a una crisi strutturale e al fallimento di un sistema economico che continua a insistere sulla speculazione edilizia e sulla cementificazione di un territorio scarso, pregiato e molto delicato.

Il crollo del sistema bancario ligure, drammaticamente raffigurato dal crollo del centro di potere più forte della Regione, Banca Carige, è il fallimento di un centro gravitazionale d’interessi bipartisan, cui tutti facevano capo e che ha finito per trascinare nella crisi lo stesso modello creato da Carige e da essa dipendente. Senza dimenticare che, oggi, di fatto non esiste più una banca con sede direzionale in Liguria, dato, che, in pochi anni, sono scomparse banche come Carisa, Carispe, Banco di Chiavari, Banca di Genova e S. Giorgio.

Carige e il suo ex presidente erano il vero deus ex machina di una sede concertativa trasversale di gestione del potere economico e politico dell’intera regione. Oggi quel modello di capitalismo di circoli ristretti è entrato in una crisi senza fine, condita da liti giudiziarie.

La Regione è il grande assente di questa scena. Per la verità lo era anche con le vecchie giunte di centrosinistra a guida Burlando, che puntavano tutto sui sistemi portuali e relativi traffici. Oggi, con Toti, non c’è più neppure questo. Si è sostituita una politica industriale con una politica dell’effimero. Si gioisce per l’apertura di un supermercato (che miseria!). Così si pensa di fare sviluppo turistico, inondando la Liguria di tappeti rossi, ben presto lerci, mentre le potenzialità di un nuovo modello industriale della tanto decantata industria hi-tech si riduce ad alcune manifestazioni ad effetto di IIT senza una ricaduta positiva in termini di spin-off aziendali. La stessa Università di Genova appare statica e aggrappata a un vecchio modello di funzionamento, mentre in altre realtà, soprattutto all’estero, le Università sono potenti e attivi momenti di promozione economica dei territori. La Liguria assomiglia sempre più a una bella addormentata, vive con la nostalgia di un ricco passato, invecchia e rischia di diventare terra di seconde case per anziani padani.

La redazione de “La Voce del Circolo Pertini”

Nicola Caprioni, Daniela Cassini, Angelo Ciani, Monica Faridone, Michele Marchesiello, Carlo A. Martigli, Giorgio Pagano, Pierfranco Pellizzetti

Hanno scritto per noi:

Acli provinciali La Spezia, Andrea Agostini, Arci territoriale Comitato Val di Magra, Associazione Culturale Mediterraneo, Associazione L’égalitè, Franco Astengo, Enzo Barnabà, Maddalena Bartolini, Giorgio Beretta, Sandro Bertagna, Pierluigi Biagioni, Pieraldo Canessa, Caritas Diocesana La Spezia, Alessandro Cavalli, Roberto Centi, Circolo Acli Damarco Sarzana, Comitato Nessuna discarica in Val di Vara, Comitato per la Salvaguardia del Territorio della Vesima, Comitato Palmaria Sì – Masterplan No, Comitato PAT, Comitato spontaneo amici del Tariné, Cooperativa Il Ce.Sto, Riccardo Degl’Innocenti, Battistina Dellepiane, Egildo Derchi, Marco De Silva, Erminia Federico, Maura Galli, Gruppo amici Padre Damarco, Italia Nostra La Spezia, Legambiente La Spezia, Libera La Spezia, Lipu La Spezia, Luca Garibaldi, Luca Gazzano, Valerio Gennaro, Antonio Gozzi, Santo Grammatico, Roberto Guarino, Monica Lanfranco, Giuseppe Pippo Marcenaro, Maurizio Michelini, Anna Maria Pagano, Paola Panzera, Marianna Pederzolli, Enrico Pignone, Bruno Piotti, Paolo Putrino, Bernardo Ratti, Rinascimento Genova, Rete di SOS Salute Pubblica Liguria, Rete per la Rinascita dell’Area Enel, Ferruccio Sansa, Sergio Schintu, Mauro Solari, Giovanni Spalla, Angelo Spanò, Gianfranco Tripodo, VAS La Spezia, Gianmarco Veruggio, Moreno Veschi, WWF Liguria, Franco Zunino.

LETTERE ALLA NEWS

Riceviamo dal Comitato ambientalista sanremese PAT

La difficile difesa del verde pubblico a Sanremo

Il bilancio del PAT parte dall’esposto ai CC forestali di Sanremo a tutela della pineta di N.S. della Guardia di Poggio. Di cui l’Assessore ai lavori Pubblici Donzella dichiarava trattarsi di un accurato progetto dell’amministrazione per “far diventare l’area una meta di turismo religioso”, criticando il PAT per non aver cercato “un rapporto di collaborazione chiedendo informazioni che sarebbero state fornite come sempre”. Ma quando è stata fatta tale richiesta, la risposta degli uffici a firma dell’arch. Di Aichelburg è stata “relativamente al progetto comunicato a mezzo stampa dall’assessore Donzella, lo stesso non è stato predisposto”. In linea con la teoria che troppi alberi in pineta si “soffocherebbero” l’un l’altro; confutata da esperti forestali: è la vicinanza che stabilizza e rende i pini resistenti al vento.

Così abbiamo intensificato la vigilanza, a fronte del trend abbattimenti, impennatosi con conseguente sdegno di residenti e turisti, che continuano a collaborare attivamente al presidio.

Purtroppo dalla fine del primo lockdown siamo riusciti solo in due occasioni a fermare le “manutenzioni”. In un caso la capitozzatura in Corso Garibaldi e Chiosco Ruffini che, benché vietata per legge, a Sanremo viene eseguita annualmente sui platani ai primi di aprile, con il massimo danno alle piante in periodo vegetativo (la morte di numerosi alberi in corso Orazio Raimondo, via Ruffini, Coldirodi, Piazza Eroi e Muccioli ne è la prova). Nell’altro impedendo il taglio per sbaglio di un eucaliptus in via Privata Scoglio. Ma è il bilancio complessivo che rendiconta gli innumerevoli abbattimenti eseguiti nonostante la presenza di vincoli paesaggistici, monumentalità degli esemplari e concomitanza del periodo di tutela dell’avifauna. Il tutto con atti d’emergenza; su cui il PAT ha espresso dubbi di illegittimità anche con ricorsi al Prefetto.

A quanto ci risulta, in soli due mesi, maggio e aprile, sono stati abbattuti: 2 tamerici ai Tre Ponti, 2 platani in via Ruffini e ben 35 pini maestosi. Da allora a oggi il fenomeno si è intensificato.

Il Comitato ha ottenuto dall’Ufficio Centri Storici e Beni Ambientali la perizia degli abbattimenti di San Romolo, in zona sottoposta a vincolo paesaggistico, privi di difetti ma ugualmente classificati, con semplice valutazione visiva, a rischio elevato per il quale si consiglia l’abbattimento.

Altre notizie inquietanti: la drastica potatura a opera di ignoti delle magnolie di Villa Magnolie, l’avvelenamento sempre opera di ignoti del ficus al Campo Sportivo in corso Mazzini e di un pino in via Padre Semeria, l’improvviso disseccamento e conseguente abbattimento di un eucaliptus in via privata Scoglio; oltre l’incendio che ha appena devastato il giardino dell’ex Parco Hotel.

Se questa è vigilanza, probabilmente dovuta alle scarse risorse del Comune, non stupiamoci se non si accertano eventuali responsabilità dovute a imperizia, scavi inidonei, tagli di radici ingiustificati.

Infine la ferita più grande è in via Nino Bixio, con la distruzione di un viale alberato di circa un secolo, composto fino a qualche anno fa da un filare continuo di 34 pini marittimi, oggi ridotto a soli 11; nonostante il parere vincolante della Sovrintendenza al Paesaggio, che vi aveva riconosciuto un valore testimoniale tale da chiedere modifiche al progetto di restyling di Porto vecchio.

Progetto di cui va ancora verificata la fattibilità sul piano della salute pubblica, esigenze della pesca professionale, tutela della biodiversità; soprattutto della difesa del suolo: “La pratica non risulta procedibile in sede di Conferenza dei Servizi fino all’approvazione della variante poiché gli interventi previsti non sono compatibili con la norma della fascia inondabile “a” (in particolare parcheggio e tunnel). L’art. 15 del Piano di Bacino non prevede la nuova edificazione, tanto più interrata. Sarà possibile esprimere parere solo all’avvenuta perimetrazione delle fasce inondabili conseguente ad una Variante al vigente Piano di Bacino, oggetto di altra procedura.”

Si capisce così la dichiarazione del Sovraintendente Costa che non saranno i ritrovamenti archeologici, costati l’abbattimento di ben 6 pini da lui autorizzati, a fermare il restyling del Porto, ma ben altre problematiche che evocano la tragica alluvione del ’98. Quindi stupisce la fretta nel distruggere una bellezza naturale ed ecologica nel centro di Sanremo.

Comitato PAT

FATTI DI LIGURIA

P 01

Il nuovo Piano Energetico e Ambientale regionale (PEAR) della Liguria

Come ricordato nel precedente articolo due sono le colonne portanti individuate dalla Commissione Europea nel suo Green Deal per l’obiettivo della neutralità climatica al 2050: la produzione di energia dalle FER (fonti energetiche rinnovabili) e l’efficientamento energetico, in particolare degli edifici e nei trasporti. Attualmente i consumi energetici sono per il 40% per il riscaldamento e raffrescamento degli edifici, il 30% nei trasporti ed il rimanente 30% nell’industria.

Per quanto riguarda gli edifici dovrà essere perseguito l’obiettivo europeo dell’ondata di ristrutturazioni migliorando il rendimento energetico degli edifici. Il sistema più performante per la riduzione dei consumi energetici degli edifici è il sistema a cappotto. Tuttavia non è sempre applicabile e quindi andranno incentivati anche tutti gli altri sistemi di efficientamento (insufflaggio, sostituzione infissi, miglioramento sistemi di climatizzazione, ecc.) in funzione del tipo di edificio salvaguardando i centri storici, gli edifici di valore architettonico e testimoniale, cercando di intervenire con una valutazione caso per caso comunque col fine del miglioramento per quanto possibile della prestazione energetica dell’edificio. Accanto a questo dovrà essere promossa l’estensione dell’elettrificazione, col progressivo abbandono del gas, con l’uso delle pompe di calore e del geotermico, ove applicabile, e dei fornelli ad induzione, quando la generazione di E.E. da rinnovabili sarà più consistente.

In questo contesto gli incentivi esistenti (110% e simili) dovrebbero avere un arco temporale predefinito e certo (almeno 5 anni), sia per eliminare le incertezze normative esistenti, sia per evitare le speculazioni sui prezzi dei materiali. Basti pensare che oggi, avendo il 110% un arco temporale breve, trovare i ponteggi è quasi impossibile e ciò comporta una lievitazione dei prezzi degli stessi. La Regione potrebbe affiancare lo Stato con propri incentivi eventualmente recuperabili dal risparmio economico che le famiglie avranno dalla riduzione dei consumi energetici. Grave la prospettata fine dello sconto in fattura che va a colpire gli incapienti, cioè gli strati più poveri della popolazione.

Efficientamento dei trasporti:riduzione dei consumi energetici nel settore dei trasporti attraverso:

a) potenziamento del Trasporto Pubblico Locale (TPL) di per sé meno energivoro del trasporto individuale. Occorre che il TPL sia efficiente in termini di puntualità ed estensione del servizio e sia gradevole ed accessibile.

b) favorire la mobilità dolce sia pedonale che ciclistica con apposite corsie riservate e con l’introduzione di zone 30.

c) spostare su ferro quote significative del trasporto merci

Infine la costruzione del nuovo piano per l’energia ed il clima regionale (PEAR) deve avere un percorso partecipativo coinvolgendo tutti i soggetti interessati, sia in fase progettuale che autorizzativa.

Mauro Solari

FATTI DI LIGURIA

P 02

La Liguria perde occupati e abitanti

C’era una volta il triangolo industriale. C’era una regione ricca con porti, industrie, turismo e altro.

La Liguria nell’ultimo anno ha perso 8.154 abitanti. Tra il 2011 e il 2019 ne ha persi 45.868, pari a una flessione del 2,9%. Peggio hanno fatto solo Calabria, Basilicata e Molise. La nostra è anche la regione con l’età più elevata d’Italia – 48,7 contro il 45,2 della media italiana – quella con meno uomini: 91,9 uomini ogni 100 donne, contro il dato nazionale di 95,1 su 100. Nel 2020 si è registrata un’ulteriore diminuzione di 17.106 abitanti; dei quali 9.770 nella provincia di Genova. Nonostante l’apporto dei cittadini stranieri: 140.462 pari al 9,3% della popolazione. Una regione di vecchi, che non fa figli e attira altri vecchi da regioni vicine per il clima mite e il mare.

Va un po’ meglio con il dato degli occupati, uguale alla media nazionale: la percentuale del 45,6% colloca la Liguria al 12° posto, ultima tra le regioni del Nord e superata anche da molte del centro. Siamo anche la regione con il tasso di occupazione più basso tra quelle settentrionali e la percentuale più alta di pensionati sulla popolazione residente. Nel 2020 si registra un calo di 34.000 posti di lavoro dipendente, pari a – 5,42%.

Il dato sulla disoccupazione è particolarmente preoccupante a Genova, che nel 2020 perde 5.000 posti di lavoro e ha un tasso di disoccupazione dell’8,4%; il più alto dei grandi comuni del centro-nord (Bologna ha il 3,3%). Altro caso particolarmente delicato è Savona, realtà che subisce il maggior calo demografico (- 1,13% nel solo 2020) e anche quello di occupati tra le province liguri, con la perdita di 3.136 occupati (- 2,9%), cui si accompagna un alto numero di ore di cassa integrazione. Mentre nelle altre province si intravvedono alcuni segnali di possibile ripresa, tanto che gli occupati liguri nel 2020 hanno superato il livello del 2008 con un + 0,83%, a Savona questo dato è recessivo (- 6,9%). La provincia di Imperia sconta il netto calo nel turismo e nelle costruzioni, che sono due settori portanti dell’economia del territorio. Si registra un calo di lavoratori dipendenti di 1.689 unità con una perdita rispetto al 2019 del 2,12%. La provincia ovest ha anche il tasso di maggiore disoccupazione con La Spezia: 9,9%. La Spezia presenta un calo occupazionale più contenuto delle altre province liguri, con una flessione del 1,1%, dovuta alla peculiarità dei settori che maggiormente ne caratterizzano l’economia: l’armiero e la nautica da diporto, settori che non hanno conosciuto crisi neppure durante la pandemia da covid. Nonostante questo dato e alcune prospettive di crescita, La Spezia ha il primato negativo dell’occupazione femminile in Liguria (solo il 42,3%). E’ oggi seconda solo a Genova come produzione industriale, ma registra il minor numero di piccole imprese e di lavoro indipendente della regione.

Per quanto riguarda il numero di imprese iscritte ai registri camerali nel 2020, continua il calo con un saldo negativo di – 386 imprese; particolarmente sensibile a Genova con – 314 imprese, a Savona con – 75, più contenuto alla Spezia con – 7, e addirittura in piccola crescita a Imperia con + 10.

Servirebbe una politica industriale, un serio programma di formazione professionale, mentre appare molto carente l’apporto di spin-off da centri come l’Università, l’IIT, il CNR, l’IST, il CBA o l’ENEA della Spezia. Purtroppo lo sviluppo economico non si fa stendendo tappeti rossi in giro per il territorio.

NC

FATTI DI LIGURIA

P 03

Aldo Spinelli, il “Grande Vecchio” del porto di Genova

L’attesa estensione di durata della concessione al Terminal Rinfuse Genova (TRGe) è cosa fatta. Per 30 anni, “in conseguenza di investimenti” recita la delibera dell’Autorità portuale. Aspetto ininfluente ai fini della concessione, perché quelli semmai sono mezzi, ossia la spesa per fattori produttivi. Mentre quanto interessa al porto pubblico sono i risultati produttivi e il tornaconto socio-economico per territorio e nazione. Sotto questo profilo il piano presentato da TRGe promette l’aumento dei traffici su rotabili (ro-ro) del 268% nei prossimi 30 anni; quando sommando gli ultimi dieci quegli stessi a Genova sono cresciuti del 13,3%. Parrebbe un errore di stampa, soprattutto osservando che tra 2023 e 2025 la produzione prevista aumenta dell’83% in due anni, mentre nel 2029 addirittura in solo un anno. Non già per previste esplosioni del mercato, bensì – spiega la delibera – grazie al progresso nella “realizzazione delle scasse su calata Giaccone”: la mera facilitazione delle operazioni di imbarco e sbarco dei mezzi rotabili. TRGe può scrivere ciò che crede, ma Palazzo San Giorgio come fa a crederci, sottoscriverlo e impegnarvi risorse? Tenuto conto che solo i rotabili sarebbero destinati a crescere, mentre le rinfuse diminuiscono. Ma TRGe appartiene a Spinelli e Aponte. E in questo porto-città il primo detiene un tale – come dire? – “carisma” per cui qualsiasi suo desiderio incontra l’automatica disponibilità pubblica ad accontentarlo.

Quale sarebbe tale desiderio? Mantenere sotto il proprio controllo questo segmento di porto in attesa di effetti della nuova diga e – comunque – sottrarre ad altri tale risorsa. A dispetto di interesse generale e concorrenza tra imprese. Prendete i depositi chimici della Superba. Da piazzare ovunque, secondo Spinelli, ma non nel suo tratto di porto. Nel 2017 Superba aveva chiesto di insediarsi a proprie spese nell’area ENEL in dismissione e adiacente al TRGe. Palazzo San Giorgio rispose aprendo un’istruttoria per il possibile Adeguamento Tecnico Funzionale (ATF) del Piano Regolatore Portuale che non prevedeva tale merceologia nell’area.

Stante il veto di Spinelli, sono passati 4 anni e da Palazzo San Giorgio non filtra decisione alcuna.

Allora Superba ha fatto istanza per spostare sempre a proprie spese i depositi nell’ex carbonile ENEL, porzione ridotta a servizio dell’ex Centrale. Ma l’Autorità portuale ha scelto di assegnarla all’adiacente terminal di Spinelli. In queste settimane si scopre l’interesse di Superba per il ponte Somalia dove opera il Terminal San Giorgio, campione dei rotabili nel porto di Genova avendo come cliente principale Grimaldi lines, leader mondiale di settore. C’è bisogno di un ATF pure in questo caso, ma stavolta Palazzo San Giorgio promette di rilasciarla in un batter d’occhio. Secondo gli auspici di Spinelli, che allontanerebbe definitivamente i depositi dal proprio “dominio”. E come è palesemente nei desideri del Sindaco Bucci, che ne ha fatto una promessa elettorale accompagnata da un contributo di 30 milioni pubblici a favore di Superba; tratti dai fondi per il crollo del ponte Morandi che nulla hanno a che vedere con i depositi. E del traffico rotabili che si svolgono a Ponte Somalia? Non sarà che Spinelli si aspetti di spostarli nel suo terminal? E delle navi di Grimaldi, uno dei “grandi player irresistibili” per il Presidente Signorini, al punto di affidare loro il destino dello scalo genovese?

Riccardo Degl’Innocenti

FATTI DI LIGURIA

P 05

Il professor Alessandro Cavalli, già ordinario di Sociologia nell’Università di Pavia e da tempo genovese, interviene sul tema che la news sta discutendo dell’incontro intergenerazionale tra mentalità

La distanza tra le generazioni

Viviamo nello stesso tempo, ma non siamo più contemporanei. È l’effetto della straordinaria accelerazione assunta dai cambiamenti nelle società in cui viviamo. Per 999 millesimi della sua storia l’homo sapiens ha vissuto in società che non cambiavano nel corso dell’esistenza individuale. Potevano succedere terremoti, guerre, epidemie, rivoluzioni, ma poi la società si ricomponeva più o meno come era sempre stata. I cambiamenti erano lenti, ci volevano secoli, se non millenni, per coglierne la portata. Oggi, nell’arco della vita di un’esistenza (che si è prodigiosamente allungata), si succedono diverse epoche. I vecchi non riconoscono più nel presente la società nella quale sono nati, cresciuti, diventati adulti. Anche se alcune società, ma non tutte, hanno mantenuto nel tempo più o meno alcuni tratti del loro assetto istituzionale, non sono più le stesse.

Io mi ricordo quando i contadini lavoravano la terra con l’aratro, la vanga e la zappa, quando le poche automobili transitavano su strade polverose, quando sui treni c’era la terza classe, a scuola si intingeva il pennino nell’inchiostro per scrivere, la plastica non c’era ancora, i ragazzi portavano i pantaloni alla zuava, le donne portavano solo le gonne, tendenzialmente piuttosto lunghe e per fare i conti ci volevano i fogli a quadretti. Quando racconto queste (e mille altre) cose ai miei nipoti mi guardano come se venissi da un altro mondo.

L’accelerazione crea distanza. Si può cercare di ridurla e qualche volta ci si riesce. La plasticità degli esseri umani è forte e al cambiamento ci si può adattare, più o meno bene. Però bisogna riconoscere questa condizione antropologica nuova e oggettiva che tendenzialmente crea estraneità tra le generazioni. 

L’accelerazione ha però anche un altro effetto che pesa enormemente sui processi educativi: quale sarà il mondo nel quale dovranno vivere i giovani che oggi devono prepararsi ad affrontarlo? Sappiamo che sarà diverso: ma come, in che direzione muoverà, quali sono le sfide e le opportunità che ci riserva? È difficile educare all’incertezza. Bisogna dare delle certezze che consentano di affrontare l’incertezza e a farlo devono essere degli adulti che, a loro volta, hanno perso molte certezze. È una situazione favorevole per i profeti. Sia per i profeti di progresso che di sventura.

Umberto Eco parlava di apocalittici e integrati. Oggi dobbiamo forse dare fiducia ai giovani che è possibile affrontare il futuro prevedendo e provvedendo.

Gli scienziati dell’atmosfera avevano previsto da un pezzo che il cambiamento climatico avrebbe messo a repentaglio la sopravvivenza della specie, ma i responsabili dei destini del mondo hanno incominciato a provvedere, in ritardo, alle misure riparatrici solo dopo che i movimenti ambientalisti dei giovani li hanno richiamati alle loro responsabilità. Questa volta abbiamo dovuto imparare qualcosa dai nostri nipoti.

Alessandro Cavalli

FATTI DI LIGURIA

P 06

Palmaria addio?

Qualcuno dovrà pur decidersi un giorno a conferire una medaglia al valor civile alla Marina Militare e all’Amministrazione Penitenziaria, per avere – nei limiti del possibile – salvaguardato alcune tra le parti più preziose del nostro patrimonio naturalistico, sulle isole e lungo le coste: dall’Arcipelago Toscano, a molte spiagge della Sardegna; all’isola Palmaria, la più grande della Liguria, prospiciente Porto Venere. Proprio alla Palmaria si rivolgeva il mio sguardo uscendo da casa la mattina, quando abitavo a Lerici. Assieme agli isolotti del Tino e del Tinetto, mi rassicurava sull’intangibilità di quel paesaggio che a buona ragione prende il nome di Golfo dei Poeti. La Marina Militare vigilava su quel pugno di isolotti, difendendoli non dagli attacchi di una improbabile flotta nemica, ma da quelli – assai più incombenti e gravi – del nemico interno: lo speculatore del cemento, il più insidioso, quello travestito da ambientalista ’doc’.

Da qualche anno la severa vigilanza militare è venuta meno, e sono cominciati gli attacchi alla miracolosa integrità del piccolo, selvaggio paradiso, la Palmaria, inserita dall’UNESCO tra i Patrimoni dell’umanità. Il 14 marzo del 2016 è stato infatti siglato il Protocollo d’Intesa tra l’Agenzia del Demanio, la Marina Militare, la Regione Liguria e il Sindaco di Portovenere per la ‘valorizzazione’ di numerosi beni immobili, fabbricati e terreni, siti nell’isola Palmaria. Grazie al ‘protocollo’, una serie di beni è passata al patrimonio del Comune di Portovenere, ‘al fine di avviare il loro processo di valorizzazione’, per la ‘riqualificazione ambientale e lo sviluppo turistico’.

A leggere il ‘protocollo’ c’è veramente di che tremare per la sorte dell’isola, che vi è definita ‘un prodotto innovativo e di alta qualità nell’offerta turistica internazionale’ che si vorrebbe dotare – con l’avvio del consueto ‘tavolo tecnico’ – di fognature, gas, strade, strutture per la nautica, centro convegni oltre – ovviamente –  di ‘nuove forme di ospitalità e turismo sostenibile’: e ti pareva…

Il ‘protocollo’ e il successivo ‘Masterplan Palmaria 2019’ che ne rappresenta la puntuale filiazione, denunciano senza pudore le vere finalità dell’operazione ‘Palmaria’, manifestate a suo tempo dalla componente politica regionale: l’assessore Scajola parlava per l’isola di un ‘futuro da Capri’, mentre il Presidente Toti si dichiarava felice di contribuire a un progetto ‘di grandissima qualità capace di diventare un faro sul mercato internazionale.’ Vorremmo fare di Portovenere – aveva aggiunto – la Capri della Liguria’.

Evidentemente, Toti e Scajola non si sono mai fatti traghettare da Portovenere al piccolo approdo offerto da un’isola ancora miracolosamente selvatica, non molto diversa da come – a metà dell’ottocento – la descriveva il diplomatico inglese Timothy Yeats Brown, che vi dimorò per un paio d’anni, probabilmente per spiare la realizzazione della nuova base navale della Spezia, e che volle ricordare quel luogo incantato dando a sua figlia il nome di Palmaria.

Si assiste oggi al tentativo di portare avanti quello sciagurato disegno. Un nuovo intervento si prospetta, avallato a spada tratta dal Sindaco di Portovenere Matteo Cozzani (‘per incidens’ capo di gabinetto del Presidente Toti): piscine, 33 cabine, un nuovo ristorante, zona fitness, solarium. La popolazione, mai consultata, e le organizzazioni ambientaliste sono insorte, ma tutto sembra pronto per fare dell’isola la nuova Capri della Liguria.

Palmaria, addio?

MM

FATTI DI LIGURIA

P 07 Ponente

La povertà educativa: confronto tra province liguri

Sempre illuminanti i dati sulle diverse dinamiche sociali ed economiche nella nostra Regione prodotti dall’Osservatorio Statistico dell’Ufficio Economico CGIL Liguria. È successo nei giorni scorsi durante il Convegno per i 120 anni di storia della CGIL Imperia (1901-2021), tenutosi il 29 novembre presso l’Aula Magna dell’Università di Imperia, su un tema di grande importanza per il territorio.

Un ulteriore spunto infatti, rispetto a quanto già scritto nei numeri precedenti della news sullo stato dell’occupazione/disoccupazione in Provincia di Imperia, viene dal dato giovanile e soprattutto dalle “povertà” educative nel nostro territorio di “frontiere” (tante e diverse!). Fenomeno che inizia dai servizi comunali per l’infanzia e passa attraverso il progressivo e costante abbandono scolastico.

Un dato significativo si ricava a cominciare dai più piccoli: i bambini che hanno usufruito dei servizi comunali per l’infanzia sono nella media ligure il 17,2%; così articolata: la provincia di Imperia è al 9,9%, Spezia al 15,8%, Savona al 17,7% e Genova al 19,3.

Dopo la scuola dell’obbligo, nella fascia 18-24 anni, chi abbandona precocemente l’istruzione e la formazione, cioè si ferma alla terza media o poco più, nella percentuale ligure è il 13,1%: Genova (provincia) al 13%, Savona all’11,7%, Spezia al 4,8%, infine il fanalino di coda – Imperia – con il 22,2%. Dato pesante e drammatico per il Ponente, uno dei peggiori sull’abbandono scolastico di tutta Italia!

Ben lontani dal parametro di riferimento previsto dalla UE per il 2020 e cioè il 10%!

Circa l’incidenza dei diplomati sulla popolazione generale siamo ben sotto la media ligure – che è il 69,3, così rappresentato per provincia: Savona al 71,5%, Genova al 72,2%, Spezia al 73,3% e infine Imperia al 51,4%. Anche il passaggio all’Università qui è ostico, poco favorito e incentivato, non certo un obiettivo dei giovani imperiesi: tra i neo diplomati che scelgono di iscriversi subito all’Università la media ligure è del 55,9%, Genova è al 57,6%, Savona al 57,7%, scendiamo al 52,4% per Spezia ed infine al 50,3% per Imperia.

Buona ultima in tutte queste fasi!

Posizione ribadita anche dall’incidenza dei laureati o con altri titoli terziari (25-39 anni), dove la media ligure è del 29,3%: Genova (provincia) al 34%, Savona al 29,3, Spezia al 24,2 e Imperia al 16,7.

L’andamento generale dell’istruzione imperiese è confermato e peggiorato da un altro dato, quello sui giovani che non frequentano scuola o formazione o aggiornamento e che non hanno né cercano un impiego: tra i 15 ed i 29 anni circa il 30% per l’Imperiese, molto più alto della media ligure attorno al 20%. Un divario che oltretutto è andato peggiorando negli ultimi anni.

Questa mancanza di istruzione e formazione squalifica professionalmente anche il lavoro che c’è (poco, saltuario e spesso irregolare), che è sempre più relegato al terziario (turismo e servizi) con mansioni basiche. Una situazione grave di “depressione” che ha conseguenze evidenti anche sul lavoro che non c’è: studiando meno e essendo molto più inattivi, i giovani imperiesi sono anche meno occupati (28,2%), più precari e più “poveri” complessivamente.

Non abbiamo politiche regionali o territoriali che facciano intravvedere un’assunzione di responsabilità politico-amministrativa reale rispetto a questo dramma; che evidenzino una visione strategica di un futuro incombente e preoccupante. Una mancanza forse ancora più grave!

DC

FATTI DI LIGURIA

P 08

Dio li fa e li accoppia: la love story Bucci-Paita

Sotto lo sguardo paterno di Giovanni Toti (Coraggio Italia) e Matteo Renzi (Italia Viva) che – pare –stanno trattando per fondere i loro partitini mignon, in Liguria sta nascendo un innamoramento? Per ora siamo agli approcci preliminari tra una disinvolta ragazola in carriera della Spezia e l’immusonito Sindaco di Genova, il cui intercalare yankee vorrebbe evocare un suo passato manageriale d’alto profilo innovativo come venditore di scatole color zafferano per un’azienda di Rochester morta per carenza d’innovazione: la Kodak.

Dichiara al Secolo XIX la deputata ex comunista Raffaella Paita: “Bucci? Sta facendo un buon lavoro”. Le ricambia la carineria il Primo Cittadino del capoluogo regionale, rispondendo a PrimoCanale sul possibile accordo elettorale nelle prossime amministrative con la fanciulla ammiccante, già bersaniana e poi renziana: “chi ci sta è benvenuto”.

Per ora puro e semplice petting politico. E domani? Chissà.

Certo che la strana coppia presenta singolari affinità elettive. Di cui la più evidente è una sfegatata predilezione per teatralizzare il fare. Inteso come accantonamento di ogni regola e/o controllo che impicci qualsivoglia intrapresa; nell’identificazione dell’efficienza con la fretta.

Lei – da assessore alle infrastrutture di Regione Liguria sempre dalla parte delle cementificazioni –che varò il lungimirante regolamento del 7 luglio 2011, in un territorio torrentizio ad andamento alluvionale, per autorizzare al punto 4 le edificazioni a tre metri dagli alvei dei corsi d’acqua. Lui – incoronato supremo artefice del “modello Genova” (in base al sacrosanto principio “non disturbate il manovratore”) – che essendo in campagna elettorale vorrebbe applicarlo a 360°. Dall’ospedale Galliera, chiudendo una conferenza dei servizi che azzera le sentenze del TAR e annuncia il prossimo avvio dei bandi di gara contro le indicazioni della Sovrintendenza; alla sistemazione delle aree portuali nello scalo genovese – scavalcando il Presidente dell’Autorità, il fantasmatico Signorini – con il trasferimento dei depositi chimici da Multedo a Ponte Somalia. Infischiandosene dei rischi conseguenti per lavoratori e popolazione e destinando alla coltivazione della sua immagine di commissario-dictator-di-tutto-quello-che-succede-dalle-sue-parti i fondi accumulati per il ponte Morandi. Al grido – da vero affetto da “candidite frenetica” (leggasi la rielezione a sindaco): “I’m late, I’m late, for a very important date”.

Un comportamento altamente spregiudicato che emana un afrore macho del tutto irresistibile per l’amazzone renziana. In base all’antico adagio “dio li fa e li accoppia” (o magari – come dice il comico Giobbe Covatta – “dio li fa e li accoppa”).

Maura Galli

FATTI DI LIGURIA

P 09

Savona come una metafora

Riceviamo da Franco Zunino, presidente dell’ARCI Savona e già assessore regionale all’ambiente, questa denuncia del recente episodio di stampo antisemita che suona a sfregio del profilo democratico savonese. Si tratta della bravata di qualche teppistello isolato o è qualcosa di più preoccupante? Motivo in più per riflettere con attenzione su una realtà civica che presenta una struttura socio-culturale a più strati, in cui coesistono e a volte si incrociano opzioni e modelli di comportamento diversi, ancora non sufficientemente esplorati.

È abbastanza risaputa una consistente presenza massonica nell’establishment cittadino; tra vetero nostalgie mazziniane e più attuali trade-off nella circoscritta business community locale. Mentre il ceto di partito savonese non spicca per leadership, subendo costanti condizionamenti esterni: dal sistema degli affari sotto il Priamar al polo di attrazione rappresentato per tradizione dalla politica genovese e – più di recente – dall’attivismo imperiese connesso ai disegni scajoliani; del “killer perfetto” già tavianeo e poi berlusconiano. Come oltre mezzo secolo fa scriveva l’enfant du pays Arnaldo Bagnasco, un personale politico che tende a dividersi e ricomporsi sulla base non tanto di criteri valoriali o progettuali quanto personalistici. Nel frattempo il centro propulsivo della crescita competitiva si era spostato – a seguito dei processi di de-industrializzazione avviati nel corso degli anni Ottanta – dall’hinterland delle grandi fabbriche al waterfront logistico, in cui emergeva la nuova vocazione crocieristica. Una rivoluzione nei percepiti cittadini – probabilmente – feriti a morte dalla scriteriata riforma della portualità nazionale a firma Delrio.

Dunque, molti gli aspetti da individuare e mettere a fuoco nella definizione dello specifico savonese.

Anche alla luce dell’apparizione improvvisa di fenomeni di cronaca che segnalano malessere. Una minaccia alla civile convivenza che potrebbe anche tradursi nel riemergere di antichi mostri dimenticati, sopravvissuti nelle viscere della società locale. Come ha scritto in un suo recente saggio il giornalista d’inchiesta della Bbc e di Channel 4 Paul Mason, il nazismo “è il prodotto di un processo di disintegrazione sociale che inizia quando il capitalismo entra in una crisi economica acuta e prolungata, e quando una cultura cessa di spiegare il mondo”. La prima sfida per la politica nel capoluogo del Ponente ligure. (PFP)

La questione delle scritte nazifasciste a Savona

Nella notte tra il 27 e il 28 novembre scorsi sulle saracinesche di un negozio di restauro di mobili antichi, nel centro storico di Savona, in via Pia, sono apparse scritte antisemite di chiaro stampo nazifascista. Un atto vandalico intollerabile, un insopportabile sfregio ad una città insignita di medaglia d’oro al valor militare, grazie alla lotta partigiana e al sacrificio di molti martiri antifascisti savonesi. I simboli nazifascisti, croci celtiche, impressi su una saracinesca e la grande scritta Juden sull’altra vetrina del negozio hanno fatto accapponare la pelle a molti savonesi, riportando alla memoria i periodi più bui che il nostro Paese e le nostre città hanno attraversato il secolo scorso. La risposta della città e dei suoi organismi democratici è stata immediata. Da subito Associazioni, Organizzazioni Sindacali, forze politiche democratiche, la nuova Amministrazione comunale, attraverso l’intervento del Sindaco, hanno condannato con forza l’accaduto, rimarcando le profonde radici antifasciste di Savona. Il successivo presidio, tenutosi il 3 dicembre nella piazza principale di Savona, piazza Mameli, e sostenuto da un appello di ACLI, ANED, ANPI, ARCI, CGIL, CISL, Emergency, ISREC, UAAR, UDI e UIL, ha visto un’ampia partecipazione di cittadini che hanno ritenuto fondamentale non rimanere silenti di fronte ad un fatto così grave. L’appello indirizzato a tutti coloro che hanno a cuore i principi fondamentali di antifascismo e antirazzismo contenuti nella carta costituzionale ha dunque avuto una importante e convinta risposta cittadina. Dopo il tradizionale suono delle campane delle 18,00, in ricordo dei caduti delle due guerre mondiali, il presidente ARCI provinciale, a nome di tutti gli organizzatori ha ringraziato i partecipanti, invitando a non abbassare la guardia di fronte al pericoloso rigurgito del nazifascismo anche sul nostro territorio.

Franco Zunino

FATTI DI LIGURIA

P 11

Solidarietà alla donna, non a chi massacra il femminile

Che una donna venga aggredita da un’altra donna e che a dar manforte a quest’ultima sia stato il suo compagno, è un atto orribile, disgustoso, asociale e da punire severamente. Si tratta dell’aggressione a Giovanna Damonte di Arenzano, che in treno verso Genova aveva semplicemente chiesto cortesemente ai due giovani di indossare la mascherina prevista per legge, offrendone una al ragazzo che ne sembrava sprovvisto. Pugni e calci in testa come risposta. Dietro questo fatto vergognoso si cela anche un’offesa alla lingua italiana. Un paio di settimane fa il Secolo XIX titolava che la vittima era l“assessora” Damonte di Arenzano. Quel femminile non appartiene alla semantica del gender ma solo all’ignoranza. La “e” indica sia il genere maschile che femminile, ieri, oggi e spero anche domani. O dovremmo cominciare a dire agenta di polizia, metronotta, generala, e tra gli animali serpenta, rinoceronta e tigra, come, per par condicio, tartarugo e pantero? Se dovessi diventare assessore, rivendicherei allora il diritto di essere assessoro, e assessore sarebbe plurale femminile, mentre se si dovesse parlare di uomini e donne che insieme ricoprono tale carica, potrei suggerire l’inglesismo assessors, per far contenti tutti. Sono rimasto “esanime” dopo aver letto assessora, ma per fortuna mi sono riavuto, qui habet aures audiendi, auriat. Con tutto il rispetto per “la presidente” dell’Accademia della Crusca, Nicoletta Maraschio, rilevo che nel sito istituzionale “tiene a ribadire l’opportunità di utilizzare il genere grammaticale femminile per indicare ruoli istituzionali”. No, cara Presidente, queste indulgenze per una presunta parità di genere sono, a mio avviso, offese al genere femminile, pari alle quote riservate alle donne nei garage dei supermercati, a indicare che non sanno posteggiare. E poi perché allora, solo per i “ruoli istituzionali”? Mi sembra una poco subliminale forma di piaggeria verso il potere. Ministra e assessora sì, e agenta e metronotta no, perché sono ruoli subalterni? Quindi mi correggo e chiedo scusa, nel caso, all’estensora dell’articolo e alla correttora di bozze. Non ignoranza ma piaggeria. In breve, una figura istituzionale si merita la variante cacofonica, un’appartenente (l’apostrofo denuncia il genere femminile) alle forze di polizia, rimane semplice agente. Nelle “Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana” di Alma Sabatini, che non è né la Bibbia né la Costituzione, si chiede di utilizzare (aimè) l’uso di “avvocata” e “soldata”. Già fondatrice e presidente (presidenta, pardòn) del Movimento di Liberazione della Donna, deceduta prematuramente in un incidente d’auto, nel libro citato, raccomanda di non usare mai la “paternità” di un’opera, ma la “maternità”. E visto che si usa dire “la” Thatcher allora bisogna dire “il” Blair (che suona un po’ milanese: il Carlo, il Gianni…). Certo è che per vieta e bieca cultura maschilista è vero che la segretaria della Nazioni Unite sembra abbia un ruolo diverso dal segretario della Nazioni Unite, così come l’uomo di strada è uno qualunque mentre la donna di strada appare come una peripatetica. Insomma, a volte l’intento è buono, i risultati a volte lo sono altrettanto, ma in certi casi suonano ridicoli. Con tutto il mio affetto, la stima e la partecipazione all’assessore (mi permetto) Giovanna Damonte.

CAM

FATTI DI LIGURIA

P 12

Ancora sull’ecomostro di Chiavari

Abbiamo già spiegato perché la scelta dell’Amministrazione Comunale chiavarese di collocare il mega depuratore comprensoriale sull’area di colmata sia profondamente sbagliata e densa di possibili conseguenze negative per la città. Sulla base del progetto reso pubblico in pieno agosto, abbiamo constatato l’enorme impatto ambientale del manufatto (lungo quasi 400 metri per tutto il fronte mare dell’area di colmata, largo quasi 30 metri e alto 8,5 metri sul livello del mare) che praticamente impedirà la vista del mare dall’area stessa. Un gigantesco ‘muro’ di cemento che darà a Chiavari il triste record di una città di mare che sul water-front impedisce la vista del mare.

Abbiamo criticato la scelta, oltre che per ragioni di impatto ambientale e paesaggistico, anche per una questione strategica: l’area di colmata è l’ultima grande area libera della città, ed è di enorme pregio. Un’Amministrazione avveduta l’avrebbe messa in gioco per il futuro della città e per promuovere ruoli e funzioni che Chiavari ha perso negli ultimi trenta anni, vivendo un inesorabile declino della sua funzione di capoluogo naturale del Tigullio. Poteva essere un luogo meraviglioso dove in un proficuo rapporto tra pubblico e privato si avviavano attività avanzate, attirare cervelli, imprese e servizi del futuro preoccupandosi dell’occupazione dei nostri giovani.

Bastava avere un po’ di visione: ma questa non c’è, e questi temi, strategici per il futuro delle nuove generazioni, non sembrano interessare a chi pro tempore governa oggi a Chiavari.

Ciò che ci preme evidenziare è che al di là della scelta urbanistica sbagliata e dell’enorme impatto ambientale già richiamati, c’è tutta una serie di aspetti che la cittadinanza dovrebbe conoscere per valutare la qualità della scelta e le sue conseguenze, e poter così giudicare meglio l’operato degli amministratori pubblici.

In qualunque Paese europeo e ormai anche in Italia una decisione così rilevante, che oltre agli aspetti urbanistici e ambientali rappresenta il più grande investimento pubblico mai realizzato a Chiavari, è preceduta da quello che i francesi chiamano débât public, un grande momento di informazione e partecipazione collettiva in cui cittadini, associazioni, enti e realtà economiche, sociali e culturali possono dire la loro. A Chiavari non è successo niente di tutto questo; anzi, quasi cinque anni di amministrazione sono passati senza che sulla questione sia mai stato avviato, ad onta degli amministratori partecip@ttivi, un serio confronto e dibattito in città. Tanta propaganda contro i piani dell’amministrazione precedente, tanto bla bla bla contro la cementificazione sull’area di colmata e poi la proposta di un mega depuratore e di un parcheggio che rappresentano la più grande volumetria cementizia mai vista a Chiavari. Non è che il cemento se è pubblico vada bene di per sé: anche in questo caso impatto, dimensioni, qualità dei progetti vanno attentamente valutati.

Oggi la valutazione di impatto verrà svolta dalla Regione nell’ambito della procedura di PAUR (Provvedimento Autorizzativo Unico Regionale). Vedremo quali saranno le valutazioni delle strutture regionali che, certamente ben disposte verso la realizzazione di un’opera pubblica così importante, non potranno però non considerare – oltre alle questioni della localizzazione a rischio mareggiata, lo smaltimento fanghi e in genere l’impatto ambientale – gli aspetti di copertura di costi ed extra-costi, perché la tariffa ha le sue regole che non si possono forzare più di tanto, pena ricorsi e responsabilità contabili ed economiche degli amministratori.

Antonio Gozzi

FATTI DI LIGURIA

P 14

Traffico d’armi nel porto di Genova. Il governo spagnolo conferma

Dopo anni di denunce dei lavoratori portuali genovesi e dell’osservatorio Weapon Watch, è arrivata la conferma del governo spagnolo, con un documento ufficiale: le navi della compagnia saudita Bahri che fanno regolarmente scalo nel porto di Genova trasportano armi.

Il governo spagnolo, in una risposta a una interrogazione parlamentare, ha rivelato che la nave Bahri Jeddah attraccata a Sagunto il 21 ottobre conteneva al suo interno cartucce per armi di piccolo calibro, munizioni incendiarie e razzi dotati di carica esplosiva. Il documento dice anche che il cargo, dopo aver lasciato la Spagna, si è diretto verso Genova prima di attraccare a Gedda, in Arabia Saudita. Il governo spagnolo – ha spiegato Futura D’Aprile su “Domani” – “ha però precisato di non conoscere l’uso e il destinatario finale del carico della Bahri Jeddah, un’informazione fondamentale per l’export degli armamenti”, anche se ha aggiunto “di essere pronto a sospendere le autorizzazioni per l’esportazione e il transito di armamenti in caso di uso indebito del materiale militare, in base a quanto previsto dalle leggi nazionali sul commercio con l’estero”. Vedremo se accadrà. La Spagna sa bene che queste armi servono per la guerra in Yemen, in atto dal 2015, ma è il secondo fornitore di materiale militare per l’Arabia Saudita…Tuttavia il documento governativo costituisce un primo passo importante. Finora Madrid si era rifiutata di rispondere alle interrogazioni parlamentari in materia, tra le proteste delle Ong.

E il governo italiano? Ogni due-tre settimane una nave della compagnia Bahri passa da Genova. Da molti anni. Weapon Watch ha raccolto e pubblicato dal 2019 ad oggi innumerevoli prove che queste navi violano la legge 185/1990 – che proibisce l’esportazione verso i Paesi in stato di conflitto armato o i cui governi sono responsabili di gravi violazioni dei diritti umani – e il Trattato internazionale sul commercio delle armi convenzionali.

L’Arabia Saudita ha tutte le caratteristiche di un Paese a cui non dovrebbero essere esportate armi. In Yemen la situazione continua a peggiorare. Secondo il World Report di Human Rights Watch, sono stati finora uccisi o feriti 18.400 civili, mentre due terzi della popolazione – cioè circa 20 milioni di persone – richiedono assistenza alimentare e sono esposti alla crisi pandemica.

Eppure, denuncia Weapon Watch, il trasporto delle armi per la guerra in Yemen “continua ad accadere nell’apparente inerzia delle autorità e del governo italiano, in realtà con il loro pieno sostegno, e anzi su istigazione degli interessi economici coinvolti si è applicata la repressione di polizia a chi osa contestare il ‘traffico di morte’ che continua a svolgersi sotto i nostri occhi”.

GP